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Accadde, oggi: 15 novembre 1938, la discriminazione razziale esclude gli ebrei dalla scuola

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Il 15 novembre di settantaquattro anni fa, il regime fascista scrive una delle pagine più vergognose della storia italiana, in seguito all’adozione delle leggi razziali con le quali allineò la sua politica a quella antisemita della Germania Nazista. Così, a coronamento di altri provvedimenti a sfondo razziale, mediante il R.D.L. – XVII, n. 1779 – Integrazione e coordinamento in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella scuola italiana, il governo fascista presieduto da Benito Mussolini, con il beneplacito dell’allora ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, estendeva la legislazione razziale anche nell’ambito scolastico.  

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Difatti fin dal 25 luglio 1938 furono varati una serie di provvedimenti che miravano a questo scopo. Ecco i principali:

 

Difatti, dopo un’intensa attività politica che vide Bottai ricoprire vari incarichi di un certo rilievo come quello di Ministro delle Corporazioni (1929-1932), Presidente dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (1932-1935), Governatore di Roma (1935), Governatore di Addis Abeba (maggio 1936); nel rimpasto governativo del 22 novembre di quello stesso anno, giunse inaspettatamente l’importante nomina alla guida del dicastero dell’Educazione nazionale, che esercitò fino al 5 febbraio 1943, in sostituzione dell’ex quadrumviro Cesare Maria De Vecchi.

252_3r010_252_1Durante questa sua attività ministeriale, tuttavia, si distinse anche per l’introduzione di importanti modifiche nell’ordinamento scolastico, dando impulso a leggi in difesa dei beni artistici attraverso l’istituzione dell’avveniristico Istituto Centrale di restauro[1].

Poi, però, bisogna rilevare che, tra l’agosto e il settembre 1938, l’attività ministeriale di Bottai fu inficiata dall’attuazione delle vituperanti leggi razziali che ridussero gli ebrei al rango di paria della società italiana.

Difatti, a partire dal 5 settembre di quell’anno, in seguito alla promulgazione del Regio Decreto Legge n. 1390, si procedette all’epurazione sistematica di insegnanti e studenti di “razza” ebraica dalle scuole italiane, ai quali fu concesso, come attenuante, di organizzare propri istituti scolastici privati[2]. In realtà questo provvedimento entrerà in vigore ufficialmente soltanto il 14 dicembre successivo, allorché fu disposta la cessazione dall’impiego per tutti gli insegnanti e gli altri dipendenti scolastici di razza ebraica. 

LE LEGGI RAZZIALI DEL 1938:

Racconto per immagini

© Giovanni Preziosi, 2012

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Novant’anni fa il “golpe” fascista che inaugurò con la marcia su Roma il ventennio mussoliniano

In seguito alla caduta dell’ennesimo governo Giolitti, l’incarico di formare un nuovo ministero fu affidato nelle mani di Ivanoe Bonomi, il quale subito tentò di far uscire il paese da un’ignominiosa guerra civile, interponendo i suoi buoni uffici, nell’agosto del 1921, per giungere ad una tregua d’armi tra socialisti e fascisti, perfezionata il il 3 agosto 1921 mediante la stipulazione di un vero e proprio patto di pacificazione. Tuttavia, come gli eventi successivi si incaricheranno di dimostrare, questo compromesso si rivelò ben presto una vittoria di Pirro, poiché fu osteggiato da quella frangia di fascisti intransigenti che, si riconoscevano negli ideali propugnati dai ras dello squadrismo agrario. Così, Mussolini per guadagnarsi il sostegno di questo gruppo, si vide costretto a sconfessare il patto concluso poco prima con i socialisti.

Da quel momento in poi ebbe inizio la trasformazione del movimento fascista in un autentico partito, che assunse i crismi dell’ufficialità, presentandosi sulla scena politica nazionale con la denominazione di Partito Nazionale Fascista. A quel punto Ivanoe Bonomi, considerate le circostanze sfavorevoli, non poteva far altro che rassegnare le dimissioni. Alla guida del nuovo governo fu chiamato Luigi Facta, una personalità alquanto incolore, dotata di poca energia e scarsa autorità. Era, ormai, il preludio del crepuscolo dello Stato liberale che si avviava verso una grave crisi, tanto più che i fascisti avendo intuito che i tempi erano diventati maturi per un ulteriore passo in avanti verso la conquista del potere, non esitarono ad utilizzare qualsiasi mezzo per conseguire questo obiettivo. A compromettere ulteriormente la situazione, già di per sé estremamente precaria, contribuì il rifiuto opposto dai socialisti riformisti ad accettare un’eventuale alleanza con gli esponenti della borghesia liberale che, al momento, costituiva l’unica alternativa ancora praticabile per salvaguardare il fragile istituto democratico.

Ad ogni modo, quando i socialisti si decisero a collaborare con le forze governative, ormai era già troppo tardi, in quanto la situazione nel Paese si era, nel frattempo, seriamente compromessa. Lo scenario politico italiano che si delineò in questo periodo, aprì la strada all’avvento del fascismo che, facendo leva sull’insipienza del governo Facta e assicurandosi il controllo delle piazze, dopo aver sgominato il movimento operaio, ruppe ogni indugio e nel corso del congresso che si svolse a Napoli nell’ottobre del 1922, il quadrumvirato composto da Michele Bianchi, Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi si assunse il compito di organizzare un colpo di mano contro il governo. Il 22 ottobre, circa 40.000 squadristi, accolsero l’esortazione di Mussolini di marciare su Roma per impadronirsi del potere, consapevoli della facilità dell’impresa per il sostanziale permissivismo delle autorità statali.

In seguito a questa palese violazione costituzionale, Facta richiamò immediatamente il re da San Rossore a Roma e provvide a convocare il Consiglio dei ministri per preparare il decreto di stato d’assedio che conferiva pieni poteri al governo, nel tentativo di resistere alle squadre fasciste che, tutto sommato, erano esigue, poco disciplinate e scarsamente armate. Tuttavia, quando propose al Sovrano di dichiarare lo stato d’assedio, questi si rifiutò, nell’intento di scongiurare una sanguinosa guerra civile e, probabilmente, timoroso che un simile ordine non fosse stato eseguito dall’esercito che, del resto già aveva fatto trapelare qualche simpatia verso il fascismo. In realtà, un piano del genere non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo se avesse incontrato una ferma opposizione da parte delle autorità statali; ma, tuttavia, questa venne meno ed aprì la strada a Mussolini ed ai suoi ascari che, il 28 ottobre del 1922, in tal modo sancirono il de profundis dello Stato liberale. Così, giunto comodamente da Milano in vagone letto il 29 ottobre, l’indomani ricevette formalmente dalle mani del Re l’incarico di formare un nuovo governo, nell’intento di utilizzare il fascismo per arginare l’ondata dei partiti di sinistra che costituivano, secondo Vittorio Emanuele III, una minaccia più seria in quel momento.

Iniziava così quello che poi passerà tristemente alla storia con l’epiteto poco lusinghiero di bieco ventennio…

 

 

© Giovanni Preziosi, 2012

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Accadde… oggi: 12 settembre 1943, scatta l’Operazione Quercia (Eiche)

 

Eccovi il racconto attraverso le immagini dell’epoca che danno conto delle fasi salienti di quella che in codice fu chiamata dai tedeschi “Operazione Quercia” che scattò, su preciso ordine di Hitler, ad opera dei paracadutisti del Lehrbataillon (2. Fallschirmjägerdivision) e da alcune SS del Sicherheitsdienst, proprio il 12 settembre 1943 per liberare Benito Mussolini dalla sua prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. 

Questo racconto, quasi in presa diretta, è inoltre impreziosito da un’interessante intervista, rilasciata al programma di Rai 3 “La Grande Storia” da Vincenzina Vitocco – la sorella di Pasquale Vitocco la guardia forestale che tentò di avvisare i carabinieri dell’arrivo ad Assergi delle truppe di terra tedesche, pagando con la vita questo strenuo tentativo – e quella di Costanzo Alloggia (detto Nandino) che raccontato come hanno vissuto quel giorno.

 

Liberazione di Mussolini sul Gran Sasso

 

“Operazione Quercia”

 

Assergi e la liberazione di Benito Mussolini
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La Grande Storia “Mussolini: Marcia morte e misteri”

 

RaiTre

 

La Grande Storia

Mussolini: Marcia morte e misteri 

Documenti - (Durata 135′) in onda venerdì 6 luglio alle ore 21:05

 

 

Torna per il quattordicesimo anno consecutivo, La Grande Storia. Il coinvolgente e appassionante racconto del Novecento in prima serata. Con documenti esclusivi, testimonianze originali, immagini inedite. Non solo ricapitolazione, ma inchiesta, non solo descrizione, ma approfondimento, non solo versioni ufficiali ma indagine su nuove ipotesi. I Fatti della Storia raccontati come un’avvincente cronaca in diretta TV.

 

TRAMA DELLA PUNTATA “Mussolini. Marcia, Morte e Misteri”

di Enzo Antonio Cicchino.

foto%20177Sono trascorsi 90 anni dalla Marcia su Roma. Ma alcune domande sono arrivate fino ai giorni nostri senza una risposta. Come è possibile che una accozzaglia di fascisti armati di schioppo e di randelli, più vicina all’armata Brancaleone che a una vera formazione militare, sia riuscita a far cadere un governo legittimo? Come è possibile che un movimento politico così giovane come quello fascista, nato solo da tre anni, sia riuscito ad imporsi ad un paese intero? Con a capo Benito Mussolini, un outsider della politica, un giornalista divenuto deputato da solo un anno? Sono alcuni degli interrogativi a cui si cercherà di rispondere. La narrazione è sotto forma di inchiesta. Tornando su alcuni dei luoghi che sono stati testimoni della storia. Incontrando persone che conservano ricordi, cimeli, testimonianze. Cercando documenti negli archivi di stato. Mostrando immagini inedite provenienti da cineteche italiane e straniere. Non solo Marcia su Roma. L’inchiesta va oltre. Affronta la lunga lista di attentati che Mussolini subisce negli anni successivi alla Marcia stessa. Pochi portati a segno, molti tentati, moltissimi prevenuti. Altri ancora rimasti del tutto ignoti alla polizia. Zaniboni, Gibson, Lucetti, Schirru, Sbardellotto, Bovone…e molti altri: chi ha armato la mano degli attentatori? A impugnare pistola e ordigni sono tutti antifascisti? O sono implicate frange estreme del fascismo intransigente? Lo scopriremo anche attraverso i nuovi documenti emersi dagli archivi. Ma, come tutti sanno, Mussolini non è morto per mano di attentatori. La sua morte avverrà oltre un ventennio dopo la marcia su Roma. E dopo una guerra persa. Con un salto nel tempo, la Grande Storia, prosegue l’inchiesta tentando di far luce anche sulle ultime ore di Mussolini. Sui documenti segreti che ha con sé fino agli ultimi momenti, forse l’introvabile carteggio con Churchill. Sull’oro giunto a Dongo. Una testimonianza inedita di un partigiano fa pensare che l’oro giunto a Dongo non sia solo i 100 kg di cui sempre si è raccontato, ma molto di più: oltre mezza tonnellata. Carte segrete, verità apparenti e versioni prefabbricate, omicidi, tesori che appaiono e scompaiono, accordi inconfessabili. Una storia vecchia…ma sempre nuova. Una costante che percorre la storia d’Italia per tutto il novecento: dal regime liberale, al Ventennio fascista, dalla prima alla seconda repubblica…


Autore:Luigi Bizzarri, Mauro Longoni

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Il tenente colonnello dei Carabinieri Giovanni Frignani: «L’uomo che arrestò Benito Mussolini» (Ven. 2 Dic. ore 23 su Rai Storia)

imageRai Educational presenta ReSerch, una produzione Res, dl titolo “L’uomo che arresto’ Benito Mussolini” , in onda stasera venerdì 2 dicembre, alle 23.00, su Rai Storia, Digitale Terrestre e Tivù Sat. È la storia di Giovanni Frignani, il Tenente Colonnello dei Carabinieri che il 25 luglio 1943, dopo la seduta del Gran Consiglio del Fascismo e la caduta del Regime, arrestò Benito Mussolini. Frignani ha obbedito ad un ordine superiore, ma è un ordine fatale. La notizia dell’armistizio, della resa incondizionata siglata con gli Alleati dal governo Badoglio, coglie Mussolini nella prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. I tedeschi occupano immediatamente l’Italia centro-settentrionale e il 12 settembre liberano Mussolini. Il Duce liberato vuole la testa dei traditori. Frignani finisce sul “libro nero” della Gestapo. Ricercato, braccato dai nazisti, è costretto a nascondersi. Trova rifugio in casa di Elena Hoehn, un’amica di famiglia. Qui matura il grande passo. Anche a Frignani si deve la nascita del Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri. Il 23 gennaio 1943 la Gestapo fa irruzione in casa Hoehn arrestando Frignani, il Capitano Raffaele Aversa e il Maggiore Ugo De Carolis; condotti nel carcere di Via Tasso, a Roma, moriranno nell’Eccidio delle Fosse Ardeatine. Le carte provenienti dall’archivio privato di Elena Hoehn, analizzate dal Prof. Matteo Luigi Napolitano (Università “G. Marconi” di Roma), ricostruiscono dettagliatamente la vicenda di Giovanni Frignani. Dalla clandestinita’ alla resistenza, da Via Tasso alle Fosse Ardeatine. Attraverso documenti inediti la storia di un eroe comune, di un martire del nazifascismo, Medaglia d’Oro al Valore Militare, nel nuovo appuntamento con ReSearch, la rubrica dedicata al mondo della ricerca storica.

Per chi non riuscirà a seguirla ecco qui di seguito la puntata integrale.

Buona visione a tutti!

 

L’uomo che arrestò Benito Mussolini (Prima Parte)
L’uomo che arrestò Benito Mussolini (Seconda Parte)
L’uomo che arrestò Benito Mussolini (Terza Parte)
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Mussolini inedito nelle 318 lettere scritte all’amata all’indomani dell’Armistizio: “CARA CLARETTA, SIAMO IN FONDO ALL’ABISSO”

Il Paese è ormai allo sbando, il nuovo governo affidato dal Re Vittorio Emanuele III nelle mani dell’ambiguo Maresciallo Badoglio – dopo essersi messo in luce per il classico salto della quaglia – ha appena sottoscritto l’armistizio con le potenze anglo-americane, smarcandosi dall’abbraccio mortale con l’alleato nazista, è in questo clima tutt’altro che idilliaco che Mussolini – ormai allo stremo delle sue forze – trova il tempo per riversare sul foglio, con sommo rincrescimento, i suoi sentimenti e le sue amarezze per la situazione politica tutt’altro che confortante che si stava profilando e che, ineluttabilmente, gli stava scivolando di mano, scrivendo alla sua amata di sempre, l’adorata Claretta, ben 318 accorate lettere raccolte, a distanza di quasi 70 anni, in un epistolario integrale del carteggio tra Tigretta e Ben, in gran parte inedito, scritto dal duce in persona durante i seicento giorni della Repubblica di Salò. Il volume, che sarà in libreria proprio a partire da quest’oggi, s’intitola emblematicamente «A Clara. Tutte le lettere a Claretta Petacci 1943-45 di Benito Mussolini» (pagine 408, € 24,90), per i tipi della Mondadori, debitamente arricchito da un’edizione critica curata dagli storici Agostino Attanasio, Luisa Montevecchi, Elena Aga-Rossi e Giuseppe Parlato, nasce da un ambizioso progetto ideato e realizzato dall’Archivio Centrale dello Stato che mira essenzialmente a porre fine alla speciosa querelle legale e giudiziaria, iniziata nel lontano 1950 con il ritrovamento del fondo Petacci a Villa Cervis di Gardone Riviera e successivamente incamerato dallo Stato italiano. In effetti quest’opera si rivela senz’altro d’inestimabile valore storico-politico e la sua portata va ben oltre il mero contenuto dei documenti cartacei, offrendo l’opportunità di guardare più da vicino, per così dire dal foro interno, gli ultimi istanti della vicenda umana e politica del dittatore fascista.

Vi anticipiamo uno stralcio di alcune di queste lettere scritte dal duce nelle settimane immediatamente successive alla stipulazione dell’Armistizio. Ecco, ad esempio, cosa scriveva a Claretta il 10 ottobre 1943.

imagePer la giovinezza che m’hai dato, per la fedeltà che mi hai portato, per le torture che hai coraggiosamente sopportato, durante il periodo più nero della storia italiana, io ti amo, come sempre. Ma prima di parlare di noi, parlo della nostra cara, grande, infelicissima Italia, due volte massacrata e tradita il 25 luglio e l’8 settembre: quale infamia nei capi, re e Badoglio, quale incoscienza nel popolo, quanti tradimenti e viltà nei dirigenti […]

Siamo inermi. Non abbiamo più un soldato, un aviere, un marinaio. Non un cannone, un fucile, un carro armato, un camion, un velivolo, un bastimento, una uniforme. Non c’è più nulla. Bisogna cominciare dalle fondamenta ed è quello che sto facendo – annunciava – tra difficoltà che puoi facilmente immaginare. Il popolo è demoralizzato, avvilito, immiserito.

A distanza di qualche settimana,per la precisione il 28 ottobre successivo, Mussolini scriveva a Claretta:

«Mia cara, colla tua insuperabile sensibilità amorosa, tu hai creduto di avvertire in questi ultimi giorni, una specie di allontanamento mio, da te, che penso e amo come sempre».

E ancora, il 20 novembre:

Come vedi l’atmosfera che mi circonda è torbida. Ed io sento nell’aria qualche cosa di grave che si prepara. La mia giornata è sempre più dura e arida. Vivo solo, non parlo con nessuno. Mi sento circondato. Non mi si vuole dare la possibilità di muovermi. Quando mi muovo, l’apparato italo-germanico di protezione è imponente. (…) Quando potrò rivederti? Chi lo sa. Oggi la mia volontà è incatenata. Bisogna avere molta pazienza. Siamo in fondo all’abisso. Ciò che è accaduto dal 25 luglio all’8 settembre è semplicemente mostruoso.

La relazione che si evince da questo copioso carteggio appare, per certi versi, un vero e proprio stillicidio di gelosia: da una parte Claretta insoddisfatta perché doveva suo malgrado continuare a vivere nell’ombra e mandare giù bocconi amari per le continue “scappatelle” del suo amato Ben con le sue spasimanti che, non è un mistero, allietavano – per così dire – le sue frenetiche giornate di lavoro finanche nella stanza del mappamondo.tra una riunione e l’altra. È proprio questo il tenore della lettera che Mussolini scrive alla sua Tigretta il 17 aprile del 1944, dopo aver assistito all’ennesima scenata di gelosia, confessando di non essere più quello di un tempo, ormai avvertiva su di sé i segni del tempo e si sentiva demotivato e stanco, al punto che era venuto meno “ogni impulso” e la sua condotta adesso era a dir poco esemplare e “totalmente casta: nei fatti e anche nei pensieri”:

Perché vogliamo continuare a scambiarci delle lettere agro-dolci, come se fossimo dei diplomatici e della peggiore specie? Io ti ho spiegato perché e come domenica non mi fu possibile di vederti”. L’11 maggio del 1944 si spazientiva: «No, cara, il tono minaccioso del tuo biglietto, non è il miglior passaporto per venire da me stasera, al termine di un pomeriggio che è particolarmente pesante. Nella stanza dello Zodiaco ci si poteva permettere il lusso di litigare perché, alla fine, si aveva il tempo di riconciliarsi: qui questo lusso è severamente vietato.

Ma a quanto pare queste parole non si rivelarono sufficienti per persuadere Claretta che, da parte sua non voleva affatto sentire ragioni, come risulta evidente dalla lettera del 18 febbraio 1945 con la quale replicava a muso duro al suo Ben risentita perché non aveva potuto riceverla a causa di un’improvvisa visita di donna Rachele.

imageNon ti vergogni? Non ti vergogni? Un uomo come te ridotto come un miserabile Arcibaldo? […] E io dovrei ancora morire per te? Sei capace di fare il prepotente e la voce grossa con me che non ti ho mai mancato di rispetto, né reso ridicolo come avresti sempre meritato, per la tua condotta immorale e per il tuo atteggiamento inqualificabile? E vuoi farmi credere che temi tua moglie? E vuoi farmi credere sul serio che tu non hai avuto il coraggio di uscire? Tu che sei passato sul mio cadavere per le tue puttane! […] Permetti che io ti dica che sei un disgraziato, un autentico disgraziato. Ti disprezzo, ti disprezzo e da questo momento è chiusa nella maniera più definitiva.

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IL DUCE ATTRAVERSO IL LUCE. UNA STORIA CINEMATOGRAFICA nel nuovo libro di Enzo Antonio Cicchino

Cari amici,

quest’oggi desidero proporvi la lettura di un volume che fin dal titolo risulta davvero molto suggestivo; alludo al nuovo libro scritto con estrema acribia e dovizia di particolari, dal mio caro amico Enzo Antonio Cicchino, uno dei più bravi ed esperti cineasti nostrani che sovente offre ampia dimostrazione di saper destreggiarsi abilmente anche in una lucida e disincantata indagine storica, utilizzando sapientemente con il giusto equilibrio entrambe le sue passioni anche grazie ad una profonda esperienza maturata come assistente dei fratelli Taviani e attento documentarista e curatore di inchieste per Mixer e della Grande Storia. Il volume in questione s’intitola:

IL DUCE ATTRAVERSO IL LUCE. UNA STORIA CINEMATOGRAFICA” edito per i tipi della Mursia nel 2010 (Pagg. 835, € 25,00).

 

Ecco una bella intervista rilasciata dall’Autore al TG1 ON-LINE.

 

Ad ogni modo, prima di addentrarci in una breve ed articolata descrizione del volume in questione vediamo più da vicino chi ne è l’autore.

imageEnzo Antonio Cicchino è nato in quel di Isernia 55 anni fa e già da molti anni vive a Roma, dove esercita la sua brillante professione di autore e regista televisivo per la reti RAI. È  stato infatti negli anni passati allievo, a Pisa, di Mario Benvenuti, insegnante di cinema e direttore della fotografia.

Inoltre, tra il 1978 e il 1984, è stato assistente alla regia di celebri registi quali:
Paolo e Vittorio Taviani (IL PRATO, LA NOTTE DI SAN LORENZO), Valentino Orsini (UOMINI E NO, FIGLIO MIO) e Franco Taviani (MASOCH). Negli anni che vanno dal 1981 al 1990 lavora per le trasmissioni DELTA (Raitre), IL PIACERE DELL’OCCHIO (Raitre), PRINT (Raitre), IL LIBRO UN AMICO (Raiuno). Dal 1990 al 1998 entra nel gruppo di lavoro diretto da Giovanni Minoli, dove presta la sua pregevole collaborazione per alcune delle maggiori trasmissioni di successo quali si rivelarono: MIXERCULTURA (Raidue), MIXER (Raidue, Raitre), FORMAT (Raitre). Per Mixer realizza molte inchieste e ricostruzioni storiche. Tra le più importanti meritano di essere annoverate:
LE ULTIME ORE DI MUSSOLINI 45′
IL PROCESSO DI VERONA: MORTE A CIANO 50′
LA BATTAGLIA DI CASSINO 50′
VIA RASELLA, L’ALTRA FACCIA DELLE FOSSE ARDEATINE 50′
L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA TRAFUGATO DAI NAZISTI 55′
LA STRAGE DI SCHIO 50′
LA MORTE DI MATTEOTTI 45′

Inoltre per MIXER/FORMAT ha curato anche la realizzazione di circa 500 spot, nonché i PROMO istituzionali. Nel 1992 pubblica la raccolta di racconti CENTOCELLE DI NANI per i tipi di “Lifeditore” di Roma. Ma è il 1995 che segna l’ingresso di Cicchino nel mondo del web, allorché fonda il sito internet “L’ARCHIVIO” , in ordine di tempo uno dei primi in Italia, ad operare on-line la promozione della storia, della cultura e dell’arte. Nel 1996 pubblica il romanzo LA FONTE DI MAZZACANE per i tipi di “L’Archivio Editore” di Roma. Mentre dal 1997 al 2003, invece, è Coordinatore nella giuria del FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI SALERNO. Con l’avvento del 1999 inizia a collaborare con il regista Italo Moscati per la sua realizzazione dello speciale in 100′ dal titolo PASSIONI NERE (L’amore ai tempi di Salò), che andrà in onda nel format televisivo prodotto dalla RAI “LA GRANDE STORIA IN PRIMA SERATA” (Raitre). A seguito di studi sulle nuove tecnologie della comunicazione multimediale, tenta di realizzare il PRIMO INTERNET FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA che decade per l’allora insufficiente tecnologia e per l’assenza della banda larga.

Nel 2000 collabora alla trasmissione ENERGIA, in onda su Raitre, a cura di Alan Friedman. Quindi diventa programmista e regista per il rotocalco di storia contemporanea CORREVA L’ANNO, sempre in onda sulla Terza Rete, per il quale realizza ben tre inchieste davvero molto suggestive:
“FUGA” KAPPLER DAL CELIO, “DELITTO ROSSELLI”, e “DELITTO MATTEOTTI”. Il 2001 lo vede autore e regista di “GIULIO CESARE” IL MONARCA RILUTTANTE per la trasmissione CORREVA L’ANNO di Raitre; Coautore e coregista (insieme a Antonia Pillosio) di “ROMMEL”, sempre per la stessa trasmissione. Nel 2002 è, invece, nell’ordine autore e regista di “GLI UOMINI DI MUSSOLINI 1: Farinacci, Balbo, Grandi, Starace” e  “GLI UOMINI DI MUSSOLINI 2: Graziani, Bottai, De Vecchi, Pavolini”, per la trasmissione LA GRANDE STORIA, in onda su Raitre. Cionsiderato il successo in termini di odience, questa esperienza si ripete egregiamente anche negli anni successivi allorché è ancora autore e regista di un pregevoli documentari per la trasmissione LA GRANDE STORIA della Terza Rete dal titolo:

- “4 NOVEMBRE: LA VITTORIA” (2003);

- “GLI UOMINI DI MUSSOLINI 3: D’Annunzio, Badoglio, Costanzo Ciano, Giovanni Gentile” (2004).

Nel 2005 inizia la collaborazione con la fortunata trasmissione CORREVA L’ANNO, in onda su RAI TRE, per la quale realizza i seguenti documentari:

- VITE PARALLELE: “DINO GRANDI / GIUSEPPE BOTTAI” (2005);

- VITE PARALLELE: “ALESSANDRO PAVOLINI / ROBERTO FARINACCI” (2006);

- “BERLINO O LONDRA? LA GUERRA DI MUSSOLINI” (2007).

- “DINO GRANDI/BENITO MUSSOLINI” (2008).

La sua produzione letteraria riprende alacremente a partire dal 2005 quando pubblica, insieme a Roberto Olivo, il volume “LA GRANDE GUERRA DEI PICCOLI UOMINI”, per i tipi di Ancora editore di Milano. A cui fa seguito, nell’anno successivo, sempre con Roberto Olivo, il volume “MUSSOLINI”,peri tipi della Nordpress editore di Chiari. Nel 2007, invece, è la volta – insieme a Roberto Olivo – del volume “VIA RASELLA” sempre per i tipi della Nordpress editore.

A partire dal 2009 riprende attivamente a collaborare alla realizzazione di alcune puntate per la trasmissione di Rai Tre “LA GRANDE STORIA” quali:

- “DITTATURA” (2009);

- “PROPAGANDA” (2010)

 

IL DUCE ATTRAVERSO IL LUCE

UNA STORIA CINEMATOGRAFICA

di Enzo Antonio Cicchino

***

La storia della controversa alleanza

Mussolini – Hitler

dagli inizi fino al tragico epilogo

di Piazzale Loreto raccontata

attraverso i cinegiornali LUCE,

strumento principe della propaganda

mussoliniana

***

 

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L’Istituto Luce (L’Unione Cinematografica Educativa) fu istituita a Roma nel 1924 dal regime fascista eminentemente per la diffusione cinematografica a scopo didattico e informativo rivolto in particolare alla popolazione italiana che, nella maggior parte, annaspava ancora nell’analfabetismo. Tuttavia, ben presto la “pupilla di Mussolini” – così com’era eloquentemente definito il Luce – il principale strumento di propaganda di cui si avvalse il fascismo per accreditarsi presso l’opinione pubblica e consolidare il consenso di massa proprio attraverso linguaggio delle immagini capace di far pressione sulla coscienza collettiva per modellare a proprio piacimento. L’Istituto partecipava inoltre alla produzione e diffusione di film e documentari destinati alle sale cinematografiche. Nello statuto di fondazione del Luce, infatti, la finalità dell’Istituto era volta alla

diffusione della cultura popolare e della istruzione generale per mezzo delle visioni cinematografiche, messe in commercio alle minime condizioni di vendita possibile, e distribuite a scopo di beneficenza e propaganda nazionale e patriottica.

Alcuni anni dopo, per la precisione nel 1927, prese il via quello che passerà alla storia come l’autentico antesignano dell’odierno telegiornale, il famoso cinegiornale Giornale Luce, rigorosamente proiettato in ogni cinema d’Italia prima della proiezione dei film e costituiscono, ancora oggi, un valido strumento per comprendere e leggere in profondità le dinamiche della società italiana in auge nel Ventennio. Nel 1936, dopo alcuni anni, viene affidato da Mussolini in persona alle dirette dipendenze del ministero Stampa e Propaganda, ovvero il Minculpop. Da una meticolosa e puntuale indagine del copioso materiale documentario audiovisivo, compiuta egregiamente da Enzo Antonio Cicchino, emerge – sfogliando il libro pagina dopo pagina – una realtà davvero sorprendente che a tratti può lasciare il lettore letteralmente basito. I filmati, infatti, rivelano l’esatto contrario di quanto proclamava fin troppo enfaticamente la prosopopea della propaganda fascista attraverso il bieco linguaggio: all’avversione per il nazismo e per la “perfida Albione” faceva da pendant nelle immagini dei cinegiornali attrazione e rispetto che testimonia come, in realtà, a quel tempo le immagini fossero bugiarde e la mistificazione un’arte ben collaudata. “Nihil sub sole novi”, verrebbe da dire, ma tant’è...

L’autore, infatti, realizza una suggestiva e avvincente sintesi mettendo a confronto due mondi paralleli: da una parte l’Italia virtuale, immortalata nelle immagini dei cinegiornali, autentico fiore all’occhiello della propaganda fascista, e dall’altra l’Italia reale che, soprattutto, nell’ultimo scorcio dell’era fascista non esita a misurarsi con l’alleato teutonico.

In pratica un’analisi suggestiva della storia degli anni più cupi che hanno contrassegnato l’Italia del primo ‘900 raccontata attraverso il mirino della cinepresa e i cinegiornali dell’Istituto Luce, a partire dal 1926, quando cominciò l’attività del Luce, passando per i retroscena che precedettero l’abbraccio mortale tra Hitler e Mussolini in quello che passerà tristemente alla storia come l’Asse Roma-Berlino, per giungere agli anni cruenti della seconda guerra mondiale in cui l’Italia va gradualmente ridimensionata perdendo il proprio ruolo di potenza, fino al tragico epilogo di piazzale Loreto.

In effetti la tesi di fondo a cui giunge Cicchino e che affiora qua e là nel suo volume, è la stessa formulata anni addietro dal celebre storico Renzo De Felice, in base alla quale proprio in virtù dell’alleanza con la Germania hitleriana – che si badi, secondo l’autore, fu eminentemente geopolitica e non ideologica – il duce procrastinò l’invasione dell’Italia di tre anni rispetto a quella della Francia; la guerra contro la Gran Bretagna, all’indomani della disfatta francese, fu decisa sostanzialmente di concerto con Churchill, nell’intento di assumere il classico ruolo di ago della bilancia al termine del conflitto, come aveva dimostrato di saper fare in occasione degli accordi di Monaco del settembre 1938.

In sostanza, come recita lo stesso sottotitolo di questo pregevole volume di Cicchino, rappresenta una vera è propria  “confessione cinematografica” nella quale l’autore s’improvvisasse novello maieuta allo scopo di far emergere a poco a poco il lato rimasto nell’ombra, o quello più segreto del duce. Il risultato è davvero pregevole, e pertanto, se ne consiglia la lettura ad un più vasto pubblico – non soltanto ad una ristretta élite – anche per il suo fluire  discorsivo, mai a detrimento della narrazione che si presenta accurata, scorrevole e a tratti finanche avvincente.

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Love-story tra Mussolini e Maria Josè di Savoia

 

Love-story tra Mussolini e Maria Josè di Savoia.
Il segreto di questa liaison segreta svelato in una lettera scritta dal figlio del Duce.

il settimanale “oggi” ricostruisce la liaison tra il duce e maria josèin una lettera di Romano Mussolini indirizzata ad Antonio Terzi, ex vice-direttore del Corriere della Sera

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imageStando alle ultime rivelazioni pubblicate dal noto settimanale OGGI in edicola stamane tra l’allora Principessa Maria José di Savoia e Benito Mussolini, sarebbe sbocciato un appassionato flirt del quale sarebbe stata al corrente perfino donna Rachele. Questa travolgente liaison si fa risalire approssimativamente ai primi anni Trenta. Naturalmente in questi casi il condizionali è d’obbligo!

Tuttavia, l’articolista che firma il pezzo – R. Alessi – per suffragare questa tesi pubblica una lettera che il figlio del Duce, Romano Mussolini, fece pervenire nel lontano 1971 al giornalista Antonio Terzi, già vicedirettore del Corriere della Sera, rinvenuta di recente proprio dal figlio di Terzi, nella quale l’estensore scrive:

«Posso in perfetta buona fede confermare che spesso in casa nostra si è parlato dei rapporti sia politici sia sentimentali tra Maria José e mio padre, e ti posso dire con sincerità che mia madre a tale proposito è stata sempre (anche se coi logici riserbi) assai esplicita: tra mio padre e l’allora Principessa di Piemonte v’è stato un breve periodo di relazione sentimentale intima, poi credo sicuramente interrotta per volontà di mio Padre».

imageA confermare l’autenticità di questa lettera si è spesa anche l’ex consorte di Romano Mussolini, Maria Scicolone. Maria Josè di Savoia, figlia del re del Belgio Alberto I, l’8 gennaio del 1930 era stata impalmata – com’è fin troppo noto – dal futuro re d’Italia il Principe di Piemonte Umberto di Savoia di cui è stato scritto e favoleggiato di tutto finanche le sue presunte relazioni omosessuali di cui lo stesso Mussolini custodiva un circostanziato dossier che aveva fatto redigere come arma politica da far valere nel momento opportuno. Del resto, com’era suo costume, sottopose ad una rigorosa sorveglianza finanche la principessa Maria José, incaricando della delicata questione addirittura il famigerato capo della polizia Arturo Bocchini, al quale intimò di tenerlo al corrente di ogni suo incontro e ogni sua iniziativa.

Strano personaggio davvero questo Mussolini se dovessimo dar conto a quelle autentiche panzane che, recentemente, sono stati fatti passare per suoi “Diari” in cui alludendo alla principessa Maria Josè, il 5 ottobre 1939, scrive:

«È stata nominata ispettrice della Croce Rossa. Il conventuale costume pone in risalto gli stupendi occhi di un azzurro così lieve da sembrare perlati di grigio… mutevoli, ora dolci, austeri, gelidi, pungenti come scaglie di cielo…».

Salvo poi cambiare radicalmente idea con Claretta che annota meticolosamente nei suoi diari (questi si autentici!) quanto le ha riferito il suo amato Ben riguardo la principessa Maria José che dipinge come: «fisicamente repellente, bruttina di viso». Mah, che dire, sarà forse l’incalzare implacabile della senilità!

Ad ogni modo, anche considerandolo da un’altra prospettiva, questo improvviso invaghimento di Maria Josè di Savoia per il Duce del fascismo suscita qualche legittimo sconcerto se si considera che, secondo le cronache, non fu mai nota per le sue simpatie fasciste, come del resto si evince anche da un’intervista che rilasciò ai cronisti del Corriere della Sera nel 1998 in cui affermò senza tema di smentita che:

Mussolini aspettava con impazienza il momento propizio per sbarazzarsi del re Vittorio Emanuele III e forse anche dei Savoia… Mussolini mi aveva anche detto un giorno che mio figlio non sarebbe più stato principe ereditario. Non ho mai voluto essere fascista, non mi piace essere obbligata. Mi piace essere libera, la libertà sempre. C’è poca libertà in questo mondo”. (Barzini Ludina, Belardelli Giovanni, “MARIA JOSE’ Quel che penso di Mussolini”, in “Corriere della Sera” del 18 marzo 1998, pag. 31).

Che dire?… A questo punto ognuno tragga le conclusioni che ritiene più opportune alla luce di alcuni dati di fatto inoppugnabili che la storiografia ha rigorosamente messo in evidenza. Il resto preferiamo lasciarlo al “gossip” che, come al solito, per biechi interessi di bottega continua ad imperversare nel panorama mediatico italiano e non solo!

L’unica cosa che ci vien fatto di pensare, parafrasando il celebre Poeta, “Ai posteri l’ardua sentenza!”.

 

 

 

 

 

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"La Grande Storia” presenta: “LA PROPAGANDA DEL REGIME” (RAI3 19 agosto ore 21.05)

Cari amici, vi segnalo un’altra puntata assolutamente da non perdere de “La Grande Storia” in onda il prossimo venerdì su Rai 3 realizzata dall’ottimo Enzo Antonio Cicchino. 

Propaganda

In onda venerdì 19 agosto 2011 alle 21.05

di Enzo Antonio Cicchino, collaborazione di Marina Basile, consulente Pasquale Chessa, ricerche Emanuele Colarossi, musiche originali Fabrizio Mancinelli, montaggio Claudio Cittadini

 

Pochi uomini al mondo hanno utilizzato con maestria la comunicazione scritta, verbale, fotografica e cinematografica come Benito Mussolini. E pochi ancora hanno come lui compreso la necessità di associare la propria immagine a icone fortemente emotive e positive che accendono la fantasia delle masse. Mussolini è consapevole che per radicarsi nel cuore degli italiani deve agire sulla loro pancia, con simboli di forza, coraggio, generosità.

Dopo il successo dello slogan: “meglio un giorno da leone che cent’anni da pecore!” il proprietario di un circo equestre, gli regala un cucciolo di leonessa, chiamata Italia. Le sue foto con Italia fanno il giro del mondo e la Gaumont gli dedica un vigoroso cinegiornale. E’ l’incipit della accurata creazione del mito. Un mito così al di la del vero che finirà con il credervi lui stesso.
La propaganda del regime si articola imbrigliando tutte le forme di comunicazione, dalle tradizionali come la stampa e la fotografia ma anche emergenti come la radio ed il cinema. In entrambi gli ambiti porta novità. Per la stampa nascono nuove testate dirette da fascisti. Per la radio si fonda l’EIAR, i cui programmi di intrattenimento sono sviluppati con la supervisione dell’Ufficio per la Stampa e Propaganda prima, dal Ministero della Cultura Popolare poi. Quelli di informazione supportati dalle notizie diramate dalla Agenzia fascistizzata Stefani, a cui d’ora in poi devono attenersi anche i giornali.
Per il cinema si compie una operazione doppiamente innovativa. Si inventa il cinegiornale italiano e fascista, si crea una istituzione che lo produce: l’Istituto Luce, responsabile sia della immagine cinematografica che fotografica di Mussolini, che si raccomanda debba essere centrale in ogni circostanza della realtà. Anzi il Duce può essere fotografato solo in situazioni che lo rendono protagonista, gli danno risalto e lo immergano nel proverbiale bagno di folla.
Gli ordini sono tassativi: evitare immagini poco significative o che addirittura lo vedano in situazioni tragiche, per esempio alluvioni, terremoti, morti, o in momenti in cui compie gesti violenti di rimprovero, tantomeno va ripreso accanto a monache e preti, essendo superstizioso. Tutte le immagini di cui è protagonista devono essere positive.
Non solo controllo dell’informazione. Ma anche del cinema di evasione, commerciale, i cui contenuti non devono offendere il fascismo tantomeno alludere indirettamente al suo capo in modo indegno. Al contrario di quanto avviene per Stalin, la propaganda del regime ha la sottigliezza di non produrre alcun film in cui sia presente un attore che interpreta Mussolini. Si preferisce produrre un colossal nel quale gli si alluda, magnificandolo: Scipione l’Africano! E’ naturale che tutti vedano nel condottiero romano che batte Annibale a Zama la figura di Mussolini conquistatore dell’Etiopia.
La propaganda opera capillarmente, creando sindacati professionali, mobilitando l’interesse economico delle persone perché sostengano a tutti i costi il regime. Imbriglia le intelligenze che producono cultura, passando ad esse uno stipendio segreto su cui non opera il fisco. Moltissimi sono infatti i giornalisti finanziati dal Ministero della Cultura Popolare.
Ma ciò non basta a Mussolini. Vuole un sistema blindato. Nascono le veline, che sono degli ordini veri e propri trasmessi ai direttori dei giornali che a volte partono direttamente da Palazzo Venezia. Edificio che insieme a Villa Torlonia è gestito come una specie di reggia verso cui si voltano estasiati gli sguardi dei plaudenti.
E’ lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a rompere l’incanto fra Duce ed Italiani. La propaganda lo muterà in condottiero. Ma il condottiero si liquefa. Lo muterà in macchinista, motociclista, aviatore, motore tecnologico! ma si combatterà coi biplani. Il forgiatore del popolo nuovo fascista! Ma lo porterà alla fame, ai bombardamenti, ai disgraziati orti di guerra.
Tutto crolla. Nel grottesco. Nel 1943 l’enorme ventennale fuoco di artificio di parole implode, sgonfiandosi come un grosso pallone per i troppi calci sul campo.

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“Liberate il Duce! – La vera storia dell’operazione Quercia” (venerdì 5 agosto alle 21.05 su Rai 3)

Liberate il Duce!                                                                          La vera storia dell’operazione Quercia

il suggestivo documentario realizzato da Fabio Toncelli sull’”operazione Quercia”,che portò alla liberazione di Mussolini ad opera di un commando tedesco, In onda venerdì 5 agosto alle 21.05 su rai 3, si preannuncia ricco di particolari finora inediti per cui direi che merita proprio di essere seguita con molta attenzione…  

 

di Fabio Toncelli

image“Liberate il Duce! La vera storia dell’operazione Quercia”. Il nuovo documentario di Fabio Toncelli racconta l’incredibile intreccio nascosto dietro l’azione delle forze speciali più famosa della storia: la liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione di Campo Imperatore, nel settembre del 1943.
A quasi settanta anni di distanza nuovi documenti e testimonianze ci mettono di fronte a domande inquietanti: quali erano i veri ordini impartiti agli uomini che dovevano custodire il duce? Perché nessuno sparò un colpo? Perché la propaganda nazista diffuse una versione del blitz in buona parte falsa? Perché il vero comandante dell’operazione fu successivamente trasferito sul fronte russo senza spiegazioni? Perché Badoglio, che si era impegnato a consegnare Mussolini agli Anglo-Americani, non lo fece? E soprattutto: chi prese le decisioni fatali sulla prigionia di Mussolini, poteva immaginare che l’ex-duce avrebbe dato vita alla Repubblica di Salò e che il nostro paese sarebbe stato dilaniato dalla Guerra Civile?
La sorprendente risposta a queste inquietanti domande è il frutto di una narrazione appassionante che si snoda fra immagini di repertorio anche a colori, documenti, intercettazioni telefoniche dell’epoca, lettere autografe di Mussolini, memoriali originali e testimonianze in gran parte inediti. Il risultato di un lavoro accuratissimo di ricerca negli archivi italiani, tedeschi, americani, sia pubblici che privati.
Per la prima volta è stato rintracciato uno dei giovani poliziotti di guardia al Gran Sasso, uno straordinario testimone che racconta cosa vide e sentì in quei giorni e qual era la vera natura degli ordini che gli erano stati dati. Le sue foto inedite sveleranno cosa accadde prima e dopo l’arrivo dei paracadutisti tedeschi. E’ stato ritrovato per la prima volta anche il primo militare tedesco che arrivò davanti all’albergo di Campo Imperatore e vide l’ex-Duce affacciato alla finestra.
Inoltre in prima assoluta ampi brani dell’unica intervista televisiva concessa dal vero liberatore di Mussolini: Harald Mors.
I “ritagli” dei cinegiornali dell’epoca, ritrovati in Germania, ci mostrano nuove imperdibili sequenze sugli avvenimenti di quel giorno, e una lunga serie fotografica scattata da diverse persone documenta ogni momento dell’azione.
In un archivio tedesco è stato infine ritrovata una preziosissima registrazione audio che ci permetterà di ascoltare il racconto degli eventi che vanno dal 25 luglio ’43 al giorno del blitz tedesco a Campo Imperatore, narrati per la prima volta dalla voce del suo protagonista: la voce di Benito Mussolini.

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