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Quella lunga estate del ’43: 14 settembre, Avellino sotto il fuoco alleato.

Il 14 settembre 1943 la città di Avellino divenne, suo malgrado, teatro di un massiccio bombardamento ad opera dei caccia-bombardieri Lightnings B 26 americani che, nell’intento di sbarrare la strada alle truppe germaniche in ritirata, sganciarono migliaia di ordigni sul principale tronco viario della città provocando, ovviamente, ingenti danni a cose e persone. Piazza del Popolo, la zona delle Poste, il primo ed il secondo tratto di via Due Principati che gravitavano sul ponte – rimasto, tuttavia, incredibilmente pressochè incolume – che conduceva a Salerno costituivano le due arterie principali lungo le quali il transito dei reparti motorizzati e corazzati tedeschi era molto frequente. Pertanto l’intento degli alleati era proprio quello di sbaragliare le truppe naziste impedendo qualsiasi rifornimento alle linee nemiche che, dalle alture limitrofe alla Piana di Battipaglia e da diversi settori di quest’ultima, falcidiavano le fanterie americane appena sbarcate. Erano passati appena sei giorni dall’annuncio dell’armistizio, firmato però già il 3 settembre (a Cassibile, in Sicilia, dal generale Castellano), e la gente credeva erroneamente che la guerra fosse davvero finita. Si cercava di tornare alla normalità, alla vita di tutti i giorni; ma quello non fu un giorno “normale”.

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Vista dall’alto del bombardamento.

Nel frattempo, nei dintorni di Summonte ed Ospedaletto – due piccoli centri alle falde della catena montuosa del Partenio – erano stati organizzati i centri di rifornimento per la X Armata tedesca, alla quale il generale Heinrich von Vietinghoff che aveva stabilito il quartier generale a Sant’Angelo dei Lombardi, affidò la difesa delle coste con il compito di impedire con ogni mezzo il congiungimento tra le truppe della V Armata americana e l’VIII Armata britannica che risaliva dalla Calabria.

Il 14 settembre, dunque, rappresentò per Avellino il D-Day, il giorno fatale che segnò un’importantissima svolta nelle operazioni militari sul continente. Nel corso di questa giornata si verificarono ben 700 missioni da parte delle forze Anglo–Americane contro obiettivi esclusivamente militari, o considerati tali, e contro i depositi e le vie di rifornimento. Tuttavia, bisogna rilevare che in quel giorno le truppe tedesche non erano in ritirata – come sostenuto da alcuni commentatori – ma erano impegnate nello sforzo supremo del loro contrattacco, al quale soltanto l’afflusso di rinforzi e rifornimenti dalle retrovie poteva assicurare nuovo respiro.

Gli stormi delle trentasei fortezze volanti B 26 statunitensi, alle ore 10,55 del 14 settembre, sferrarono un efferato bombardamento sulla città della durata di circa quindici minuti, che riprese poi ad ondate successive, protraendosi per l’intera giornata, al termine della quale si registrarono ben otto incursioni aeree che, oltre a mietere numerose vittime innocenti, provocarono ingenti danni ai fabbricati ed alle altre strutture.

«Mentre io attravers(avo) Piazza della Libertà – scriveva il prof. Cannaviello, stilando un resoconto dettagliato di quei tragici avvenimenti –, dove la vita si svolge(va) con la consueta placida calma, un fulmineo tremendo crollo come per cannonate, fra un turbinio di proiettili e di rottami, scaravent(ò) persone e cose in ogni lato (…). Non uno strido di sirena, non un rombo di velivoli che ne annunziasse l’avanzata» (V. Cannaviello, Avellino e l’Irpinia nella tragedia del 1943 – 1944, Avellino 1954, p.30).

Alle 10,55 la Piazza del Mercato (l’attuale Piazza del Popolo) era gremita di gente intenta alle proprie attività, ma soprattutto alla ricerca del cibo necessario per tirare avanti in quel duro momento storico: all’improvviso il rombo dei motori delle trentasei fortezze volanti B 26 statunitensi, si fece avvertire. Troppo tardi. I velivoli scaricarono il loro carico di morte e tornarono alla base. Diverse furono le ondate di aerei che in quella giornata sganciarono sul capoluogo irpino tonnellate di bombe: in quattro ore si alternarono diverse squadriglie (per un totale di un centinaio di Mosquitos) che causarono circa 3.000 morti, una percentuale spaventosa contando la popolazione del tempo (in media morì un abitante su otto).

Duramente colpiti furono la Piazza del Mercato, il palazzo vescovile con l’adiacente Seminario, alcuni edifici in Piazza della Libertà, al Corso, al viale Platani,  una parte del carcere borbonico, decine di case e perfino alcune chiese; il tutto senza che gli aerei incontrassero una benché minima resistenza da parte tedesca. Nel capoluogo irpino e nelle zone immediatamente adiacenti non erano infatti presenti postazioni antiaeree o altre strutture militari di rilevante importanza (c’era la nota caserma Berardi, un centro di reclutamento, anch’essa duramente colpita, malgrado fosse priva di uomini e mezzi). Perché allora ebbe luogo questa carneficina?

La Piazza del Mercato appena falcidiata dalle bombe

L’ordine ai bombardieri venne impartito perché si voleva ostacolare la ritirata della divisione corazzata Hermann Goring, un’unità d’elitè dell’esercito germanico, in ritirata dalla Sicilia e diretta verso Cassino, a difesa della linea Gustav, sbarramento difensivo prescelto per la difesa della capitale. I tedeschi riuscirono però ad anticipare le mosse degli alleati così, al momento del bombardamento, il grosso della divisione era già transitato e rimaneva solo parte della retroguardia di passaggio ad Avellino. Fra gli obiettivi della missione anglo-americana vi erano anche ponti e vie di comunicazione (soprattutto l’Appia bis, come si chiamava allora e il Ponte della Ferriera, proprio dove erano già transitati i temuti Panzer) proprio con l’intento di fermare i tedeschi in ritirata e causare loro il maggior numero di danni possibile.

Le devastanti incursioni aeree da parte dei caccia-bombardieri americani proseguì, senza interruzione, anche nei giorni successivi: il 15, 17, 20 e 21. Nell’arco, dunque, di appena diciassette giorni si consumò questa immane tragedia, che si concluse grazie ad un provvidenziale temporale che si scatenò sulla città e nei paesi limitrofi, nella notte del 29 settembre. Il tributo di sangue che Avellino dovette pagare ad una guerra ignominiosa è tutto racchiuso nel catastrofico bilancio delle vittime e dei danni subiti: 3.000 morti, centinaia di feriti, 7.953 vani distrutti o parzialmente lesionati – il 46, 65% del patrimonio edilizio esistente – 1.091 famiglie sinistrate per un totale di 5.535 persone. Queste macabre cifre assumono i contorni di una vera e propria ecatombe, se alle vittime ed alle devastazioni del capoluogo irpino vanno aggiunti i danni subiti dal resto della provincia: 153 ponti danneggiati, 212 strutture tra acquedotti, fognature, ospedali e 830 Km. di strade messe fuori uso, e così via.

Ma vediamo come descrive questo evento efferato il cronista del monastero benedettino di Montevergine nelle pagine del diario della comunità.

 L’entrata degli Alleati ad Avellino

 «Intanto nei paesi circostanti gruppi di tedeschi si spargevano per le case razziando tutto ciò che vi era di macchine, liquori e comestibili. Tale in grande la tristissima sorte di Avellino dopo il bombardamento, tali in minor proporzioni le sorti di Mercogliano, Ospedaletto e paesi vicini. Per amore della verità bisogna dire che non sono stati solo i tedeschi a razziare, ma principalmente i paesani: si sono formate in questo periodo vere squadre di ladri che con mezzi di fortuna svaligiano le case degli sfollati. Gli ufficiali dei Carabinieri disarmati dai tedeschi ritenendo infruttuosa la loro dimora sul posto di lavoro sono fuggiti, i marescialli e i carabinieri hanno imitato il loro esempio e così si é dato agio ai delinquenti di commettere ogni soperchieria senza il pericolo di essere puniti…Il giorno 20 si presentano a Loreto quattro tedeschi con l’intento di perquisizione: si affogano in quattro bicchieri di ottimo vino (!) e vanno via. Più tardi ne vengono altri e richiedono una latta di miele: gli si da loro con viso giulivo (!) e partono; viene ancora un altro gruppo e questi scambiano con i monaci le sigarette. Al Santuario, saputo il fatto, e temendo una perquisizione meno fortunata per noi , il Superiore raccoglie alcuni padri dei più giovani e durante quasi tutta la notte tra il 20 e il 21 fa suddividere tutte le nostre riserve in vari luoghi difficilissimi da scoprire, data anche la loro ottima mimetizzazione. (…). Al loro partire definitivamente essi hanno esclamato che in tutta Italia essi non avevano ricevuta accoglienza più cordiale. Bontà loro purché se ne vadano! E veramente partono. Poco dopo esser passati sul ponte di Ospedaletto lo fanno saltare con mina. Durante tutta la giornata precedente e questa stessa mattina saltano caseggiati e ponti :anche ad Ospedaletto sono saltate due case precedentemente minate e questo senza alcun fine bellico. La mattina che i tedeschi partono da Montevergine i colpi di artiglieria americana si fanno più vicini e si riversano nella conca Avellinese all’impazzata senza alcun obiettivo fisso. Tuttavia ora ci acorgiamo che veramente i tedeschi partono e si sganciano dalla nostra regione».

 Soldati alleati nei pressi della Dogana di Avellino

Intanto, approfittando del caos che regnava in quei tragici momenti, si registrarono anche numerosi episodi deplorevoli, ai quali fecero da pendant gli atti di autentico eroismo compiuti da alcuni concittadini che, sprezzanti del pericolo, si adoperarono per mettere in salvo il maggior numero di feriti che giacevano abbandonati nelle case semidistrutte o ai margini delle vie cittadine. Questi ultimi furono dapprima trasportati all’ospedale civile – che nel frattempo aveva cessato di funzionare a causa dei bombardamenti e per la fuga ignominiosa del personale di servizio con a capo il primario dott. Paolucci –, dopodichè i feriti vennero trasferiti presso il Convento dei PP. Cappuccini dove, per opera dell’encomiabile P. Carmelo Giugliano – che dal 25 settembre 1940 era guardiano del convento francescano -, fu prontamente allestito un ospedale di emergenza diretto con maestria dal tenente medico dott. Domenico Laudicina. Successivamente il presidio ospedaliero fu collocato nei locali della attigua Scuola Agraria diretta dal preside prof. Lorenzo Ferrante. Nel corso di questi giorni tumultuosi Avellino si trasformò in un desolato palcoscenico dove la morte recitò il suo turpe monologo. Lo senario sconvolgente che si presentò all’indomani dei bombardamenti sotto gli occhi sgomenti degli avellinesi, era ovunque disastroso; difatti, oltre alle attività economiche, risultavano paralizzate anche la vita politica e sociale. Persino il tentativo rivelatosi successivamente alquanto velleitario di dar vita ad un’opposizione militante al regime, ad opera di alcuni audaci antifascisti avellinesi, svanì con l’incedere degli eventi.

Nel frattempo le autorità statali erano fuggite e al momento dell’ingresso delle truppe alleate, in maggioranza canadesi, c’era solo il vescovo ad accoglierli (scampato miracolosamente indenne al bombardamento malgrado si trovasse nel seminario fra le macerie). Ma tutto ciò avvenne qualche giorno dopo. I bombardamenti continuarono poi più a nord anche su Benevento, per quanto la regione fosse di importanza secondaria sia militarmente (le grandi ali dell’avanzata alleata verso Cassino e poi Roma procedevano infatti parallelamente alle coste e non all’interno, più montuoso e difficile da attraversare, nonché adatto a imboscate e sbarramenti) sia politicamente che economicamente, in quanto non vi erano grandi industrie, depositi, arterie importanti o altri fattori di rilievo. Lasciato in balia del fato, senza nessuna guida politica ed amministrativa e privo della tutela dell’ordine pubblico, il capoluogo irpino arrancava in un marasma generale, favorito anche dall’ignominiosa fuga da parte delle autorità civili e militari.

«I feriti – riferiva Guido Dorso – vennero abbandonati, i sepolti vivi sotto le macerie invoca(vano) soccorso, e la città rimase esposta per venticinque giorni ai ripetuti saccheggi della plebaglia e del contadiname dei paesi vicini, dei carcerati evasi e degli stessi custodi dell’ordine» (G. Dorso in Irpinia Libera, organo del Partito del F.L.N. irpino, n. 1, 1943.).

In merito a questa vicenda paradossale, il prof.Cannavielo scriveva con un certo disincanto:

«Delle principali Autorità il Prefetto Zanframundo, il Comandante dei RR. Carabinieri Martino, il Questore Vignali (…), alle ore 10 del 14 settembre si erano recati in provincia per motivi di servizio. Ne rientrarono poco dopo le ore 12 sotto l’imperversare di apparecchi bombardieri (…). Trovarono la città completamente deserta. Tentò nel suo ufficio il Prefetto in compagnia del Questore di telefonare alla Caserma dei Carabinieri, ai Vigili del Fuoco, agli agenti dell’UNPA, ma i telefoni erano interrotti e (sopraggiunta la) sera (…) non potendo contare su chicchessia, riparò a Summonte. Il Maggiore Martino corse alla sua Caserma, e sostituito alla divisa l’abito borghese, si allontanò per riapparire ai primi di ottobre. Il Vignali dalla Prefettura si diresse alla Questura, ma trovatala chiusa senza l’ombra di un funzionario o agente, che si erano messi alla ricerca dei loro familiari, e trovata chiusa anche la propria casa, si diede a rintracciare la moglie ed il figliuolo (…)». (V. Cannaviello, op.cit., pp. 64 – 65).

Dopo questo fatto ad Avellino tornò una relativa calma e si poterono così installare le ricostituite autorità italiane (del Regno del Sud), che lavoravano sotto la supervisione alleata. Il primo sindaco fu Francesco Amendola, parente dei deputati comunistiGiorgio e Giovanni, eletto dal restaurato consiglio comunale; ma vi fu anche un amministratore militare nella persona dell’italo-americano colonnello Poletti, la cui carica durò quasi tutto il tempo dell’occupazione (finita al momento della firma del trattato di pace nell’estate del 1945). Ovviamente la provincia di Avellino, come del resto tutta l’Italia meridionale e buona parte di quella centrale, era sotto la giurisdizione formale del Regno del Sud, anche se sostanzialmente erano gli alleati a farla da padroni. Si trattò comunque dell’unica vicenda bellica che vide pesantemente protagonista la città irpina.

Il calvario della popolazione avellinese, tuttavia, si protrasse fino al 1° ottobre, giorno in cui fecero il loro ingresso trionfale in città le prime camionette dell’esercito americano e gli ufficiali alleati presero possesso ufficialmente della Prefetturafacendovi issare il vessillo a stelle e strisce. Si concludeva, così, un incubo e con esso l’angoscia per i bombardamenti aerei, che a prezzo di ingenti sacrifici avevano incrinato il fronte interno, seminando ovunque morte e distruzione, e messo in ginocchio la già precaria economia avellinese, lasciando con un palmo di naso tutta la popolazione, che per qualche istante aveva accarezzato l’idea di essere risparmiata dalla furia omicida di quelle letali deflagrazioni.

L’8 luglio 1959, l’allora Capo dello Stato il democristiano Giovanni Gronchi, conferrà alla Città di Avellino la Medaglia d’Oro al Valor Civile perché con «animo fierissimo, sopportò senza mai piegare, numerosi bombardamenti aerei che causavano la perdita della maggior parte del suo patrimonio edilizio e la morte di 3.000 cittadini. Tutta la popolazione si prodigò con generosità e amore encomiabili per cura dei feriti, degli orfani, dei senza tetto. Settembre 1943»

Successivamente, il 15 giugno 1967 il suo successore Giuseppe Saragat, si recò in Irpinia per rendere omaggio personalmente alle vittime dei bombardamenti, deponendo finanche una corona d’alloro sul monumento.

 Tratto dal “Roma” del 19 settembre 1963.

 

 

Per leggere altri articoli del genere si raccomanda di visitare il seguente sito web con ulteriori approfondimenti:

https://scriptamanentnews.wixsite.com/home

 

© Giovanni Preziosi, 2017
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“Missione in Croazia per conto di Pio XII”. Le carte del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai nazisti

Vi presento, qui di seguito, il mio articolo pubblicato nelle pagine culturali del quotidiano della Santa Sede “l’Osservatore Romano” (Anno CLI n. 183) mercoledì 10 agosto 2011 dal titolo “Missione in Croazia per conto di Pio XII”: le carte del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai nazisti, che rappresenta soltanto un breve stralcio del libro che sto scrivendo al riguardo.

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 “Missione in Croazia per conto di Pio XII”

Le carte del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai nazisti.

di Giovanni Preziosi

0810m20aMentre sul continente europeo divampava il secondo conflitto mondiale, merita un’attenzione particolare la missione svolta dall’abate benedettino di Montevergine, mons. Giuseppe Ramiro Marcone che, nell’estate del 1941, fu inviato dalla Santa Sede presso l’episcopato croato, in qualità di visitatore apostolico per tutelare gli interessi cattolici in quel paese, senza trascurare – tuttavia – neanche i normali rapporti con il governo del nuovo Stato balcanico nato l’11 aprile 1941 dalla dissoluzione del Regno di Jugoslavia in seguito all’occupazione militare delle forze congiunte italo-tedesche che, il 16 aprile successivo, misero a capo del nuovo governo il poglavnik ustašha Ante Pavelić. In questo clima esacerbato, il 13 giugno 1941, su proposta del Segretario di Stato della S. Sede, card. Luigi Maglione, giunse l’investitura ufficiale da parte di Pio XII, che lo incaricò di recarsi nello Stato Indipendente di Croazia in qualità di rappresentante papale con la missione di “Visitatore Apostolico presso l’episcopato croato”, anche se in realtà era una sorta di pro-nunzio apostolico, considerato che di solito si faceva precedere al riconoscimento de jure quello de facto. Difatti il Vaticano, generalmente, in questi nuovi Stati non organizzava le circoscrizioni ecclesiastiche, se prima non avevano ottenuto il riconoscimento in ambito internazionale. Per questo motivo il presule benedettino, il 23 giugno successivo, si precipitò a Roma dove fu investito ufficialmente della missione dal S. Padre in persona, come si evince da una nota autografa dello stesso abate Marcone in cui afferma:

Oggi, 23 giugno 1941, alle ore 13 sono stato ricevuto dal Card. Maglione. Mi ha detto che la S. Sede non può riconoscere il regno di Croazia, se non dopo la guerra per ovvie ragioni. Ciò posto, essa non può inviare a Zagabria un suo rappresentante ufficiale. Dall’altro lato gli interessi religiosi di quella nazione richiedono un rappresentante della S. Sede ufficioso, sotto il nome di Visitatore Apostolico. La scelta del candidato a questo ufficio non deve cadere su chi già appartiene alla diplomazia pontificia. Perciò il S. Padre su proposta del Cardinale aveva designato me a tale missione. Ho risposto ringraziando il S. Padre e il Cardinale dell’atto di fiducia; ma ho soggiunto che, avendo io menato sempre una vita di studio e di raccoglimento nel chiostro, temevo di non riuscire nel compito che mi si voleva affidare. Il Cardinale si è sforzato di persuadermi, citando anche il parere di altri che mi conoscevano. Alla fine ho conchiuso che accettavo unicamente per ubbidire al S. Padre.

Difatti, come si evince chiaramente anche dalle minuziose istruzioni impartite dal Segretario di Stato della S. Sede, la missione dell’abate Marcone aveva:

un fine del tutto spirituale e religioso; cioè rendersi conto personalmente, per rendere a sua volta edotta la S. Sede delle particolari necessità spirituali e religiose di quel gruppo di fedeli [ecclesiastici e laici]. Il suo compito pertanto è temporaneo e provvisorio: dura quanto è necessario per preparare una sistemazione ecclesiastica definitiva del territorio che gli viene confidato. Da ciò consegue che il Rev.mo Abbate Marcone soggiornando nel Regno di Croazia, […] si studierà di evitare contatti ufficiali con le Autorità governative, in modo tale che la sua missione sia ed apparisca, com’è desiderio della Santa Sede, di natura strettamente religiosa. […] In particolar modo il Rev.mo Prelato consiglierà e sosterrà Monsignor Stepinać e l’Episcopato nel combattere i funesti influssi che potrebbero esercitare nell’organizzazione del nuovo Stato la propaganda neopagana […].  

Appena prese possesso del suo nuovo ufficio, il solerte visitatore apostolico subito si mise all’opera tant’è che, a distanza di sole tre settimane dal suo arrivo, già fece pervenire alla Santa Sede una dettagliata relazione nella quale descriveva, con dovizia di particolari, la precaria condizione nella quale versavano gli ebrei in Croazia. La replica della Curia romana non si fece di certo attendere, tant’è che il 3 settembre successivo, gli giunse una lettera della Segreteria di Stato nella quale erano contenute precise direttive a cui l’inviato del papa doveva attenersi scrupolosamente. Si leggeva, infatti: “si raccomanda moderazione riguardo al trattamento degli ebrei che risiedono nel territorio Croato”.

In realtà, come scrive nella cronaca don Giuseppe Masucci, già a partire dal 10 febbraio 1942, l’abate Marcone era stato sollecitato ad intervenire, con una certa celerità, presso le competenti autorità ustašha per perorare la causa degli ebraiche stavano per essere avviati verso i campi di concentramento, preludio a quella scellerata “soluzione finale del problema ebraico” formulata nel corso della conferenza di Wannsee del 20 gennaio di quello stesso anno. Questo provvedimento era stato preso su pressione dei nazisti i quali, attraverso il maggiore delle S.S. Hans Helm, avevano proposto di trasferire i prigionieri ebrei nei campi tedeschi dell’est. Il perfido capo della Polizia dello Stato Indipendente di Croazia Eugen “Dido” Kvaternik, naturalmente, fu subito d’accordo, tanto che non ci pensò su due volte ad arrestare gli ebrei e condurli nei campi di sterminio nazisti orientali. Come vile contropartita i tedeschi permisero al governo croato di incamerare tutte le proprietà degli ebrei deportati, i quali furono barattati per trenta Reichsmark cadauno. Il capitano delle S.S., Franz Abromeit, fu inviato in Croazia per soprintendere alle operazioni di trasferimento dei 5.500 ebrei, i quali – tra il 13 e il 20 agosto 1942 – furono prelevati dai campi di concentramento croati e caricati su ben cinque treni per essere destinati ad Auschwitz. Del resto che la situazione stava prendendo una brutta piega già si era capito il 26 febbraio di quell’anno, allorché il ministro degli Interni, Andrija Artuković, al termine di un discorso di fronte al Sabor (il parlamento croato), annunciò che il governo intendeva fare del Nezavisna Država Hrvatska uno stato “frei Juden”. Come naturale conseguenza di questo indirizzo politico ne derivò lo sterminio sistematico degli ebrei, insieme all’espulsione e alla conversione forzata dei serbi ortodossi e alla quasi totale estinzione dei rumeni. Seriamente preoccupato dal precipitare degli eventi, nel tardo pomeriggio del 10 febbraio 1942, il rabbino capo di Zagabria Miroslav Šhalom Freiberger, decise di rivolgersi immediatamente all’inviato del papa. Scrive, infatti, nella cronaca il suo segretario don Giuseppe Masucci:

Il caporabbino dr. Freiberger alle 18 mi si presenta tutto trafelato e mi comunica che la città è piena di manifesti annunzianti la presentazione alla polizia di tutti gli ebrei, senza alcuna distinzione. Gli rispondo che l’indomani avrei chiesto di parlare col Capo della Polizia chiedendo spiegazioni a riguardo. Soggiunse che il caso era molto urgente, perché nella notte avrebbero già arrestati tutti. Allora telegraficamente chiesi a Dido [Eugen Kvaternik] di avere una cosa oltre modo urgente da discutere con lui e che non c’era tempo da perdere; mi dice che potevo andare alle 19. Alle 19 infatti fui da lui e a lungo parlai, implorai, pregai per questi disgraziati ebrei. Feci presente che i matrimoni misti non debbono più considerarsi come ebrei, ma come facenti parte della Chiesa Cattolica. […]

Fu abbastanza pensoso e subito diede ordine di pubblicare sui giornali che quanto recavano e già affisso i manifesti restava abrogato. Che in ogni caso tutti gli ebrei congiunti in matrimonio misto non dovessero ulteriormente essere molestati, anzi di concedere subito la libertà a quei tali, che erano ancora… vivi nei campi di concentramento.

Non pochi di questi sono ora felici nelle loro famiglie e spesso da veri buoni cattolici, mi esprimono la loro gratitudine e l’imperitura filiale devozione verso il Sommo Pontefice, che solo, senza badare né a popolo né a lingua, alza la voce per incitare alla carità e richiamare i responsabili alla giustizia. 

Pertanto, in ossequio alle direttive impartite dalla Santa Sede, avvalendosi della preziosa collaborazione del sig. Théodore Schmidlin, del Dipartimento politico federale della Croce Rossa Internazionale, e del primate croato mons. Stepinać, l’abate Marcone, in seguito, si prese la briga di organizzare persino il trasporto di un piccolo gruppo di bambini ebrei – tra cui vi era anche il figlio del rabbino capo di Zagabria – che, attraverso l’Ungheria e la Romania, furono condotti al sicuro nella neutrale Turchia. In segno di gratitudine per i soccorsi prestati, il rabbino Freiberger, il 4 agosto 1942, fece pervenire al pontefice un’accorata lettera con la quale esprimeva la sua più profonda gratitudine per l’abnegazione mostrata da tanti religiosi cattolici verso gli ebrei, auspicando che il Vaticano proseguisse in questa direzione.

Pieno di rispetto – scriveva in tale circostanza il rabbino Freiberger – oso comparire dinanzi al trono di Vostra Santità per esprimervi come Gran Rabbino di Zagabria e capo spirituale degli ebrei di Croazia la mia gratitudine più profonda e quella della mia congregazione per la bontà senza limiti che hanno mostrato i rappresentanti della Santa Sede e i capi della chiesa verso i nostri poveri fratelli.  

Il 23 febbraio 1943, infatti, il visitatore apostolico riferiva alla Segreteria di Stato che il rabbino capo di Zagabria aveva espresso la propria gratitudine alla Santa Sede per l’opera encomiabile compiuta dalla gerarchia ecclesiastica, che si era adoperata per consentire a questo gruppo di bambini ebrei di trovare rifugio in Turchia. In realtà, come risulta dagli appunti trascritti meticolosamente nella sua agenda dall’inviato del papa, grazie ai buoni rapporti allacciati con il poglavnik Ante Pavelić e con alcuni autorevoli membri del suo governo, in più di una circostanza si era prodigato per cercare di alleviare le condizioni degli ebrei croati. Mons. Marcone, scriveva in merito il suo segretario:

si sforzò di essere un elemento di equilibrio, di distensione e di pace […]. Con tutti difese i diritti della persona umana e quelli della religione (e soprattutto nella persecuzione contro gli ebrei) si rivelò il loro appassionato difensore. Molti ne sottrasse alla forca; molti istradò per regioni più pacifiche; molti beneficò anche materialmente. E di questo diuturno intervento gli furono sempre profondamente riconoscenti.  

Difatti, in più di una circostanza, non esitò ad interporre i suoi buoni uffici presso le autorità governative per perorare la causa degli ebrei che, proprio in quel periodo, stavano subendo ignobili ed efferate vessazioni ad opera degli ustašha nei vari campi di concentramento. Pertanto, già il 14 gennaio 1942, approfittando di un colloquio privato con il ministro degli Interni Andrija Artuković, gli chiese la cortesia di trovare il modo per essere ricevuto dal capo dell’ufficio Ordine e Sicurezza Eugene Kvaternik, proprio per affrontare questa delicata questione. Così, il 5 febbraio 1942, l’abate Marcone riuscì a farsi ricevere da Kvaternik, e proprio in tale circostanza espose, senza alcuna reticenza, l’idea che si era fatto del modus operandi degli ustašha, soprattutto nei confronti degli ebrei. In una nota scritta di suo pugno proprio in questa circostanza difatti leggiamo:

Di quanti avevanmi manifestato il loro parere intorno al Capo della Polizia croata, non uno era stato contento, anzi… Eugenio Kvaternik, il Nerone redivivo, così lo avevo definito in seguito a quanto mi raccontavano continuamente circa l’efferato modo di agire di questo sanguinario del secolo XXmo.

L’idolatria della forza è purtroppo un morbo che si ripete nella storia delle aberrazioni umane; ma quello che si dice verificarsi quotidianamente tra il popolo croato contro gli ebrei è qualche cosa di veramente spaventevole. Per questi poveri disgraziati non si adopera più che la forza brutale, senza alcun rispetto alla giustizia. Si entra nelle loro abitazioni, spesso lussuose, si occupa tutto, come roba di nessuno ed i miseri figli di Israello vengono, alle volte mezzo ignudi, trasportati come esseri pericolosi, nei campi di concentramento.

Alcuni giorni fa, parlando col ministro degli interni gli feci presente quanto udivo del modo barbaro di agire contro i poveri ebrei…

Qualche giorno più tardi infatti e precisamente il 5 febbraio 1942 fui ricevuto dal Kvaternik. Il giovane ustašha (conta 32 anni) mi venne incontro pieno di gentilezze e modi garbati. Dopo i soliti convenevoli mi invitò a sedere dicendomi

«Se siete venuto come amico Vi prego di dirmi tutto quanto sapete sul mio conto». Io, che anche senza tale invito, avevo tutta l’intenzione di rimproverargli il suo barbaro modo di fare, col coraggio, di cui sono capaci solo i Ministri di quel Dio, che vuole dai suoi seguaci la difesa della giustizia e della carità; ecco gli parlai: Ho già conosciuto vostro padre e, più di una volta ho avuto occasione di parlare con lui, che mi sembra un buon cattolico, tanto diverso da voi… Eppure dice un proverbio «buon sangue non mente». Voi purtroppo siete quell’eccezione che è sempre necessaria per confermare la regola… Ma è mai possibile che possiate vivere e dormire tranquillo dopo tanti e tanti efferati crimini che gravitano sulla vostra coscienza e che continuamente gridano vendetta al cospetto di Dio, giustissimo Giudice? Vi chiamano, anche in Italia, ove il vostro nome obbrobriosamente si spande e che si pente tanto di avervi, come a tutti gli esuli e gli infelici, aperto le braccia nel tempo del vostro esilio, vi chiamano, dico, il sanguinario, e, se è vero, come pare, quanto si dice di voi, voi, se non avete superato, certo molto bene avete eguagliato quel mostro umano: Nerone…

Dopo aver per circa un’ora riferito quanto ho in breve scritto egli così mi rispose: «Innanzi tutto devo dirvi sinceramente che siete veramente quello che vi immaginavo da quando avevo, per la prima volta, sentito parlarvi in occasione di una festa italiana». «Voi senza alcuna titubanza mi avete riferito quanto si dice sul conto mio, di ciò fin da questo momento vi ringrazio.

Le cose, di cui voi mi accusate alcune sono vere, altre esagerate.» (Mi parlò dei numerosissimi aborti, violazioni, deflorazio di fanciulle commesse dagli ebrei ecc. ecc. ecc. Mi disse che purtroppo degli ustašha si erano abusivamente permesso delle crudeltà e che per questo li aveva fatto fucilare…)

Terminando voglio esprimere le mie impressioni dopo il primo incontro col Nerone croato ustašha. Egli è un campo pieno di sterpi da svellere e da mettere a buona coltivazione… Bisogna pensare come è arrivato alla vetta, senza preparazione e senza educazione. Più che cattivo egli è disumano e non completamente conscio di quel che fa. Crede, povero illuso, che nessuno ha pensato a colmare con il lievito schietto della virtù ed i fermenti fecondi della sapienza profondamente cristiana. Egli ha il cuore leggero ed il pensiero volante, perché non avverso ad alcun freno di equilibrio, di responsabilità e di attesa. […] Se non cambia indirizzo e metodo temo molto non solo per lui ma per tutto il governo che permette o sopporta tale metodo del tutto contrario alla civiltà cristiana del nostro secolo.  

Difatti, come scriveva egli stesso al termine della sua missione:

L’opera mia nel campo civile ebbe dei discreti risultati nella persecuzione contro gli ebrei. Salvai per lo meno i matrimoni misti, alleviai le sofferenze dei campi di concentramento a tanti infelici. Per una ventina di casi ho ottenuto la commutazione della pena capitale.  

Quando poi circa 3.000 ebrei si insediarono nella zona italiana, il solerte visitatore apostolico immediatamente mise al corrente dell’accaduto la Santa Sede, che subito si attivò per contattare Mussolini il quale, grazie a questo interessamento, accordò il permesso agli ebrei di restare nel luogo dove si erano installati. Tuttavia, a distanza di alcuni mesi, le relazioni italo-tedesche in materia antisemita si arroventarono, in particolare dopo il 17 agosto del 1942 allorché, su esplicita richiesta dell’ambasciata tedesca di Roma, il duce si vide intimare la consegna degli ebrei che stazionavano nella zona di occupazione italiana della Jugoslavia e così, messo alle strette, il 21 agosto successivo Mussolini si lasciò coinvolgere nella dissennata politica delle deportazioni concepita da Hitler, dando il proprio assenso a questa operazione, pur sapendo il triste destino a cui andavano incontro gli ebrei croati. Tuttavia, in seguito all’armistizio siglato dal governo Badoglio con gli alleati, la posizione dell’abate Marcone cominciò a diventare preoccupante; difatti durante la notte del 9 settembre, si verificò un episodio sconcertante, che vide per protagonista, suo malgrado, proprio il presule benedettino. In sostanza avvenne che, mentre si procedeva all’arresto degli ufficiali italiani e degli altri militari e civili, si cercò di estendere questa misura restrittiva finanche nei confronti dell’inviato del papa.

Il giorno dopo, tuttavia, le autorità governative croate si resero conto dell’abbaglio e subito si precipitarono dall’abate, guidati dal ministro degli Esteri Mile Budak per porgergli le scuse ufficiali a nome del governo. Il 7 maggio 1945, con il precipitare degli eventi, in seguito all’avvicinarsi dell’esercito popolare di liberazione capeggiato dal maresciallo Tito, anche il poglavnik Ante Pavelić fu costretto a lasciare precipitosamente la città preceduto dai suoi ministri, dagli alti gerarchi e dalla Polizia. Così, in una città deserta, alle ore 15 del giorno successivo, fecero ingresso a Zagabria le truppe titine. A quel punto anche la situazione dell’inviato del papa incominciava a farsi davvero critica; difatti, il 16 maggio fu arrestato, nella sua abitazione, il primate croato mons. Stepinać che, tuttavia, fu rilasciato alle dieci in punto del 3 giugno successivo. La missione del visitatore apostolico in terra croata, pertanto, si concluse ufficialmente il 10 luglio del 1945 allorché, accompagnato dal segretario dell’arcivescovo Stepinać, padre Stephen Lacković, fece ritorno in Italia, recandosi dapprima, il 15 luglio, presso la Segreteria di Stato, dopodiché – il 23 luglio – fece visita al ministro degli Affari esteri Alcide De Gasperi, prima di far definitivamente ritorno a Montevergine, dove giunse il 24 luglio successivo. Da quel momento in poi, infatti, non fu più in grado di rimettere piede a Zagabria, in quanto il passaporto fu sequestrato dal consolato jugoslavo a Roma. Nel frattempo, come riporta nel suo diario don Giuseppe Masucci, il 22 ottobre 1945 Radio Londra riferiva che: “Il Vaticano [aveva] annunciato che il Santo Padre [aveva] nominato Joseph Patrick Hurley, un vescovo americano suo inviato ai popoli della Repubblica federale di Jugoslavia”, considerato che dopo l’avvento al potere del maresciallo Tito questi aveva lasciato intendere chiaramente che la presenza dell’abate Marcone non era affatto gradita.

© Giovanni Preziosi, 2016
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“Il rifugio segreto dei gerarchi: Storia e documenti delle reti per l’espatrio clandestino dei fascisti”, il nuovo libro di Giovanni Preziosi

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Dopo il lusinghiero consenso riscosso dal volume su Giovanni Palatucci dal titolo:La rete segreta di Palatucci: I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti” (la versione cartacea può essere acquistata on-line tramite la piattaforma AMAZON al seguente link: https://www.amazon.it/rete-segreta-Palatucci-testimonianze-collaborazionismo/dp/1519611226/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr= ) vi presento la nuova edizione – doverosamente riveduta ed ampliata – della seconda parte del libro che scrissi nel 2006 intitolata:Il rifugio segreto dei gerarchi: Storia e documenti delle reti per l’espatrio clandestino dei fascisti”, che ho appena dato alle stampe sulla piattaforma di CreateSpace Independent Publishing Platform e Amazon

Questo volume, frutto di alcuni anni di intenso lavoro, trae spunto da una paziente e minuziosa ricerca condotta a tutto campo in numerosi archivi – statali, privati ed ecclesiastici – valorizzando soprattutto i fondi documentari di questi ultimi, in genere ignorati o comunque trascurati dalla storiografia. Esso non intende essere in alcun modo una sorta di pamphlet scandalistico o provocatorio ma, al contrario di un’opera rigorosa e documentata che, attraverso l’utilizzo di importanti fonti archivistiche, perlopiù inedite, nonché la copiosa documentazione cartacea di alcune personalità religiose che rivestirono un ruolo cruciale in questa vicenda, come il Procuratore Generale dei Salesiani presso la Santa Sede, padre Francesco Tomasetti – mira a ricostruire, nel modo più verosimile possibile, quella rete clandestina che agevolò prima l’occultamento e poi la fuga di alcuni gerarchi fascisti.

In questo contesto estremamente variegato, non mancarono, tuttavia, anche episodi di inquietante complicità, di cui si resero protagonisti – in particolare – il vescovo austriaco Alois Hudal e il sacerdote filo-ustascia Krunoslav Stjepan Draganović, i quali furono gli autentici deus ex machina della cosiddetta “via dei conventi” mediante l’allestimento di sofisticate reti di fuga che permisero a molti fascisti e nazisti di espatriare in paesi piuttosto compiacenti e di sfuggire, in tal modo, alle pesanti condanne che pendevano sul loro capo.

Questa vastissima mole documentaria – sagacemente ordinata e interpretata – ha consentito a chi scrive di dipanare la complessa trama clandestina che consentì prima l’occultamento e poi l’espatrio dei più eminenti gerarchi fascisti del calibro di Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Carlo Scorza, Carlo Alberto Biggini ed Edmondo Rossoni (quest’ultimo rifugito presso il Santuario benedettino di Montevergine).

Di analoga protezione fruirono anche alcuni ex gerarchi nazisti e soprattutto gli esponenti del regime ustaša croato, contraddistintosi per le feroci operazioni di “pulizia etnica” ai danni di ebrei e serbi ortodossi. Lo stesso capo dello stato croato, il poglavnik Ante Pavelić, fu accolto a Roma nella primavera del 1946, dopodichè, grazie ai buoni uffici proprio di padre Krunoslav Draganović, sotto mentite spoglie, riuscì ad imbarcarsi sul piroscafo “Sestriere” battente bandiera italiana, che salpò dal porto di Genova l’11 ottobre 1948 diretto a Buenos Aires, dove trascorse indisturbato il resto dei suoi giorni sotto la protezione di Juan Domingo Perón.

Ripercorrendo a ritroso, dunque, il tragitto seguito da questi personaggi durante i loro anni trascorsi in clandestinità l’Autore, grazie all’ausilio di importanti fonti inedite è riuscito a realizzare, con dovizia di particolari, una suggestiva ricostruzione delle principali vicende che li hanno riguardati, passando in rassegna persino le varie reti di assistenza di cui beneficiarono ed i rifugi dove rimasero nascosti fino a quando il pericolo era ormai scampato. A quel punto, infatti, tutti gli alti papaveri si resero subito conto che il loro tempo volgeva ormai al termine e, perciò, pensarono bene di correre rapidamente ai ripari, cercando di non dare troppo nell’occhio e sfuggire così ai loro aguzzini che, ormai, già erano sulle loro tracce per assicurarli alla giustizia.

Ecco qui di seguito la prefazione di questo volume realizzata dal Professore Carlo Felice Casula – Ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre – ed un breve stralcio di un capitolo.


PREFAZIONE

del 
Prof. Carlo Felice Casula

Con l’espressione Ratlines del glossario marinaresco inglese s’indicavano le sartie lungo le quali i topi si arrampicavano rapidamente per trovare provvisorio scampo ai frequenti naufragi dei velieri. Nell’immediato secondo dopoguerra i servizi segreti americani cominciarono a usare metaforicamente l’espressione Ratline per indicare le reti di fuga per l’espatrio clandestino criminali nazisti dalla Germania occupata, con destinazione privilegiata per il Sud America e con appoggio diretto-indiretto di personalità e istituzioni cattoliche.

Reti di fuga percorse anche da esponenti, tristamente noti, di regimi collaborazionisti, quali la Francia di Vichy e l’autoproclamato Stato indipendente di Croazia e da importanti gerarchi del Fascismo italiano.

Il fenomeno ha avuto negli ultimi decenni un’attenzione mediatica molto forte e persistente, soprattutto dopo la pubblicazione del fortunato libro, Ratlines: How the Vatican’s Nazi Networks Betrayed Western Intelligence to the Soviets (Mandarin 1991)[1] di due giornalisti, Mark Aarons e John Loftus, australiano il primo e americano il secondo.

Il libro è stato tradotto in molte lingue; nell’edizione italiana (New Compton, 1993), il sottotitolo, lunghissimo, è quasi un abstract:  gli archivi dei servizi segreti americani svelano il coinvolgimento di una rete clandestina di destra all’interno del Vaticano, per favorire, in nome dell’anticomunismo la fuga di criminali di guerra nazisti, destinati a diventare agenti segreti dei paesi occidentali.

Per l’inchiesta di Mark Aarons e John Loftus ha mostrato apprezzamento anche l’autorevole storico inglese John Pollard nel suo libro, The Papacy in the Age of Totalitarianism, 1914-1958 (Oxford University Press, 2014),[2] pubblicato nella prestigiosa collana Oxford History of the Christian Church.

Lo storico Tedesco Heinz Schneppen, nel libro Odessa und das Vierte Reich: Mythen der Zeitgeschichte (Metropol, 2007),[3] come da traduzione del titolo in italiano, sostiene che le Ratlines e tra queste, quella denominata Odessa, presentate come un’organizzazione internazionale, unitaria, coesa e centralmente diretta dal Vaticano, e/o appoggiata dalla Croce Rossa, sia un “mito della storia contemporanea”.

Prescindendo dal fatto, acclarato, che in non poche fughe di tedeschi depositari d’informazioni o di conoscenze che si aveva timore finissero in campo avverso, furono coinvolti i servizi segreti degli Usa e dell’Urss, si sarebbe trattato, quindi di operazioni slegate tra di loro con partecipazione-complicità, non sempre consapevole, di uomini di Chiesa.

Giovanni Preziosi in questo suo saggio storico si muove in questa linea:

“Del resto, come si evince anche da alcuni studi recenti e da svariati documenti della C.I.A. da qualche anno desegretati e messi a disposizione degli studiosi sembra che, in qualche circostanza, sia il vescovo austriaco filonazista Alois Hudal – vero deus ex machina di quella che fu definita in codice la via dei conventi – sia il sacerdote croato padre Krunoslav Stjepan Draganović, fornirono il loro aiuto per agevolare la fuga di alcuni personaggi di spicco nazisti e ustascia”(p. 68).

Giovanni Preziosi giornalista con la formazione e il mestiere dello storico è condirettore della rivista telematica Christianitas di Storia, Pensiero e Cultura del Cristianesimo ed è stato anche un apprezzato collaboratore delle pagine culturali de L’Osservatore Romano e di Vatican Insider, ha già realizzato diverse pubblicazioni riguardanti questo filone storiografico, tra le quali spicca La rete segreta di Palatucci. I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti (2015).[4]

In questo suo nuovo lavoro nel contesto tematico, discusso e controverso, delle cosiddette Ratlines, prende specificamente in esame l’espatrio clandestino dei gerarchi fascisti, con grande rigore critico e onestà intellettuale e, soprattutto, con un lungo, paziente e proficuo scavo archivistico: Archivio Centrale dello Stato, Archivio Diocesano di Montevergine, Archivio Salesiano centrale Archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori-Fondo Giuseppe Bottai, Archivio Storico dell’Istituto della Enciclopedia Italiana-Fondo Luigi Federzoni, per citarne del lungo elenco solo alcuni.

I gerarchi fascisti dei quali si ricostruisce, a partire dal crollo del regime e, soprattutto, dopo la Liberazione e la fine della guerra, la difficile clandestinità e la fuga-rifugio all’estero, sono Edmondo Rossoni, Luigi Federzoni, Giuseppe Bottai, Carlo Alberto Biggini e Carlo Sforza.

Di tutti è proposto preliminarmente un essenziale profilo biografico che tiene conto delle acquisizioni della vastissima storiografia e pubblicistica sul Fascismo e sui suoi esponenti.

Per quanto concerne i “fascisti in fuga” succitati, nei sottotitoli dei diversi capitoli loro dedicati, s’indicano con sintesi estrema le loro peculiari connotazioni e anche il loro ruolo giocato nel Ventennio: Rossoni il “sindacalista”, Federzoni “nazionalista”, Bottai “fascista critico”, Biggini “eminenza grigia del regime”, Sforza “ultimo segretario del Partito nazionale fascista”. Quasi a evidenziare che essi, non solo perché non travolti dalla deriva tragica e sanguinosa della Repubblica sociale italiana, hanno costituito delle componenti importanti dell’esperienza del Fascismo. Non sono stati in grado, tuttavia, non solo di realizzare, come nel caso di Federzoni, una successione autoritaria-moderata al regime mussoliniano, come, in fondo, si auspicava, dopo il luglio del 1943, nelle stanze dei Sacri Palazzi, ma, ancor meno, a costituire dei punti di riferimento, all’estero e in Italia, nella politica dell’Italia repubblicana.

Per quanto concerne la loro protezione e la loro messa in salvo, Preziosi documenta senza reticenze, con documenti e testimonianze, il ruolo svolto da personalità e istituzioni religiose, in particolare salesiane, francescane e benedettine.

Sono sempre evitate critiche acrimoniose, così come valutazioni giustificazioniste. Preziosi non è toccato dal diffuso, ma quanto mai infondato, pregiudizio sulla Chiesa cattolica, istituzione compatta e gerarchicamente ordinata, nella quale nulla accade che non sia per emanazione dal Papa e/o dalla Segreteria di Stato. Pregiudizio che ha portato a ritenere che, particolarmente in ambito giornalistico, anche l’allora monsignor Giovanni Battista Montini, responsabile della Sezione degli Affari Ecclesiasti Ordinari in Segreteria di Stato, fosse ispiratore o complice dell’affaire delle fughe dei gerarchi fascisti. Eppure è quasi impossibile dubitare delle sue profonde convinzioni antifasciste, a partire dalla sua formazione culturale e familiare, come ha magistralmente ricostruito Fulvio De Giorgi nel suo recente libro Monsignor Montini. Chiesa cattolica e scontri di civiltà nella prima metà del Novecento (Il Mulino, 2012).[5]

Rinviando, per concludere, al mio volume Domenico Tardini. L’azione della Santa Sede nella crisi fra le due guerre (Studium, 1988),[6] in questa complessa e controversa vicenda, rigorosamente ricostruita e documentata da Preziosi, al di là di persistenti simpatie e connivenze fasciste, pur presenti in alcuni ambienti ecclesiastici, l’atteggiamento complessivo della Santa Sede risulta perfettamente in linea di continuità con la strategia della diplomazia vaticana nella Seconda Guerra Mondiale: “Difendere i vinti e tutelare i deboli”.

Roma, 26 gennaio 2017

Prof. Carlo Felice Casula

Ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre

[1] M. Aarons – J. Loftus, Ratlines: How the Vatican’s Nazi Networks Betrayed Western Intelligence to the Soviets, Mandarin, New edition edizione 3 ottobre 1991.

[2] J. Pollard, The Papacy in the Age of Totalitarianism, 1914-1958, Series: Oxford History of the Christian Church, Oxford University Press, 2014.

[3] H. Schneppen, Odessa und das Vierte Reich: Mythen der Zeitgeschichte, Metropol-Verlag; Auflage: 1 (30 Januar 2007).

[4] G. Preziosi, La rete segreta di Palatucci. I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti, CreateSpace Independent Publishing Platform; 1 edizione (3 dicembre 2015), pp. 242. Aquistabile on-line tramite la piattaforma Amazon al seguente link: https://www.amazon.it/rete-segreta-Palatucci-testimonianze-collaborazionismo/dp/1519611226/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=

[5] Cfr. F. De Giorgi, Mons. Montini. Chiesa cattolica e scontri di civiltà nella prima metà del Novecento, Il Mulino, Bologna 2012.

[6] C.F. Casula, Domenico Tardini. L’azione della Santa Sede nella crisi fra le due guerre, Studium, Roma 1988.


(Pagg. 34-36)

PROLOGO

“SI SALVI CHI PUÒ…”

  1. Stille Hilfe e il Movimento italiano femminile “Fede e famiglia” nell’esfiltrazione clandestina degli ex gerarchi nazisti e fascisti.

Nel frattempo, considerata la piega negativa che stavano prendendo gli eventi, anche alcuni ex gerarchi fascisti e nazisti, per sfuggire ai loro aguzzini, riuscirono a trovare dapprima un provvidenziale rifugio in vari monasteri, conventi e collegi ecclesiastici dopodiché, usufruendo molto probabilmente delle ben note ratlines, riuscirono ad espatriare oltreoceano sotto mentite spoglie in paesi piuttosto compiacenti. Del resto queste “reti di fuga” si rivelarono davvero molto efficaci in quanto disponevano della quantità sufficiente di denaro e di appoggi logistici tali da garantire un adeguato funzionamento. Fin dal 1936 il Terzo Reich aveva individuato nel Sud-America la terra prediletta dove rifugiarsi in caso di pericolo.

Proprio per questo motivo da quel momento in poi s’intensificarono, nel più stretto riserbo, una serie di missioni segrete esplorative che si conclusero con quella condotta dalla marina del Reich quando ormai la guerra volgeva al termine, a cui fu dato il nome in codice di Oltremare Sud dall’ammiraglio Karl Dönitz, il fedele gerarca che Hitler aveva designato come suo successore. Fu, infatti, proprio lui che, ai principi di maggio del 1945, ordinò a cinque U-Boot dell’ultima generazione, tutti con lo stesso numero di matricola U-533, con il tacito consenso dell’ammiragliato britannico, di salpare dalla base norvegese di Bergen per fare rotta verso il Sud-America con un carico speciale: armi, denaro e per l’appunto gerarchi nazisti.[1]

Uno di questi sottomarini, tuttavia, fu intercettato nella baia di New York nel mese di giugno dagli americani che scoprirono un carico di uranio; un altro, invece, si scontrò con l’incrociatore brasiliano Bahia che lo affondò mietendo ben 336 vittime, mentre una terza imbarcazione, il 15 ottobre 1945, riuscì ad approdare sulle coste argentine di Mar del Plata, a Buenos Aires, coperti dall’Armada argentina in complicità con gli ammiragli di Gran Bretagna e Stati Uniti.[2]

Questo, in realtà, è soltanto l’inizio perché, in seguito, altri gerachi nazisti e fascisti approderanno in Sud america seguendo un altro itinerario, sotto mentite spoglie, con l’ausilio di salvacondotti e passaporti generosamente procurati dalla Croce Rossa Internazionale e da alcuni sacerdoti piuttosto compiacenti. Il porto di Genova rappresentò in quegli anni il centro di smistamento e d’imbarco. È noto, ormai, che all’indomani della caduta del regime fascista scattò l’operazione per agevolare l’esfiltrazione[3] di alcuni dei più famigerati gerarchi nazisti e fascisti i quali, per non destare alcun sospetto, spesso passarono l’Atlantico travestiti da prete e muniti di adeguati passaporti di copertura col tacito consenso, dapprima dell’Office of Strategic Service[4] e poi del Secret Service Unity (organismo di transizione tra l’O.S.S. e la C.I.A.) diretto a Roma dal capitano James Jesus Angleton.[5] In questa sofisticata operazione di esfiltrazione, dunque, fu coinvolta anche l’intelligence statunitense, che si adoperò per impedire la cattura di tutti quei personaggi legati a filo doppio con i regimi dittatoriali nazista, fascista e ustascia – evidentemente allo scopo di poter utilizzare gli importanti segreti politico-militari di cui erano al corrente – mettendoli nelle condizioni di poter sfuggire ai propri aguzzini, mediante l’ausilio di una rete ben collaudata chiamata per l’appunto la via dei conventi.

Di questa sia pur discreta ed indiretta protezione fruirono, infatti, anche alcuni ex gerarchi nazisti e soprattutto gli esponenti del regime ustascia croato, contraddistintosi per le feroci operazioni di “pulizia etnica” ai danni di ebrei e serbi ortodossi. Lo stesso capo dello stato croato, il poglavnik Ante Pavelić, dopo varie peregrinazioni, nella primavera del 1946, fu accolto a Roma fino a che, grazie ai buoni uffici di padre Krunoslav Draganović, munito di passaporto falso rilasciato dalla Croce Rossa Internazionale, nell’ottobre 1948 riuscì ad imbarcarsi su un piroscafo battente bandiera italiana che da Genova lo condusse a Buenos Aires, dove continuò a vivere indisturbato sotto la protezione di Perón.[6]

[1] Per ulteriori approfondimenti su questa vicenda si rimanda ai seguenti studi:  J. Salinas, ‎C. De Napoli, Oltremare sud. La fuga in sommergibile di più di 50 gerarchi nazisti, Tropea, 2007; G. Caldiron, I segreti del quarto Reich. La fuga dei criminali nazisti e la rete internazionale che li ha protetti, Newton Compton, 2016.

[2] M. Dolcetta, Mistero Hitler, in “L’Unità”, 30 aprile 2005, p. 25.

[3] Nel gergo dei servizi segreti sta a significare la messa in fuga di qualcuno oltre frontiera. Il Sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità, mons. Giovanni Battista Montini, aveva infatti sotto la sua supervisione l’ufficio che rilasciava i documenti per l’espatrio dei rifugiati.

[4] Questa struttura fu sciolta ufficialmente dal presidente Truman il 20 settembre 1945 ed al suo posto fu istituita la Strategic Services Unit che era sotto il controllo del Dipartimento della Guerra. Tuttavia poco dopo anche la S.S.U. fu sciolta e dalle sue ceneri nacque l’attuale C.I.A. Per un ulteriore approfondimento si rimanda alla seguente bibliografia: M. Corvo, The OSS in Italy. 1942-1945. A Personal Memoir, Praeger Publishers, New York. 1989; F. Bradley Smith, The Shadow Warriors: O.S.S. and the Origins of the C.I.A., Basic Books, Inc., New York 1983; R.H. Smith, The Secret History of America’s First Central Intelligence Agency, University of California Press, Berkeley, Los Angeles, London 1972; G.C. Chalou, The Secrets War: The Office of Strategic Services in World War II, National Archives and Records Administration, Washington, D.C. 1992; D.K.E. Bruce, OSS Against the Reich: The World War II Diaries of Colonel David K. E. Bruce, Nelson Lankford, Kent State University Press, Ohio 1991; H. Montgomery Hyde, Secret Intelligence Agent: British Espionage in America and the Creation of the OSS, St. Martin’s Press, New York 1982; W. Casey, The Secret War against Hitler, Washington, D.C., Regnery, Gateway 1988; J.E. Persico, Piercing the Reich: The Penetration of Nazi Germany by American Secret Agents During World War II, Viking Press, New York 1979; J.H. Waller, The Unseen War in Europe: Espionage and Conspiracy in the Second World War, Random House, New York 1996; N.H. Petersen, From Hitler’s Doorstep. The Wartime Intelligence Reports of Allen Dulles, 1942-1945, The Pennsylvania State University Press, University Park, Pennsylvania 1996; B.M. Katz, Foreign Intelligence: Research and Analysis in the Office of Strategic Services 1942-1945, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1989; A.W. Dulles, The Craft of Intelligence, Harper & Row, New York 1963; E. Hymoff, The OSS in World War II, Richardson & Steirman, New York 1986.

[5] Dopo la liberazione di Roma Angleton fu inviato in Italia per assumere il comando della Strategic Services Unit, meglio nota come X-2 Branch, ovverosia quella sezione più segreta e indipendente dell’O.S.S. prima e del S.S.U. poi, che si occupava delle cosiddette “Special Operations” con compiti di sabotaggio, legami con i gruppi clandestini all’estero, finanziamento e assistenza a quei movimenti eversivi e gruppi politici che potevano ritornare utili agli interessi americani per operazioni di controspionaggio e infiltrazioni nei servizi segreti nemici (cfr. in merito A. Cipriani – G. Cipriani, Sovranità limitata. Storia dell’eversione atlantica in Italia, Edizioni Associate, Roma 1991, p. 28; R. Faenza – M. Fini, Gli americani in Italia, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 3-4). Il quartier generale dell’O.S.S. fu installato in via Sicilia, mentre la sede operativa della X-2 fu sistemata presso villa Errazuriz, in prossimità di via Quintino Sella. Al termine della sua missione in Italia, nel settembre del 1947 Angleton fece ritorno negli Stati Uniti dove, sei anni dopo ricevette l’incarico di guidare il servizio di controspionaggio della C.I.A. Tuttavia, nel 1974, fu costretto a rassegnare le dimissioni dopo essere stato travolto dallo scandalo Watergate. Angleton è morto nel 1987 negli Stati Uniti.

[6] Cfr. l’articolo di A. Casazza, Un prete croato all’ombra di Siri. Carlo Petranovic e la grande fuga verso l’Argentina, in “Il Secolo XIX”, 1 agosto 2003, p. 5.

(…)


(Pagg. 61-63)

  1. Il ruolo svolto da mons. Alois Hudal e da padre Krunoslav S. Draganović tratteggiato nei dossiers dell’intelligence statunitense.

Del resto, come si evince anche da alcuni studi recenti e da svariati documenti della C.I.A. da qualche anno desegretati e messi a disposizione degli studiosi sembra che, in qualche circostanza, sia il vescovo austriaco filonazista Alois Hudal – vero deus ex machina di quella che fu definita in codice la via dei conventi – sia il sacerdote croato padre Krunoslav Stjepan Draganović, fornirono il loro aiuto per agevolare la fuga di alcuni personaggi di spicco nazisti e ustascia.[1] Mons. Alois Hudal, nacque nella città austriaca di Graz il 31 maggio 1885. Terminati i suoi studi a Roma presso il Pontificio Istituto Biblico, nel 1919 ottenne l’abilitazione ad insegnare nell’Università di Graz come professore di Antico Testamento e Lingue orientali. Quindi, nel 1923, si trasferì a Roma divenendo rettore del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima, di cui l’allora card. Eugenio Pacelli era il Protettore. In seguito, in virtù dei buoni uffici di quest’ultimo, divenne finanche consultore del S. Uffizio, funzione che esercitò dal 1929 fino alla sua morte. Alcuni anni dopo, per la precisione nel giugno del 1933, dopo l’ascesa al soglio pontificio del card. Eugenio Pacelli col nome di Pio XII, fu elevato proprio da quest’ultimo al rango di vescovo titolare di Ela. Inoltre, merita di essere sottolineato il ruolo determinante che mons. Hudal svolse nell’aprile del 1933, in occasione dei negozati con Franz von Papen, il vice-cancelliere di Hitler, nella cornice dei lavori preparatori per la stipulazione dei concordati tra la Santa Sede e i governi austriaco e tedesco.

Il Pontificio Collegio Teutonico di S. Maria dell’Anima, uno dei tre seminari per preti tedeschi a Roma, nel dopoguerra divenne un centro nevralgico per l’espatrio clandestino dei nazisti fino al 1947 allorché, in un dettagliato rapporto stilato dall’agente Vincent La Vista del Counter Intelligence Corps, il controspionaggio americano, per il Dipartimento di Stato americano, fu adombrato il coinvolgimento del prelato austriaco in questa vicenda che, naturalmente, sollevò subito un enorme vespaio di polemiche al punto da costringerlo, suo malgrado, a rassegnare le dimissioni dalla carica di rettore che aveva ricoperto fino a quel momento.[2]

Tuttavia ci vollero quasi quattro anni per nominare il suo sostituto, a cui fu affidata la direzione del Collegio di S. Maria dell’Anima. Mons. Hudal, infatti, rimase a Roma fino alla sua morte, che sopraggiunse il 13 maggio 1963 nella clinica “Villa Stuart” a Grottaferrata.[3]

L’opera di salvataggio messa in atto da mons. Hudal a beneficio dei vari gerarchi nazisti finiti inevitabilmente nell’occhio del ciclone a causa dei loro misfatti, si può far risalire approssimativamente al 1944, allorché l’ineffabile presule austriaco aveva fondato l’Österreich Komitee col preciso intento di venire incontro alle esigenze dei tanti poveri austriaci che allora risiedevano a Roma. Inoltre, nell’immediato dopoguerra fu incaricato di dirigere perfino il Comitato austriaco della Pontificia Commissione di Assistenza per i rifugiati (Österreichische Abteilung), prodigandosi – spesso, a dire il vero, con fin troppo zelo – per soccorrere tutti i rifugiati di lingua tedesca, soprattutto quelli che si trovavano nei campi di Fraschette.

Difatti, il 23 agosto 1944, col pretesto di svolgere azioni caritative a beneficio dei detenuti, era stato inviato in visita alle decine di migliaia di prigionieri di guerra e internati civili di lingua tedesca che allora gremivano i vari campi italiani (P.O.W.) per portare «un’assistenza religiosa».[4]

Di conseguenza, il 2 dicembre successivo, dopo aver ottenuto l’investitura ufficiale da parte della S. Sede di direttore del Comitato che si occupava dei tedeschi detenuti in Italia, il presule austriaco ebbe carta bianca per poter visitare indisturbato i prigionieri di guerra per portare una parola di conforto e, allo stesso tempo, approfittando della situazione favorevole, fornire loro anche dei documenti falsi di copertura, in modo tale da metterli nelle condizioni di poter lasciare l’Italia e rifarsi una nuova vita altrove. Del resto, bisogna osservare che ad alimentare questo trend contribuì in modo rilevante anche il clima politico postbellico che non lasciava presagire nulla di buono per tutti coloro i quali erano legati a filo doppio col decaduto regime fascista.[5] Come è emerso dalla ricerca promossa alcuni anni or sono dalla Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina (CEANA) risulta che il numero complessivo – accuratamente censito – dei criminali di guerra nazisti e dei loro sodali fascisti sbarcati sul continente sud americano ammontava a 180 unità.[6] Difatti, come ha fatto osservare Federica Bertagna, una persistente tradizione pubblicistica vede infatti l’Argentina e buona parte delle Americhe letteralmente invase da almeno trenta, se non sessanta mila nazisti in fuga. La tesi nasce dalla confusione tra piani distinti. Innanzitutto, mescola iscritti al partito nazista (o membri di movimenti collaborazionisti), criminali di guerra ed emigranti provenienti dall’Europa centro-orientale dopo il 1945. Le partenze da quest’area sconvolta dal conflitto sono state consistenti, sebbene inferiori alle cifre appena ricordate, però non tutti coloro che varcarono l’oceano appartenevano ad organizzazioni naziste e tra gli esuli i responsabili di crimini di guerra erano pochissimi.[7]

Difatti le stime effettuate dallo studioso dell’America Latina Holger M. Meding hanno fatto registrare appena trenta o quarantamila tedeschi che si trasferirono in Argentina, tra i quali viene ipotizzato che ci potessero essere tra i 300 e gli 800 nazisti, equivalenti, dunque, soltanto all’1-2% del totale, tra i quali si annoveravano 50 criminali di guerra tra i quali spiccavano Fridolin Guth –ex membro della polizia politica tedesca in Francia –, Gerhard Bohne – il famigerato capo del Dipartimento preposto all’attuazione del programma di eutanasia Aktion T4, che decretò la soppressione sistematica di oltre 70.000 persone di persone con disabilità fisiche e mentali –, Eduard Roschmann – passato tristemente alla storia come il macellaio di Riga – ed il tenente colonnello Friedrich Josef Rauch, responsabile della sicurezza personale del Führer, in seguito accusato di essere coinvolto nella cessione dell’oro nazista.[8]

Fatta eccezione per quest’ultimo, tutti gli altri sono giunti in Argentina, tra il 1948 e il 1950, a bordo di una nave proveniente da Genova, grazie ad un passaporto rilasciato dalla Croce Rossa Internazionale.[9] Secondo fonti ufficiali, tra il 1946 e il 1955 approdarono in Argentina circa 66.000 persone di origini tedesche.[10] Tuttavia, bisogna anche considerare che l’approssimazione di questi dati scaturisce dal fatto che, in molti casi, i membri delle SS sono entrati nel paese latino-americano sotto mentite spoglie e perfino con una falsa nazionalità. Molti, infatti, che giungevano sul territorio argentino non mostrarono la loro vera identità, considerato che in molti casi il nome, la loro origine e la nazionalità erano stati preventivamente falsificati.

Tra le numerose carte custodite nell’archivio privato di mons. Hudal, tra le altre, spicca anche una copia del manifesto dell’International Association of Foreign Refugees in Italy, un’organizzazione d’ispirazione cattolica presieduta dall’avvocato romeno Eusebio Micol, sorta nel marzo del 1948 a Roma in via dei Sabini al civico 7, che fin dalla sua nascita aveva come scopo quello di tutelare «le centinaia di migliaia di profughi stranieri che si trovano in Italia».[11]

In perfetta sinergia con altre istituzioni internazionali quali l’International Refugees Organization (IRO), l’American Joint Distribution Committee e la Pontificia Commissione di Assistenza, ed invitava tutte le persone interessate a una riunione che si doveva tenere il successivo 2 maggio presso la sala Borromini in piazza della Chiesa Nuova. Dalle carte custodite nell’archivio del Collegio di S. Maria dell’Anima si evince, inoltre, che mons. Hudal per i tedeschi e il sacerdote croato Krunoslav Draganović per gli ex ustaša in quel periodo si preoccuparono di preparare varie lettere di presentazione a beneficio di tutti coloro che ricorrevano al loro provvidenziale aiuto per procurarsi i passaporti della Croce Rossa, facendo leva anche sulla loro fitta rete di conoscenze nell’ambito consolare e diplomatico dei paesi sudamericani per sollecitare i necessari visti.[12]

Tuttavia l’Argentina, il Venezuela e la Colombia non furono le sole mete preferite delle persone che si rivolsero a lui per coronare questa loro aspirazione. Scorrendo, infatti, questa fitta corrispondenza si scopre che furono inoltrate anche domande di visti o di aiuti per la Bolivia, il Brasile, il Cile, la Costa Rica, il Messico, il Paraguay, il Perù e l’Uruguay.[13]

[1] Cfr. in merito il dossier del Counter Intelligence Corps (C.I.C.) su mons. Giovanni Battista Montini contenuto in: N.A.R.A., “Montini Giovanni”, file n. XE204085, Box n. 444, Deposito di documenti investigativi dell’esercito americano, Inscom Dossier, oggetto: “Giovanni Montini”, nota del 30 luglio 1946. Cfr. al riguardo anche M. Aarons e J. Loftus, Ratlines,  cit., pp. 67, 94, 125 e sgg.; Cfr. anche il saggio di M. Sanfilippo, Los Papeles de Hudal como fuente para la historia de la migración de Alemanes y Nazis después de la segunda guerra mundial, cit., pp. 185-210. Inoltre su questo argomento vedi anche M.G. Pace, La via dei demoni. La fuga in Sudamerica dei criminali nazisti: segreti, complicità, silenzi, op.cit.; U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., pp. 263 e sgg.; Storia illustrata, supplemento al n. 186 del 1973, intitolato La caccia ai criminali nazisti. Decisamente contrario a questa interpretazone della “leggenda nera”, che vedeva la Chiesa cattolica in primo piano nel sistema di copertura e protezione dei criminali di guerra nazisti in fuga – senza escludere, però, “iniziative a titolo personale” di alcuni religiosi – si è mostrato recentemente Pierluigi Guiducci nel suo volume Oltre la leggenda nera. Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti, Ugo Mursia Editore, Milano 2015.

[2] Difatti, già dal 24 gennaio 1952, mons. Hudal era stato messo in guardia dall’arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher, il quale aveva comunicato al rettore del collegio “Germanico” che la S. Sede, ormai, lo riteneva troppo compromesso e perciò aveva deciso di rimuoverlo.

[3] La vicenda relativa all’allestimento delle ratlines da parte del vescovo austriaco mons. Alois Hudal e del prete filo-ustascia Krunoslav Stjepan Draganović sono fin troppo note per richiedere un’ulteriore riflessione, pertanto per un maggiore approfondimento si consiglia di consultare la seguente bibliografia: M. Sanfilippo, Los Papeles de Hudal como fuente para la historia de la migración de Alemanes y Nazis después de la segunda guerra mundial, in “Estudios Migratorios Latinoamericanos”, 1999, Vol. 14, n. 43, pp. 185-210 (Ib., Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, d’ora in poi C.E.A.N.A., Final Report, 1999), il quale ha utilizzato le carte del vescovo austriaco conservate nell’archivio del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima di Roma. La Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina è sorta nel 1997 ed i risultati delle ricerche effettuate, presentati in due Progress Reports ed un Final Report, adesso si possono consultare anche on-line al seguente indirizzo: http://www.ceana.org.ar. U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, Garzanti, Milano 2003; S. Olivastri, Il Vaticano e la seconda guerra mondiale: il caso del Vescovo austriaco Alois Hudal, in “settimanale cattolico”, anno XXV, n. 30, 31 agosto 2003, p. 12; Simón Wiesenthal, The Murderers among us, Heinemann, Londra 1967; W. Brockdorff [Alfred Jarschel], Flucht vor Nürnberg. Plane und Organisation der Fluchtwege der NS-Priminenz in “Römischen Weg”, Welsermüuhl Verlag, Munich 1969; G. Sereny, In quelle tenebre, 1974, Adelphi, Milano 1994; L. Farago, Aftermath. Martin Bormann and the Fourth Reich, Pan, Londra 1976, pp. 210-212; H.M. Meding, Flucht vor Nürnberg? Deutsche und Oesterreichen Einwanderung in Argentinien 1945-1955, Böhlau, Colonia 1992; J. Camarasa, Organizzazione Odessa. Dossier sui nazisti rifugiati in Argentina, Mursia, Milano 1998, p. 11; Mark Aarons e John Loftus, Ratlines, Newton Compton, Roma 1993; id., Unholy Trinity. The Vatican, the Nazis and the Swiss Banks, St. Martin’s Griffin, Nueva York 1998, pp. 25-47.

[4] A.D.S.S., voll. X: “Le Saint-Siège et les victimes de la guerre (Janvier 1944 – Juillet 1945), Mgr. Hudal au pape Pie XII sur l’assistance religieuse aux Allemands internés par les Alliés en Italie, 9 octobre 1944, Libreria Editrice Vaticana, 1980, n. 344, pp. 435-436. Ivi, Notes de Mgr. Montini. Organisation de l’assistance aux prisonniers et internés allemands en Italie, 1er novembre 1944, n. 380, pp. 463-464.

[5] F. Bertagna – M. Sanfilippo, Per una prospettiva comparata dell’emigrazione nazifascista dopo la seconda guerra mondiale, in “Studi Emigrazione/Migration Studies”, XLI, n. 155, 2004, p. 528.

[6] C. Jackish – D. Mastromauro, Identificación de criminales de guerra llegados a la Argentina según fuentes locale, in “Ciclos”, n. 19, 2000, pp. 217-235.

[7] F. Bertagna – M. Sanfilippo, Per una prospettiva comparata dell’emigrazione nazifascista dopo la seconda guerra mondiale, cit., p. 532.

[8] H. M. Meding, Refugio seguro. La emigración alemana de la posguerra al Río de la Plata, in Beatriz Gurevich – Carlos Escudé (comp.), El genocidio ante la historia y la naturaleza humana, Buenos Aires, Grupo Editor Latinoamericano, 1992, pp. 249-261. Cfr. anche G. Steinacher, Argentina, país de huida de los nacionalsocialistas?, University of Nebraska – Lincoln, Faculty Publications, Department of History. Paper 134, p. 240; Id., Nazis on the Run: How Hitler’s Henchmen Fled Justice, Oxford University Press, 2012, pp. 5-10.

[9] Gerhard Bohne (Braunschweig, 1° luglio 1902 – 8 luglio 1981) giunse in Argentina, proveniente da Genova, il 29 gennaio 1949 a bordo del primo transatlantico italiano ad attraversare l’Atlantico Meridionale denominato Anna C. Subito si presentò il 4 aprile 1949 alla Polizia Federale con la richiesta di una carta d’identità mostrando un passaporto rilasciato dalla Croce Rossa Internazionale il 23 agosto 1948 n. 83.465, approvato dal console argentino a Genova il 7 gennaio 1949. C. Jackish – M. Nascimbene, Cuantificación de criminales de guerra según fuentes argentinas, Informe final CEANA, 1998, pp. 38-39.

[10] Holger M. Meding, La ruta de los nazis en tiempos de Perón, Buenos Aires 2000, p. 195.

[11] Archivio Collegio S. Maria dell’Anima (d’ora in poi A.C.S.M.), Carte Hudal, scatola 27, fasc. aprile 1948 e fasc. maggio 1948. Vedi anche M. Sanfilippo, Per una storia dei profughi stranieri e dei campi di accoglienza e di reclusione nell’Italia del secondo dopoguerra, in “Studi Emigrazione”, XLIII, n. 164, 2006, pp. 835-836.

[12] Cfr. U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., pp. 264-266, 405-407 e passim.

[13] Il 23 luglio 1948, Hellmuth Schönherr, un altro che era stato per tre anni prigioniero di guerra, asserì che era in possesso di un passaporto rilasciato dalla Croce Rossa e voleva emigrare in Argentina o Paraguay cfr. Ivi, 27 luglio 1948. Il 7 dicembre 1949, Joseph Braasch scrisse a mons. Hudal da Aquisgrana per raccomandare tre ingegneri, senza tuttavia citare i loro nomi, che volevano emigrare in Argentina o in Brasile cfr. Ivi, 25 febbraio 1950. Questi particolari sono riportati in M. Sanfilippo, Los Papeles de Hudal como fuente para la historia de la migración de Alemanes y Nazis después de la segunda guerra mundial, cit., p. 11.


(Pagg. 181-183)

Capitolo I

L’AFFAIRE ROSSONI

Gli anni della clandestinità e le tappe dei rifugi

  1. Il monastero di “S. Ambrogio” della Curia Generalizia dei Benedettini sublacensi ed il retroscena della fuga dall’Italia verso la nunziatura apostolica di Dublino ed in Canada (23 novembre 1945 – 6 dicembre 1947).

Il soggiorno di Rossoni presso il Santuario di Montevergine, tuttavia, durò soltanto quattro mesi; difatti, con l’approssimarsi della stagione invernale, nel timore di essere scoperto dai numerosi turisti che si recavano sul monte a sciare, dopo aver indossato prudentemente l’abito talare, fu condotto in una località ignota che, non era il monastero benedettino di S. Maria della Scala di Noci, un paesino in provincia di Bari, come erroneamente ipotizzato dal cronista di Montevergine, bensì quello romano di S. Ambrogio annesso alla Curia Generalizia dei benedettini sublacensi.[1] Difatti, l’abate Caronti a bordo di un’auto recante le insegne dei corpi diplomatici vaticani, il 23 novembre del 1945, giunse di persona a Montevergine col preciso intento di prelevare l’ex gerarca fascista e condurlo con sé a Roma, ospite per qualche tempo del monastero di S. Ambrogio. In questa circostanza, però, prima di ripartire alla volta della capitale, per maggiore precauzione il presule benedettino provvide a fargli cambiare identità; cosicché da quel momento in poi quel misterioso “professore Redi”, così come si era presentato giungendo presso il Santuario di Montevergine, dopo aver indossato la tonaca assunse le sembianze dell’oblato regolare fra Catello Tommasini,[2] originario di Castellammare di Stabia, il quale da più di vent’anni risiedeva presso il cenobio benedettino svolgendo le mansioni di sarto e infermiere. L’abate Caronti, infatti, per fugare ogni sospetto sulla vera identità dell’ex gerarca fascista e agevolarne la fuga, fu costretto ad escogitare questo stratagemma in modo da consentirgli il rilascio di un passaporto di copertura.

Pertanto, prima di lasciare definitivamente il Santuario di Montevergine si era posto l’arduo problema di trovare un monaco che potesse vagamente rassomigliargli, considerato che, di norma, sul documento diplomatico doveva comparire anche un’adeguata foto di riconoscimento. Fu così che, dopo aver valutato attentamente ogni particolare, la scelta cadde su un frate che rispondeva per l’appunto al nome di fra Gerardo Tommasini (al secolo Catello).

[1] Difatti dalle ricerche effettuate nelle cronache del monastero di S. Maria della Scala di Noci (Bari), non è stata rinvenuta alcuna traccia della presenza di tale personaggio tra la folta schiera di rifugiati che, nella temperie di quei giorni, furono ospitati dalla comunità benedettina pugliese. Interpellando alcuni monaci più anziani presenti all’epoca dei fatti qui narrati, è stato possibile appurare che i gerarchi fascisti presenti nel monastero in quel periodo erano almeno tre, forse addirittura quattro tra i quali non figurava affatto il nome di Edmondo Rossoni, considerato che quest’ultimo aveva seguito tutt’altra strada che da Montevergine lo aveva condotto direttamente a Roma. Ad ogni modo, bisogna anche tener conto che, tra il 1945 e il 1946, l’abbazia benedettina di Noci si rivelò un’autentica zona franca dove si rifugiarono diversi personaggi collusi con il regime fascista, tant’è vero che, il 26 gennaio del 1946, si legge nelle cronache: «Giungono stamane da Roma il Prof. Ciotti, pittore con un signore che ci viene presentato dal Rev.mo Abate Generale [Caronti] con preghiera di tenerlo nostro ospite. Si tratta di un colto professore in lettere T. Giorgio…». La provenienza da Roma, la raccomandazione dell’abate Caronti, i puntini di sospensione alla fine della frase lasciano intendere che doveva trattarsi, evidentemente, di un altro personaggio da tenere nel massimo rispetto, salvaguardando la sua incolumità e custodendolo al sicuro tra le mura del monastero. In seguito, il 16 aprile, si legge sempre nelle cronache conventuali che: «Giungono due altri ospiti secolari, il Sig. Cencio Concetti di Roma e Sandro Toce di Venezia [che il 13 maggio successivo partità per Bari e poi si recherà nel Nord Italia] residenti entrambi temporaneamente in Taranto, amici dell’ospite Filippo Nani [di Taranto]. Si fermano con noi alcuni giorni per assistere alle nostre sacre funzioni della Settimana Santa». Il 26 aprile, invece, «al pomeriggio giunge all’improvviso Sua Ecc. Mons. Marcello Mimmi arcivescovo di Bari in macchina con due giovani sposi di Cremona. Raccomanda vivamente al p. Priore di accettare come ospiti i due signori. Tenuto conto della gravità della situazione di essi, cercati a morte dalle autorità, e della raccomandazione di Sua Ecc., il Priore accetta in monastero come ospite il marito di detta Signora e questa viene ricoverata in Villa presso Donna Laura Lenti in qualità di dama di compagnia». Probabilmente si trattava di quel «Sig. Bruno colla Sig.ra Antonietta ospite presso Donna Laura [Lenti]» che il cronista cita nelle cronache il giorno della loro definitiva partenza da Noci avvenuta l’8 settembre 1946. Il 14 giugno di quello stesso anno, infine, si legge che: «Al pomeriggio parte definitivamente l’ospite Filippo Nani, l’unico che era restato stabile e a noi affezionato e che compensava sufficientemente l’ospitalità, mentre tutti gli altri elementi fluttuanti sono stati ospiti gratuitamente per settimane e settimane in numero di tre o anche quattro per volta. La presenza di questi ospiti più volte ci ha apportato seri disturbi specie per il gran consumo di luce e difficoltà di vettovagliamento. Tutti erano sprovvisti di tessere e consumavano pane destinato ai monaci. Per lo più per gli ospiti si è avuto trattamento speciale» (Cronache del Monastero di S. Maria della Scala di Noci,  vol. II – 1937/1946). Inoltre, presso l’abbazia benedettina di S. Maria della Scala di Noci, fu ospitato anche un monaco benedettino che correva seri pericoli di vita. Alludiamo a padre Salvatore Marsili, noto liturgista e stimato professore presso il Pontificio Ateneo Internazionale S. Anselmo di Roma il quale, negli anni successivi, si metterà in luce per il contributo dato alla riforma liturgica postconciliare. L’abate generale Caronti, avendo saputo che lo si voleva eliminare, probabilmente proprio per via dei suoi legami di parentela con il generale fascista Rodolfo Graziani, gli aveva imposto l’obbedienza di trasferirsi a Noci, senza spiegargliene il motivo. Fu proprio l’obbedienza alle direttive del suo superiore che gli salvò la vita. Morì, infatti, nel 1983 a distanza di parecchi anni. Inoltre, p. Giulio Meiattini ha riferito a chi scrive che un monaco anziano vivente in quegli anni, gli ha confidato che tra questi illustri ospiti rifugiatisi presso l’abbazia di Noci, bisogna annoverare finanche la presenza di un nipote del re (Testimonianza resa all’autore da p. Giulio Meiattini o.s.b., 20 agosto 2002).

[2] Fra Gerardo Tommasini (al secolo Catello), era nato il 25 gennaio 1897 a Castellammare di Stabia, un paese in provincia di Napoli, dal matrimonio tra Domenico e Francesca Genovino. Il suo ingresso ufficiale nel monastero benedettino di Montevergine avvenne il 6 maggio 1923, allorché si celebrò il rito della “vestizione” come postulante, mentre il 30 dicembre successivo fu ammesso al noviziato. L’anno seguente ricevette la “vestizione noviziale”, a cui fece seguito la professione temporanea pronunciata il 28 gennaio 1925. Fra Gerardo Tommasini morì il 10 febbraio 1967. Mediante un atto pubblico l’oblato consegnava la propria vita a Dio col proposito di vivere nel mondo nello spirito e nel senso della regola di San Benedetto. L’oblazione secolare consisteva essenzialmente nell’assumersi, da parte di persone che conducevano la loro esistenza nelle ordinarie condizioni di vita di tutti gli altri uomini, l’impegno di una maggiore perfezione cristiana secondo lo spirito benedettino; impegno che si rendeva possibile, appunto, con l’affiliazione ad una determinata comunità monastica. L’oblato benedettino, dunque, per prima cosa entrava in contatto con un convento disposto ad accoglierlo. Non si impegnava molto dunque all’ordine in generale ma soltanto alla “sua abbazia” prendendo parte alla preghiera comunitaria del convento. La consacrazione dell’oblato avviene per gradi: innanzitutto chi desidera diventare oblato ha la possibilità di contattare il Rettore degli oblati incaricato dall’abate. Quindi, dopo aver ottenuto l’approvazione di quest’ultimo può iniziare un periodo di prova della durata di circa un anno con un rito di accettazione. L’abate, al termine dell’anno del corso di prova del candidato, dopo un colloquio con il Rettore degli oblati, decide che l’oblatione può avere luogo. In un rito ad hoc l’oblato si offre a Dio promettendo, come cristiano, di vivere nel mondo “sotto la direzione del vangelo” e nello spirito della regola di S. Benedetto.

(…)

© Giovanni Preziosi, 2016

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Gli ebrei fiorentini e la rete clandestina del cardinal Dalla Costa

«La B. V. di Quadalto ci proteggerà perché facciamo un’opera buona: proteggiamo i perseguitati per amore della giustizia».

Così scrivevano le Ancelle di Maria di Quadalto su indicazione del card. Dalla Costa nascosero il celebre critico letterario ebreo Giulio Augusto Levi.


“Ebrei in Toscana XX-XI secolo”, questo il titolo dell’interessante mostra che si terrà a  Firenze dal prossimo 20 dicembre, nella Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi, a cura dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea di Livorno. Il 14 dicembre, alle ore 12, sarà preceduta da un’apposita Conferenza stampa di presentazione presso la sede della Presidenza della Regione in Piazza Duomo 10, mentre l’inaugurazione della mostra è prevista il 20 dicembre alle ore 13 presso la Galleria delle Carrozze. La Mostra racconterà 100 anni di vita delle comunità ebraiche toscane e i loro intrecci con il resto della comunità ebraica italiana, i suoi collegamenti con quella europea, mediterranea e internazionale.

Questo importante evento ci offre, dunque, l’occasione per ricordare la pregevole opera svolta negli anni più convulsi della Seconda Guerra Mondiale da tanti religiosi e religiose della Diocesi di Firenze – come la comunità di Quadalto delle Ancelle di Maria – che, su esortazione dell’Arcivescovo card. Elia Dalla Costa, si prodigarono – a repentaglio della propria vita – per trarre in salvo numerose famiglie ebree in serio pericolo di vita, affluite a Firenze per sfuggire ai loro aguzzini.

Dopo aver portato a termine con successo il rastrellamento e la deportazione ad Auschwitz di 1.022 ebrei romani, il reparto specializzato del capitano Theodor Dannecker risalì rapidamente la penisola spostandosi verso il Nord per effettuare analoghe retate a sorpresa nelle principali città italiane, seguendo il medesimo cliché sperimentato nella capitale. Tuttavia, poiché dopo la razzia nel ghetto di Roma Dannecker si era ammalato, la guida dell’organizzazione passò nelle mani del suo vice Alvin Eisenkolb, il quale subito prese di mira la città di Firenze che, così, pagò il suo atroce tributo alla Shoah subendo ben due rastrellamenti il 6 e il 26 novembre 1943.

Difatti, l’11 settembre, a distanza di appena tre giorni dalla proclamazione dell’armistizio, i tedeschi occuparono manu militari il capoluogo fiorentino scatenando immediatamente, con la complicità del famigerato Reparto Servizi Speciali diretto dal maggiore Mario Carità, una feroce caccia all’uomo ai danni di tutti gli ebrei che si trovavano a Firenze, compresi i profughi appena giunti dai vari paesi limitrofi occupati dai nazisti con la speranza, destinata purtroppo a rivelarsi vana, che la loro sorte in Italia potesse essere migliore. A spianare la strada alle retate delle SS contribuì in modo rilevante anche la legislazione dichiaratamente antisemita adottata, fin dal 14 novembre 1943, dalla Repubblica Sociale Italiana con l’emanazione della Carta di Verona che al capitolo settimo considerava gli ebrei «stranieri e parte di una nazione nemica», disponendo persino l’internamento in appositi campi predisposti ad hoc dal Ministero dell’Interno. In tal modo tutti gli ebrei vennero braccati, arrestati e reclusi alle Murate, a Santa Verdiana o nei vari campi di internamento, come quello di Villa Le Selve presso Bagno a Ripoli, prima di essere deportati verso i campi di sterminio nazisti.

 Con l’incalzare delle persecuzioni antiebraiche, valutata la gravità della situazione, dopo aver appreso da alcuni amici della polizia e del Clnt che i tedeschi avevano richiesto gli elenchi di tutti gli ebrei fiorentini, il Comitato di assistenza ebraico allestito dal giovane rabbino capo di Firenze Nathan Cassuto, d’intesa con Matilde Cassin, visto che ormai da soli non riuscivano più a far fronte alle continue richieste che provenivano dai tanti profughi ebrei, decisero di rivolgersi alla Curia fiorentina con la quale allacciarono i primi contatti tramite Giorgio La Pira, che allora dimorava nel convento domenicano di San Marco. L’arcivescovo di Firenze, card. Elia Dalla Costa, non se lo fece ripetere due volte e subito incaricò il parroco di Varlungo don Leto Casini e il padre domenicano Cipriano Ricotti di coadiuvare il Comitato di assistenza ebraico – che agiva da terminale degli aiuti internazionali forniti dalla DELASEM – per mettere al sicuro i profughi ebrei nei vari monasteri e istituti religiosi disseminati nella diocesi, in modo da sottrarli al pericolo della deportazione.

«Fu così che una mattina degli ultimi di ottobre del 1943 – scrive, con dovizia di particolari, nel suo memoriale don Leto Casini – Mons. Meneghello presentò don Casini al Comitato comprendente il rabbino di Firenze Dr. Nathan Cassuto, il Rag, Raffaello Cantoni, Giuliano Treves, Joseph Ziegler di origini ungheresi, Kalberg, Matilde Cassin, le sorelle Lascar e due altri dei quali sfugge il nome. Furono di valido aiuto il domenicano P. Cipriano [Ricotti], don Giovanni Simeoni e, naturalmente, Mons. Meneghello che, tramite il noto ciclista Gino Bartali, riuscì a procurarsi le carte d’identità opportunamente falsificate con la macchina Felix della tipografia di Luigi Brizi di Assisi, per gli ebrei nascosti nei vari conventi di Firenze. Il Comitato si riuniva tutti i giorni – continua don Leto –, tanti erano i problemi che si presentavano e urgeva risolvere. Il luogo delle riunioni veniva cambiato spesso per evitare pericoli di pedinamento. Nella cappella degli Orafi, presso la Chiesa di S. Stefano e Cecilia, don Casini riuniva settimanalmente gli Ebrei fiorentini per informarsi delle loro necessità e distribuire denaro ai più bisognosi. Il denaro occorrente per sopperire alle innumerevoli necessità – si doveva provvedere vitto, alloggio, indumenti, medicinali, carte d’identità (naturalmente false) a diverse centinaia di persone – veniva versato a don Casini dal ragioniere Cantoni».

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“Le Ratlines dei fascisti”. Le reti di fuga per l’espatrio clandestino dei gerarchi fascisti.

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(NUOVA PUBBLICAZIONE) La rete segreta di Palatucci. I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti

Un cadeau natalizio per tutti gli amici e lettori che, da tempo ormai, mi onorano della loro stima, ecco qui fresco di stampa il mio nuovo libro

 La rete segreta di Palatucci

I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti

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nel quale ho raccolto tutte le mie ricerche condotte dall’estate del 2013 ad oggi.

Per chi è interessato, oltre alla versione cartacea (http://www.amazon.it/dp/1519611226/ref=cm_sw_r_fa_dp_S3vzwb13VQEX4) è disponibile anche quella E-book a questo link: http://www.amazon.it/gp/product/B018WLA3VY?*Version*=1&*entries*=0

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AMAZON riveduto1 10Vi presento qui di seguito uno stralcio del III° Capitolo.

Capitolo III

I documenti

 Il salvataggio della “fidanzata” ebrea Maria “Mika” Eisler e della  madre Dragica Braun.

Il 16 aprile 1941, con l’ascesa al potere del poglavnik Ante Pavelić, veniva proclamata ufficialmente, sulle ceneri del Regno jugoslavo, l’indipendenza della Croazia con l’appoggio determinante delle forze dell’Asse che volevano garantirsi il predominio sui Balcani prima di sferrare l’attacco decisivo alla Russia bolscevica. Si realizzava, così, il sogno che il lider maximo ustaša vagheggiava da tempo: quello cioè di un grande stato indipendente a spese dei serbi e degli ebrei.

Da quel momento in poi, infatti, il nuovo governo croato, improvvisamente, procedette all’inasprimento della legislazione antisemita sferrando una feroce pulizia etnica al punto che, per sfuggire alle rappresaglie degli ustaša, molti profughi ebrei furono costretti, loro malgrado, a riversarsi in massa nella provincia del Carnaro alla disperata ricerca di un luogo che garantisse maggiore sicurezza.

È proprio ciò che fece anche Mika Eisler (al secolo Maria) – di cui molto si è scritto sulla sua liaison con Palatucci – una giovane ebrea originaria di Karlovać che, ritrovandosi da sola dopo la separazione dal marito, un certo Weiss, per scongiurare il pericolo che incombeva su di lei e la propria famiglia, fu costretta ad abbandonare precipitosamente il proprio paese per rifugiarsi a Fiume.[1]

Qui ebbe la fortuna di allacciare subito un’affettuosa amicizia con Giovanni Palatucci, un giovane funzionario della Questura che dirigeva l’ufficio stranieri, il quale già si era fatto apprezzare dai fiumani per l’abilità con cui riusciva a sbrogliare alcune situazioni complicate che riguardavano gli ebrei. Questo particolare, del resto, è confermato anche da uno dei suoi più fedeli collaboratori, il finanziere Giuseppe Veneroso, che in un’intervista accenna proprio ad «una bella ragazza bionda (e) noi sapevamo che era la sua fidanzata. Qualche volta ‘o dottore – come chiamavano Palatucci – quando veniva da noi a vedere come andavano le cose, per controllare quanti ebrei erano passati, era con lei. E un paio di volte l’ho visto in sua compagnia anche a Buccari, allo stabilimento balneare».[2]

Difatti, ricoprendo quella carica, appena fu introdotta la legislazione razziale, ebbe l’opportunità di verificare più da vicino le atroci sofferenze che provocarono a tanta povera gente. Per questo motivo non riusciva a restare indifferente dinanzi allo scempio che i nazisti e i loro sodali in camicia nera perpetravano ormai quasi quotidianamente sotto i suoi occhi.

Così, da quel momento in poi cercò in ogni modo di aiutare chi era in difficoltà ricorrendo ad efficaci espedienti come, del resto, accennava egli stesso nella lettera inviata ai genitori l’8 dicembre 1941:

ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i miei beneficiati me ne sono assai riconoscenti. Nel complesso incontro molte simpatie. […] purtroppo ho sospesi i contatti epistolari con quasi tutti, parenti e amici, in assoluta mancanza di tempo. […] È molto difficile […] per voi rendervi conto di quanto sia occupato. Ora, per esempio, è già passata la mezzanotte e io ho appena smesso di lavorare. Sono ancora in ufficio naturalmente.[3]

Tuttavia, quando i suoi margini di manovra non glielo consentivano, spesso e volentieri, ricorreva al provvidenziale aiuto dello zio vescovo di Campagna, come nell’autunno del 1941, quando la sua giovane amica ebrea gli chiese di aiutarla a rintracciare il padre, Ernest Eisler, di cui si erano perse le tracce dal giorno del suo arresto ad opera degli ustaša, avvenuto il 6 luglio 1941 a Karlovać.

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Lettera a S.A.R. per Maria Eisler

 

A quel punto, Giovanni Palatucci, sapendo dei rapporti idilliaci che lo zio vescovo aveva da tempo allacciato con S.A.R. il Duca di Spoleto – che, dal 18 maggio 1941, era stato designato da Vittorio Emanuele III a cingere la corona di Croazia – decise di ricorrere al suo aiuto scrivendogli una lettera nella quale lo esortava ad interporre i suoi buoni uffici con Aimone di Savoia per riuscire ad avere informazioni più precise sulla sorte del padre di Maria Eisler.[4]

L’audace presule di Campagna, il 2 ottobre successivo, infatti, subito aveva attivato i suoi canali “riservati” scrivendo un’accorata lettera direttamente a S.A.R. il Duca di Spoleto, con la quale spiegava che:

una persona, che conosce bene detta Signorina (Maria Eisler) e sa anche che io conosco molto bene Vostro Cugino l’A.R. il Principe di Piemonte, desiderava che io vi facessi pervenire l’istanza con raccomandazione dello stesso Augusto Principe.[5]

Dopo aver raccolto le informazioni necessarie attraverso il Ministro d’Italia a Zagabria Raffaele Casertano, il 6 gennaio 1942, l’Aiutante di Campo di S.A.R., il Capitano Gianroberto Burgos di Pomaretto, comunicava ufficialmente «in via del tutto riservata» a mons. Palatucci la ferale notizia che le autorità croate:

evidentemente ricorre[vano] al solito trucco di darlo come – irreperibile – il che vuol dire che l’hanno fatto sparire o, come dicono in gergo alla Polizia croata: è emigrato.[6]

Difatti Ernest Eisler, nel luglio del 1941, era stato ucciso dagli ustaša nel campo di concentramento di Jadovno, nei pressi di Gospić insieme ad altri 229 ebrei.[7]

Dopo aver atteso invano il ritorno del marito, anche Dragica Braun[8] si convinse che, a quel punto, era meglio per lei abbandonare Karlovać e raggiungere la figlia Maria a Fiume, dove giunse il 21 gennaio 1942, dopo un rocambolesco viaggio a bordo di una corriera partita da Sušak. Come lei stessa dichiarò il giorno successivo in Prefettura.

Si è presentata Braun Dragica (…) ebrea croata (…) la quale ha dichiarato d’essere giunta a Fiume, proveniente dalla Croazia, nel pomeriggio di ieri. È in possesso di tessera di riconoscimento n. 126, rilasciata dalla Polizia di Karlovać il 24-10-1940 e rinnovata il 17-1-1942. Ha dichiarato di essere madre di Eisler Maria div. Weiss d’Ernesto, la quale alla fine di luglio u.s. fu costretta a fuggire da Karlovać per sottrarsi alle rappresaglie di cui sarebbe stata oggetto da parte croata per l’assistenza e l’appoggio prestati alle nostre truppe ed ai nostri Comandi colà dislocati. Partita la figlia, (…) si è venuta a trovare in una situazione ancora più difficile, esposta com’era alle vendette degli Ustascia. È stata così costretta a vivere, nascondendosi di casa in casa. Stanca di vivere in un continuo stato di allarme, angosciata per la sorte del marito, di cui non ha più avuto notizie dall’epoca del suo internamento (ad opera degli Ustaša), alla fine di giugno 1941, preoccupata per la sua materiale esistenza in seguito ad un recente inasprimento delle misure antisemite in Croazia, ha deciso di mettersi in salvo in Italia, pur desiderando veramente rimanere ancora colà nell’attesa del marito. Sicché ha intrapreso il viaggio pieno di peripezie, per i pericoli, cui andava incontro lungo la strada, e, attraversata la frontiera dal punto che non ha saputo precisare, è venuta a Fiume presso la figlia, Via Milano, 6 – presso Glavina. Sarebbe qui giunta in corriera. Ha dichiarato (…) di voler rimanere qui presso la figlia, perché il ritorno in Croazia la esporrebbe di sicuro al pericolo di vita[9]

In un’altra minuta manoscritta del 26 gennaio successivo inviata dalla Regia Questura di Fiume al Ministero dell’Interno si legge, inoltre:

Tenuto conto di quanto sopra, e in considerazione di quanto segnalato con Prefettizia n. 08960 Str. PS del 28.9 u.s., relativa alla figlia, Eisler Maria, nulla osta da parte di questo ufficio, e si resta in attesa delle superiori determinazioni.[10]

casa a Fiume della signora Maris Zagabria Persich

Il Villino di via Milano 6 a Fiume

 

Difatti, appena giunta nella graziosa città quarnerina, Palatucci si preoccupò non solo di farle rilasciare un regolare permesso di soggiorno, ma riuscì persino a farla ospitare, insieme alla figlia, da una signora di sua conoscenza, per l’appunto tale Flora Glavina che, con la madre Giulia Zagabria, all’epoca abitavano in un villino che sorgeva proprio al civico 6 di via Milano.

Approfittando della partenza del medico militare, prof. Silvio Palazzi, stimato direttore di Clinica Odontoiatrica presso l’ateneo pavese, che proprio qualche giorno prima aveva lasciato l’appartamento, Maria Eisler e la madre poterono dunque trasferirsi dai signori Zagabria.

Grazie alla preziosa collaborazione del Comitato Giovanni Palatucci di Campagna, siamo riusciti a rintracciare la sig.ra Maris Zagabria Persich che, all’epoca viveva con la nonna Giulia ed i suoi genitori Giulio ed Elsa Malusa, proprio nel villino di via Milano dove furono accolte, per un breve periodo, le due profughe ebree.

Ricordo – esordisce la sig.ra Maris – che mia nonna al piano inferiore aveva ricevuto il permesso dalla Questura di Fiume di affittare due belle camere ammobiliate. Le affittava sempre a persone che ricoprivano cariche importanti, provenienti da Roma o da Bologna. Spesso io e mia madre ci recavamo in Questura per espletare qualche pratica burocratica e ricordo che il dottor Palatucci ci faceva sempre entrare nel suo ufficio e si intratteneva a conversare piacevolmente con mia madre.

A un certo punto – continua – nell’inverno del ‘42, inviate da Palatucci, sono venute ad abitare da noi Maria Eisler e sua madre, alle quali mia nonna mise a disposizione l’appartamentino del primo piano: una camera con la cucina e il salotto in comune. Ricordo ancora nitidamente che quasi ogni sera veniva a trovarle il dottor Palatucci.

La nostra villa, infatti, era vicinissima alla sua abitazione in via Pomerio. Si poteva raggiungere attraverso una strada in meno di cinque minuti. Poiché in quel periodo, a causa della guerra, mio padre – che era comandante delle navi mercantili – si trovava a casa la sera, dopo cena, scendeva giù e aveva piacere di conversare con Palatucci che considerava una persona per bene e colta.[11]

Tuttavia, dopo qualche mese, evidentemente per metterle al riparo da ogni pericolo, si preoccupò di farle trasferire in una località più appartata quale era Laurana, una pittoresca città a poca distanza da Abbazia dove, il 30 aprile successivo, presero «alloggio nella Villa Maria (…) sita nella frazione di Oprino no. 135».[12]

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Conte Marcel Frossard de Saugy

 

Guarda caso proprio qui, possedeva una villa anche il conte Marcel Frossard de Saugy che, come abbiamo accennat nelle pagine precedenti, fino all’ultimo cercherà di salvarlo dalle grinfie dei nazisti riuscendo ad ottenere, però, soltanto la commutazione della pena capitale.

Appena aveva saputo dell’arrivo della madre dell’amica ebrea, il 28 gennaio 1942, immediatamente si era attivato presso il «superiore Ministero» affinchè le due profughe ebree potessero ottenere l’autorizzazione a risiedere stabilmente a Fiume; difatti, su una minuta successiva che reca la data del 28 aprile, con la sua inconfondibile grafia, Palatucci aggiungerà in rosso che «si tratta di persone profondamente note, che qui non hanno dato luogo a rilievi di sorta».[13]

Sono sicura – conferma la signora Maris Zagabria – che io e mio padre le abbiamo riviste a Laurana, passeggiare sul lungomare nell’estate del ‘43, quando anche noi ci trasferimmo in un paesino a poca distanza da Laurana per paura dei bombardamenti.[14]

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Documento della Questura di Modena

 

Qui Maria e Dragica si fermarono, tuttavia, fino ai principi di agosto del 1943, dopodiché, in seguito ai clamorosi rivolgimenti politici che avevano condotto alla defenestrazione di Mussolini, nel timore di una violenta ritorsione tedesca, ricorrendo allo stesso stratagemma che adoperava quando inviava i suoi “protetti” ebrei dallo zio vescovo a Campagna, il 13 agosto del 1943, Palatucci, per precauzione, si attivò per farle trasferire a Serramazzoni, un paesino adagiato sull’Appennino modenese[15] dove, evidentemente, poteva contare sull’aiuto di qualche persona di sua conoscenza, visto e considerato che proprio quelle zone saranno la meta preferita di molti ebrei provenienti da Fiume e dal Carnaro assistite, soprattutto nel ravennate, da Vincenzo Tambini e Antonio Dalla Valle, messi in guardia delle retate nazifasciste dal comandante della stazione dei carabinieri di Bagnacavallo, il maresciallo Ezechiele Maccacaro.[16]

Difatti, come vedremo in seguito, proprio a Serramazzoni, appena cinque giorni dopo il loro arrivo, Maria e Dragica Eisler saranno raggiunte anche da un’altra famiglia ebrea, per la precisione quella di Carl Selan con la moglie Lotte Eisner e le loro due figlie Edna e Mira che, in precedenza come loro, per sicurezza, dopo essere giunti a Fiume, si erano trasferiti nella più tranquilla Laurana. Del resto, anche il suo fedele braccio destro, il brigadiere Americo Cucciniello, ha dichiarato in anni recenti che proprio su espressa richiesta di Palatucci

andai pure a prendere un’altra famiglia a Ravenna, nascosta anche questa presso amici fidati, per accompagnarli a Bergamo, dove furono aiutati dall’allora commissario dottor Mario Scarpa, commissario della P.S., che incamminò il marito verso la Svizzera e la moglie Weits Elena (Bianchi) presso amici di Torino, dove rimase fino alla fine della guerra.[17]

Inoltre, per assicurarsi che tutto procedesse per il verso giusto, l’indomito commissario della questura di Fiume, si premurò finanche di inviarlo in missione segreta a far visita ai suoi “protetti” nei luoghi dove li aveva nascosti.

Difatti, come sottolinea lo stesso Cucciniello,

tra la seconda metà del 1943 e l’arresto di Giovanni Palatucci (settembre 1944) fu segnalato dal mio vivo interesse verso le famiglie messe già in salvo e che, per esplicito volere del dott. Palatucci, quasi regolarmente visitavo, tra diverse difficoltà e pericoli personali».[18]

Non va dimenticato, infatti, che proprio in quegli anni, in quelle zone era stata allestita un’efficiente rete assistenziale a beneficio dei perseguitati da don Zeno Saltini, don Benedetto Richeldi e Odoardo Focherini, che si preoccupava persino di accompagnare i perseguitati fino al confine elvetico, opportunamente premuniti di false carte d’identità.

Questa organizzazione clandestina, tra l’altro, poteva contare anche sull’aiuto del capo di Gabinetto della questura di Modena – anch’egli di d’origini irpine – Francesco Vecchione, il quale, appena veniva a sapere di qualche pericolo incombente, subito li metteva in guardia, come rivela lo stesso il sacerdote serramazzonese don Benedetto Richeldi: «Mi venne un avvertimento dalla questura: “Reverendo, ricordi che si va su a vedere dove sono”».[19]

Difatti bisogna rilevare che a Monfestino in Serramazzoni – così com’era denominato il comune all’epoca dei fatti qui narrati – gli ebrei in soggiorno obbligato furono ospitati da alcune famiglie del luogo e soltanto qualcuno alloggiò in albergo. Nel 1941 si registravano nove ebrei internati,[20] nel 1942 quattro,[21] mentre nel 1943 venti[22]: tuttavia per cinque di loro manca la data di arrivo[23] mentre gli altri due erano ariani[24]. Come sottolinea Mario Toni, la Questura di Modena si preoccupò di tenere sotto stretta sorveglianza tutti gli ebrei, come del resto si evince anche dalla fitta corrispondenza intercorsa tra la Prefettura di Modena e il Comune di Monfestino in Serramazzoni in relazione all’arrivo, all’assistenza e alla partenza dei 57 profughi sfollati dalla Provincia di Fiume ospitati nel capoluogo modenese ed a Ligorzano dal 9 al 21 aprile 1941.

[…]

© Giovanni Preziosi, 2015

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[1] Digitales Archiv ITS Bad Arolsen, (d’ora in poi D.A.B.A..), Teilbestand: 3.1.1.3, Dokument ID: 78813993 – Erfassung von befreiten ehemaligen Verfolgten an unterschiedlichen Orten, List of Jews in Yougoslavia/ F.N.R.J./1946 in Karlovać.

[2] Testimonianza di Giuseppe Veneroso citata in A. Picariello, Capuozzo, accontenta questo ragazzo, op. cit., pag. 136.

[3] Fondo Documentale di Giovanni Palatucci (Montella), cit., Lettera di Giovanni Palatucci ai genitori, Fiume, 8 dicembre 1941.

[4] IVI, Lettera di Giovanni Palatucci a mons. Giuseppe Maria Palatucci, 21 dicembre 1940. Ecco il testo: «Carissimo zio, […] Per quanto riguarda i miei protetti la situazione è la seguente: Ermolli Adalberto, ha presentato domanda di trasferimento in un Comune della Provincia di Perugia, Pesaro o Chieti. Questo che lo indirizza a Chieti in questo senso si è già interessato. Per lui sarà quindi il caso d’interessarsi solo se vi abbiate la possibilità d’intervenire ugualmente in modo efficace per gli altri.

Diversamente, non è opportuno sciupare delle possibilità che potrebbero essere utilmente impiegate per questi. Vi ricordo i nomi: Braun in Eisler Dragica (Carolina) e figlia Eisler Maria, nipote Jurak Nada, Selan ing. Carlo e moglie, Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alle province di Perugia e Pesaro. […]. Per il momento occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno. Io vi informerò tempestivamente e voi vorrete, poi, interessare qualcuno perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla Questura.

Ermolli ha già presentato ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se voi avete la possibilità di interessare per la provincia di Perugia persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene».

[5] A.P.F.M.C., Lettere degli internati – Parte XII, Sezione Sedicesima, 1941: ottobre-novembre 1941, Scheda n. 1356-656-A, Lettera di mons. Giuseppe Maria Palatucci a S.A.R. il Duca di Spoleto Aimone di Savoia, 2 ottobre 1941.

[6] Ibid., Lettera dell’Aiutante di Campo di S.A.R., il Capitano Gianroberto Burgos di Pomaretto a mons. Giuseppe Maria Palatucci, 6 gennaio 1942.

[7] Ernest Eisler era nato a Karlovać il 14 marzo 1886 da Johann e da Marija Schwarz. Il suo nome compare nelle’Elenco dei 229 Ebrei che gli Ustaša liquidarono tra giugno-agosto 1941 nel Campi di concentramento di Jadovno. Nel 1986 la figlia Miriam (ovvera Maria-Mika) che nel frattempo era diventata la signora Avraham, da Haifa dove aveva stabilito la propria dimora, testimoniò che il padre era effettivamente deceduto nel campo di Jadovno.

[8] Dragica Braun era nata a Karlovać il 1° aprile 1889 da Vilim e da Rosa Sauerbrunn.

[9] D.A.R., Regia Questura di Fiume, fascicolo Dragica Braun in Eisler fu Vilim, Verbale dell’arrivo a Fiume di Dragica Braun in Eisler, 22 gennaio 1942. La calligrafia della minuta di questo verbale sembra proprio, inequivocabilmente, quella di Giovanni Palatucci che appone anche la sua sigla, una “P”, in calce al documento.

[10] D.A.R., Regia Questura di Fiume, fascicolo Dragica Braun in Eisler fu Vilim, Minuta manoscritta della Regia Questura di Fiume al Ministero dell’Interno relativa a Braun Dragica in Eisler – ebrea croata, prot. n. 001314 del 26 gennaio 1942.

[11] Testimonianza rilasciata all’autore dalla sig.ra Maris Zagabria Persich in data 20 marzo 2014.

[12] D.A.R., Regia Questura di Fiume, fascicolo Dragica Braun in Eisler fu Vilim, Comunicazione del Comune Laurana alla Regia Questura di Fiume dellìavvenuto trasferimento a Laurana di Dragica Braun e di Maria Eisler, prot. n. 750/42 del 5 maggio 1942; IVI, Comunicazione della Regia Questura di Fiume al Podestà Laurana del trasferimento a Laurana di Dragica Braun e di Maria Eisler, prot. n. 001314 del 9 maggio 1942.

[13] D.A.R., Regia Questura di Fiume al Podestà Laurana ed al Comando CC.RR. Laurana, Braun Dragic in Eisler fu Vilim e Maria Eisler di Ernest, ebree croate, prot. n. 001314 del 28 aprile 1942. Il giorno precedente, infatti, lo stesso Palatucci, alla presenza di Maria Eisler, aveva redatto un verbale nel quale dichiarava: «Si è qui oggi presentata per informare che giovedì, 30 corr,. Si trasferirà, unitamente alla madre, Braun Dragica, a Laurana, dove ha già fissato un alloggio». Ivi, Eisler Maria d’Ernest, ebrea croata, 27 aprile 1942. Difatti, in risposta alla richiesta presentata dalla Questura di Fiume in data 28 gennaio 1942, il Ministero dell’Interno comunicava il 12 febbraio successivo: «Tenuto conto di quanto è stato riferito con la nota sopraindicata, nulla osta da parte di questo Ministero a che sia consentito alla nominata in oggetto (Dragica Braun) di soggiornare ulteriormente in codesta città» Ivi, Ministero dell’Interno alla Regia Prefettura di Fiume, Braun Dragica in Eisler fu Vilim. Ebrea croata, prot. n. 443/107557 del 12 febbraio 1942.

[14] Testimonianza rilasciata all’autore dalla sig.ra Maris Zagabria Persich, cit.

[15] D.A.B.A., Teilbestand: 3.1.1.3, Dokument ID: 78776221 – Erfassung von befreiten ehemaligen Verfolgten an unterschiedlichen Orten; i loro nomi compaiono in un elenco di nomi del 1945 stilato dall’Associazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati ebrei (Verband Schweizerischer Jüdischer Flüchtlingshilfen); cfr. anche Yad Vashem, International Tracing Service (ITS) in Bad Arolsen, fascicolo Eisler Dragica, T/D 592 613. I primi internati in provincia di Modena arrivarono nel settembre del 1941. Il 15 marzo 1943, si annoveravano 202 ebrei stranieri in internamento libero, ad aprile-maggio aumentarono a 204, mentre alla fine di agosto se ne registravano 210 e nel settembre successivo 231. Come risulta dalla lettera che la Questura di Modena inviò alla Prefettura il 19 marzo 1943, con allegato l’elenco nominativo degli ebrei stranieri non internati, a quella data, nella provincia modenese, c’erano 68 ebrei stranieri non internati o confinati: 39 risiedevano a Nonantola, 23 a Modena e 6 a Concordia cfr. ARCHIVIO DI STATO DI MODENA (d’ora in poi A.S.M.), Gabinetto Prefettura di Modena, Precettazione ebrei, Serie 3, Cat. 5, Fasc. 1, Anno 1943, n. 662. Elenco nominativo inviato il 15 marzo 1943 dalla Questura di Modena alla Prefettura.

[16] Nell’Emilia Romagna, in effetti, in quel periodo si verificarono numerosi episodi significativi di salvataggio degli ebrei che videro protagonisti esponenti della Resistenza e del clero come, solo per fare citarne qualcuno, a Cotignola (dove operava la rete di salvezza allestita da Luigi Varoli e dal commissario prefettizio del Comune Vittorio Zanzi), Nonantola – il parroco don Arrigo Beccari travestì ben 100 orfani ebrei ospiti a Villa Emma da seminaristi e novizie portandoli poi in salvo, in Svizzera tra il 6 e il 17 ottobre 1943, guadando di notte il fiume Tresa –, Gabicce (dove il segretario comunale, Loris Sgarbi, riforniva i fuggiaschi delle carte d’identità compilate con nomi falsi e firmate dal podestà Romeo Zoppi), Bagnacavallo, Lugo (dove i Salesiani ospitarono i tre bambini profughi ebrei del gruppo di Bagnacavallo: Eugenio Galandauer di dieci anni, Oscar Yakabovich di 13 anni e Carlo Berger di 12), Riccione, Igea Marina, Bellaria (dove operava l’abergatore Ezio Giorgetti con l’aiuto del maresciallo dei carabinieri Osman Oscar Carugno e l’emissario del vescovo di Rimini, don Emilio Pasolini), Pavullo, Lama Mocogno e Fanano, in provincia di Modena, sulle montagne dell’Appennino emiliano romagnolo, dove Gildo Andreoni, la sorella Rosa e la mamma Elisa Muzzarelli nascosero la famiglia dei musicisti ebrei Cesare Valabrega, la moglie Carla Basilea con le loro figlie Emma e Benedetta. Per questa intensa attività di salvataggio, nell’Emilia Romagna, sono stati riconosciuti 54 giusti distribuiti tra le provincie di Bologna, Ferrara, Modena, Parma, Reggio Emilia, Ravenna e Rimini.

[17] FONDO “GIOVANNI PALATUCCI” (MONTELLA), Testimonianza di Americo Cucciniello, Brescia, 13 novembre 1998 citata in M. BIANCO, A. DE SIMONE PALATUCCI, Giovanni Palatucci un giusto e un martire cristiano, op. cit., pag. 499.

[18] M. BIANCO, A. DE SIMONE PALATUCCI, Giovanni Palatucci un giusto e un martire cristiano, op. cit., pag. 500. Tra l’altro, come si ricorderà, tra l’estate del ‘38 e la primavera del ’39, Palatucci aveva chiesto, invano, di essere trasferito proprio in quelle zone, indicando varie località tipo Riccione, Cattolica ed in ultimo la Scuola Tecnica di Polizia di Cesena, come si evince da una lettera del 16 giugno 1938 inviata dal frate benedettino di Montevergine, dom Benedetto M. Tortora, suo “carissimo amico”, al Ministero dell’Interno proprio allo scopo di perorare l’aspirazione espressa dal giovane funzionario della questura fiumana. «Colgo l’occasione di ardire di chiedere un suo favore, sicuro che la sua gentilezza, non mai smentita, anzi provata altre volte, verso di me, vorrà compiacermi farlo. Il Vice Commissario Aggiunto di P.S. Dott. Giovanni Palatucci di Felice, mio carissimo amico, attualmente presso la Questura di Fiume, per sue ragioni desidererebbe essere inviato in missione in qualche zona balneare, quale Riccione, Cattolica o altro» A.C.S., Dir. Gen. P.S., F.P.R., 1963, n. 6723, 6.6.58, Lettera di don Benedetto M. Tortora al Ministero dell’Interno, 16 giugno 1938. Cfr. anche FONDO “GIOVANNI PALATUCCI” (MONTELLA), Lettere con richiesta di trasferimento inoltrate da Giovanni Palatucci ai superiori; M. Coslovich, Giovanni Palatucci: una giusta memoria, Mephite, Atripalda 2008, pag. 48. Sulla figura sel frate benedettino si veda Il padre don Benedetto Tortora, in “Il Santuario di Montevergine: bollettino mensile illustrato, A. 40, n. 1-2 (mag.-giu. 1959), p. 22-24. D. Benedetto Tortora era nato il 3 marzo 1903 a San Marzano sul Sarno, un paesino in provincia di Salerno. Il 18 luglio 1919 entra in probandato. Nel 1920 fa la professione triennale e nel 1924 quella solenne. Nel 1927 riceve l’ordinazione sacerdotale, mentre nel 1932 è nominato padre spirituale del Seminario di Avellino e nel 1940 confessore ordinario al Seminario di Benevento. Nel 1941 viene nominato parroco a Lentace e nel 1944 torna definitivamente in monastero per divenire nel 1947 superiore a Montevergine e nel 1951 economo. Da quell’epoca in poi è stato predicatore apostolico in varie diocesi. Muore nel 1959.

[19] B. Richeldi, Memorie autografe, in Maria Pia Balboni, Bisognava farlo. Il salvataggio degli ebrei internati a Finale Emilia, Giuntina, 2012, p. 83.

[20] Davide Axelrad con la moglie erano presso Primo Cottafavi a Serramazzoni; Soclome Muster con la moglie in un’abitazione di via 28 ottobre; Leo Geber era presso Margherita Montagnani a Serramazzoni; Isidoro Wunstei in una casa in via Giardini; mentre Oskar Sternfeld con la moglie Elba Kelner e la figlia Ernka Sternfeld alloggiavano da Natalizia Corbelli sempre in questa località. Per ulteriori approfondimenti si rimanda al lavoro di W. Bellisi, Braccati. La persecuzione antiebraica nel modenese e nell’Alta valle del Reno (Bologna) 1943-1945, Edizioni Il Fiorino, Modena, 2008, pagg. 40 e ss.- 139.

[21] Isidoro Weinstein con la moglie Berta Hudea; Enrico Giacomo Weinstein (proveniente dal campo di concentramento di Tarsia – Ferramonti); Sara Cornelia Gerstle Wolff. Con lettera del 2 giugno 1942 il Commissario prefettizio di Monfestino comunicò alla Prefettura che nel territorio comunale si trovavano internate due famiglie di ebrei: due polacche e una di ebrei tedesca, cfr. A.S.M., Prefettura di Modena, Precettazione ebrei, Serie 3, Cat. 5, Fasc. 1, anno 1943, n. 662.

[22] Jetta Weiss col figlio Mauro Klein erano presso Emilio Conventi a Serramazzoni; Zlatko Fischer (croato), con la moglie Anna Klein, il figlio Marco Fischer, la sorella Erna Fischer, i nipoti Marco Stern e Ruben Stern presso Emilio Conventi e Laura Ferri a Serramazzoni; Berta Freund (croata) con la nuora Marianna Lowit e il nipote Dano Stern presso Giuseppe Rosi a Serramazzoni; Leo Gerber con la moglie Fanika Klein e la figlia Mirica Gerber presso Emilio Conventi a Serramazzoni; Ilka Planer Hirschler (jugoslava) con la figlia Vera Hirschler presso Corlando Baisi a Serramazzoni dal marzo 1942 al settembre 1943; Massimiliano Seber; Francesco Prochaska (Cecoslovacco) era presso Alma Spagnoli a Serramazzoni; Sigfrido Kaiser presso Eligio Schianchi a Selva di Serramazzoni; Lotta Rosemberger.

[23] Miriam Gross; Oscar Weinberger con la moglie Rosa Golberger, la figlia Boris Weinberger e la suocera Giulia Fomann.

[24] Milan Gerber fu Stanislao e Edwige Brandes in Fiquelmont di Vyle (Belgio) erano presso una famiglia a Montagnana di Serramazzoni.

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Avviso ai naviganti!!!…

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Chi desidera continuare a leggere i nuovi post riguardanti più specificamente articoli, ricerche storiche e tanto altro ancora, pubblicati in parte precedentemente in queste pagine, a breve può visitare il mio nuovo sito web SCRIPTA MANENT… Riflessioni, curiosità, testimonianze e documenti sugli enigmi del Novecento che è già on-line collegandovi da questo link:

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A differenza del mio blog è un contenitore di storie e notizie aperto a chiunque desideri offrire contributi, testimonianze, ricordi, documenti e quant’altro relativi agli anni della seconda guerra mondiale vissuti in prima persona o attraverso il racconto e i diari dei sopravvissuti, per cercare di raccontare la storia da un’altra prospettiva, in un modo ancora più originale, fornendo materiali e notizie non solo agli addetti ai lavori ma anche a tutti coloro che coltivano la passione per questi argomenti.

L’invito a partecipare a questa sorta di comunità virtuale è rivolto anche a te che stai leggendo questo post!

Se hai qualcosa da commentare su qualsiasi evento storico riguardante gli anni del secondo conflitto mondiale e ti farebbe piacere scrivere qualcosa, offrendo, magari, anche la tua testimonianza, sarò ben lieto di conoscere la tua storia.

Ecco l’indirizzo di posta elettronica a cui puoi scriverci:

E-Mail: dr.giovannipreziosi@gmail.com

Grazie a tutti per l’interesse, sempre crescente, con il quale mi seguite e… a prestissimo dunque…

Adesso a voi la parola, ci conto!!!

ora-tocca-a-te

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Accadde oggi… 5 ottobre 1954: Firma del Memorandum di Londra

Il 5 ottobre 1954 i governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, sottoscrivono il Memorandum d’intesa di Londra (Memorandum of Understanding of London) riguardante il regime di amministrazione provvisoria del Territorio Libero di Trieste, previsto dall’allegato VII del trattato di Parigi stipulato nel 1947, con il quale sanciscono il passaggio dei poteri nella Zona A, con la città di Trieste e il suo porto franco internazionale da parte dell’amministrazione militare alleata a quella italiana, che avvenne ufficialmente il 26 ottobre successivo, mentre la zona Zona B passò dall’amministrazione militare all’amministrazione civile jugoslava.

Contemporaneamente fu introdotta anche una modifica provvisoria del confine tra le due zone che sarà rettificata definitivamente nel 1975 mediante la stipulazione del trattato di Osimo.

Memorandum di Londra (5 ottobre 1954)
Memorandum di Londra (5 ottobre 1954)

Leggi qui il testo integrale

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UN MONDO CHE NON DIMENTICA LA SHOAH!

18 Agosto 2016 | di Federica Pannocchia

E’ impegno dell’Associazione “UN PONTE per ANNE FRANK” far avvicinare sempre più persone al dramma della Shoah, affinché non siano ripetuti gli stessi errori e affinché tutto ciò possa essere d’insegnamento anche per le generazioni future. Oggi ci teniamo moltissimo a condividere con ognuno di voi un importante progetto, dedicato proprio all’importanza di ricordare, di diventare testimoni della memoria e di lasciare un segno, per le future generazioni.

Raccogliamo storie da persone di religione ebraica e non ebraica che hanno una forte sensibilità alla tematica della Shoah e che vogliano esprimersi attraverso la scrittura, condividendo in questo modo il loro stato d’animo di fronte al dramma della Shoah.

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Avviamo quest’importantissimo progetto, per preservare la memoria, in collaborazione con il nostro carissimo amico Cesare Israel Moscati, ideatore e sceneggiatore di documentari quale “I figli della Shoah” (Rai Cinema). Le storie raccolte saranno pubblicate in un libro dal titolo: “Un mondo che non dimentica la Shoah”. Si chiede gentilmente di inviare il proprio scritto entro e non oltre il 31 agosto 2016 agli indirizzi e-mail: unponteperannefrank@yahoo.it e ilnostrolibro51@yahoo.it

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© Federica Pannocchia, 2016

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14 settembre 1943: bombe su Avellino…

Il violento bombardamento dell’aviazione anglo-americana che il 14 settembre 1943 si abbattè sulla città di Avellino nelle cronache inedite del tempo…

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Il corso di Avellino subito dopo il bombardamento del ’43

 Il 14 settembre 1943 si abbattè su Avellino un bombardamento molto violento – da parte delle forze anglo-americane ovviamente – che provocò ingenti danni a cose e persone. Erano passati appena sei giorni dall’annuncio dell’armistizio, firmato però già il 3 settembre (a Cassibile, in Sicilia, dal generale Castellano), e la gente credeva erroneamente che la guerra fosse davvero finita. Si cercava di tornare alla normalità, alla vita di tutti i giorni; ma quello non fu un giorno “normale”.

Alle 10,30 la Piazza del Mercato (l’attuale Piazza del Popolo) era gremita di gente intenta alle proprie attività, ma soprattutto alla ricerca del cibo necessario per tirare avanti in quel duro momento storico: all’improvviso il rombo dei motori dei cacciabombardieri anglo-americani si fece avvertire. Troppo tardi. I velivoli scaricarono il loro carico di morte e tornarono alla base. Diverse furono le ondate di aerei che in quella giornata sganciarono sul capoluogo irpino tonnellate di bombe: in quattro ore si alternarono diverse squadriglie (per un totale di un centinaio di Mosquitos) che causarono circa 3.000 morti, una percentuale spaventosa contando la popolazione del tempo (in media morì un abitante su otto).

Duramente colpiti furono la Piazza del Mercato, il palazzo vescovile, alcune chiese e decine di case; il tutto senza che gli aerei incontrassero una benché minima resistenza da parte tedesca. Nel capoluogo irpino e nelle zone immediatamente adiacenti non erano infatti presenti postazioni antiaeree o altre strutture militari di rilevante importanza (c’era la nota caserma Berardi, un centro di reclutamento, anch’essa duramente colpita, malgrado fosse priva di uomini e mezzi). Perché allora ebbe luogo questa carneficina?

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L’ordine ai bombardieri venne impartito perché si voleva ostacolare la ritirata della divisione corazzata Hermann Goring, un’unità d’elitè dell’esercito germanico, in ritirata dalla Sicilia e diretta verso Cassino, a difesa della linea Gustav, sbarramento difensivo prescelto per la difesa della capitale. I tedeschi riuscirono però ad anticipare le mosse degli alleati così, al momento del bombardamento, il grosso della divisione era già transitato e rimaneva solo parte della retroguardia di passaggio ad Avellino. Fra gli obiettivi della missione anglo-americana vi erano anche ponti e vie di comunicazione (soprattutto l’Appia bis, come si chiamava allora e il Ponte della Ferriera, proprio dove erano già transitati i temuti Panzer) proprio con l’intento di fermare i tedeschi in ritirata e causare loro il maggior numero di danni possibile. Ma vediamo come descrive questo evento efferato il cronista del monastero benedettino di Montevergine nelle pagine del diario della comunità.

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© Giovanni Preziosi, 2016

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