La Resistenza in Convento

“Il gesuita e la Resistenza. Col nome di Asso di Picche padre Carlo Messori Roncaglia lottò contro il nazifascismo”

Cari amici,
vi propongo qui di seguito la lettura del mio nuovo articolo appena pubblicato nelle pagine culturali (pag. 4) de L’Osservatore Romano, dal titolo: “Il gesuita e la Resistenza. Col nome di Asso di Picche padre Carlo Messori Roncaglia lottò contro il nazifascismo”, che, prendendo spunto dall’imminente anniversario della Liberazione, cerca di dar conto dell’opera svolta all’epoca dal celebre padre gesuita Carlo Messori Roncaglia il quale, insieme ad altri suoi confratelli ed al vescovo di Padova mons. Carlo Agostini, si prodigò per aiutare e trarre in salvo molti antifascisti ed ebrei.

 

Col nome di Asso di Picche padre Carlo Messori Roncaglia lottò contro il nazifascismo

Il gesuita e la Resistenza

 di Giovanni Preziosi

Fiumi d’inchiostro sono stati versati finora per cercare di raccontare le fasi cruciali che hanno segnato la lotta di Liberazione dal regime nazi-fascista. Tuttavia, in tempi recenti, dagli archivi compulsati meticolosamente dagli storici, stanno affiorando uno dopo l’altro nuovi documenti e testimonianze che evidenziano, se ancora ce ne fosse bisogno, il contributo determinante fornito, anche a rischio della propria vita, da tanti religiosi e religiose durante l’occupazione tedesca, Un ruolo davvero encomiabile in tal senso fu svolto dall’allora rettore dell’“Antonianum”, p. Carlo Messori Roncaglia che, in qualità di cappellano del Comando Militare Volontari della Libertà, con l’ausilio di Padre Achille Colombo, collaborò attivamente con la Resistenza col nome di battaglia Asso di Picche, partecipando a molte operazioni, come del resto si legge anche in un attestato di benemerenza rilasciato, in data 24 settembre 1945, dal Comandante inglese della Special Forces Career Management Field. 

«Il Reverendo Padre Messori ha indefessamente prestato la sua intelligente, coraggiosa, validissima opera alla Causa della Libertà. (…) manteneva i collegamenti in perfetta efficienza dando asilo, consigli, permettendo ed organizzando fughe, tutto e sempre a sua completa responsabilità. Nascondeva inoltre nel suo istituto armi, esplosivi e documenti di altissima importanza, sfidando serenamente e con fulgido amor patrio tutti i pericoli del caso. Prendeva inoltre attiva parte al movimento insurrezionale, cessando la sua infaticabile attività soltanto a vittoria conseguita».

Difatti, il 22 settembre 1944, in seguito agli arresti indiscriminati compiuti dai nazi-fascisti per sgominare le varie formazioni partigiane operanti nella zona, il leader del C.L.N. veneto, prof. Egidio Meneghetti, era riuscito a sfuggire per un pelo all’imboscata trovando rifugio all’Antonianum, dove furono accolti, oltre ad alcuni ebrei perseguitati e spie filtrate dal Sud, anche diversi cospiratori antifascisti, tra cui spiccavano i professori universitari Norberto Bobbio, Giuseppe Bettiol, Ettore Bolisani, Dino Fiorot, Alberto Trabucchi, Lanfranco Zancan e il comandante della brigata “Silvio Trentin”, l’ing. Otello Pighin. Un altro episodio, finora inedito, che vide protagonista padre Messori, fu quello che riguardò la salvezza di una giovane protestante di origini berlinesi, tale Elena Niechiol che, come si evince dalle pagine del quaderno di memorie stilate, con dovizia di particolari, da una suora della comunità di Este delle Figlie del S. Cuoredi Gesù, «visse nascosta nella nostra casa dall’agosto al dicembre 1944». Ma chi era in realtà questa donna che, all’improvviso, si presentò dalle suore circonfusa da un’aureola di mistero? A svelarci l’arcano ci pensa la stessa cronista che, poco dopo aggiunge:

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Categorie: La Resistenza in Convento, ll ruolo del clero nella Resistenza | 1 commento

21 dicembre 1943, le SS in seminario: Il rastrellamento dell’istituto pontificio accanto a Santa Maria Maggiore.

Cari amici lettori,

sono lieto di proporvi la lettura del mio nuovo articolo appena pubblicato nelle pagine culturali (pag. 4) de L’Osservatore Romano, dal titolo:

“21 dicembre 1943: le SS in seminario. Il rastrellamento dell’istituto pontificio accanto a Santa Maria Maggiore. Scene strazianti ed eroiche di una giornata passata a combattere contro il Male”, nel quale cerco di dar conto dell’irruzione, perpetrata dalla banda di Pietro Koch, nei vari istituti ecclesiastici del complesso di S. Maria Maggiore, proprio nella notte tra il 21 e il 22 dicembre del 1943.

Grazie all’ausilio di documenti in parte editi (come le cronache del Seminario Lombardo) ed altri meno noti, tratti dal fascicolo processuale a carico di Pietro Koch, ho preso in esame questa vicenda cercando di aggiungere qualche nuovo tassello al mosaico di conoscenze su tale episodio.

In particolare, come anche questo articolo s’incaricherà di dimostrare, emerge il ruolo di primo piano svolto dal rettore del Seminario Lombardo dell’epoca, mons. Francesco Bertoglio e del commissario Angelo De Fiore (entrambi iscritti dal memoriale Yad Vashem nel novero dei “Giusti tra le Nazioni”), all’epoca capo dell’Ufficio stranieri della Questura di Roma, che racconta, con dovizia di particolari, tutti retroscena di questa operazione e il ruolo successivo che svolse per salvare numerosi ebrei e sottrarli alla deportazione in Germania «con accorgimento e con tatto e grave rischio personale, oltre a sollevarli nello spirito nella dura e abbastanza lunga prigionia adoperandosi efficacemente prima a mantenere i rapporti tra i prigionieri, poi a sottrarli al trasferimento al Nord ed infine per farli rimettere in libertà». 

* * *

 

Il rastrellamento dell’istituto pontificio accanto a Santa Maria Maggiore

21 dicembre 1943: le SS in seminario

Scene strazianti ed eroiche di una giornata passata a combattere contro il Male

 

di GIOVANNI PREZIOSI

Nel clima di confusione che regnava nella capitale nei primi mesi dell’occupazione tedesca, presero il sopravvento bande armate non inquadrate in organismi ufficiali che avevano il compito di dare la caccia ai principali esponenti della Resistenza, senza tanti scrupoli, considerato che molti di loro si erano rifugiati all’interno di varie istituzioni religiose dove vigeva il diritto di extraterritorialità.
Nel corso di quegli anni, infatti, l’accoglienza negli ambienti ecclesiastici non conobbe riserve, tanto è vero che numerosi ordini religiosi, sprezzanti del pericolo che correvano, si distinsero in questa opera di ospitalità a beneficio di tutti coloro i quali erano in cerca d’aiuto per sfuggire agli efferati rastrellamenti perpetrati dai nazi-fascisti. Difatti, bisogna tener conto che per chiunque nascondeva o prestava aiuto agli ebrei e agli antifascisti era prevista la pena di morte. Ciò nonostante, oltre ai Palazzi Apostolici, chiese, conventi, collegi e istituti ecclesiastici d’ogni genere, si prodigarono per offrire riparo a quella torma di sventurati che correvano il rischio di essere acciuffati dalle SS e spediti nei vari campi di concentramento.

Proprio per scongiurare questo pericolo, a partire dal 25 ottobre 1943, la Segreteria di Stato della Santa Sede, mediante un’apposita circolare, aveva trasmesso a tutti i superiori un avviso, scritto in italiano e tedesco, firmato dal governatore militare di Roma Rainer Stahel, da affiggere nell’atrio soltanto in caso di emergenza, in cui si dichiarava: «Questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dirette dipendenze dello Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizioni e requisizioni». Di conseguenza nessuna autorità si sognava di violare un luogo sacro per non compromettere ulteriormente i rapporti con la gerarchia vaticana e con la popolazione romana, nella quale già serpeggiava un certo malcontento soprattutto dopo gli spietati rastrellamenti del ghetto ebraico. Soltanto un fanatico fascista come Pietro Koch, con un passato di ufficiale dei granatieri, poteva tentare un’azione tanto temeraria per farsi notare da Mussolini.

Il 12 dicembre 1943, dopo aver portato a termine brillantemente l’operazione che condusse alla cattura dell’ex comandante della V Armata, il generale Mario Caracciolo di Feroleto, sorpreso nella sua cella del convento francescano nei pressi delle Catacombe di San Sebastiano sull’Appia Antica sotto le mentite spoglie di fra Mario Santelli, Koch era stato lautamente ricompensato con un premio di 5.000 lire dal capo della polizia Tullio Tamburini, che non esitò a proporgli, poco dopo, di
costituire finanche un “Reparto speciale di Polizia” alle dipendenze del famigerato Pietro Caruso.
pietro_koch_01_300pxKoch aveva intuito che quella era la sua grande occasione. Così, avendo scoperto che molti personaggi di spicco della Resistenza, per sfuggire ai loro aguzzini, avevano trovato ospitalità in numerosi istituti religiosi della capitale, i suoi effimeri sogni di gloria non risparmiarono neanche gli ambienti ecclesiastici che godevano del diritto di extraterritorialità, come per esempio il Pontificio Seminario Lombardo che fu messo a ferro e fuoco dalla sua banda nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 1943.

L’operazione, alla quale prese parte anche un reparto delle SS, scattò verso le 22, e prevedeva l’irruzione improvvisa, con un tranello, all’interno degli edifici del Seminario Lombardo, del Pontificio Istituto di Studi Orientali e del Collegio Russicum, che sorgevano in prossimità della basilica di Santa Maria Maggiore. «Nelle ore pomeridiane del 21 dicembre 1943 — si legge nella dettagliata relazione stilata dal capo Ufficio stranieri della questura di Roma, il commissario Angelo De Fiore — ebbi l’ordine, per fonogramma a firma del Questore Roselli Erminio, di presentarmi alle ore 18 alla Direzione Generale della P. S. per eseguire un servizio di pattuglia di breve durata.
Lo stesso ordine comandava un Capitano e degli Agenti (50 in divisa e 15 in borghese). Alle ore 19 o poco più, fui ricevuto dal V. Direttore Generale Travaglio, che mi presentò un giovane a nome Koch, dandomi ordine di mettermi a sua disposizione per un servizio da farsi in serata e non muovermi intanto dal Ministero. (…) Più tardi infatti giunsero una quindicina tra ufficiali e militari tedeschi in borghese e tra questi riconobbi il capitano Priebke. (…) Io venni collocato con 2 sottufficiali tedeschi e la mia guardia scelta Rolando [all’Istituto] di piazza S. Maria Maggiore n. 12. Il Koch diede infine ordine che alle ore 21.50 tutti avrebbero dovuto bussare [alle varie case religiose segnalate] ed anche egli andò a piazzarsi ad un ingresso».

In quel periodo, l’allora rettore monsignor Francesco Bertoglio conoscendo le disposizioni impartite dalla Santa Sede, anche in virtù di un’antica e solida amicizia con il sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Giovanni Battista Montini, di cui era stato compagno di studi in quello stesso seminario, aveva concesso ospitalità a ben 110 persone, «ex militari, ufficiali di stato maggiore, renitenti alla leva appena imberbi, sottotenentini in attesa ancora di nomina, alcuni giovani studenti, altri figli di papà (…) ebrei di tutti i ranghi» tra i quali spiccavano Isacco Astrologo, direttore della Banca Nazionale del Lavoro di Napoli — inviato dal direttore dell’«Osservatore Romano», il conte Giuseppe Dalla Torre, perché braccato dai nazifascisti — la famiglia del negoziante Graziano Di Cori, il professore di matematica Arrigo Finzi, il grand’ufficiale l’avvocato Giuseppe Lumbroso con il figlio Michele e il dottor Cesare Mieli. Doc. VicariatoOltre a queste persone vi erano anche un gruppo di ufficiali e militari sbandati, tra cui il tenente colonnello Carlo Maraschi di Vigevano, i capitani Giuseppe Mira e Giuseppe Carinelli, il tenente colonnello Attilio Mileto, il maggiore del Regio Esercito Federico Runcini, il ten. col. Calogero Coletti, il tenente della Regia Aeronautica Baldi e, dulcis in fundo, il console generale d’Italia a Salonicco Guelfo Zamboni. Inoltre, per metterli al riparo da qualsiasi pericolo, alcuni di questi “ospiti”, soprattutto quelli di origine ebraica, – come del resto si legge su di un foglio dattiloscritto rinvenuto nell’archivio del Seminario – furono «iscritti fra gli alunni del Seminario e alla Università Gregoriana; [mentre gli altri furono] ospitati presso qualche altra Comunità o presso privati, o nel proprio domicilio». Tuttavia l’ospite di gran lunga più autorevole fu in realtà il sindacalista Giovanni Roveda – soprannominato “la Contessa” – il quale riuscì a trovare ricetto tra queste mura grazie all’intermediazione di alcuni esponenti della Democrazia Cristiana, perché assiduamente ricercato dai fascisti. «Fu Andreotti – scrive sul filo della memoria Giorgio Amendola – che, nel nostro primo incontro clandestino presso San Pietro, mi trasmise le modalità dell’ingresso di Roveda nel Collegio».

imageDifatti, il rettore mons. Bertoglio, già aveva provveduto a predisporre un alloggio, lontano da occhi indiscreti, nell’appartamento dei vescovi dove, per dissimulare la sua presenza, fu escogitata una singolare mimetizzazione. «Lo chiamavano tutti “la contessa” – si legge nel diario del Seminario –. E molti che non riuscirono mai a vederlo lo credettero in realtà una vera contessa. Uscì qualche volta e fu dato l’allarme perché nessuno lo vedesse. Ogni tanto veniva a trovarlo De Gasperi o qualche altro, e allora veniva portato a lui un vassoio con due piatti. Tutti ridevano dicendo “oggi c’è anche il conte”. A portargli da mangiare era sempre o il rettore, o don Sergio Piguedoli […]. Credo che anche lui non sia passato inutilmente per questa casa – scrive con malcelato compiacimento l’allora padre spirituale don Giuseppe Guerrini –. Lesse la vita di Cristo di Ricciotti. [e] il libro delle apparizioni della Madonna, ma non disse mai la sua impressione. […] Veniva anche la moglie (Caterina Bossetto) a trovarlo». Uno degli ospiti, l’ing. Aldo Loria, escogitò un efficace stratagemma per garantire una certa sicurezza a tutti i rifugiati. «Aveva fatto un impianto elettrico. Alla sera il campanello della strada veniva messo in comunicazione col III e IV piano. Così ognuno che suonava dalla strada dava subito l’allarme. In tre minuti tutti potevano già essere in rifugio». La S. Sede, infatti, qualche giorno prima era stata messa in guardia da un non meglio precisato colonnello che «due operai del gas si [erano] introdotti nel Seminario Lombardo dicendo di dover controllare delle fughe di gas, in realtà invece per informarsi circa le persone rifugiate nel Seminario stesso. Venuti a conoscenza della presenza di Roveda […], le SS prepararono una perquisizione». Qualche giorno dopo questo tremendo avvertimento puntualmente si concretizzò in più di una delle proprietà vaticane. «Alle ore 21,50, – scriveva al riguardo con dovizia di particolari, l’8 gennaio 1944, nella sua relazione il commissario Angelo De Fiore – […] un tedesco bussò. Venne ad aprire un religioso. Si perdette del tempo all’ingresso perché questi fece opposizione ai due tedeschi che ci precedevano. Ne nacque un po’ di chiasso ed il religioso ebbe modo e tempo di dare l’allarme nella casa». Proprio in quei frangenti, infatti, il dottor Dordoni – rigorosamente in abito talare, coi documenti del Vicariato –, lo studente d’ingegneria Pino Granone e il giovane ebreo Nino Astrologo si stavano accingendo al cambio dei turni di guardia interna meticolosamente predisposti dai vari ospiti, quando all’improvviso il rettore percepì «un rumore di passi, e qualcuno che cercava di aprire la porta del cortile». Immaginando che fosse «qualcheduno sorpreso dalla polizia, che [aveva] scavalcato il muro e si [era] nascosto in giardino», si stava incamminando tranquillamente verso la propria stanza quando di colpo si spalancò la porta del cortile e si ritrovò dinanzi degli individui con la rivoltella in pugno. Notando in uno di loro una vaga rassomiglianza con un amico dell’arcivescovo di Fermo mons. Perini, gli corse incontro con la mano tesa, ma subito si sentì raggelare il sangue nelle vene quando questi gli intimò con tono minaccioso: “Dove sono gli ufficiali?” Fu in quel preciso istante che realizzò chi aveva di fronte: si trattava, in realtà, del famigerato Koch “il genio nero di tutte le rappresaglie poliziesche repubblichine” che «subito volle entrare dal rettore e rovistare da cima a fondo. S’impossessò di liste, che il rettore aveva fatto fare pochi giorni prima. Il rettore protestò, cedendo alla forza; il Seminario era proprietà della S. Sede; mostrò loro il documento firmato dal generale Stahel in cui era severamente proibito l’accesso al Seminario ai tedeschi. […] Dalla finestra aperta fu gridato sulla piazza: “circondate il palazzo che nessuno fugga”. E intanto la gentaglia si sparpagliava per i piani. Volevano gli ufficiali e in particolare i generali: Cadorna e Sorice, capi del movimento clandestino di Roma, che però non erano mai stati al Lombardo. Il rettore fu condotto in refettorio sotto scorta, e qui mano mano venivano portati i catturati». Nel frattempo era già scattato l’allarme e, come concordato in casi d’emergenza, la maggior parte degli ebrei ospitati nelle camere del quarto piano, avevano precipitosamente lasciato il loro giaciglio per raggiungere, attraverso il palazzo attiguo, le cantine dove il cugino del rettore, il rag. Gian Serafino Bertoglio, aveva allestito magistralmente un rifugio segreto, provvedendo a far «chiudere una parete che così veniva a formare una stanza a parte». Rimasero nascosti in quel luogo angusto dalle 11 di sera fino alle 7 del mattino successivo, quando finalmente la banda di Koch e le SS lasciarono il seminario. Settimio Limentani, però, non fece in tempo a raggiungere gli altri compagni e fu fermato lungo le scale da un poliziotto che gli intimò bruscamente: “chi sei?”; “Sono un cameriere del Seminario”, replicò con un fil di voce il malcapitato. “Ma è impossibile; sei vestito troppo bene; e poi quell’anello d’oro?”, al che Limentani cercò di schernirsi esclamando: “È un regalo del rettore con le iniziali del S.L. (seminario Lombardo)”. Purtroppo questo sotterfugio non sortì gli effetti sperati tant’è che fu subito messo in stato di fermo in portineria insieme agli altri in attesa di essere condotti in questura. «In portineria – scrive don Giuseppe Guerrini – offrì 30.000 al poliziotto che lo custodiva. Portato in questura chiese di andare al gabinetto e riuscì a scappare». Gli sgherri sguinzagliati da Koch, perlustrarono da cima a fondo tutto il seminario mostrando di sapere perfettamente dove si annidavano le persone che ceravano. Difatti appena giunti al terzo piano, entrarono nella stanza dove erano sicuri di trovare i sedicenti don Pietro Nardelli (alias dott. Paolo Navone, impiegato del ministero scambi e valute) e don Macchi – che in realtà era il prof. Giuseppe Mira. Inoltre non esitarono a mostrare al rettore finanche «un blocchetto dove c’era il nome di tutti gli Ebrei», chiedendogli dove si nascondevano. Mentre mons. Bertoglio stava ancora discorrendo sulle scale con Koch, improvvisamente passarono davanti a loro un gruppetto di chierici tra i quali si celavano anche quelli falsi. “Bravi! Andate a scuola” esclamò tentando di sdrammatizzare il rettore, al che Koch, “con il suo sguardo cattivo di tigre”, fissando alcuni di loro, soggiunse sarcasticamente: “Monsignore, tutti chierici eh? Si, tutti chierici dopo l’8 di settembre”. Verso le quattro del mattino gli agenti di Koch perquisirono accuratamente anche l’appartamento vescovile, riuscendo a scovare l’unico pezzo grosso della loro caccia: si trattava dell’esponente sindacale del P.C.I. Giovanni Roveda che, tuttavia, nel disperato tentativo di farla franca, fornì loro false generalità. Questo stratagemma, tuttavia, non durò a lungo considerato che appena giunto in questura fu immediatamente smascherato e rinchiuso, dapprima a Regina Coeli e, successivamente, trasferito nel carcere veronese degli Scalzi dal commissario Colasurdo da dove riuscirà ad evadere il 17 luglio del 1944, grazie ad un audace piano meticolosamente congegnato da alcuni gappisti. Tra gli altri 16 malcapitati finiti nello loro grinfie, figuravano anche l’avvocato livornese di origine ebraica Giuseppe Lumbroso con il figlio Michele, l’ebreo Amedeo Spizzichino, l’ex console generale d’Italia a Salonicco Guelfo Zamboni, un certo Ziffer, guardia palatina in attesa di nomina, sul quale poi si addensarono ingiustamente gravi sospetti che a stento riuscì a dissimulare e il colonnello Maraschi, che indossava ancora l’abito talare. “Non avete ancora fatto in tempo a vestirvi, signor colonnello?” gli obiettò sarcasticamente il turpe aguzzino, suscitando la fiera reazione dell’ufficiale che esclamò con sdegno: “Non mi sporcare”. Tuttavia, poco dopo, mentre Koch con i suoi scagnozzi – tra i quali spiccava per la sua ferocia un certo Rezzato – continuava la caccia all’uomo, approfittando di un momento di rallentata vigilanza, «il prof. Mira si chinò, e visto che la mossa era riuscita si rimpiattò sotto un tavolo. Il colonnello Maraschi che si trovava ultimo di fila, rallentò, e scomparve nella sala da visita. Poi si infilò in cucina, piombò nella cappella delle Suore, che tutte congestionate ascoltavano la Messa. Si buttò bocconi ai gradini dell’altare. Le suore compresa la mossa, unirono i loro due banchetti davanti e fecero una fila sola in cui parecchi si inginocchiarono. Nessuno, entrando, avrebbe visto quell’uomo steso in linea orizzontale». Nel frattempo, scavalcando le mura del cortile gli uomini di Koch, passando attraverso l’Istituto Orientale, si erano intrufolati all’interno dell’Istituto di Archeologia cristiana e nel Russicum. Qui, nella concitazione della fuga, un ebreo cadde attinto da un attacco cardiaco e morì pochi istanti dopo, nonostante i disperati tentativi di rianimarlo di un giovane studente di medicina che per questo tergiversare fu acciuffato dagli agenti. Alla fine il bilancio di questa operazione si rivelò complessivamente alquanto magro; i risultati, infatti, delusero le aspettative, considerato che furono tratti in arresto appena 16 persone non di un certo rilievo, tra cui figuravano anche alcuni ebrei, i quali furono deportati prima nel campo di Fossoli e poi nel lager di Auschwitz dove, l’8 agosto 1944, trovò la morte Enrico Ravenna eliminato dalle S.S. Soltanto quando giunsero in questura Koch e i suoi scherani si accorsero che mancavano proprio i due esponenti dell’esercito: il maggiore Mira e il colonnello Maraschi. «Sia durante l’attesa nelle case religiose che al Commissariato – dichiarò De Fiore nel corso della sua deposizione durante il processo a carico di Pietro Koch – alcuni fermati ebbero possibilità di fuggire. Per questo e anche per il fatto che l’azione degli elementi di Polizia si era dimostrata fiacca e addirittura passiva, il Koch ci denunziò alla Direzione Generale, che ordinò un’inchiesta a carico mio e del capitano Lo Russo». Nel frattempo anche don Giuseppe Guerrini, cogliendo il momento propizio, senza farsi notare, si era introdotto nello studio del rettore per contattare la Segreteria di Stato e riferire al sostituto Montini le scene strazianti che si stavano verificando in seminario. Dopodiché si era preoccupato di mettere al sicuro il colonnello Maraschi, conducendolo presso il canonico della Basilica di Santa MariaMOns Francesco Bertoglio Maggiore, mons. Antonio Maria Capettini, dove rimase per alcuni mesi facendogli da segretario col nome di mons. Bonomelli. Appena appreso dell’irruzione dei nazi-fascisti al comando di Pietro Koch, il mattino seguente la S. Sede immediatamente inviò il superiore della Congregazione della S. Croce che faceva da intermediario con il comando tedesco. Così, in seguito alle veementi proteste da parte del Vaticano, anche il rettore del Seminario Lombardo, nel giro di poche ore fu rilasciato. Alle accuse di proteggere gli antifascisti rivolte da Koch, mons. Bertoglio senza scomporsi più di tanto replicò sostenendo che: «prima di essere comunista [Roveda] era uomo, bisognoso di aiuto. La carità non guarda in faccia a nessuno, non guarda alle idee, al colore. Domani si sarebbe fatto altrettanto per loro». Dopo essere stati sottoposti ad un serrato interrogatorio, la mattina del 22 dicembre, non avendo riscontrato alcun reato a loro carico, furono rilasciate 21 persone fermate nei vari istituti di S. Maria Maggiore, mentre altre 16 furono recluse nelle carceri giudiziarie di Regina Coeli. Successivamente, poiché gli altri ufficiali erano stati trasferiti altrove, la Direzione Generale di P.S. affidò proprio al commissario De Fiore il compito di interrogare gli ebrei. Fu in questa circostanza, dichiara l’ineffabile funzionario di polizia, che «ebbi la possibilità di aiutare moralmente e materialmente tutti, riuscendo a farli rimettere in libertà col concorso del collega Pesarini del Ministero, dopo averne prima per ben due volte evitato, procrastinandolo, l’invio al Nord. Tutti, ma specie l’avv. Lumbroso Giuseppe di Livorno il di lui figlio Michele, il signor Spizzichino Amedeo, [che, grazie ai documenti intestati a Parucci Amedeo era riuscito a mantenere la falsa generalità]. Ma io senz’altro – a rischio di essere scoperto dal secondino che fuori dalla cella poteva ascoltarci – redassi il verbale al nome di Parucci Amedeo sfollato da Civitavecchia» che gli permise, il 21 marzo 1944, di riacquistare la libertà appena tre giorni prima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine*.



* P.S.: A tal proposito Amedeo Spizzichino – che in realtà all’epoca gestiva un negozio di guanti in via Teatro Argentina – dichiarò, che il commissario De Fiore «pur non potendo parlare chiaramente perché c’era un secondino che guardava dalla porta a vetri e poteva pure ascoltare, mi mise una mano sulla spalla e con un’aria arrabbiata costringendomi a sedere e stringendomi la spalla mi disse: “poche chiacchiere siediti Parucci e rispondi solo alle mie domande”. Io per quanto emozionato incominciai a capire qualche cosa ed intanto il funzionario formulava domande e risposte guidandomi nell’interrogatorio e finalmente alla firma mi raccomandò di non sbagliarmi e di firmare per Parucci». Proprio per questa loro abnegazione a favore degli ebrei, il memoriale Yad Vashem ha deciso di iscrivere anche il nome di mons. Bertoglio e del commissario De Fiore tra i “Giusti tra le Nazioni”.

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© Giovanni Preziosi, 2012

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“E a Firenze le suore spalancarono le porte agli ebrei in fuga”. Su indicazione dell’arcivescovo Elia Dalla Costa nei giorni dei rastrellamenti nazifascisti nell’autunno 1943

Cari amici, vi propongo qui di seguito la lettura del mio nuovo articolo appena pubblicato nelle pagine culturali de L’Osservatore Romano, dal titolo:

“E a Firenze le suore spalancarono le porte agli ebrei in fuga. Su indicazione dell’arcivescovo Elia Dalla Costa nei giorni dei rastrellamenti nazifascisti nell’autunno 1943”, che, prendendo spunto dall’imminente triste anniversario del rastrellamento nazista perpetrato a Firenze il 26 novembre 1943 nel Convento di piazza del Carmine delle Suore Francescane Missionarie di Maria,  mira a dar conto dell’opera svolta all’epoca da tanti religiosi e religiose che, su esortazione dell’Arcivescovo di Firenze card. Elia Dalla Costa, diedero assistenza e ospitalità a quanti erano in serio pericolo di vita, in particolari ebrei e perseguitati politici, come la comunità di Quadalto delle Ancelle di Maria.

E a Firenze le suore

spalancarono le porte agli ebrei in fuga

Su indicazione dell’arcivescovo Elia Dalla Costa nei giorni dei rastrellamenti nazifascisti nell’autunno 1943

G

di Giovanni Preziosi

Dopo aver portato a termine con successo il rastrellamento e la deportazione ad Auschwitz di 1.022 ebrei romani, il reparto specializzato del capitano Theodor Dannecker risalì rapidamente la penisola spostandosi verso il Nord per effettuare analoghe retate a sorpresa nelle principali città italiane, seguendo il medesimo cliché sperimentato nella capitale. Tuttavia, poiché dopo la razzia nel ghetto di Roma Dannecker si era ammalato, la guida dell’organizzazione passò nelle mani del suo vice Alvin Eisenkolb, il quale subito prese di mira la città di Firenze che, così, pagò il suo atroce tributo alla Shoah subendo ben due rastrellamenti il 6 e il 26 novembre 1943. Difatti, l’11 settembre, a distanza di appena tre giorni dalla proclamazione dell’armistizio, i tedeschi occuparono manu militari il capoluogo fiorentino scatenando immediatamente, con la complicità del famigerato Reparto Servizi Speciali diretto dal maggiore Mario Carità, una feroce caccia all’uomo ai danni di tutti gli ebrei che si trovavano a Firenze, compresi i profughi appena giunti dai vari paesi limitrofi occupati dai nazisti con la speranza, destinata purtroppo a rivelarsi vana, che la loro sorte in Italia potesse essere migliore. A spianare la strada alle retate delle SS contribuì in modo rilevante anche la legislazione dichiaratamente antisemita adottata, fin dal 14 novembre 1943, dalla Repubblica Sociale Italiana con l’emanazione della Carta di Verona che al capitolo settimo considerava gli ebrei «stranieri e parte di una nazione nemica», disponendo persino l’internamento in appositi campi predisposti ad hoc dal Ministero dell’Interno. In tal modo tutti gli ebrei vennero braccati, arrestati e reclusi alle Murate, a Santa Verdiana o nei vari campi di internamento, come quello di Villa Le Selve presso Bagno a Ripoli, prima di essere deportati verso i campi di sterminio nazisti. Con l’incalzare delle persecuzioni antiebraiche, valutata la gravità della situazione, dopo aver appreso da alcuni amici della polizia e del Clnt che i tedeschi avevano richiesto gli elenchi di tutti gli ebrei fiorentini, il Comitato di assistenza ebraico allestito dal giovane rabbino capo di Firenze Nathan Cassuto, d’intesa con Matilde Cassin, visto che ormai da soli non riuscivano più a far fronte alle continue richieste che provenivano dai tanti profughi ebrei, decisero di rivolgersi alla Curia fiorentina con la quale allacciarono i primi contatti tramite Giorgio La Pira, che allora dimorava nel convento domenicano di San Marco. L’arcivescovo di Firenze, card. Luciano Guarnieri, "Il cardinale Dalla Costa" (1957)Elia Dalla Costa, non se lo fece ripetere due volte e subito incaricò il parroco di Varlungo don Leto Casini e il padre domenicano Cipriano Ricotti di coadiuvare il Comitato di assistenza ebraico – che agiva da terminale degli aiuti internazionali forniti dalla DELASEM – per mettere al sicuro i profughi ebrei nei vari monasteri e istituti religiosi disseminati nella diocesi, in modo da sottrarli al pericolo della deportazione. «Fu così che una mattina degli ultimi di ottobre del 1943 – scrive, con dovizia di particolari, nel suo memoriale don Leto Casini – Mons. Meneghello presentò don Casini al Comitato comprendente il rabbino di Firenze Dr. Nathan Cassuto, il Rag, Raffaello Cantoni, Giuliano Treves, Joseph Ziegler di origini ungheresi, Kalberg, Matilde Cassin, le sorelle Lascar e due altri dei quali sfugge il nome. Furono di valido aiuto il domenicano P. Cipriano [Ricotti], don Giovanni Simeoni e, naturalmente, Mons. Meneghello che, tramite il noto ciclista Gino Bartali, riuscì a procurarsi le carte d’identità opportunamente falsificate con la macchina Felix della tipografia di Luigi Brizi di Assisi, per gli ebrei nascosti nei vari conventi di Firenze. Il Comitato si riuniva tutti i giorni – continua don Leto –, tanti erano i problemi che si presentavano e urgeva risolvere. Il luogo delle riunioni veniva cambiato spesso per evitare pericoli di pedinamento. Nella cappella degli Orafi, presso la Chiesa di S. Stefano e Cecilia, don Casini riuniva settimanalmente gli Ebrei fiorentini per informarsi delle loro necessità e distribuire denaro ai più bisognosi. Il denaro occorrente per sopperire alle innumerevoli necessità – si doveva provvedere vitto, alloggio, indumenti, medicinali, carte d’identità (naturalmente false) a diverse centinaia di persone – veniva versato a don Casini dal ragioniere Cantoni». Di tutto ciò si occupava anche un piccolo gruppo di giovani che si riuniva nei locali della Libreria Editrice Fiorentina per procedere alla falsificazione dei documenti che poi venivano distribuiti agli ebrei. A quel punto, seguendo alla lettera le direttive impartite dal card. Dalla Costa, nel capoluogo fiorentino e nei suoi dintorni, oltre ventuno conventi e istituti religiosi – senza contare le varie parrocchie – spalancarono le porte per offrire un rifugio sicuro ad oltre 110 ebrei italiani e 220 stranieri. Quando andiamo dicendo trova puntuale conferma anche dalla testimonianza di P. Egidio, un anziano monaco dei carmelitani scalzi, dal quale apprendiamo che presso il convento di S. Paolino a Firenze, dove nel ’36 Gino Bartali aveva preso i voti di terziario carmelitano: «negli anni 1943-’44 […] nella biblioteca del suddetto Convento, si riuniva il Comitato di liberazione nazionale e si tennero nascosti per vario tempo, due giovani di origine ebraica». Fu così che, proprio grazie a questa sofisticata rete clandestina di assistenza, che poteva contare su un’organizzazione ben collaudata che collegava, come in questo caso, la DELASEM con la Curia genovese e quella di Firenze, si riuscirono a salvare dalla deportazione diversi ebrei, nascondendoli in vari conventi e istituti ecclesiastici come la Casa Madre delle Francescane Ancelle di La casa madre delle francescane ancelle di Maria di Quadalto era un punto di riferimento per gli ebrei che chiedevano asiloMaria di Quadalto, una frazione del comune di Palazzuolo sul Senio in provincia di Firenze che, fin dal settembre 1943 era stata inclusa nella lunga lista da consegnare agli ebrei che chiedevano asilo. «Nuovo sangue si è sparso anzi si è già cominciato a spargere – scriveva il 15 settembre, con un velo di mestizia, la cronista del Santuario S. Maria della Neve –. I migliori cittadini cercati a morte. Anche il nostro convento viene adocchiato da Sua Eminenza il Cardinale (Dalla Costa) per nascondere i perseguitati. Oggi arriva da noi il Prof. Levi. È un vecchietto il quale ha speso tutta la sua vita nello studio e nella Scuola. È cercato perché di razza ebraica. Da oltre dieci anni si è convertito al cattolicesimo (…) I suoi articoli venivano pubblicati perfino sull’Osservatore Romano. La nostra Madre Generale lo ha accolto tanto volentieri pur sapendo che prestarsi a tale atto vuol dire mettere in pericolo la vita perché il nuovo governo nato col nome di Repubblica Italiana Fascista (rectius, Repubblica Sociale Italiana) condanna a morte i protettori degli ebrei. La B. V. di Quadalto ci proteggerà perché facciamo un’opera buona: proteggiamo i perseguitati per amore della giustizia». Difatti, avendo constatato di persona durante la vista pastorale del 22 agosto la sicurezza del luogo, il card. Dalla Costa poco dopo decise di rivolgersi alla madre generale suor Teresa Serantoni per chiederle la disponibilità ad accogliere nel suo convento quanti erano in serio pericolo di vita a causa delle persecuzioni dei nazi-fascisti, raccomandando in modo particolare il prof. Giulio Augusto Levi che all’epoca, come scrisse Gentile, era considerato «uno dei più valenti interpreti del pensiero leopardiano». Tuttavia, in seguito all’introduzione delle vituperanti leggi razziali, nel 1938 gli era stata revocata la cattedra di letteratura italiana che aveva esercitato brillantemente fino ad allora presso il Liceo-Ginnasio “Galileo” di Firenze costringendolo, insieme alla sua famiglia, ad intraprendere la strada della clandestinità per sottrarsi al pericolo della deportazione. Così, fin dal settembre del 1943, cominciarono ad affluire a Quadalto, presso il Santuario S. Maria della Neve, una moltitudine di persone, in prevalenza ebrei, tra cui anche Eugenia Levi, figlia minore dell’insigne critico letterario, per trovare riparo all’ombra di quel monastero sebbene, come scriveva con malcelata preoccupazione la cronista, «crescendo il numero degli ebrei ricoverati cresceva la probabilità che questi venissero scoperti e quindi di conseguenza che la nostra buona Madre Generale venisse arrestata e condannata». Il 17 ottobre successivo, subito dopo aver appreso dell’efferata razzia che si era appena consumata nel ghetto di Roma, raggiunsero il prof. Levi e la figlia minore Eugenia anche la moglie e l’altra figlia Sara. Tuttavia, appena giunte appresero dalle suore che, per precauzione, avevano lasciato il loro convento per recarsi dal Priore di Mantigno, don Primo Grandi. Difatti era accaduto che, il 10 ottobre, il prof. Levi con sua figlia Eugenia, incautamente, si erano fatti vedere in Chiesa, cosicché subito in giro si era sparsa la voce che nel convento dimorava un vecchio con una signorina. Così, nel timore di qualche prevedibile delazione, visto che a Palazzuolo si aggiravano molte spie fasciste, si ritenne opportuno trasferire i due ospiti presso il Priore di Mantigno che, insieme alla Contessa Strigelli ed ai suoi due figli, si prodigava alacremente per tenere nascosti inglesi e ricercati dai nazi-fascisti. «Speriamo – scriveva con trepidazione la cronista – che il Professore e la sua figliola non vengano scoperto. La scoperta del Professor Levi oltre a portare danni a lui porterebbe un grave danno alla nostra cara Madre Generale al Priore di Mantigno forse alla Contessa Strigelli e ai suoi due figlioli e porterebbe danni anche a Sua Eminenza Rev.ma il Cardinal Elia Dalla Costa nostro amatissimo Arcivescovo perché si è interessato del caso ed è stato lui ad indirizzare da noi il Prof. Levi». Benché ancora affaticate per il lungo viaggio, la moglie del prof. Levi insieme alla figlia Sara, a quel punto, decisero di raggiungere subito i loro cari ma, dopo aver constatato che don Primo Grandi non poteva ospitarli, sul far della sera, di comune accordo, tutti insieme fecero di nuovo ritorno a Quadalto. «Cosa fare? – si chiedevano sbigottite le suore – Lasciarli sulla strada? Mandarli di nuovo in giro col pericolo che vengano scoperti ed arrestati? E quel che peggio in un campo di concentramento? Vengono narrati fatti atroci accaduti a questi poveri meschini. Scoprirli è facile perché basta che facciano vedere la loro carta di identità e il loro cognome è quello che li accusa. La nostra Madre Generale dopo aver tutto considerato piena di fiducia nella Beata Vergine li alloggia tutti e li nasconde nelle due camere del secondo piano della foresteria». Il 28 ottobre 1943 le Ancelle di Maria nascosero, per qualche giorno, nel loro convento anche due ufficiali inglesi che erano diretti ad Ancona – dove speravano d’imbarcarsi per Bari – dopo essere riusciti ad evadere da un campo di prigionia, grazie all’aiuto del figlio della contessa Strigelli, tal Franco. Non fecero in tempo a salutare gli ufficiali inglesi che, il 31 ottobre, al calar della sera, accompagnato da Suor Domenica Ricciarelli, sopraggiunse l’arciprete di Lagosanto don Giuseppe Folegatti, costretto a fuggire dal suo paese perché ritenuto un fiancheggiatore della Brigata “M. Babini” e per questo accusato di antifascismo. «Narra una storia dolorosa. – si legge nelle cronache conventuali – (…) Il Federale di Ferrara (Igino Ghisellini) il 24 corrente era stato a trovar(lo) in canonica e gli aveva detto che se entro una settimana non avesse fatto propaganda fascista e tedescofila per lui sarebbe stato troppo tardi e non avrebbe avuto più tempo per rimediare. La sua coscienza si ribellò a tale proposta e senz’altro disse che non poteva accettare. Domenica 31 verrò di nuovo soggiunse il Federale e farò quello che dovrei fare in questo momento». Per scongiurare questo pericolo, a quel punto, non gli restava altro da fare che far perdere immediatamente le proprie tracce. Così, con il beneplacito del suo vescovo, mons. Paolo Babini – che si premurò perfino di scrivere una lettera al card. Dalla Costa per raccomandarlo – don Giuseppe Folegatti decise di rifugiarsi a Quadalto, presso il Santuario di S. Maria della Neve. Nel frattempo, il 14 novembre successivo, mentre i nazi-fascisti a Firenze avevano sferrato la prima ondata di rastrellamenti, inaspettatamente, verso mezzanotte le suore furono svegliate di soprassalto da una insistente scampanellata. Con una certa inquietudine si precipitarono alla finestra dalla quale riuscirono a scorgere un uomo e una donna che, alquanto concitati, chiesero loro: «È qui il Prof. Levi con la sua famiglia?». «Noi non conosciamo il Prof. Levi; e in Convento non vi è alcun estraneo», tagliò corto suor Teresa Serantoni. «Non tema buona sorella, ci apra – replicò il misterioso interlocutore –. Io sono il fratello del Prof. Levi e questa è la mia figliola. Sappiamo di certo che mio fratello con la sua famiglia è qui». Nel frattempo i familiari del celebre letterato dalla loro camera, sentendo bisbigliare, si avvicinarono per cercare di capire cosa stesse succedendo; appena intuirono di chi si trattava, tirando un sospiro di sollievo, fecero un cenno di approvazione alle suore per confermare che quanto asserivano rispondeva al vero, pregando la madre superiora di ospitare anche loro nel convento. Naturalmente suor Teresa anche stavolta accettò di buon grado, sebbene, come sottolineava la cronista, la faccenda incominciava ad assumere dei risvolti preoccupanti, visto che a «Firenze si da(va) caccia spietata agli ebrei e ci p(oteva) stare che qualcuno a(vesse) visto questi due smontare dalla Corriera di Palazzuolo e venire da noi. (…) Siamo molto in pensiero per questa famiglia di perseguitati che possano venire scoperti da un momento all’altro – continua la religiosa – e siamo anche molto in pensiero per la nostra Madre Generale perché basta che l’arrestino perché muoia essendo malatissima e non potendo il suo debolissimo fisico sopportare un viaggio in un camion e la reclusione in una prigione». Il sinistro presagio si materializzò qualche giorno dopo, il 17 novembre, allorché, sul far della sera, inaspettatamente, si presentò in convento una spia fascista, il Maresciallo dei Carabinieri Mariottini il quale, con un tono intimidatorio, rivolse alla madre generale una domanda che suscitò un certo sconcerto: «Circolano voci in paese che voi alloggiate in Convento una famiglia di ebrei». A quel punto, senza alcuna esitazione, suor Teresa Serantoni, con tono compito e al tempo stesso perentorio, replicò: «In Convento io non ho persona alcuna. Venga pure a perlustrare il Convento e si convincerà di quanto affermo». Al che il carabiniere replicò con altrettanta fermezza: «Vi avverto che se ciò fosse vero mettereste in serio pericolo la vostra vita perché le leggi vigenti sono severissime a questo riguardo». Appena vide che l’ufficiale visibilmente corrucciato lasciava il convento, tirando un lungo sospiro di sollievo, l’audace religiosa immediatamente si precipitò dal prof. Levi per esortarlo a fare presto le valigie perché era stato purtroppo scoperto e quel luogo ormai non garantiva più alcuna sicurezza. «Piove è buio pesto per Palazzuolo – scrive angosciata la cronista – non conviene passare perché vi è il coprifuoco e verrebbero fermati dalla Milizia Fascista. L’unica strada è quella di prendere per Lozzole e arrivare a Marradi. Strada pericolosa quella di Lozzole con un buio così pesto colla pioggia che ha reso il viottolo sdrucciolevole. Il Professore è vecchio ormai cadente e una delle figlie è febbricitante. Decidono di partire e lasciare qui la sposa del Professore perché ammalata e incapace di far tanta strada a piedi. La separazione è dolorosissima tutti piangono». Ad ogni modo, in quella stessa notte, inerpicandosi per i sentieri di montagna a piedi sotto la pioggia battente, riuscirono a fuggire ed a raggiungere, alle prime ore del mattino, Marradi per trovare un nascondiglio sicuro nei pressi di Firenze: Eugenia e Sara furono, infatti, ospitate in un convento di suore, mentre «il professore si nascose nel Ricovero dei vecchi mendicanti a Firenze». Anche l’altra casa delle Ancelle di Maria di Coverciano-Firenze, guidata egregiamente dalla madre superiora suor Candida Resta, si adoperò in quest’opera di carità per cercare di mitigare «l’odio cieco, implacabile, indiscriminato» e la lunga scia di sangue che lasciava dietro di sé l’atroce vendetta dei nazi-fascisti. Difatti, con l’incalzare della guerra e delle persecuzioni antiebraiche, «tragici furono i giorni del dolce settembre fiorentino e quanto mai doloroso fu l’autunno 1943. (…) e così, per quelle porte sempre arditamente, sempre fraternamente aperte, passarono uomini messi in fuga dalle indiscriminate retate; soldati scampati alle deportazioni; compromessi politici braccati con orribile bramosia di vendetta; ebrei perseguitati senza sosta; anime in pena in cerca di scampo; superstiti terrorizzati dai bombardamenti; giovani insofferenti di vestire una divisa che li avrebbe messi al servizio del nemico e dei fascisti fratricidi; vecchie inglesi e vecchie americane ammalate o inferme, destinate ai campi di concentramento; innocenti minacciati da orribili rappresaglie. (…) In tal modo, la dolce Casa (…) accolse, soccorse, confortò, ospitò, con imperturbabile calma, consapevolmente incurante del pericolo a cui esponeva, in quel triste tempo, ogni forma di pietà. (…) le soccorrevoli porte continuarono perciò a rimanere confidentemente aperte e nessuna restrizione fu imposta neppure agli ospiti più indiziati e più attivamente ricercati». Difatti, con il favore delle tenebre, alle tre del mattino del 27 novembre 1943 dopo aver tratto in arresto i membri del Comitato di assistenza ebraico-cristiano nella sede fiorentina dell’Azione Cattolica, in via de’ Pucci al civico 2, un’altra pattuglia di circa trenta SS, coadiuvati dai miliziani fascisti, in seguito alla delazione del segretario di Joseph Ziegler – tale Marco Ischio – diedero libero sfogo alla loro violenza non risparmiando neanche i luoghi sacri, dove erano convinti di scovare gli ebrei nascosti con la compiacente complicità delle religiose. La razzia più efferata si rivelò proprio quella perpetrata nel convento delle Suore Francescane Missionarie di Maria di piazza del Carmine, guidato all’epoca dalla giovane madre superiora suor Sandra (al secolo Ester Busnelli) che, accogliendo l’invito del card. Dalla Costa, aveva spalancato le porte del proprio convento ad una cinquantina di donne, quasi tutte profughe ebree, con i loro bambini, tra cui spiccava la moglie del rabbino capo di Genova, Wanda Abenaim Pacifici, con suoi due figli Emanuele e Raffaele. «Le Ebree nel salone sono prese come topolini nella trappola – scrive la cronista – e non sanno riaversi dalla sorpresa. (…) Una ragazza (Lea Lowenwirth-Reuveni). tenta di fuggire saltando dalla finestra ma è subito raggiunta da un SS. Difatti, nel frattempo, la responsabile del pensionato, suor Emma Luisa, appena sentiti i rintocchi di campana, aveva tentato «di farne fuggire parecchie [di loro] per una porta segreta di clausura, che esse già conoscevano. Sfortunatamente non arrivano in tempo e sono prese». Le donne ebree fermate dai tedeschi furono tenute prigioniere nel convento con i loro bambini per quattro giorni di fila, affidate in custodia ai fascisti del famigerato Reparto Servizi Speciali – meglio noto come Banda Carità – i quali, la mattina del 30 novembre, si lasciarono andare ad ogni sorta di sopruso e sevizia al punto che, «per avere due o tre ragazze che essi pretendevano di avere (…) ci fu una (…) che per salvare le ragazze si offrì lei di darsi a quei fascisti, ed essi ne abusarono in un angolo della stanza (…), però nessuna fu liberata». Difatti furono dapprima recluse nelle carceri fiorentine e poi trasferite a Verona prima di essere istradate verso il campo di Auschwitz-Birkenau da dove, purtroppo, non faranno più ritorno.

* * *

Proprio in data odierna il Museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme ha comunicato di aver riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” il cardinale Angelo Elia Dalla Costa per aver salvato centinaia di ebrei. Qui di seguito riportiamo il testo ufficiale pubblicato sul sito dell’importante istituzione ebraica.

Cardinal Elia Angelo Dalla Costa, Archbishop of Florence, Recognized as Righteous Among the Nations

26 November 2012

Cardinal Elia Angelo Dalla Costa, Archbishop of Florence, has been recognized as Righteous Among the Nations. Cardinal Dalla Costa was recognized for spearheading the rescue of hundreds of Jews in Florence during the Holocaust. The Cardinal’s name will be engraved on the Wall of Honor in the Garden of the Righteous at Yad Vashem.

The rescue story:

During the Holocaust, Florence became the scene of a major rescue endeavor. Initiated by Rabbi Nathan Cassuto and Raffaele Cantoni, it became a joint effort of Church people, guided by Cardinal Elia Angelo Dalla Costa, Archbishop of Florence, and Jewish personalities. This Jewish-Christian network, set up following the German occupation of Italy and the onset of deportation of Jews, saved hundreds of local Jews and Jewish refugees from territories which had previously been under Italian control, mostly in France and Yugoslavia.

Cardinal Dalla Costa initiated and encouraged the participation and activity in the rescue activity of the clergy, and appointed his secretary, Father Meneghello, to be in charge of these dangerous life-saving operations. Dalla Costa played a central role in the organization and operation of a widespread rescue network, recruited rescuers from among the clergy, supplied letters to his activists so that they could go to heads of monasteries and convents entreating them to shelter Jews, and sheltered fleeing Jews in his own palace for short periods until they were taken to safe places.

In December 1943, following a denunciation, most of the Jewish activists were arrested. From that time on, it was the Church people who bore most of the responsibility for maintaining and upholding the rescue effort, even though some of the Church clergy too were arrested and in some cases even tortured.

There are a number of testimonies testifying to Della Costa’s personal involvement in rescue activities.

Lya Quitt testified that she fled from France to Florence in the beginning of September 1943 and was brought to the Archbishop’s palace where she spent the night with other Jews who were being sheltered there. The following day they were taken to different convents in the city.

Giorgio La Pira described Dalla Costa as “the soul of this ‘activity of love’ aimed to save so many brothers,” and Father Cipriano Ricotti wrote: “I don’t know about other cities, but in Florence a real organization to help Jews was set up by the wish of Cardinal Elia Dalla Costa. I remember being summoned to the Archbishop’s office – it was September 20, 1943 at the latest. I presented myself, accompanied by the Provincial Superior, Father Raffaele Cai. The Archbishop asked me, (in the presence of Monsignor Meneghello), if I believed that I could devote myself to helping Jews. He immediately gave me a letter of introduction he had written, so that I would have the authority to turn to monasteries – many of which may not have opened their gates, had I not such a letter in my possession – so as to find shelter for the numerous suffering persons.”

Earlier this year, Yad Vashem recognized Cardinal Elia Angelo Dalla Costa as Righteous Among the Nations. Despite many efforts, Yad Vashem has been unable to identify any next of kin for the Archbishop, and so the medal and certificate of honor will remain at Yad Vashem.

Thus far, over 24,000 individuals have been recognized by Yad Vashem as Righteous Among the Nations. For information, stories and statistics, please see: http://www1.yadvashem.org/yv/en/righteous/index.asp

© Giovanni Preziosi, 2012

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“Gli archivi raccontano. Storie di aiuto reciproco tra ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale”,(Integrazioni)

Cari amici,

proprio quest’oggi ho ricevuto dal carissimo Fr. Ubaldo Todeschini altre pregevoli integrazioni all’articolo pubblicato il 26 gennaio scorso nelle pagine culturali de “L’Osservatore Romano”, dal titolo: “Gli archivi raccontano. Storie di aiuto reciproco tra ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale”, che ho ritenuto opportuno pubblicare almeno in queste pagine, per una conoscenza più esaustiva di questa interessante vicenda. Del resto sono sempre stato del parere che, soprattutto in campo storico, non si può mai dire la parola fine, poiché vi sono sempre da scoprire nuovi documenti, da dire altro, da dire meglio quello che è stato già detto per offrire un modesto contributo e diradare quei meandri oscuri che la storiografia non ha ancora esplorato abbastanza, in modo da dissipare dubbi e incertezze e ampliare gli orizzonti della conoscenza.

Per leggere l’articolo in questione con le relative integrazioni si rimanda all’apposita pagina di questo Blog cliccando sul link qui di seguito:

“Gli archivi raccontano. (Integrazioni)”

Categorie: Ebrei e Shoah, La Resistenza in Convento, ll ruolo del clero nella Resistenza | Tag: | 1 commento

“Gli archivi raccontano”. Storie di aiuto reciproco tra ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale (di G. Preziosi, “L’OSSERVATORE ROMANO” giovedì 26 gennaio 2012)

Cari Amici,

vi propongo la lettura del mio nuovo articolo che ho scritto per “l’Osservatore Romano” appena pubblicato nell’edizione di giovedì 26 gennaio.

Buona Lettura a tutti!

Gli archivi raccontano

Storie di aiuto reciproco tra ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale

Durante gli anni della seconda guerra mondiale avvenne un episodio che vide per protagonisti, loro malgrado, un giovane seminarista dei Servi di Maria, Ubaldo Maria Todeschini, e un medico di fede ebraica che testimonia, di per sé, come l’amore e l’abnegazione per il prossimo non conosce steccati né di ordine ideologico e né tantomeno di carattere religioso.

Alla ferocia disumana della guerra corrisposero, infatti, anche esempi di autentica solidarietà, tant’è che non furono soltanto gli Ebrei a beneficiare dell’aiuto fornito loro dai tanti religiosi, ma anch’essi si prodigarono, all’occorrenza, per soccorrere chi si trovava in qualche difficoltà, ricambiando, in tal modo, le attenzioni ricevute. Emblematico, in tal senso, è un episodio davvero singolare che riguardò l’allora seminarista, ora Padre Ubaldo M. Todeschini – che a quel tempo frequentava il collegio trevigiano S. Giuseppe di Follina – ed un giovane medico ebreo ivi rifugiato, il cui intervento si rivelò davvero provvidenziale perché gli salvò la vita.

image«Si era nell’inverno del 1943-1944 – scrive sul filo della memoria fr. Ubaldo – (non ricordo in quale dei tre mesi invernali). Avevo allora 16 anni. Ero fisicamente sviluppato e alto di statura più della media dei miei coetanei. Avendo conosciuto e apprezzato i religiosi Servi di Maria della chiesa di S. Maria della Scala di Verona, città dove vivevo, e aderito al loro invito a seguire la vocazione religiosa nel loro Ordine, mi trovavo allora già da tre anni nel collegio-seminario S. Giuseppe di Follina, in provincia di Treviso, dove frequentavo il quarto anno di Ginnasio in preparazione al Noviziato.

Degli anni trascorsi in quel collegio sono rimasti vivi nella mia mente, accanto a lieti ricordi di fatti e di persone, anche ricordi assai dolorosi di eventi e di situazioni dovuti alla guerra; tra questi, il ricordo dell’esperienza di una grande e continua fame. Il cibo che davano non bastava per me, anche a motivo del mio precoce sviluppo fisico, al quale ho accennato sopra. E così per calmare la fame, quando potevo, strappavo dalla terra dei nostri campi coperti di brina le radici delle verze e dei cavoli, che vi erano rimaste, e me le divoravo crude; mangiavo patate e polenta – anche in condizione avariata – destinate in cibo ai maiali, e le dure croste della polenta che rimanevano attaccate all’interno del grande paiolo di rame in cui veniva cotta … e le conseguenze non si fecero attendere.

Un giorno, assalito da febbre alta, in preda a brividi, tutto sudato, fui portato – mi ricordo bene – mezzo delirante in una stanza del reparto nel quale abitavano i Padri e venni così isolato dal resto degli studenti. Il medico del paese, chiamato, diagnosticò la solita influenza e prescrisse il solito rimedio di qualche medicina, del riposo a letto e dell’attesa. Per mia fortuna, proprio nello stesso reparto, si trovava rifugiato e nascosto (penso, a motivo delle leggi razziali), un giovane medico Ebreo, del quale – me ne dispiace moltissimo – non ho annotato il nome, e al quale auguro ogni bene dal Signore in ricompensa di quanto ha fatto per me.

Visto che il male continuava con febbre sempre alta e che andavo indebolendomi di giorno in giorno, un Padre, P. Mariano M. Facci, chiese al medico Ebreo di visitarmi. Egli lo fece e, avendo diagnosticato il tifo, fece ordinare in farmacia delle medicine più adatte; non solo, ma indicando ai Padri vie e medici di sua conoscenza, riuscì a far arrivare in Collegio altre medicine più confacenti alla cura del tifo. Ricordo che l’innominato buon medico stava per ore e ore seduto accanto al mio letto, alla destra, e mi osservava e mi assisteva come fossi un suo fratello minore, finché, grazie al Cielo, poco a poco potei ricuperare le forze e prendere del cibo.

Il medico era amante della musica e, quando ormai stavo per ritornare alla vita normale degli studenti, mi chiese un favore. Bisogna sapere che non lontana dalla stanza che mi ospitava, sullo stesso piano, ma in altro corridoio, c’era un’aula scolastica nella quale stava un pianoforte, e che uno dei miei compagni di classe, Piero Faustini, poi sacerdote col nome di Padre Faustino Faustini, veneziano, era un bravo pianista, come altri nella sua famiglia. Quando Piero suonava nella vicina aula scolastica, il medico lo ascoltava con grande attenzione. Or dunque il medico, prima che mi separassi da lui, mi chiese di dire a quello studente, che non conosceva, di suonare qualche volta i Notturni di Chopin, che gli piacevano in modo particolare. Mantenni la promessa; e Piero, con le note delicate e commoventi di Chopin, attenuava di tanto in tanto la fredda solitudine e il duro isolamento dell’indimenticabile giovane medico Ebreo dal cuore buono».

Padre Ubaldo, tuttavia, ebbe modo di ricambiare la cortesia qualche mese più tardi allorché durante le vacanze estive di quel tragico 1944, per ragioni di famiglia, fu ospitato per circa un mese nel convento di S. Maria della Scala di Verona, dove gli fu affidata la cura di un anziano signore ebreo dal quale si recava puntualmente ogni mattina per aiutarlo ad alzarsi dal letto e a vestirsi.

imagePresso il collegio “S. Alessio Falconieri” – questa era la denominazione ufficiale dello stabile dove poi venne eretta, ad opera dell’ordine religioso dei Servi di Maria, la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” – situato in viale XXX Aprile 6, oltre ad alcuni rifugiati di origine ebraica, in quel periodo fu concessa degna ospitalità anche ad altre persone in serio pericolo di vita. In una cronaca coeva si legge qualcosa in merito a questi fatti, sebbene, per prudenza, nessun nome è stato trascritto, anche se si parla in particolare di un “alto ufficiale”. Scrive, infatti, il cronista dell’epoca padre Corrado M. Berti, dopo la liberazione di Roma e la conclusione della fase emergenziale:

«Fin dalla metà d’ottobre abbiamo in casa vari ufficiali ed ebrei i quali temono di essere acciuffati dai tedeschi o dai fascisti. Alcuni di essi hanno indossato l’abito nostro, altri continuano a vestire da secolari. Il portiere deve sempre andare personalmente ad aprire il cancello ogni qual volta qualcuno suoni perché non è possibile introdurre persone che non siano conosciute o accompagnate. È stato quindi tolto il bottone automatico con il quale si può aprire il cancello rimanendo in porteria. Inoltre è stato costruito un rifugio dietro la Cappella, murando la porta che dalla sagrestia conduce nel bugigattolo retrostante all’altar maggiore e praticando una piccola apertura quasi invisibile al lato destro di un altare di cappella. In caso di pericolo si dà un segnale e tutti corrono al rifugio, cioè tutti quegli ufficiali, giovani di leva ed ebrei. Fra gli ufficiali che hanno indossato provvisoriamente il N. S. Abito, due hanno fatto straordinari progressi nella virtù. Uno da vita assai tiepida si è elevato a grande perfezione e frequenta ogni giorno la S. Comunione e interviene con noi a tutti gli atti comuni.

In cella, non fa che leggere libri santi e meditare. È un alto ufficiale, valorosissimo che ha scampato più volte alla morte, si può dire per miracolo. […]

Abbiamo avuto per sistema di non spingere nessuno a cambiar vita o a praticare la Chiesa. Il buon esempio, e soprattutto la grazia, hanno operato. Anche gli ebrei sono rimasti molto edificati della vita dei religiosi. […]

Tra la fine di dicembre e i primi di gennaio abbiamo avuto un sopralluogo in convento per opera di due falsi elettricisti che hanno voluto visitare tutto e accendere tutte le luci e poi l’ispezione di alcuni impiegati del catasto (almeno si spacciavano per tali) i quali di nuovo hanno voluto visitare vari ambienti e prendere anche varie misure. Dopo la prima visita sono stati acciuffati due giovani ebrei rifugiati da noi, uno dei quali è stato rilasciato la sera stessa, l’altro dopo un mese di blanda prigionia in una villa di Roma. In seguito a questi sopralluoghi, i nostri rifugiati sono fuggiti altrove. Essendosi ripresentati, per ordine del P. Priore [fr. Amadio M. Brighetti, n.d.a.], che è forse troppo timoroso, non sono stati riaccettati. Si sono trattenuti in casa fino al 4 giugno (1944) soltanto un signore ebreo con 3 figli. […]

Quei signori ebrei si sono trattenuti ancora un po’ in casa e poi sono ripartiti. […]

In questi mesi, in cui i libri e oggetti preziosi sono stati nascosti insieme a formaggio, marmellata, piselli, riso, ecc. il cronista ha creduto bene di non scrivere nulla direttamente in questo libro il quale, se trovato e letto, avrebbe potuto compromettere la Comunità».

I particolari della perquisizione vengono descritti fin nei minimi dettagli dal priore del convento, fr. Amadio M. Brighetti, in una relazione dattiloscritta inviata al priore generale dei Servi di Maria, fr. Alfonso M. Benetti, in data 10 febbraio 1946, sollecitata da due lettere che quest’ultimo aveva ricevuto da Mons. Montini e da Mons. Costantini, allo scopo di appurare lo stato delle chiese e dei conventi per ottenere la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico. In questa minuziosa relazione il Priore del convento afferma che i rifugiati presso il collegio S. Alessio Falconieri ammontavano a circa una cinquantina, dei quali dieci erano ebrei. Di giorno stavano nei locali, che allora erano detti dell’Infermeria, quelli cioè al piano terra, alla sinistra dell’edificio entrando nel Collegio, verso la “grotta di Lourdes”. Di notte, invece, dormivano nello spazio dietro l’altare della cappella. «Una signora – fr. Ubaldo riferisce questa notizia avuta a voce da fr. Battista M. Pivato, cuoco, al tempo dei fatti, del Collegio S. Alessio Falconieri – che si qualificava come domestica del Collegio, munita della chiave del cancello d’ingresso e della porta dell’Infermeria, coraggiosamente portava ogni giorno del cibo ai rifugiati».

Ad ogni modo, a causa dell’imprudenza di alcuni di questi “ospiti”, che ogni qualvolta si verificavano le incursioni aeree si precipitavano sulla terrazza per assistere più da vicino all’evolversi degli eventi, un individuo, che appostato nella palazzina di fronte osservava per ore e ore munito di binocolo tutti i movimenti, fece rapporto all’O.V.R.A., immaginando che all’interno del collegio si nascondevano dei partigiani e che i religiosi si adoperavano per fare segnalazioni agli aerei Anglo-Americani. Di conseguenza, su ordine del famigerato tenente Koch – capo dell’omonimo reparto speciale di Polizia della Questura di Roma operante nella capitale –, l’edificio venne immediatamente circondato e messo sotto stretta sorveglianza per più di una settimana da alcune guardie in borghese. Fortunatamente, il capitano Magnoni, tramite il parroco, si premurò di mettere subito al corrente la comunità che Koch stava preparando una perquisizione in grande stile all’interno del loro collegio. In questo modo fu possibile mettere in salvo in altre case religiose i vari rifugiati, mentre gli Ebrei, per non essere riconosciuti, preferirono lasciare S. Alessio con il favore delle tenebre. Nel frattempo, il Vicariato provvide a mettere in allerta l’intera comunità, facendo pervenire al convento di S. Marcello al Corso, sede della Curia Generalizia dei Servi di Maria, precise informazioni al riguardo, avvertendo che sul far della sera si sarebbero presentate due spie travestite da elettricisti con il pretesto di controllare gli impianti, considerato che una delle accuse mosse ai religiosi era quella di nascondere una radio-trasmittente clandestina. Qui, infatti, si rifugiarono una decina di Ebrei che, indossata la tonaca, trovarono ospitalità all’interno del convento. Appena erano avvisati del pericolo subito si nascondevano in due posti: nel vano che sta dietro l’ultima stanza a sinistra del lungo corridoio superiore del convento, verso via di S. Marcello, oppure nei piccoli locali che si trovano immediatamente sotto il tetto, verso via dei Ss. Apostoli.

«In quel momento – scrive nella sua relazione il priore fr. Amadio M. Brighetti al Priore generale Fr. Alfonso M. Benetti – si trovavano in casa gli ospiti ebrei che furono immediatamente nascosti nel rifugio praticato nel corridoio del retro sagrestia, al quale si accedeva per una porticina che si trova ancora “in cornu epistolae” dell’altare di S. Giuseppe. Terminata la visita, si pensò subito a metter in salvo gli ospiti e fu decisa una doppia uscita: alcuni uscirono per il cancello a valle, gli altri per il cancello a monte. Ma l’OVRA vigilava ed i due giovani fratelli Della Seta furono arrestati e portati (sempre dal dott. Koch) al caffè Barberini, dove uno di essi, messo alle strette confessò ogni cosa. Uno dei due giovani fu trattenuto come ostaggio, il fratello invece fu rilasciato con il compito di iniziare un accurato spionaggio nei vari Istituti religiosi di Roma. A questo punto tutta l’abilità del dott. Koch si esaurì nel tentativo di conoscere il nominativo dei rifugiati. Naturalmente dalla deposizione dei due giovani aveva capito l’inutilità dell’operazione notturna, che venne quindi disdetta. Il P. Taucci [Raffaello, 1882-1971] e il P. Vincenzo [Buffon, 1914-1975] furono sottoposti a diversi interrogatori. Mai però fu usata violenza. Dopo un mese il dott. Koch stesso riconduceva i due giovani ed anzi si compiaceva a descrivere le modalità con cui sarebbe avvenuta la perquisizione (uccisione per avvelenamento del cane, ingresso in casa attraverso la terrazza che dà alle aule, occlusione di tutte le possibilità di sortita, minuto sopralluogo). Ma finì tutto con l’episodio della vigilia.

Sento il dovere di mettere in evidenza – conclude il Priore – che il soggiorno dei rifugiati fu per la maggioranza completamente gratuito, modesta la retribuzione dei pochi che si ricordarono del dovere di riconoscenza. Da notare che gli interessati erano quasi tutti senza tessera, con essi quindi la Comunità divise il suo pane, tanto che in alcuni giorni i giovani professi, per attutire quella che si potrebbe chiamare autentica fame, si accanivano sui torsi di cavoli lasciati nell’orto dal cuoco».

Pragasam Sagayadoss, nella sua tesi dal titolo “The life of the friars in St. Alexis Falconieri College during the second world war (1939-1945)”, scrive inoltre che: «The number of refugees in December 1944 – January 1945 had gone up to around fifty [...]. Among these there were 10 Jews, 5 Captains of the Regime Army, 3 Colonels and 4 Generals». Questo particolare, del resto, viene confermato a chi scrive anche da fr. Ubaldo Maria Todeschini che, dall’ottobre 1949 al 1967, è stato prima studente e poi sacerdote docente proprio presso il Collegio S. Alessio Falconieri:

«Ricordo – dichiara fr. Ubaldo – che nel periodo 1949-1950 due signori, i soli allora ancora ospitati, o rifugiati, nel Collegio, lavoravano come aiutanti nella nostra grande cucina. A detta degli studenti, i due erano fascisti (e con tale termine erano indicate allora persone di quel regime ricercate per crimini), dei quali uno, genovese o almeno ligure, di 40-50 anni, del quale non ricordo il nome, il più dotato di personalità, si diceva fosse stato condannato a morte da tribunali della Resistenza e che fosse stato un “pezzo grosso”. L’altro, che si chiamava Antonio (non so il cognome), era, si direbbe, un “sempliciotto” privo di cultura. […]

Nei documenti dell’Archivio conventuale di S. Marcello (libri di cronaca e altri), e in quelli dell’Archivio di Curia, non si trova nulla sugli Ebrei ivi rifugiati (che dovevano essere una decina circa): infatti ad un solo frate (il dotto fr. Raffaello M. Taucci) era demandato di occuparsi di essi con l’esclusione di tutti gli altri e con la cautela di non annotare nulla sulla loro presenza [mentre nel collegio S. Alessio Falconieri questo stesso incarico fu affidato a P. Clemente M. Francescon, n.d.r]. Vi è solo la memoria, scritta però assai tardivamente, da un nostro frate non sacerdote, fr. Riccardo M. Rossi che afferma di essere andato nel 1943, insieme ad un altro Frate, fr. Paolino Lirussi (che da giovane aveva svolto le mansioni di segretario del cardinale Servo di Maria Aléxis M. Lépicier), al Ghetto a prendere delle valige degli Ebrei per portarle al convento di S. Marcello, e di aver portato giornalmente le vivande agli stessi Ebrei nascosti nelle soffitte del convento. Nei documenti conventuali invece si trova la accentuata preoccupazione del Priore e dell’Economo per quanto riguarda il razionamento dei viveri, che dovevano essere divisi con i rifugiati, e l’ottenimento delle relative “tessere”.

Il numero (“around fifty”) di rifugiati nel Collegio S. Alessio dal dicembre del 1944 al gennaio 1945, indicato nel lavoro di Pragasam Sagayadoss, mi pare eccessivo. Tra gli Ebrei vi era Ezio Calò, proprietario di un negozio di ottica in Via Arenula, che io stesso ho conosciuto. Sentivo parlare di un numero meno consistente, cioè da 10 a 20 persone. Non ho visto i libri di cronaca del Collegio; ma penso che, come per quelli di S. Marcello, non vi sia scritto nulla o quasi nulla sulla presenza degli Ebrei: anche per essi era il solo Raffaello Taucci ad occuparsene.

Dopo la guerra l’ex Primo Rabbino di Roma, divenuto cristiano col nome di Eugenio Zolli, insegnava “ebraico” nella nostra Facoltà, e anch’io sono stato suo alunno».

La lettera a cui allude fr. Ubaldo fu scritta da Todi dal “fratello non chierico di voti solenni” – o come si diceva un tempo “fratello converso” – fr. Riccardo Maria Rossi, su carta intestata di quel convento, il 22 maggio 1998, in risposta ad una precisa richiesta del priore generale dell’epoca p. Hubert M. Moons. Ecco il breve testo:

«Padre Reverendissimo,

Cogliendo il suo desiderio riguardo ai nostri Fratelli maggiori Ebrei:

Posso dire che durante la persecuzione furono accolti nel convento di S. Marcello [ma] non posso precisare il numero. Fra Paolino Lirussi ed io andammo a trasportare delle valigie dal loro Ghetto per metterli al sicuro. Essi stavano nascosti nelle soffitte. [C’erano anche dei] fascisti ai quali io portavo loro il pranzo e la cena (alimenti m[o]desti).

Ecco tutto quello che posso dire e ricordare.

Ossequi

Fra Riccardo M. Rossi».


In data odierna, 23 giugno 2012, ho ricevuto altre pregevoli integrazioni da parte del carissimo Fr. Ubaldo Todeschini che ho ritenuto opportuno pubblicare, almeno in queste pagine, per una conoscenza più esaustiva di questa interessante vicenda. Del resto sono sempre stato del parere che, soprattutto in campo storico, non si può mai dire la parola fine, poiché vi sono sempre da scoprire nuovi documenti, da dire altro, da dire meglio quello che è stato già detto per offrire un modesto contributo e diradare quei meandri oscuri che la storiografia non ha ancora esplorato abbastanza, in modo da dissipare dubbi e incertezze e ampliare gli orizzonti della conoscenza.

Aggiungo il testo riportato in una delle pubblicazioni ufficiali dell’Ordine dei Servi di Maria, Acta Ordinis Servorum B. Mariae Virginis, X, 1945, pp. 324-326).

Riguarda le opere di carità compiute dalle due Case generalizie dei Servi di Maria durante la seconda guerra mondiale. Il testo è in latino. Aggiungo, per ogni buon conto, la traduzione di Fr. Ubaldo Todeschini in lingua italiana.

1) – Convento di S. Marcello: …

… Conventus, vix induciis factis, multos iuvenes excepit qui ad militare servitium cogebantur inviti a Republica quae a fascibus vocabatur. In eo multi se occultarunt ex Praepositis militum, vulgo Officiales, etiam altioris gradus, qui alta munia expleverant. Aliqui etiam ex hebraeis in conventu delituerunt.Triginta circiter computari possunt qui quotidie in Conventu morabantur. Eorum praesentia damnum quidem non attulit regulari observantiae, sed incommodum grande attulit eorum sustentatio, cum fere omnes tessera alimentorum carerent. Ut omnibus his lectus stratus provideretur nonnulli ex iunioribus Patribus per totum hiemale tempus super culcitra tantum et nudo pavimento dormire passi sunt. Fere hi omnes ospites sodales erant coetuum clandestinorum pro Liberatione Nationali, in quibus efficacem operam praestabant; et in Conventu congregabantur etiam directores horum cetuum de Urbe. Unus ex Patribus Conventus, R. P. Iulius M Scappin, ob eius operam politicam, in carcere detrusus mansit diebus quadraginta. Eius industria praecipue in eo posita era ut militibus procuraret documenta necessaria, loca refugii, victum et vestes, quae a piis fidisque personis colligere curabat; nec hebraeos oblitus est, quorum tamen unus, ut videtur, publicae securitatis administrationi eum detulit. Alii etiam ex familiae religiosis excelluerunt diligentia in exarandis et suppeditandis documentis urgentioris necessitatis …

2) – Collegio internazionale S. Alessio Falconieri

In Collegio Internationali S. Alexii Falconieri de Urbe … Sed praecipue chari­tas enituit in hospitandis et occultandis, durante ger­manica occupatione, quinquaginta circiter viris, ex quibus decem erant hebraei, quinque Centuriones R. Exercitus (v. Capitani), tres militum Tribuni (v. Colonnelli), quatuor Praefecti exercitus (v. Gene­rali), ceteri milites commu-nes, vel ad arma vocati, vel milites a publica tutela (v. Gendarmi), seu excubiae urbanae (Quardie Metropolitanae). Nec pericula in hoc opere charitatis defuerunt. Cum enim Fratres delati fuissent quasi hospitio reciperent illos qui “partigiani” vocabantur et quasi signa isti praeberent in aereis incursionibus, aedificium Collegii per hebdomadam a publicae securitatis custodi­bus advigilatum fuit, sub directione Dr. Koch, qui cum suo secreta­rio, immutata veste sub specie operarii a Municipio missi, accuratam perquisi-tionem in universa domo perfecit. Sed cum in antecessum Prior Collegii praemonitus fuisset, omnes hospitio recepti Colle­gium relinquere potuerunt, hebraeis tantum in latibulo remanentibus, qui sub sero dimissi sunt. Notandum venit quod maior pars eorum qui in Collegio occultati fue­runt, gratuito excepti fuere et substentati, reliqua pars modicam retributionem dedit; et cum fere omnes tessera pro victualibus carerent. Collegium cum ipsis panem suum dividere cogebatur.

Traduzione in Italiano

1)   – Convento di S. Marcello:

… Il convento accolse senza troppo esitare molti giovani che erano costretti al servizio militare dalla Repubblica fascista. Vi si nascosero molti ufficiali anche di grado superiore, che avevano svolto incarichi importanti. Anche alcuni Ebrei si nascosero nel convento. Si può stimare che il numero delle persone che stavano giornalmente in convento ascendesse a circa trenta.

La loro presenza non nocque all’osservanza regolare, mentre grande difficoltà costituì il loro sostentamento, poiché quasi tutti erano privi della tessera annonaria. Al fine di provvedere a tutti un letto normale, alcuni dei Padri più giovani accettarono di dormire, per tutto l’inverno, col solo materasso sul nudo pavimento.

Quasi tutti gli ospiti erano membri dei Comitati clandestini di Liberazione Nazionale, nei quali svolgevano un lavoro efficace; in convento si riunivano anche i capi di questi comitati esistenti in Roma.

Uno dei Padri del convento, il R. P. Giulio M. Scappin, a motivo della sua attività politica, fu chiuso in carcere per quaranta giorni. Il suo compito consisteva principalmente nel procurare ai militari i documenti necessari, i luoghi di rifugio, il vitto e i vestiti, che raccoglieva da pie e fidate persone; non trascurò gli Ebrei, uno dei quali, come pare, purtroppo, lo denunziò all’Amministrazione della Pubblica Sicurezza. Anche altri religiosi di famiglia si sono distinti per la sollecitudine mostrata nello scrivere o nel procu-rare documenti di più urgente necessità…

2) – Collegio internazionale S. Alessio Falconieri di Roma

…. la carità si esercitò principalmente nell’accogliere e nascondere, durante l’occupazione tedesca, circa cinquanta persone, delle quali dieci erano Ebrei, cinque Capitani del Regio Esercito, tre Colonnelli, quattro Generali del Regio Esercito, tutti gli altri soldati semplici o chiamati alle armi, o Gendarmi, o Guardie Metropolitane.

Non mancarono i pericoli in quest’opera di carità. Siccome i Frati erano stati denunciati di aver dato ospitalità ai cosiddetti “partigiani” e che questi durante le incursioni aeree dessero delle segnalazioni, l’edificio del Collegio venne sottoposto a vigilanza dalle guardie di pubblica sicurezza sotto le direttive del Dr. Koch, il quale col suo segretario, travestito da operaio inviato dal Municipio, eseguì una accurata perquisizione in tutto l’edificio. Ma, essendo stato avvisato in precedenza il Priore del Collegio, tutti gli ospiti avevano potuto abbandonare il luogo, solo gli ebrei, rimasti nel loro nascondiglio, furono lasciati andare di sera.

Occorre notare che la maggior parte di coloro che erano nascosti in Collegio, fu accolta e sostentata gratuitamente; una minima parte di loro diede un piccola retribuzione, ma poiché quasi tutti erano privi della tessera annonaria, il Collegio doveva dividere con loro il proprio pane.

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Scuola Postilla: Le notizie e i documenti riportati nel seguente articolo sono tratti dalle memorie che padre Ubaldo Maria Todeschini ha affidato all’Autore, nonché dall’Archivio del Collegio Sant’Alessio Falconieri e dall’Archivio Generale dell’ordine dei servi di Maria.

© Giovanni Preziosi, 2012

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Categorie: Ebrei e Shoah, La Resistenza in Convento, ll ruolo del clero nella Resistenza | Tag: , | 2 commenti

Suor Enrichetta Alfieri l’angelo di San Vittore

Trailer della docu-fiction “La vita è un cinematografo” con Daniela Poggi e Luca Ward.

 

Ieri, in piazza Duomo a Milano durante la Santa Messa presieduta dall’Arcivescovo di Milano il Card. Dionigi Tettamanzi e dal Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi Card. Angelo Amato, Madre Enrichetta Alfieri – delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret -  è salita agli onori degli altari al cospetto di diecimila fedeli. Per comprendere meglio chi era Suor Enrichetta, riportiamo qui di seguito alcuni articoli scritti da alcune sue consorelle che delineano, con dovizia di particolari, il suo ruolo determinante svolta nella temperie di quegli anni soprattutto nel carcere milanese di San Vittore.

 

Scheda biografica di Suor Enrichetta
Nata nel 1891, sin da giovanissima si accosta alla vita religiosa e nel 1917 professa i voti temporanei. Subito dopo diventa educatrice in un asilo infantile, ma nel giro di qualche mese deve abbandonare per una difficile e invalidante forma di tubercolosi.
Nel 1922, le sue superiori suggeriscono un pellegrinaggio a Lourdes, dal quale torna serena e pronta ad accettare la fatica e la sofferenza della malattia, che nel giro di qualche mese la
porta in fin di vita al punto che il 5 febbraio 1923 riceve il sacramento dell’estrema unzione.
imageEppure qualcosa di straordinario sta per avvenire: il 25 febbraio, giorno della nona apparizione di Nostra Signora di Lourdes, suor Enrichetta beve un sorso dell’acqua di Lourdes e immediatamente è libera dai dolori e dalla paralisi.
Mentre le sue condizioni continuano a migliorare, le sue superiori la destinano al Carcere di San Vittore di Milano, per non incoraggiare l’espandersi delle manifestazioni di entusiasmo religioso suscitato dal prodigioso avvenimento.
Suor Enrichetta inizia il nuovo e difficile apostolato portando la luce della fede là dove sembrano vincere le tenebre del male: passa nelle celle, ascolta, consola, incoraggia le detenute, anche quando vengono trasferite o dimesse.
Verso la fine del 1939, suor Enrichetta è nominata Superiora della Comunità delle suore di San Vittore. Sono trascorsi ben sedici anni dal suo ingresso al Carcere.
Scoppiata la Guerra, anche San Vittore subisce la dominazione nazifascista e diviene una sorta di campo di concentramento per i detenuti politici, gli ebrei, i preti e i religiosi impegnati a collaborare con la Resistenza.
Suor Enrichetta e le suore della carità sono in prima linea a difendere le vittime, ad aiutarle, a soccorrerle e a sostenerle, scivolando nelle ore buie nei corridoi, entrando nelle celle e favorendo incontri. In particolare, suor Enrichetta riesce a portare ai carcerati soccorsi materiali e fa pervenire all’esterno, alle persone in pericolo, notizie carpite o per caso
raccolte, perché in tempo fuggano, distruggano prove, provvedano a difendersi dalle spie. In questo modo molti hanno salva la vita.
Suor Enrichetta collabora anche all’opera del Cardinal Schuster tutta tesa a proteggere vite umane, attraverso la mediazione di son Giuseppe Bicchierai. La fitta trama di solidarietà tessuta in questi anni sembra improvvisamente spezzarsi: il 23 settembre 1944 viene intercettato un messaggio di una detenuta inviato tramite suor Enrichetta, portando lei e due collaboratrici all’arresto con l’accusa di spionaggio, con il rischio della condanna alla fucilazione o alla deportazione in Germania. Suor Enrichetta diventa la matricola n. 3209.
Dopo un periodo di isolamento vissuto nello stesso Carcere di San Vittore, è condannata al confino a Grumello del Monte (BG) presso un ricovero per minorati psichici, dove vive due mesi di esilio fin quando ottiene dal Comando tedesco di uscire dall’internamento e viene trasferita alla Casa provinciale di Brescia. Qui, in obbedienza alla Superiora Provinciale, scrive le “Memorie” del suo arresto e della sua prigionia: queste pagine conservano, nella loro essenzialità descrittiva, tutta la ricchezza e la passione della sua vicenda inserita in una tragedia umana molto più ampia.
Il 7 maggio 1945 suor Enrichetta può rientrare a San Vittore, ove riprende la sua missione di Suora della Carità tra i nuovi detenuti: i nemici di ieri.
Nel settembre del 1950, dopo una caduta in Piazza Duomo, iniziano una serie di problemi di saluti che la consumano poco a poco sino alla morte nel 23 novembre 1951.
Le sue spoglie, esposte nella camera ardente, sono oggetto di commoventi manifestazione di affetto; le detenute vogliono vedere ancora una volta l’Angelo di San Vittore.

 

imageSuor Enrichetta Alfieri (al secolo Maria Angela Domenica) nasce a Borgo Vercelli il 23 febbraio 1891, da Giovanni e Rosa Compagnone. È la figlia primogenita, a lei seguiranno le sorelle Angela, Adele e il fratello Carlo.
Maria è saggiamente educata dai genitori profondamente cristiani. Trascorre l’infanzia frequentando la scuola elementare, mentre durante l’adolescenza alterna i lavori domestici a quelli nei campi. Com’era frequente a quel tempo, inoltre, si specializza nell’arte del ricamo. Viene, così, formandosi un carattere dolce e forte ad un tempo.
La vocazione religiosa si manifesta verso i 17 anni, ma i genitori la invitano ad aspettare. Gli anni dell’attesa rafforzano in lei la decisione di donarsi tutta a Dio.
Il 20 dicembre 1911, ormai ventenne, entra come postulante nella Congregazione delle Suore della Carità, nel Monastero “Santa Margherita” in Vercelli, Famiglia religiosa nella quale sono già presenti due zie ed una cugina.
Compiuto regolarmente il Noviziato, i Superiori scorgono in Suor Enrichetta unaimage spiccata propensione educativa; per questo le fanno intraprendere gli studi magistrali. Il 12 luglio 1917 consegue il Diploma di Abilitazione all’Insegnamento Elementare.
In questo periodo si affinano le sue naturali doti pedagogiche, come risulta da un quaderno di componimenti stesi nel corso di questi anni. Incominciano ad intravedersi i segni di una singolare missione che attraverserà tutta la vita di Suor Enrichetta e che avrà modo di manifestarsi pienamente in seguito: far rinascere la
speranza cristiana nel cuore dell’uomo disperato.
La sua formazione iniziale si conclude con l’emissione dei Voti temporanei il 10 settembre 1917.

Sulla Croce con Gesù
Viene quindi inviata come educatrice all’Asilo Infantile “Mora” in Vercelli. Suor Enrichetta ha appena il tempo di conoscere il nuovo ambiente, i bambini e le famiglie; improvvisamente, dopo solo pochi mesi, è costretta ad abbandonare la scuola per motivi di salute.
Trasferita alla Casa Provinciale di Vercelli, la malattia non viene subito diagnosticata nella sua gravità. La Superiora Provinciale in carica, Suor Anastasia Penna, la propone quale sua segretaria, come risulta da una lettera inviata alla Superiora Generale il 23 agosto 1919: “Riguardo all’aiuto del quale sento veramente il bisogno, spero poterlo avere da Suor Enrichetta Alfieri, la quale, non potendo per la precaria sua salute, sostenere le fatiche dell’insegnamento, però per la sua affezione all’Istituto, per le sue virtù, criterio e, specialmente per la sua prudenza, potrà essermi utile”.
Purtroppo, aggravandosi ulteriormente le sue condizioni, Suor Enrichetta non potrà svolgere tale incarico. Nell’aprile del 1920 è portata a Milano, ove viene sottoposta a numerose indagini specialistiche e a terapie molteplici senza risultati positivi. Viene infine individuata una grave malattia, si tratta di spondilite tubercolare.
Riportata all’infermeria della Casa Provinciale di Vercelli, le sue condizioni continuano ad aggravarsi, immobilizzandola a letto, con grandi dolori, per oltre tre anni.
La vita di Suor Enrichetta, già da questo momento, appare notevolmente segnata dalla sofferenza che da lei è riconosciuta come un privilegio di Gesù nei suoi confronti per essere resa più somigliante a Lui.
In alcune note, non datate, ma plausibilmente risalenti agli anni della malattia, annota: “Se per la vocazione siamo stabilite sul Calvario, per la malattia stiamo sulla Croce con Gesù. Il letto si deve considerare quale altare di sacrificio su cui dobbiamo immolarci e lasciarci immolare quali ostie pacifiche e vittime d’amore. Perciò è necessario soffrire santamente, profittando nello spirito e nella virtù. Soffrire non basta; bisogna soffrire bene e per soffrire bene è d’uopo soffrire con dignità, con amore, con dolcezza e con fortezza”.

Graziata per gli altri
Nel mese di marzo del 1922, essendo stata dichiarata l’inguaribilità della sua malattia, la Superiora Provinciale chiede alla Superiora Generale di inviare Suor Enrichetta in pellegrinaggio a Lourdes “nella speranza che la giovane Suora, vero angelo di bontà, possa ottenere dalla Vergine Santissima la guarigione o il conforto…”.
Infatti, il 24 agosto 1922, su una lettiga speciale, Suor Enrichetta è condotta a Lourdes. Ritorna senza avere ottenuto la guarigione, ma lei si sente egualmente graziata nello spirito, perché più forte nell’accettazione del suo sacrificio da immolare ogni giorno.
In questo periodo di sofferenza, si delineano i tratti caratteristici della sua spiritualità: partecipazione alla Passione di Cristo attraverso la Croce; fedeltà nell’Amore; sereno abbandono alla Volontà di Dio, reso manifesto dal costante sorriso e dalla semplicità con cui vive l’esperienza del Calvario.
“La vera Religiosa, dinanzi alla Croce, o penetrata dalla spada, risponde sempre con un sorriso…”, così scrive nei suoi appunti.
Nel gennaio del 1923, il medico che visita Suor Enrichetta la dichiara in fin di vita.
Il 5 febbraio riceve il Sacramento dell’Estrema Unzione, al termine della Santa Messa celebrata nella sua camera.
Il 25 febbraio, giorno della IX Apparizione di Nostra Signora di Lourdes, alle ore 8.00, mentre la Comunità partecipa alla Santa Messa domenicale, Suor Enrichetta, in preda a indicibili sofferenze, beve un sorso dell’acqua di Lourdes con grandissimo sforzo. Dopo un breve svenimento, sente una voce che le dice: “Alzati!”. Subitamente si alza, libera dai dolori e dalla paralisi.
Lei stessa scrive: “…la buona Celeste Mamma mi risorse prodigiosamente da morte a vita…Sentimenti: riconoscenza, meraviglia, delusione. Le porte del paradiso chiuse, riaperte quelle della vita”.
Grande è la gioia e la meraviglia delle Consorelle di fronte all’evento straordinario. I medici consultati dichiarano la guarigione clinica, riconoscendone l’inspiegabilità.
Mentre le sue condizioni continuano a migliorare, i Superiori, per non favorire l’espandersi delle manifestazioni di entusiasmo religioso suscitato nella città dal prodigioso avvenimento, destinano Suor Enrichetta al Carcere di San Vittore, in Milano, ove si trova come Superiora la zia, Suor Elena Compagnone.

La luce vince le tenebre
imageDavanti a lei si apre un nuovo mondo tutto da scoprire, in cui l’orizzonte è sempre
delimitato da alte mura, lunghi corridoi, cancelli chiusi, porte serrate e, ovunque, inferriate: eppure lì, Suor Enrichetta saprà spaziare con la forza della carità.
La sua vita, profondamente plasmata negli anni della sofferenza fisica, manifesta sempre più una forte tensione verso la santità, come appare chiaramente in un suo scritto, in occasione della rinnovazione dei Santi Voti: “La vocazione è un dono grande, inestimabile e del tutto gratuito… La vocazione non mi fa santa, ma mi impone il dovere di lavorare per divenirlo…”.
Pur non avendo mai avuto alcun contatto con il dolorante mondo del Carcere, il nuovo ambiente non la intimorisce, perché è preparata dalla sua Madre Fondatrice, Santa Giovanna Antida che, prima di lei, ha sperimentato il servizio tra i carcerati a Bellevaux.
Il suo ingresso nel Carcere è segnato dalla fiducia e da un vivo desiderio di partecipare alla pur grave missione affidatale.
Suor Enrichetta inizia il nuovo e difficile apostolato portando la luce della fede là dove sembrano vincere le tenebre del male. Scrive: “La carità è un fuoco che bruciando ama espandersi; soffrirò, lavorerò e pregherò per attirare anime a Gesù”.
imageComincia così il suo lungo tirocinio di carità. La giovane religiosa esercita la mitezza e l’accoglienza: passa nelle celle, ascolta, consola, incoraggia le detenute.
Sostenuta da un’intensa vita di preghiera, da una ininterrotta unione con Dio e da una forte esperienza di vita comunitaria, progressivamente si delinea in lei una personalità autorevole ed affascinante, capace di esercitare un forte ascendente sulle detenute.
Lo sguardo dolce, dritto e fermo, il volto sereno, la parola pacata e suadente, il gesto misurato e gentile, le danno una capacità comunicativa immediata, imagepermeata di una umanità che riesce a conquistare la confidenza delle persone che avvicina.
La sua presenza e la sua parola riportano l’ordine e la serenità nelle immancabili situazioni di tensione che si verificano nel Carcere. Chi l’ha conosciuta afferma che, raramente, si dovette far ricorso all’intervento delle guardie per sedare i tumulti.
Operando nel Carcere con tale esemplare dedizione, Suor Enrichetta accoglie nella pace e trasforma in profitto spirituale anche gli inevitabili insuccessi. Verso la fine del 1939, Suor Enrichetta è nominata Superiora della Comunità delle Suore di San Vittore. Sono trascorsi ben sedici anni dal suo ingresso al Carcere. Diviene la guida
sicura di nove religiose che, per il loro pronto ed instancabile servizio, sembrano , però, molte di più. Suor Enrichetta riesce ad educare le Consorelle alla consapevolezza che la missione verso le detenute è comunitaria, così tutte si sentono responsabili della carità che deve irradiarsi nel Carcere intero, attraverso la loro azione.
Infatti, sono ovunque: per i corridoi, nelle celle, nei laboratori. Alcune di queste Sorelle, ancora viventi, la ricordano: esemplare nella vita spirituale e nella ricca umanità, serena nelle avversità, forte nel sacrificio, lieta nella sofferenza, nella quale sapeva vedere un segno di predilezione del Signore.
Questo gruppo di donne consacrate riesce a dare significato ai giorni di penaimage trasformandoli in giorni di espiazione. Le detenute della Sezione Femminile possono incominciare una nuova vita, sostenute dalla vicinanza, dal consiglio e dall’esempio delle Suore.
Nel giardinetto interno del Carcere, ove sorge una piccola grotta con l’immagine della Madonna di Lourdes, Suor Enrichetta ama riunire ogni sera piccoli gruppi di donne per un momento di preghiera. Sovente questo appuntamento si trasforma anche nell’occasione favorevole per raccogliere le confidenze ed il dolore di tante esistenze.
La carità di Suor Enrichetta non si ferma entro le mura del Carcere: quando le detenute vengono trasferite o dimesse sanno che possono contare sulla “Mamma” di San Vittore, la quale continua, anche per iscritto, a sostenere, confortare ed amare le sue “ospiti”.

L’amore vince l’odio
imageScoppiata la Guerra, anche San Vittore subisce la dominazione nazifascista. La popolazione carceraria cambia: ai criminali comuni si sostituiscono i detenuti politici, gli Ebrei, insieme a sacerdoti e religiosi impegnati a collaborare con la Resistenza.
I Tedeschi guidano il Carcere quasi come un campo di concentramento; questo diventa il luogo degli interrogatori, delle torture fisiche e morali, delle condanne e delle partenze per i campi di sterminio.
Suor Enrichetta, con le sue Suore, è in prima linea a difendere le vittime, ad aiutarle, a soccorrerle e a sostenerle, scivolando nelle ore buie nei corridoi, entrando nelle celle e favorendo incontri.
Riesce a portare ai carcerati soccorsi materiali, mentre contemporaneamente fa pervenire all’esterno, alle persone in pericolo, notizie carpite o per caso raccolte, perché in tempo fuggano, distruggano prove, provvedano a difendersi dalle spie. In questo modo molti hanno salva la vita.
Suor Enrichetta è una collaboratrice dell’opera del Cardinal A.I. Schuster tutta tesa a proteggere vite umane, attraverso la mediazione di Don Giuseppe Bicchierai.
Tutta la Comunità sostiene questa attività attraverso il servizio ordinario, ma è Suor Enrichetta ad assumersi personalmente tutti i rischi ed i pericoli che simile lavoro di collegamento comporta.
Un giorno trova persino il coraggio di opporsi al Caporale Franz, Vice Comandante del Carcere, noto, sia ai detenuti che alle guardie, per la sua crudeltà. Suor Enrichetta, trovandosi presente alla partenza di un gruppo di Ebrei per la Germania, e scorgendo tra questi una madre incinta che trascina per mano un altro bimbo, affronta il famigerato Caporale con queste parole: “Se ha moglie e un bambino anche lei, pensi a queste creature che non hanno niente di diverso da loro. E faccia qualcosa per salvarle”.
Avviene qualcosa di assolutamente imprevedibile, come lei stessa annota in un appunto: “…partenza per la Germania e trattenuta della ebrea partoriente con altro bambino di 5 anni. Infermeria Sezione Femminile. Scarcerazione (miracolo) per favore chiesto da me a Franz”.

L’arresto e la liberazione
La fitta trama di solidarietà tessuta in questi anni, sembra improvvisamente spezzarsi: il 23 settembre 1944, vivamente pregata da una detenuta di origine armena, Suor Enrichetta si lascia convincere a far recapitare un biglietto ai famigliari di questa, al fine di salvare i fratelli ricercati dalla Polizia. Tale messaggio, affidato ad una guardiana, viene poi consegnato ad altra persona fidata perché lo porti a destinazione. Il biglietto, però, viene intercettato e le conseguenze sono immediate: Suor Enrichetta viene arrestata e con lei le due collaboratrici. L’accusa è di spionaggio, con il rischio e quasi la certezza della condanna alla fucilazione o alla deportazione in Germania. Diventa la matricola n. 3209.
Messa in cella di isolamento, nello stesso Carcere, Suor Enrichetta trascorre giorni di angosciosa attesa, in incessante preghiera, felice di condividere la sorte di tanti fratelli, consapevole di aver svolto il proprio dovere di Suora della Carità e di italiana.
Nelle sue “Memorie” racconta: “Da quel momento la preghiera e la meditazione divennero la mia unica occupazione; la mia forza nella reclusione. E non avevo detto tante volte alle povere detenute: se fossi al vostro posto spenderei tutto il mio tempo nella preghiera?!
Eccone venuto il momento!… Che grazia poter pregare!”.
E ancora dal suo cuore sgorga questa bellissima preghiera: “Per tanta marea di ingiustizie, di oppressioni e di dolori, Signore, abbi pietà del povero mondo; di questa nostra carissima, distrutta Patria e fa che dalle sue macerie intrise di lacrime e di sangue… purificata risorga presto più bella, più laboriosa e forte; più onorata e soprattutto più cristiana e virtuosa”.
Dopo undici giorni di detenzione, grazie all’intervento del Cardinal Schuster e di un amico personale di Mussolini, il pericolo della temuta deportazione in Germania, viene
scongiurato: è condannata al confino a Grumello del Monte, Bergamo, presso l’Istituto Palazzolo, un ricovero per minorati psichici.
Qui trascorre circa due mesi di esilio, in cui si alternano in lei momenti di pace e di interiore serenità a momenti di angoscia e di trepidazione per le sorti di coloro che ancora sono in Carcere: “Risentivo i pianti desolati e le angosciose invocazione di pietà; rivedevo quei volti pallidi e quegli occhi smarriti e lacrimosi; mi pareva ancora di sentirmi stringere le mani dalle loro mani convulse in un saluto di moribondo. Tutto ciò mi straziava e non potendo dormire, soffrivo e pregavo per essi, dolendomi di non poter più prestar loro qualche conforto. Il pensiero di quelli in Carcere tanto mi rattristava, ma quello dei deportati mi straziava… ed era costantemente fisso in me da formare il mio interno martirio… Dovevo fare un po’ da Mosè per coloro che avevo lasciato nella lotta; per quelli che soffrivano, per quelli che morivano. Dovevo continuare il mio apostolato di Suora di Carità, italiana e cattolica, con la preghiera e con la forzata rinuncia dell’operosità nel campo amato della mia missione”.
Il 24 dicembre, Suor Enrichetta ottiene dal Comando Tedesco di uscire dall’internamento, ma non può ancora ritornare al Carcere di Milano.
Le viene concesso di essere trasferita alla Casa Provinciale di Brescia, ove rimane per quattro mesi. Qui, in obbedienza alla Superiora Provinciale, scrive le “Memorie” del suo arresto e della sua prigionia: queste pagine conservano, nella loro essenzialità descrittiva, tutta la ricchezza e la passione della sua vicenda inserita in una tragedia umana molto più ampia.
Passata la bufera, a liberazione avvenuta, il 7 maggio 1945, Suor Enrichetta può rientrare a San Vittore, ove riprende la sua missione di Suora della Carità tra i nuovi detenuti: i nemici di ieri. Fatta più fine e luminosa dalla sofferenza e interiormente più unita a Dio, può iniziare la sua opera di ricostruzione materiale e morale all’interno del Carcere.
Con il fascino della sua bontà, Suor Enrichetta si fa sempre più vicina ad ogni sofferente che cerca una parola di serenità ed un aiuto. Solo lei riesce ad entrare nella cella di una detenuta particolarmente difficile, Rina Fort, accusata di omicidio plurimo; con la sua pazienza conduce questa esistenza lacerata all’incontro con la misericordia di Dio.

L’incontro con il suo Signore
Nel settembre del 1950, una caduta in Piazza Duomo, le procura la frattura del femore. Riesce ancora a ristabilirsi, ma per breve tempo. A causa di un male gravissimo al fegato e a motivo del cuore tanto provato, dopo tredici giorni di lucida agonia, è pronta all’incontro con lo Sposo. Dal suo letto, divenuto altare su cui la vittima si consuma, Suor Enrichetta, che aveva sorriso a tutti, ora sorride anche alla morte. Dopo aver ricevuto i Sacramenti, ai quali partecipa con piena lucidità, confida con edificante serenità: “Non credevo che fosse così dolce morire”.
Sono le ore 15.00 di Venerdì, 23 novembre 1951.
La notizia della sua morte viene subito diffusa dalla radio e dai giornali. Le sue spoglie, esposte nella camera ardente, sono oggetto di commoventi manifestazione di affetto; le detenute vogliono vedere ancora una volta l’Angelo di San Vittore.
I funerali, celebrati nella Basilica di San Vittore al Corpo, consacrano il trionfo della virtù e della carità e vedono la partecipazione di numerose Consorelle, delle Autorità Civili ed Ecclesiastiche e di numeroso popolo.
Il Parroco, Monsignor Dell’Acqua, detta questa iscrizione che viene posta sul frontale della chiesa: “Tra le mura tristi dove si espia e nelle tetre celle in cui nelle ore tragiche della Patria si scontava la colpa di amare la libertà e l’Italia, per lunghi decenni tribolata, passò come un angelo, pianse come una mamma nel tacito eroismo di ogni dì. In fervida prece come una fiamma avvampò e si spense Enrichetta Maria Alfieri, veramente e sempre Suora della Carità”.

(di Suor Wandamaria Clerici e Suor Maria Guglielma Saibene)

Categorie: Ebrei e Shoah, La Resistenza in Convento | Tag: | 5 commenti

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