Il “Patto Gentiloni”, tra storia e cronaca

ottorinoIn questi giorni, in seguito ai recenti capovolgimenti che hanno riguardato l’establishment politico italiano, alcuni giornali non si sono lasciati sfuggire la ghiotta occasione – giornalisticamente efficace, ma storicamente del tutto inadeguata – di avventurarsi in un singolare parallelismo con l’avo dell’attuale premier italiano, il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni il quale, com’è noto, in qualità di presidente dell’Unione Elettorale Cattolica, passò alla storia per quel famigerato “patto”, che da lui prese il nome, stipulato con i liberali di Giovanni Giolitti in funzione antisocialista, che da quel momento in poi decretò ufficialmente l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana.

Ma andiamo per ordine e vediamo più da vicino la genesi di questo accordo e come si tradusse effettivamente nella dinamica politica italiana di quel tempo.

8cf14f_219b828ad9cf469ba097f043b5a3d25amv2Dopo il primo sciopero generale della storia italiana che si svolse tra il 15 ed il 20 settembre 1904, seguito dalla tornata elettorale che sancì l’indebolimento dell’estrema sinistra, si verificò un graduale riavvicinamento dei socialisti di Bissolati a Giolitti che, per assicurarsi il loro appoggio durante la guerra italo-turca, con la legge N. 666 del 30 giugno 1912, era stato costretto a concedere il suffragio universale maschile mediante una nuova riforma elettorale che sostituì la legge elettorale italiana del 1882 (modificata nel 1891) che, pur mantenendo il sistema maggioritario in vigore dal 1891, aumentò notevolmente la platea degli aventi diritto al voto,  estendendo il suffragio a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 30 anni o che, pur minori di 30 anni ma maggiori di 21, percepivano un reddito di almeno 19,20 lire, oppure fossero in possesso della licenza elementare, o avessero prestato il servizio militare. Basti pensare che gli elettori nel 1870 erano 530.018, pari ad appena l’1,98% della popolazione. Nel 1908, invece, passarono a 2.947.473, l’8,71%, mentre nel 1912 i cittadini iscritti nelle liste politiche erano 3.329.147, il 9,28%. Di conseguenza, con la riforma del 1912, gli aventi diritto al voto salirono a 8.672.249, circa il 24,19%. della popolazione. Inoltre, veniva introdotto anche il riconoscimento ai deputati di un’indennità annuale di 6.000 lire per favorire l’accesso all’attività politica anche ai rappresentanti delle classi meno abbienti. Il 25 maggio 1912, a scrutinio segreto, fu così approvata una nuova legge elettorale con 284 voti a favore e 62 contrari.

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