Gli ebrei fiorentini e la rete clandestina del cardinal Dalla Costa

«La B. V. di Quadalto ci proteggerà perché facciamo un’opera buona: proteggiamo i perseguitati per amore della giustizia».

Così scrivevano le Ancelle di Maria di Quadalto su indicazione del card. Dalla Costa nascosero il celebre critico letterario ebreo Giulio Augusto Levi.


“Ebrei in Toscana XX-XI secolo”, questo il titolo dell’interessante mostra che si terrà a  Firenze dal prossimo 20 dicembre, nella Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi, a cura dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea di Livorno. Il 14 dicembre, alle ore 12, sarà preceduta da un’apposita Conferenza stampa di presentazione presso la sede della Presidenza della Regione in Piazza Duomo 10, mentre l’inaugurazione della mostra è prevista il 20 dicembre alle ore 13 presso la Galleria delle Carrozze. La Mostra racconterà 100 anni di vita delle comunità ebraiche toscane e i loro intrecci con il resto della comunità ebraica italiana, i suoi collegamenti con quella europea, mediterranea e internazionale.

Questo importante evento ci offre, dunque, l’occasione per ricordare la pregevole opera svolta negli anni più convulsi della Seconda Guerra Mondiale da tanti religiosi e religiose della Diocesi di Firenze – come la comunità di Quadalto delle Ancelle di Maria – che, su esortazione dell’Arcivescovo card. Elia Dalla Costa, si prodigarono – a repentaglio della propria vita – per trarre in salvo numerose famiglie ebree in serio pericolo di vita, affluite a Firenze per sfuggire ai loro aguzzini.

Dopo aver portato a termine con successo il rastrellamento e la deportazione ad Auschwitz di 1.022 ebrei romani, il reparto specializzato del capitano Theodor Dannecker risalì rapidamente la penisola spostandosi verso il Nord per effettuare analoghe retate a sorpresa nelle principali città italiane, seguendo il medesimo cliché sperimentato nella capitale. Tuttavia, poiché dopo la razzia nel ghetto di Roma Dannecker si era ammalato, la guida dell’organizzazione passò nelle mani del suo vice Alvin Eisenkolb, il quale subito prese di mira la città di Firenze che, così, pagò il suo atroce tributo alla Shoah subendo ben due rastrellamenti il 6 e il 26 novembre 1943.

Difatti, l’11 settembre, a distanza di appena tre giorni dalla proclamazione dell’armistizio, i tedeschi occuparono manu militari il capoluogo fiorentino scatenando immediatamente, con la complicità del famigerato Reparto Servizi Speciali diretto dal maggiore Mario Carità, una feroce caccia all’uomo ai danni di tutti gli ebrei che si trovavano a Firenze, compresi i profughi appena giunti dai vari paesi limitrofi occupati dai nazisti con la speranza, destinata purtroppo a rivelarsi vana, che la loro sorte in Italia potesse essere migliore. A spianare la strada alle retate delle SS contribuì in modo rilevante anche la legislazione dichiaratamente antisemita adottata, fin dal 14 novembre 1943, dalla Repubblica Sociale Italiana con l’emanazione della Carta di Verona che al capitolo settimo considerava gli ebrei «stranieri e parte di una nazione nemica», disponendo persino l’internamento in appositi campi predisposti ad hoc dal Ministero dell’Interno. In tal modo tutti gli ebrei vennero braccati, arrestati e reclusi alle Murate, a Santa Verdiana o nei vari campi di internamento, come quello di Villa Le Selve presso Bagno a Ripoli, prima di essere deportati verso i campi di sterminio nazisti.

 Con l’incalzare delle persecuzioni antiebraiche, valutata la gravità della situazione, dopo aver appreso da alcuni amici della polizia e del Clnt che i tedeschi avevano richiesto gli elenchi di tutti gli ebrei fiorentini, il Comitato di assistenza ebraico allestito dal giovane rabbino capo di Firenze Nathan Cassuto, d’intesa con Matilde Cassin, visto che ormai da soli non riuscivano più a far fronte alle continue richieste che provenivano dai tanti profughi ebrei, decisero di rivolgersi alla Curia fiorentina con la quale allacciarono i primi contatti tramite Giorgio La Pira, che allora dimorava nel convento domenicano di San Marco. L’arcivescovo di Firenze, card. Elia Dalla Costa, non se lo fece ripetere due volte e subito incaricò il parroco di Varlungo don Leto Casini e il padre domenicano Cipriano Ricotti di coadiuvare il Comitato di assistenza ebraico – che agiva da terminale degli aiuti internazionali forniti dalla DELASEM – per mettere al sicuro i profughi ebrei nei vari monasteri e istituti religiosi disseminati nella diocesi, in modo da sottrarli al pericolo della deportazione.

«Fu così che una mattina degli ultimi di ottobre del 1943 – scrive, con dovizia di particolari, nel suo memoriale don Leto Casini – Mons. Meneghello presentò don Casini al Comitato comprendente il rabbino di Firenze Dr. Nathan Cassuto, il Rag, Raffaello Cantoni, Giuliano Treves, Joseph Ziegler di origini ungheresi, Kalberg, Matilde Cassin, le sorelle Lascar e due altri dei quali sfugge il nome. Furono di valido aiuto il domenicano P. Cipriano [Ricotti], don Giovanni Simeoni e, naturalmente, Mons. Meneghello che, tramite il noto ciclista Gino Bartali, riuscì a procurarsi le carte d’identità opportunamente falsificate con la macchina Felix della tipografia di Luigi Brizi di Assisi, per gli ebrei nascosti nei vari conventi di Firenze. Il Comitato si riuniva tutti i giorni – continua don Leto –, tanti erano i problemi che si presentavano e urgeva risolvere. Il luogo delle riunioni veniva cambiato spesso per evitare pericoli di pedinamento. Nella cappella degli Orafi, presso la Chiesa di S. Stefano e Cecilia, don Casini riuniva settimanalmente gli Ebrei fiorentini per informarsi delle loro necessità e distribuire denaro ai più bisognosi. Il denaro occorrente per sopperire alle innumerevoli necessità – si doveva provvedere vitto, alloggio, indumenti, medicinali, carte d’identità (naturalmente false) a diverse centinaia di persone – veniva versato a don Casini dal ragioniere Cantoni».

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© Giovanni Preziosi, 2016
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