Ebrei e Shoah

27 di Nisan (7 aprile 2013) le comunità ebraiche celebrano Yom HaShoah, il “Giorno del Ricordo della Shoah e dell’eroismo”

Le Comunità ebraiche di tutto il mondo, a partire dal 1953, celebrano ogni anno al tramonto del 27 di Nisan, che, secondo il calendario ebraico, quest’anno cade il 7 aprile, Yom HaZikaron laShoah ve-laG’vurah יום הזיכרון לשואה ולגבורה, ovvero il “Giorno del Ricordo della Shoah e dell’eroismo”, tradizionalmente nota in Israele e all’estero come Yom HaShoah (יום השואה), per commemorare la tragedia della Shoah, che fece ragistrare complessivamente circa sei milioni di ebrei sterminati nei lager nazisti, in seguito alla soluzione finale del popolo ebraico messa in atto da Hitler e dai suoi turpi sodali come il fascismo di matrice mussoliniana.

In Israele, si tratta di un giorno osservato con particolare attenzione, con il quale s’intende preservare scrupolosamente la memoria nazionale. È stato inaugurato ufficialmente nel 1953, allorché fu varata una specifica legge firmata dall’allora Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion e dal Presidente di Israele Yitzhak Ben-Zvi che prevede la celebrazione di questa commemorazione il 27 del mese di Nisan, a meno che il 27 coincida con lo Shabbat, nel qual caso la data viene spostata di un giorno.

La proposta originale era di celebrare Yom HaShoah il 14 di Nisan, l’anniversario della rivolta del ghetto di Varsavia avvenuta com’è noto il 19 aprile 1943 – ma ciò costituiva un problema non di poco conto perché il 14 di Nisan coincideva con il primo giorno di Pesach (Pasqua). La data è stata così spostata al 27 di Nisan, che cade otto giorni prima di Yom Ha’atzma’ut, o giorno dell’indipendenza di Israele.

Tuttavia, mentre alcuni ebrei ortodossi commemorano Yom HaShoah, altri della comunità ortodossa, specialmente gli haredim e chassidim, ricordano le vittime della Shoah nei giorni di lutto dichiarate dai rabbini prima dell’Olocausto, come Tisha b’Av (in ebraico: תשעה באב o ט׳ באב), che di solito cade in estate tra luglio e agosto, oppure il 10 di Tevet, in inverno, perché nella tradizione ebraica il mese di Nisan è considerato un mese gioioso associato alla ricorrenza della Pasqua e della redenzione messianica. Ismar Schorsch, ex cancelliere del Conservative Judaism‘s Jewish Theological Seminary of America ha dichiarato che la commemorazione dell’Olocausto dovrebbe aver luogo, invece, il Tisha b’Av.

Ad ogni modo, la maggior parte delle comunità ebraiche osservano questa solenne cerimonia il 27 di Nisan, anche se non è previsto alcun rituale istituzionalizzato per tutti gli ebrei. In genere si predilige l’illuminazione con le candele commemorative e la recita del Kaddish, ovvero la preghiera per i defunti.

Yom HaShoah inizia al tramonto, in una cerimonia che si svolge nella Piazza del ghetto di Varsavia a Yad Vashem, il Museo dei Martiri dell’Olocausto ‘e Heroes Autorità, a Gerusalemme. Durante la cerimonia la bandiera nazionale è abbassata a mezz’asta, il presidente e il primo ministro fanno un discorso ufficiale, mentre ai sopravvissuti alla Shoah è affidato il compito di accendere sei torce che simboleggiano i circa sei milioni di ebrei che hanno perso la vita durante l’Olocausto e i Capi Rabbini recitano le preghiere.

Inoltre, alle 10:00 del Yom HaShoah, risuonano le sirene in tutto Israele per due minuti, durante i quali ogni persona si ferma raccogliendosi in una breve contemplazione interiore, in omaggio per tutte queste vittime innocenti delle crudeltà nazista.

Fin dalla vigilia di Yom HaShoah tutti i locali pubblici restano chiusi e l’emittente televisiva israeliana manda in onda documentari sulla Shoah. Anche le bandiere sugli edifici pubblici, in segno di lutto e rispetto, restano abbassate a mezz’asta.

Anche in Italia, naturalmente, verrà celebrata questa ricorrenza con un ciclo di incontri, a partire da questa domenica sera fino a lunedì, con inizio alle ore 19.30 nel Tempio Maggiore di Roma, dove i membri della Comunità Ebraica si ritroveranno per pregare e ricordare le vittime.

Ecco il programma dettagliato di questo evento

© Giovanni Preziosi, 2013
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22 marzo 1933: Il campo di Dachau ricordato 80 anni dopo…

Il campo di concentramento di Dachau fu inaugurato proprio il 22 marzo di ottant’anni fa. È stato il primo campo gestito dalle SS per “prigionieri politici” sotto il regime di Hitler e, in seguito, divenne un modello per i numerosi campi di prigionia allestiti altrove dalle SS. Situato nel sud della Germania, Dachau è rimasto aperto fino al 1945, quando la zona fu liberata dalle truppe americane. Circa 200.000 persone sono state arrestate nel corso di questi anni e circa 41.500 purtroppo persero la vita in modo atroce, dopo aver subito ignobili vessazioni.

Questo ritratto di gruppo di ex prigionieri politici nel nuovo liberato campo di concentramento di Dachau è stato immortalato dal colonnello Alexander Zabin, un soldato americano di Long Island, New York, che ha visitato Dachau a metà maggio del 1945.

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6 marzo: Giornata europea dei Giusti

Oggi si celebra la prima Giornata europea in memoria dei Giusti istituita, su proposta di Gariwo – la foresta dei Giusti presieduto da Gabriele Nissim, dal Parlamento europeo che, il 10 maggio dello scorso anno ha adottato la dichiarazione Scritta n. 3/2012 per commemorare, il 6 marzo di ogni anno, tutti quei Giusti, uomini e le donne che, in ogni parte del mondo, nei momenti più bui della Storia, sfidarono il totalitarismo e gli artefici della Shoah, nel tentativo di salvare la vita e difendere la dignità umana di quanti erano ferocemente braccati dai nazisti e dai fascisti.

Giusti tra le Nazioni nella Shoah

ricordati a Yad Vashem nel Giardino dei Giusti

Per commemorare degnamente questa importante ricorrenza riproponiamo qui di seguito la lettura dell’articolo realizzato da chi scrive e pubblicato lo scorso anno nelle pagine culturali de “L’Osservatore Romano”, che si propone di dar conto dell’opera, davvero encomiabile, svolta in quegli anni convulsi, dal vescovo di Campagna, mons. Giuseppe Maria Palatucci che, d’intesa con il nipote Giovanni, celebre funzionario di Polizia, che pagò con la vita il suo sacrificio, riuscirono a salvare la vita a molti ebrei.
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Mercoledì 14 marzo 2012 – Anno CLII n. 62 – pagina 5

Nuovi documenti sugli aiuti prestati dal vescovo agli internati ebrei e politici del campo di concentramento di Campagna
La grande rete
di monsignor Palatucci
Pio XII era al corrente e in almeno cinque occasioni intervenne di persona

di Giovanni Preziosi

Nella primavera del 1940 l’avanzata tedesca sui vari fronti di guerra, indusse Mussolini — che fino ad allora aveva sbandierato la non belligeranza per nascondere l’impreparazione militare italiana — a ritenere che fosse ormai giunto il momento propizio di accantonare definitivamente il disimpegno dell’Italia e di schierarsi al fianco dei paesi dell’Asse. Gli appelli alla pace del Papa, e i reiterati tentativi di impedire l’entrata in guerra dell’Italia da parte di Roosevelt e di Churchill caddero com’è noto nel vuoto, il 10 giugno di quell’anno.

STUDIOVESCOVO

Monsignor Palatucci nel suo studio

Alcuni giorni dopo, in virtù di un’apposita circolare emanata a tutti i prefetti del Regno dal ministro dell’Interno Guido Buffarini Guidi, scattarono i primi sistematici arresti e il trasferimento nei campi e nelle località d’internamento di tutte quelle persone ritenute «pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare l’ordine pubblico o di commettere sabotaggi o attentati nonché le persone italiane e straniere segnalate dai centri di controspionaggio per l’immediato internamento», compresi «gli ebrei stranieri residenti in Italia e specialmente quelli che venuti con pretesti, inganno o mezzi illeciti».

La storia che si sta per raccontare si svolge a Campagna, un paesino dell’entroterra campano a ridosso della Piana del Sele, in provincia di Salerno dove, a partire dal 16 giugno 1940, incominciarono ad affluire i primi gruppi di internati, che vennero reclusi nelle due ex caserme Concezione e San Bartolomeo; inizialmente sotto la direzione del commissario di Pubblica sicurezza Eugenio De Paoli. Quello di Campagna, in effetti, era un campo di concentramento per internati civili di guerra e insieme agli ebrei furono inviati anche oppositori politici. Si trattava per la maggior parte di casi di profughi ebrei provenienti dalla Germania, dall’Austria, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia ed ebrei di Fiume divenuti apolidi; nonché anche di alcuni cittadini inglesi, francesi e un gruppo di quaranta ebrei italiani. Ai più bisognosi veniva corrisposta una diaria giornaliera di 6,50 lire con la quale, tuttavia, non riuscivano a far fronte a tutte le esigenze, considerato che alcuni avevano bisogno di particolari cure mediche poiché affetti da patologie piuttosto serie.

Naturalmente tutto ciò non poteva lasciare indifferente il vescovo del luogo, monsignor Giuseppe M. Palatucci il quale, appena si rese conto della situazione ritenne fosse suo preciso dovere di cristiano intervenire per cercare almeno di alleviare le precarie condizioni nelle quali versavano gli internati. Per poter venire incontro alle numerose richieste d’aiuto che gli pervenivano quasi quotidianamente, il presule allestì un’efficace rete di contatti che si articolava seguendo almeno cinque direttrici: la Segreteria di Stato della Santa Sede in primis; la Nunziatura Apostolica in Italia mediante monsignor Francesco Borgongini Duca; le autorità politico-istituzionali italiane — tra le quali spiccano il direttore del campo di concentramento di Campagna Eugenio De Paoli e il medico Fiorentino Buccella; il responsabile dell’ufficio internati presso il ministero dell’Interno, commendator Epifanio Pennetta, il ministro d’Italia in Croazia Raffaele Casertano; e, infine, ma non ultimo, il nipote del presule Giovanni, il celebre commissario di Fiume, nonché il referente romano della Raphaelsverein padre Antonio Weber. Senza contare poi varie personalità ecclesiastiche — come, ad esempio, il cardinale Pietro Boetto arcivescovo di Genova, l’arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, l’arcivescovo di New York Francis Spellman e altri.

La profonda stima che queste personalità nutrivano nei confronti del vescovo di Campagna, lo aiutò senza dubbio a ottenere molto spesso provvidenziali aiuti. Difatti tra le oltre 5.000 pagine compulsate delle carte di monsignor Palatucci, custodite presso l’Archivio provinciale dei frati minori conventuali di Napoli, oltre a quelle già note lippis et tonsoribus — soprattutto relative al carteggio con la Segreteria di Stato per ricevere sussidi a beneficio degli internati — spiccano altri documenti di un certo rilievo che contribuiscono a smentire clamorosamente la vexata quaestio dei presunti silenzi di Pio XII in merito alla Shoah, ridefinendo meglio quel mosaico della carità che si è rivelata l’opera di tanti uomini e donne, laici e religiosi, che, a rischio della vita, non esitarono un solo istante a prodigarsi per soccorrere quanti fossero in seria difficoltà, senza badare alla loro fede religiosa o al loro “colore” politico.

Difatti, fin dal 15 settembre 1940, monsignor Palatucci iniziò un frequente carteggio con la Segreteria di Stato, nella fattispecie con il cardinale segretario di Stato Luigi Maglione e, successivamente, con il sostituto monsignor Giovanni Battista Montini — carteggio che si protrarrà almeno fino al 1943. Poi, l’8 novembre 1940, ritenne più opportuno rivolgersi, con discrezione, direttamente al Papa per informarlo che si trovavano «a Campagna alcune centinaia di internati, e altri in qualche altro paese della mia Diocesi, e son per lo più di razza ebraica. Molti di essi o erano già poveri o, peggio, da gran signori son diventati grandi poveri, molti sono anche malati, e tutti ricorrono a me per aiuti. Io da parte mia faccio tutto quello che posso, fino a dare indumenti miei personali per soccorrere le necessità più urgenti; ma io son povero francescano vescovo di una povera Diocesi, e assolutamente non posso soccorrere tutti i poveri come pure vorrei (…) Già ebbi dalla Santità Vostra una somma di tremila lire in ottobre u.s., ma io finora ho già distribuito, dal mese di agosto ad oggi, più di seimila lire, e adesso non so come venire incontro a tante miserie che, con l’avanzante invernata, crescono di giorno in giorno. Prostrato, perciò, ai Vostri Piedi, Vi prego di farmi mandare un’altra elemosina, che mi permetto sperare più abbondante della prima».

La risposta, da parte del Pontefice, com’è noto, non si era fatta attendere, tant’è che in varie tranche successive — oltre a quella del precedente 2 ottobre (a cui allude la lettera) — e quindi il 29 novembre del 1940, nonché il 1° maggio dell’anno successivo e il 22 maggio 1942 , Pio XII non restò indifferente alle pressanti richieste del vescovo di Campagna. E impartendo precise disposizioni al proprio sostituto presso la Segreteria di Stato, monsignor Montini, fece elargire ripetute sovvenzioni rispettivamente nell’ordine di 3.000, 10.000, 5.000 e di nuovo 3.000 lire. Oltre a tali sussidi, bisogna aggiungerne almeno un altro di 5.000 lire, forse meno citato; che risale al 31 agosto del 1941.

Lettera sussidio BORGONGINI DUCA 19 febbraio 1942 _ prot. n. 10286Lettera Montini 31 agosto 1941 _ prot. n. 40260

Due lettere con le quali monsignor Montini (il 31 agosto 1941) e monsignor Borgongini Duca (il 19 febbraio 1942) rispondono alle richieste d’aiuto del vescovo Palatucci

Considerate le continue e pressanti richieste di aiuto provenienti dagli internati, infatti, le risorse economiche, già di per sé alquanto esigue, che monsignor Palatucci aveva a disposizione, incominciavano a scarseggiare al punto che egli non poteva più far fronte da solo alle esigenze più incalzanti che gli venivano presentate quasi quotidianamente. Pertanto, il 1° agosto del 1941, decise ancora una volta di interpellare il sostituto alla Segreteria di Stato, Montini, per metterlo al corrente della grave situazione esortandolo ad interporre i suoi buoni uffici con il Pontefice affinché, mosso a compassione, potesse elargire qualche altro provvidenziale aiuto economico.

Nel volgere di qualche settimana, per la precisione il 31 agosto, con un’apposita missiva recante numero di protocollo 40.260, giunse puntuale la risposta favorevole del sostituto con allegato un altro assegno del Papa a beneficio degli internati. «Mi è gradito poter rimettere all’Eccellenza Vostra Rev.ma — scriveva Montini — la qui unita somma di Lit. 5.000, che il Santo Padre, accogliendo la Sua ultima domanda del 1° Agosto corr., destina a codesti internati. L’Augusto Pontefice vuole anche che Le giunga la Sua Apostolica Benedizione a sollievo e a incremento delle Sue pastorali fatiche».

In questo periodo, infatti, Campagna divenne «casa accogliente» per numerosi ebrei, stranieri e perseguitati politici, che monsignor Palatucci beneficiò preoccupandosi di non farli sentire mai a disagio, prodigandosi con tutte le forze e gli esigui mezzi a sua disposizione, per la salvezza fisica e morale di tutti, senza discriminare alcuno per la sua fede religiosa o l’appartenenza politica. Anche da tale cospicuo carteggio si evince in modo chiaro come Pio XII, non solo fosse perfettamente al corrente della sofferenza degli ebrei, ma che in almeno cinque occasioni, intervenne di persona impartendo precise direttive al cardinale Maglione e a monsignor Montini affinché provvedessero a stanziare adeguati sussidi per contribuire ad alleviare le precarie condizioni nelle quali versavano.

Per aiutare gli internati a essere trasferiti e a ricongiungersi con i propri familiari confinati in altri campi di concentramento, monsignor Palatucci talvolta ricorreva a un sottile quanto efficace stratagemma consistente nel procurare loro dei certificati attraverso medici compiacenti — come, ad esempio, il dottor Fiorentino Buccella responsabile del campo di Campagna — che richiedevano l’immediato trasferimento dell’internato di turno in una zona più salubre per poter guarire dalle precarie condizioni di salute nelle quali si trovava considerato il clima piuttosto rigido del luogo. I casi del dottor Radovan Svrljuga, di Samuele Kohn e di Israel Artur Krausz lo dimostrano chiaramente.

Grazie a questo escamotage, nonché alla stima e alla tacita collaborazione delle autorità — come, ad esempio, l’inflessibile direttore dell’Ufficio internati della divisione degli Affari Generali e Riservati di Pubblica Sicurezza, Epifanio Pennetta, sul quale giocarono evidentemente le comuni origini irpine, oppure il comandante del corpo di Polizia di Campagna, il sottufficiale Mariano Acone — in più di una circostanza si riusciva a rendere più umano il soggiorno a questi internati oppure a ottenere il trasferimento in altri campi d’internamento, come nel caso dei due fratelli, Erich e Martin Bendheim, che scrissero a monsignor Palatucci nel maggio 1941 per essere trasferiti a Viterbo, del dottor Ladislao Münster, l’ebreo di Abbazia Bernardo Nathan, Gerardo Bohm, l’ebreo ungherese Eugenio Neumann, nonché quarantaquattro internati, tra cui figuravano ben 17 bambini, che chiedevano — grazie al provvidenziale intervento della Segreteria di Stato — il ricongiungimento familiare.

Tra questi nominativi, inoltre, spicca anche quello del rabbino di Fiume, Davide Wachsberger che, grazie ai buoni uffici del vescovo di Campagna con il famigerato commendatore Epifanio Pennetta, riuscì a ottenere il tanto agognato trasferimento. Il figlio, Arminio Wachsberger, tratto in arresto a Roma durante la razzia del 16 ottobre 1943, fu uno dei 16 sopravvissuti dei 1.022 ebrei deportati ad Auschwitz, dove era stato perfino l’interprete di Mengele. Inoltre, tra queste centinaia di carte, risalta anche il cospicuo florilegio di lettere inviate da monsignor Palatucci alle varie organizzazioni assistenziali cattoliche come, ad esempio, il carteggio con il religioso pallottino Antonio Weber, referente romano della Raphaelsverein — l’organizzazione cattolica tedesca di aiuto agli emigranti — allo scopo di ottenere qualche visto per un Paese del Sud-America, come nel caso dell’ungherese Johann Giorgio Steiner, l’ingegner Wilhelm Feith, Enrico Kniebel, Alessandro Gottlieb e l’ingegner Walter Graetzer.

Ma, evidentemente, l’opera del vescovo Palatucci non era vista di buon occhio da qualche zelante fascista del luogo considerato che, in una minuta del 1° ottobre 1942, il suo braccio destro, il canonico della cattedrale don Alberto Gibboni, lo aveva messo in guardia avvertendolo che, da una soffiata ricevuta dal commissario di Pubblica Sicurezza Carrozzo, la questura di Salerno aveva disposto un’indagine per accertare «se il Clero con a capo [il vescovo] aiuta[va] finanziariamente gli ebrei internati e se alcuni di essi [erano] stati uniti in matrimonio da [mons. Palatucci] o da altri sacerdoti, o anche battezzati».

La risposta non si fece attendere, tant’è che a stretto giro di posta in quello stesso giorno, con tono piuttosto risentito, il vescovo così replicava: «Prima di tutto escludo assolutamente che io o altro sacerdote abbia unito ebrei in matrimonio. Alcuni sono stati battezzati da me, dopo averli fatti aspettare a lungo e dopo essermi accertato della loro sincera volontà, tanto è vero che non arrivano neppure a una decina su migliaia che sono stati a Campagna (…) non so se vi sono stati sacerdoti che abbiano aiutato moralmente gli internati che si son presentati a me, e per questo qualche volta sono stato personalmente al Ministero dell’Interno qualche volta che mi son trovato a Roma, e parimenti ho aiutato finanziariamente gli internati bisognosi, come nei limiti del possibile aiuto tutti i poveri che si presentano a me. E li ho aiutati senza distinzione, senza mai domandare se quelli che si presentavano a me fossero cattolici o ebrei o protestanti. Ho aiutato quelli che ho potuto, sia per carità cristiana, sia per fare opera di italianità, cioè di umanità gentile e romanamente generosa (…) E so che questa umanità l’hanno apprezzata. Escludo che sacerdoti abbiano spedito lettere degli internati per mezzo di missionari. Questo non è possibile neppure a me, poiché non avrei altro tramite che il Vaticano».

Interessante appare anche il rapporto che legava il vescovo di Campagna col nipote Giovanni, che, come già detto, all’epoca ricopriva l’incarico di commissario di Pubblica Sicurezza a Fiume e, proprio avvalendosi di questa sua funzione, si adoperò attivamente nella salvezza di numerosi ebrei riuscendo a farli trasferire nella diocesi dello zio a Campagna, come si evince chiaramente in altre due lettere conservate tra le carte del vescovo Palatucci.

Nella prima, in data del 28 luglio 1940, perorava la causa della signorina Maddalena Lipschitz che giungeva a Campagna «per visitare il padre [Eugenio], che è stato internato in campo di concentramento, per il solo motivo dell’appartenenza alla razza ebraica. Conosco molto bene la Signorina — sottolineava— e vi sarò molto grato di quanto vorrete fare per lei e il Padre». Nell’altra, invece, datata 21 dicembre 1940, scriveva: «Carissimo zio (…) Per quanto riguarda i miei protetti la situazione è la seguente: Ermolli Adalberto, ha presentato domanda di trasferimento in un Comune della Provincia di Perugia, Pesaro o Chieti. Questo che lo indirizza a Chieti in questo senso si è già interessato. Per lui sarà quindi il caso d’interessarsi solo se vi abbiate la possibilità d’intervenire ugualmente in modo efficace per gli altri. Diversamente, non è opportuno sciupare delle possibilità che potrebbero essere utilmente impiegate per questi. Vi ricordo i nomi: Braun in Eisler Dragica (Carolina) figlia, Eisler Maria nipote, Jurak Nada, Selan ing. Carlo e moglie, Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alle province di Perugia e Pesaro.Ebrei  S. Bartolomeo A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché quando che voi mi farete una raccomandazione per il Vescovo del luogo anche per essi che potrebbe segnalarli sia presso la Questura per una buona assegnazione [e] per una buona sistemazione (…) Per il momento occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno. Io vi informerò tempestivamente e voi vorrete, poi, interessare qualcuno perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla Questura. Ermolli ha già presentato ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se voi avete la possibilità di interessare per la provincia di Perugia persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene».

Il senso di gratitudine che manifestarono tutti gli ebrei internati a Campagna nei confronti di monsignor Palatucci per la sua encomiabile sollecitudine verso di loro che giunse a donare «quasi 70mila lire, senza dire quello che [diede] loro in vestiti, scarpe e generi alimentari», si può riassumere efficacemente nelle parole, intrise di commozione, contenute nella lettera che, il rabbino di Fiume Davide Wachsberger, gli scrisse il 9 marzo 1941. «Ogni occasione mi sarebbe sempre gratissima — affermava il rabbino — per manifestarvi i sentimenti di profondo rispetto per la Vostra persona illuminata e di illimitata gratitudine per tutto il Bene che avete prodigato ai miei compagni infelici ed a me, con cuore paterno e fraterno. Iddio, padre degli uomini, che tutto sa e tutto può, Vi manderà le sue benedizioni inestimabili per ricompensare l’immenso conforto che avete recato a me in particolar modo, onorandomi della Vostra amicizia e della Vostra buona parola».

Così replicò il vescovo di Campagna: «quel poco che faccio lo fo con piacere e con tutto il cuore, da fratello, senza guardare a differenza di razza o di religione, secondo gli insegnamenti di Nostro Signore Gesù Cristo (…) con lo spirito della vera fratellanza universale, che a tutti mostra un solo Dio, un solo Padre e una sola Patria per tutti in Cielo».

© Giovanni Preziosi, 2013

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“Come quadri alle pareti”: la triste storia dei 20 bambini di Bullenhuser Damm

Il 20 aprile 1945, tra le mura della scuola amburghese di Bullenhuser Damm, 20 piccole vite di bambini ebrei – dieci maschi e dieci femmine – provenienti dalla Francia, Olanda, Jugoslavia, Italia e Polonia, venivano spezzate crudelmente. In queste immagini drammatiche si ripercorre il loro calvario che inizia dal momento della detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dalla separazione dai genitori, dagli esperimenti medici per giungere fino al triste epilogo…

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I bambini, infatti, strappati dall’affetto dei loro cari, furono inviati al campo di concentramento di Neuengamme distante circa 30 chilometri da Amburgo dove, con la complicità dell’ineffabile angelo della morte Joseph Mengele, furono adoperati come cavie umane dal turpe medico nazista Kurt Heissmeyer, per i suoi aberranti esperimenti – avviati nel gennaio del 1945 – condotti senza alcun metodo scientifico, per trovare un vaccino sulla tubercolosi. Difatti, come gli eventi successivi si incaricheranno di dimostrare, falliranno miseramente nell’aprile i quello stesso anno. Tuttavia, poiché le truppe inglesi erano ormai alle porte di Amburgo, all’improvviso giunse l’ordine perentorio di eliminare quelle tenere vite innocenti allo scopo di cancellare tutte le prove dei loro orrendi crimini di cui si erano resi responsabili. Così, nella notte del 20 aprile, col favore delle tenebre, quei 20 bambini furono repentinamente trasferiti nella vicina scuola di Bullenhuser Damm, trasformata per l’occasione in un macabro luogo di sterminio, dove i nazisti provvidero dapprima a narcotizzarli con la morfina, dopodiché – senza alcun senso di umanità – li impiccarono “come quadri alle pareti”.
Di fronte a questi infami e spietati crimini verrebbe da rivolgere una sola domanda ai cosiddetti “revisionisti” nostrani che, accecati dall’odio, dimostrano di ignorare completamente questa triste pagina della storia, continuando pervicacemente a “negare” che tutto ciò sia realmente accaduto e che la Shoah sia soltanto un’invenzione degli storici…
Forse queste immagini potrebbero servire a fargli cambiare parere, se solo riuscissero ad immaginare lo stato d’animo e la terribile angoscia provata da queste bambini e dai loro genitori mentre i loro figli venivano barbaramente sottoposti a questi ignobili torture. Chissà, forse, qualche lacrima furtiva solcherà il loro viso, anche se francamente ne dubito…
Da una dichiarazione rilasciata dalla dottoressa Paulina Trocki, si apprende che: “Da fine settembre, primi di ottobre 1944 i bambini che arrivavano con i trasporti ad Auschwitz non venivano più mandati al gas (o meglio, non tutti). Alla fine dell’anno i bambini erano circa 300 in una baracca”. Ecco come viene raccontata questa sconvolgente storia, con dovizia di particolari, da Maria Pia Bernicchia nel suo bel libro dal titolo fin troppo eloquente: “I 20 bambini di Bullenhuser Damm”. 
È il 14 maggio 1944 quando alcuni bambini vengono visitati, vengono sottoposti a prelievo di sangue… È in questa occasione che al “bambino A 179614” viene fatto un prelievo di saliva per accertamenti sulla difterite. Quel bimbo è Sergio de Simone. Quel bimbo che era così bello… “Nessuno oserà fare del male a un bimbo così bello”… erano le parole che uscivano dal cuore di mamma Gisella. Per il cuore sono una ferita le parole che il carnefice di Auschwitz, il dottor Mengele inventerà… Servono dei bambini, ma come fare perché non si diffonda il panico, perché l’intervento sia il più asettico, il più chirurgico possibile? L’uomo nero si vestirà di infame cattiveria.
Il dottor Mengele, l’angelo della morte, si presenterà una fredda mattina di novembre del 1944 nella baracca 11 e dirà:
“Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti…”
La storia potrebbe finire qui… ma se lasciassimo al lettore il compito di trovare un finale, se anche gli dicessimo di immaginare la sorte più tragica, nessuno riuscirebbe ad avvicinarsi al vero!
… e i bambini si sono fatti avanti, sognano l’amore negato, sperano di ritrovare il calore dell’abbraccio della mamma, confidano nella dolce promessa di quelle parole, si affidano al sogno, assaporano i baci, si struggono dal desiderio, pregustano la gioia di quel volo, del tuffo fra quelle braccia tanto sognate… ritrovano per un attimo le gioie rubate… si fidano e… piombano nell’inferno più nero. Li aspettano non le braccia della mamma a far loro da culla, non i baci che consolano, non la ninnananna che scalda e accarezza… ma mesi di strazi, di febbre, di abbandoni, di interventi chirurgici alle ghiandole linfatiche. Dalla baracca 11 vennero presi 10 maschi e 10 femmine con la promessa delle “braccia della mamma”. I 20 bambini di età compresa fra i 5 e i 12 anni furono caricati su un camion che li portò da Birkenau alla stazione ferroviaria di Auschwitz. […]
I nostri 20 bambini sono sul treno. Sono curati, ricevono cioccolato, latte. Dopo due giorni, il 29 novembre 1944, il treno arriva nel lager di Neuengamme. Il campo dista circa 30 chilometri da Amburgo. […] I bambini arrivarono di notte. Neuengamme era un lager per prigionieri politici, non c’erano ebrei. La imagedottoressa Trocki racconterà che i prigionieri piansero quando videro i bambini; lei stessa ebbe il timore che volessero usare i bambini per gli esperimenti. Uno studente in medicina proveniente dal Belgio, che lavorava nella farmacia del campo confermò che Neuengamme era un “lager di uomini, nessun bambino… Lì c’era anche un medico francese, il dottor Florence, che cercò di salvare i bambini…”.  […] I bambini stanno male. La baracca 4a è pronta per gli esperimenti sulla tbc; intorno c’è il filo spinato, i vetri delle finestre sono imbiancati per impedire che si veda dentro… Il 9 gennaio 1945, il dottor Kurt Heissmeyer arriva a Neuengamme. Nelle settimane precedenti aveva fatto esperimenti su prigionieri russi e serbi. I più erano morti, alcuni furono uccisi per poter eseguire l’autopsia e “studiarci su”. Alla sua diabolica ricerca ora mancano i bambini. Due medici francesi prigionieri nel campo, il professor Gabriel Florence e il professor René Quenouille, saranno costretti ad aiutarlo. Entrambi finiranno a Bullenhuser Damm insieme ai 20 bambini.
http://www.kinder-vom-bullenhuser-damm.de/_english/_images_preview/taeter_heissmeyer.jpgGennaio 1945: cominciano gli esperimenti. Heissmeyer fa incidere la pelle sul petto dei bambini, sotto l’ascella destra, con tagli a X, lunghi da tre a quattro centimetri, poi introduce con una spatola i bacilli della tubercolosi e infine copre le incisioni con un cerotto. I bambini vengono così infettati con bacilli tubercolotici vivi, capaci di scatenare la malattia in forma molto virulenta. Heissmeyer riceve le colture da un certo dottor Meinecke, batteriologo di Berlino, il quale proverà a convincere Heissmeyer a non usare i bacilli vivi su esseri umani, ma non verrà ascoltato. Heissmeyer è accecato dall’ambizione, vuole emergere, vuole diventare professore, vuole passare alla storia, vuole diventare famoso, non si fa scrupoli, tratta i bambini come fossero topi… i bambini come cavie per studiarne le difese immunitarie, per raccogliere anticorpi, per preparare un vaccino…
Il 19 febbraio 1945 Heissmeyer fa incidere la pelle sotto l’ascella sinistra dei bambini e introduce altri bacilli vivi. I bambini sono apatici, sofferenti, hanno la febbre. Heissmeyer ordina al professor Quenouille di fare delle radiografie ai bambini. Nella baracca entra anche un altro prigioniero, è il medico polacco Zygmunt Szafranski; viene da Radom, come i figli del collega Sewern Witonski, pediatra di Radom, Eleonora e Roman Witonski, due dei nostri 20 bambini… Per effettuare le operazioni verrà sfruttata la presenza nel campo di un prigioniero che da libero era chirurgo, il ceco Bogumil Doclik. Heissmeyer non è capace di fare interventi, ha bisogno di un chirurgo per realizzare il suo progetto criminale!
È il 3 marzo 1945 quando i bambini vengono operati. Ad aiutare il chirurgo Bogumil Doclik è un altro prigioniero, il polacco Franczisczek Czekalla… Verso le 19,00 tutto è pronto… I bambini vengono fatti entrare, svestire e coricare sul letto imageoperatorio. Dopo aver disinfettato la pelle sotto al braccio viene praticata l’anestesia, il chirurgo tasta le ghiandole linfatiche sotto l’ascella, quindi procede con un’incisione di circa cinque centimetri e asporta le ghiandole, infine sutura il taglio. Ogni intervento dura circa un quarto d’ora. Quella sera furono operati nove bambini. I medici francesi misero le ghiandole in vasi con formalina, li etichettarono con il nome e il numero tatuato sul braccio dei bimbi. Tutti e 20 furono sottoposti alla stessa operazione. Dopodiché furono riportati alla baracca 4a… Heissmeyer portò i vasi etichettati contenenti le ghiandole nel laboratorio del sanatorio delle SS a Hohenlychen, dove lo aspettava il patologo Hans Klein. Costui era al corrente degli esperimenti, avendo visitato il campo di Neuengamme il 19 aprile 1944 con http://www.annesdoor.com/Foto/bullenhuser2.jpgHeissmeyer e con il responsabile della sanità delle SS, il dottor Enno Lolling. Insieme, i tre medici avevano visto la baracca 4a dove sarebbero avvenuti gli esperimenti sulla tbc, avevano visto i vetri delle finestre imbiancate per impedire che si vedesse dentro, il filo spinato… avevano dato il loro consenso al diabolico, criminale progetto. I bambini sono gravemente malati, l’infezione li colpisce tutti in forma devastante, le ghiandole asportate e studiate dal patologo Klein non presentano nessuna traccia di anticorpi… l’esperimento è completamente fallito.
È il 20 di aprile 1945: gli inglesi sono alle porte, i bambini devono essere fatti “sparire”…
Era la sera del 20 aprile 1945, i bambini erano distesi nei loro letti, il sonno, la febbre, la malattia… Si erano addormentati, li svegliarono… […] Alle 22,00 arriva un grosso camion postale. Sul camion che lascerà il lager di Neuengamme vengono fatti salire sei prigionieri russi, i due infermieri olandesi, i due medici francesi e i 20 bambini. Con loro prendono posto anche le SS Wilhelm Dreimann, Adolf Speck, Heinrich Wiehagen: costoro costituiscono l’Exekutionskommando di Neuengamme, sono esperti carnefici, hanno portato delle corde; davanti siedono l’autista Hans Friedrich Petersen e il medico SS Alfred Trzebinski. […] Il camion si dirige verso Amburgo, verso Rothenburgsort, verso la scuola di Bullenhuser Damm.
Leggiamo ora la precisa descrizione del massacro rilasciata da Johann Frahm il 2 maggio 1946:
“Il comandante del campo di Bullenhuser Damm era Jauch, l’esecutore degli ordini era Strippel… Io scesi nella cantina dove erano stati radunati i nuovi arrivati. Erano circa 20 bambini. Alcuni sembravano essere malati. Oltre ai bambini nella cantina c’erano il dottor Trzebinski, Dreimann e Jauch. Strippel andava e veniva. I bambini dovettero svestirsi in una stanza della cantina, poi furono portati in un’altra stanza, dove il dottor Trzebinski fece loro un’iniezione per farli addormentare. Quelli che dopo l’iniezione davano ancora segni di vita, furono portati in un’altra stanza. Fu messa loro intorno al collo una corda e furono appesi a un gancio wie Bilder an die Wand… (come quadri alla parete). Questo è stato eseguito da Jauch, da me, da Trzebinski e Dreimann. Strippel era presente solo in parte… Intorno a mezzanotte arrivò un altro carico di prigionieri da Neuengamme…”.
“Wie Bilder an die Wand… (come quadri alla parete)”: così Frahm rispose quando il capitano Walter Freud gli chiese: “Come li ha impiccati?” “Wie Bilder an die Wand.” […]
Il medico SS Alfred Trzebinski undici mesi dopo davanti al tribunale britannico descriverà così il fatto di Bullenhuser Damm:
“I bambini non sospettavano assolutamente nulla. Io volevo almeno alleviare loro le ultihttp://www.kinder-vom-bullenhuser-damm.de/_english/_images_preview/taeter_trzebinski.jpgme ore. Avevo della morfina con me… Chiamai i bambini uno alla volta… feci loro l’iniezione sulla natica, dove è meno doloroso. Affinché credessero che si trattava veramente di una vaccinazione ho cambiato ago dopo ogni iniezione. La dose doveva servire a farli dormire. Devo dire che i bambini erano in uno stato abbastanza buono, fatta eccezione per un dodicenne che stava piuttosto male. Questo bambino si è addormentato subito. Ce n’erano sei o otto ancora svegli, gli altri dormivano… Frahm prese il dodicenne in braccio e disse agli altri: ‘Verrà messo a letto’. Lo portò in un’altra stanza, a sei, otto metri circa da quella dove si trovavano i bambini e lì vidi che c’era già una corda a un gancio. A questa corda Frahm appese il bambino che dormiva, poi si appese con tutto il peso del suo corpo al corpo del bambino affinché la corda si chiudesse e lo impiccasse…

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I 20 bambini immortalati dal medico carnefice Heissmeyer alla fine dei suoi esperimenti.
Ecco chi erano quei bambini e le loro storie, rimasti vittime innocenti della barbarie di un folle invasato quale era Adolf Hitler:

Georges-André Kohn, (francese) nato a Parigi il 23 aprile 1932.

Fu deportato insieme a sette componenti della sua  famiglia il 17 agosto 1944 dalla stazione francese di Drancy-Le Bourget ad Auschwitz-Birkenau. Il 21 agosto, dopo tre giorni di viaggio infernale, Philippe e Rose-Marie, due fratelli di Georges, insieme ad altri prigionieri riuscirono a scappare attraverso un varco nel vagone. Georges, suo padre, la mamma, la sorella Antoinette e la nonna furono separati sulla rampa di Auschwitz-Birkenau: la nonna fu inviata alla camera a gas, la mamma e la sorella Antoniette morirono di fame a Bergen-Belsen, Armand Kohn, il papà di Georges, finì a Buchenwald, da dove tornò molto malato. Georges fu mandato nella baracca dei bambini a Birkenau, poi a Neuengamme e infine a Bullenhuser Damm. Il fratello di Georges, Philippe, è il presidente dell’Associazione “I Bambini di Bullenhuser Damm”;

Jacqueline Morgenstern (francese), nata a Parigi il 26 maggio 1932

Fu arrestata con i genitori il 15 maggio 1944. Detenuti nel campo di transito di Drancy, cinque giorni dopo furono caricati su un treno diretto ad Auschwitz-Birkenau. Delle 1200 persone che facevano parte di quel trasporto tornarono 108 donne e 49 uomini, non i tre Morgenstern. Jacqueline finì nella baracca dei bambini a Birkenau, da lì fu poi portata a Neuengamme e usata come cavia umana per esperimenti medici; fu infine assassinata nella scuola di Bullenhuser Damm, a soli tredici anni;

W. Junglieb (jugoslavo ?), nato a ? nel 1932

Di questo bambino non si conosce nemmeno il nome. L’unico dato certo della sua vita è che faceva parte del gruppo dei bambini morti nella scuola Amburghese di Bullenhuser Damm.;

Roman Zeller, (polacco), nato a ? nel 1932;

Di Roman Zeller non si hanno notizie precise. Si sa che dalla baracca dei bambini di Birkenau fu portato a Neuengamme insieme agli altri 20 bambini poi assassinati nella scuola di Bullenhuser Damm.

Lelka Birnbaum (polacca), nata a ? nel 1932;

La sua storia non è nota. Si sa che fece parte del gruppo dei 20 bambini assassinati a Bullenhuser Damm.

Eduard (Edo) Hornemann (olandese), nato a Eindhoven il 1° gennaio 1933

La famiglia Hornemann – Elisabeth, Philip e i loro figli, Edo e Lexje vivevano al 29 di Staringstraat. Elisabeth e Philip lavoravano alla Philips, Edo era molto intelligente, Lexje molto spassoso. Il 25 agosto 1942 alla famiglia Hornemann fu espropriata la casa; l’anno seguente, il 18 agosto, le SS entrarono nella fabbrica della Philips e ordinarono a tutti gli ebrei di salire sul camion. Gli Hornemann finirono nel lager di Vught e il 3 giugno 1944, insieme ai 400 ebrei prelevati dalla Philips, furono caricati su carri bestiame diretti ad Auschwitz. Philip Hornemann morì il 21 febbraio 1945 a Sachsenhausen, dove era arrivato dopo una tappa a Dachau con la “marcia della morte” partita il 17 gennaio da Auschwitz, con 20 gradi sotto zero; sua moglie morì di tifo nell’ottobre 1944 ad Auschwitz.  Edo e Lexje Hornemann rimasero a Birkenau nella baracca dei bambini, poi entrarono a far parte del gruppo dei 20 bambini di Bullenhuser Damm;

Marek Steinbaum (polacco), nato a Radom nel 1934

Figlio di Mania e Rachmil, entrò a far parte del gruppo dei 20 bambini di Bullenhuser Damm. La prima settimana di ottobre del 1944 tutta la sua famiglia fu deportata ad Auschwitz. Suo padre e suo zio furono poi trasferiti a Dachau. Marek e sua mamma rimasero ad Auschwitz-Birkenau. Il 27 novembre Mania vide Marek in un gruppo di bambini che stava lasciando il campo… lo salutò con la mano… Pochi giorni dopo fu deportata a Theresienstadt. Dopo la liberazione papà e mamma Steinbaum, sopravvissuti, diedero inizio alla disperata quanto inutile ricerca del loro piccolo Marek.;

Eduard Reichenbaum (polacco), nato a Kattowitz il 15 novembre 1934

Era figlio di un rappresentante di libri di editori tedeschi e polacchi. In casa parlavano tedesco e polacco. A raccontarci della famiglia è Jizhak, il fratello maggiore di Eduard, sopravvissuto e trasferitosi ad Haifa: “Dopo l’occupazione della Polonia fummo deportati prima nel campo di lavoro a Blizyn, poi, il 1° agosto 1944, nel campo di sterminio di Auschwitz. Sulla rampa di Auschwitz-Birkenau fummo separati: io fui mandato al campo degli uomini, mio fratello Eduard rimase con la mamma nel campo delle donne fino a metà novembre. Mio padre arrivò con un trasporto successivo e non lo rividi più”. Il 23 novembre 1944 Sabina Reichenbaum, partì da Auschwitz con un trasporto di donne destinate a lavorare in Germania, a Lippstadt,  in un fabbrica di munizioni. Nella lista era il n. 81. Sopravvisse al lager e andò in Israele; suo marito morì ad Auschwitz; mentre il piccolo Eduard dalla baracca dei bambini finì a Bullenhuser Damm;

Bluma (Blumele) Mekler (polacca), nata a ? nel 1934;

Chiamata Blumele, era uno dei 20 bambini che da Auschwitz fu inviata a Neuengamme come cavia umana per esperimenti medici e poi assassinata nella scuola di Bullenhuser Damm.

Surcis Goldinger (polacca), nata a ? nel 1934

Da Ostrowicz giunse ad Auschwitz il 3 agosto 1944. Fu tatuata con il numero A16918. Finita nella baracca dei bambini di Birkenau divenne uno dei 20 bambini sui quali furono effettuati esperimenti sulla tubercolosi nel campo di concentramento di Neuengamme e poi assassinati nella scuola di Bullenhuser Damm.;

Ruchla (Rachele) Zylberberg (polacca), nata a Zawichost il 6 maggio 1936

Quando i tedeschi, nel settembre 1939 invasero la Polonia, Nison Zylberberg,il papà di Ruchla e di Ester, cercò riparo oltre il confine, in Russia. Sua moglie, Fajga con le bimbe pensava di raggiungerlo, ma con il passare dei giorni divenne sempre più difficile ottenere i documenti per l’espatrio. Così, le uniche porte che si aprirono a Fajga e alle sue bambine, Ester e Ruchla, furono quelle di Auschwitz-Birkenau. All’arrivola mamma e la piccola Ester furono spedite subito al gas, mentre Ruchla Zylberberg finì nella baracca dei bambini a Birkenau per poi divenire parte del gruppo dei 20 bambini di Bullenhuser Damm;

Alexander (Lexje) Hornemann (olandese), nato a Eindhoven il 31 maggio 1936

La famiglia Hornemann – Elisabeth, Philip e i loro figli, Edo e Lexje vivevano al 29 di Staringstraat. Elisabeth e Philip lavoravano alla Philips, Edo era molto intelligente, Lexje molto spassoso. Il 25 agosto 1942 alla famiglia Hornemann fu espropriata la casa; l’anno seguente, il 18 agosto, le SS entrarono nella fabbrica della Philips e ordinarono a tutti gli ebrei di salire sul camion.’ Gli Hornemann finirono nel lager di Vught e Il 3 giugno 1944, insieme ai 400 ebrei prelevati dalla Philips caricati su carri bestiame diretti ad Auschwitz! Philip Hornemann morì il 21 febbraio 1945 a Sachsenhausen, dove era arrivato dopo una tappa a Dachau con la “marcia della morte” partita il 17 gennaio da Auschwitz, con 20 gradi sotto zero; sua moglie morì di tifo nell’ottobre 1944 ad Auschwitz. Edo e Lexje Hornemann rimasero a Birkenau nella baracca dei bambini, poi entrarono a far parte del gruppo dei 20 bambini di Bullenhuser Damm;

Sergio de Simone (italiano), nacque a Napoli il 29 novembre 1937

http://1.bp.blogspot.com/_CPV56x3R-vQ/SXuLt6PE79I/AAAAAAAAAQU/xtCu9hmIF7I/s400/sergiodesimone.jpg

da Eduardo e Gisella Perlow – israelita originaria di Vrhnika in Jugoslavia, ma residente a Fiume –, nel quartiere del Vomero, al civico 8 di Via Scarlatti. All’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista, e i pesanti bombardamenti a cui fu sottoposto il capoluogo partenopeo, per sfuggire alla piega decisamente negativa che stavano prendendo gli ultimi eventi – con la sciagurata caccia all’ebreo sferrata dai nazi-fascisti – il piccolo Sergio, insieme alla madre, decidono di abbandonare Napoli e raggiungere Fiume per trovare un rifugio più sicuro, considerato che il padre Eduardo era lontano imbarcato in quanto capitano della marina. Dopo la firma dell’Armistizio e l’occupazione dei tedeschi, anche Fiume viene assoggettata alla sovranità del Reich, entrando a far parte dell’Adriatische Kusterland. Giungono a Trieste e a Fiume i nazisti al comando del superiore delle SS e della polizia http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/37/Bundesarchiv_Bild_146-2007-0188,_Odilo_Globocnik.jpg/200px-Bundesarchiv_Bild_146-2007-0188,_Odilo_Globocnik.jpg(Höherer SS-und Polizeiführer) nella Zona d’Operazione del Litorale Adriatico, il famigerato Odilo Globočnik, soprannominato il “boia di Lublino”, che già aveva fatto tristemente parlare di sé per aver impartito l’ordine perentorio di avviare alle camere a gas migliaia di ebrei e disabili tedeschi nel quadro del progetto eutanasia. A quel punto, purtroppo, anche il destino di Sergio e Gisella era ormai segnato. Difatti, di lì a poco, per la precisione il  21 marzo 1944, furono acciuffati dalle SS, in seguito ad un’improvvisa irruzione nell’appartamento dei genitori di Gisella in via Milano 17. Senza battere ciglio furono tratti in arresto insieme alle zie Mira e Sonia ed allo zio Giuseppe e condotti nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba, dove restarono soltanto lo spazio di una notte poiché, il 29 marzo successivo, furono tutti  caricati sul convoglio 25T e trasportati , dopo sei giorni di viaggio, ad Auschwitz-Birkenau.  Da questo momento in poi  non sono più considerate delle persone ma diventano soltanto dei numeri, perché vengono immediatamente marchiati sul braccio con un numero di riconoscimento. Sergio diventa il prigioniero A 179614. Trascorre un po’ di tempo con la madre, dopodiché, il 14 maggio 1944, il turpe e famigerato dottor Josef Mengele – passato tristemente alla storia con l’epiteto poco lusinghiero di “angelo della morte” – lo selezionò, insieme ad altri 19 bambini per sottoporli ad esami del sangue e ad un’operazione alle tonsille. Quindi vengono tutti rinchiusi nel Block 10, denominata la “Baracca dei bambini”, che recava il numero 11. Soltanto Gisella con la sorella Mira e le sue bambine Andra e Tatiana riuscirono a sopravvivere a quell’inferno.
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H. Wasserman (polacca), nata a ? nel 1937

Bellissimo il parco che ad Amburgo porta il suo nome: Parco H. Wasserman;

Lea Klygerman (polacca), nata a Ostrowicz nel 1937

Il 3 agosto 1944 era stata scaricata sulla rampa di Auschwitz Birkenau con le sue due bambine, Lea e Rifka. Lea, tatuata con il numero A 16959;

Riwka Herszberg (polacca), nata a Zdunska Wola il 7 giugno 1938;

Riwka Herszberg fu deportata ad Auschwitz con la mamma Mania e il papà Moische alla fine di ottobre 1943. Sembra che un ufficiale SS vedendo Riwka sulla rampa sia rimasto così colpito dalla sua bellezza che abbia fatto di tutto per impedire che la famiglia fosse mandata al gas. Infatti gli Herszberg dalla rampa furono mandati nel campo per famiglie. Qui rimasero insieme finché Mania e Moishe non furono trasferiti in un campo di lavoro e Riwka nella baracca dei bambini a Birkenau. Mania sopravvisse alla prigionia e per anni cercò disperatamente la sua piccola, ma Riwka Herszberg faceva parte del gruppo dei 20 bambini assassinati a Bullenhuser Damm.

Roman Witonski (polacco), nato a Radom l’8 giugno 1938;

Roman ed Eleonora Witonski dal ghetto di Radom furono deportati con la loro mamma (il padre era stato ucciso sotto i loro occhi il 21 marzo 1943) ad Auschwitz-Birkenau il 31 luglio 1944 “A Birkenau fui mandata nel campo per famiglie, che era vuoto… Io ho avuto il numero A 15158, Eleonora A 15159, Roman A 15160. Ho visto i miei bambini per l’ultima volta nel novembre 1944″, raccontò la signora Rucza Witonski , che sopravvisse al lager e cercò in tutti i Paesi d’Europa i suoi bambini. Solo nel 1982 venne a sapere che Roman ed Eleonora Witonski erano due dei 20 bambini assassinati a Bullenhuser Damm.

Marek James (polacco), nato a Radom il 17 marzo 1939;

La

La famiglia James abitava a Radom, non lontano dalla famiglia Witonski. Arrivò ad Auschwitz il 1° agosto 1944. Marek venne tatuato con il numero B 1159 e mandato nella baracca dei bambini.

Eleonora Witonski (polacca), nata a Radom il 16 settembre 1939

Roman ed Eleonora Witonski dal ghetto di Radom furono deportati con la loro mamma (il padre era stato ucciso sotto i loro occhi il 21 marzo 1943) ad Auschwitz-Birkenau il 31 luglio 1944 “A Birkenau fui mandata nel campo per famiglie, che era vuoto… Io ho avuto il numero A 15158, Eleonora A 15159, Roman A 15160. Ho visto i miei bambini per l’ultima volta nel novembre 1944″, raccontò la signora Rucza Witonski , che sopravvisse al lager e cercò in tutti i Paesi d’Europa i suoi bambini. Solo nel 1982 venne a sapere che Roman ed Eleonora Witonski erano due dei 20 bambini assassinati a Bullenhuser Damm;

Mania Altmann (polacca), nata a Radom nel giugno 1940.

I genitori di Mania Altmann si chiamavano Shir e Pola. Lo zio Chaim Altmann sopravvissuto ad Auschwitz racconta: “Mania era dolcissima ed era adorata da mamma e papà. La mamma cercò di nasconderla, di proteggerla, ma ad Auschwitz le fu strappata via. Shir è morto a Mauthausen, Pola vide per l’ultima volta la sua piccola Mania nell’agosto 1944. Pola sopravvisse ad Auschwitz, emigrò in America e fino alla morte sperò che Mania tornasse”… ma Mania Altmann era nel gruppo dei 20 bambini di Bullenhuser Damm.
In occasione del Giorno della Memoria, la Cascina Roccafranca ha organizzato una suggestiva mostra fotografica, intitolata: “Shoah 2013 Giornata della Memoria”, che si è svolta dal 17 gennaio al 1° febbraio, proponendo, attraverso la proiezione di film e spettacoli teatrali, interessanti spunti di riflessione e approfondimento su questo argomento. Io vi propongo, qui di seguito, il cortometraggio dedicato alla memoria del piccolo Sergio De Simone, intitolato:

“Sergio De Simone: Napoli 29.11.1937 / Amburgo Bullenhuser Damm 20.4.1945” [Officinema, 2006, 25']

 

 

Ripropongo, qui di seguito, anche un altro articolo scritto lo scorso anno che raccontava la storia delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, cugine del piccolo Sergio de Simone.

Sergio Zavoli a colloquio con Andra e Tatiana Bucci

 

Le bambine dai capelli bianchi – Incontri con le sorelle Bucci

Incontro su “LE BAMBINE DAI CAPELLI BIANCHI – INCONTRO CON LE SORELLE BUCCI”.

Le sorelle Andra e Tatiana Bucci giovanissime ebree di Fiume vengono deportate ad Auschwitz nel marzo del 1944 all’età di 4 e 6 anni. Dopo la liberazione e dopo due anni passati in orfanotrofi si ricongiungono attraverso varie peripezie con i loro genitori.

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Tatiana Bucci è nata a Fiume nel 1937 da padre cattolico e da madre ebrea. La sera del 28 marzo 1943, improvvisamente insieme alla sorella Andra furono internate con la mamma Mira, la nonna, la zia e il cuginetto Sergio nel “Kinderblok” di Birkenau, dopo la breve sosta presso la risiera di San Sabba. E pensare che all’epoca avevano rispettivamente appena 4 e 6 anni. Rimasero internate a Birkenau fino al 27 gennaio del 1945, giorno in cui l’Armata Rossa liberò il campo. Alla fine, tuttavia, miracolosamente riuscirono a sopravvivere allo sterminio sferrato dai nazisti e da quel momento trascorsero due lunghi anni presso alcuni orfanatrofi e case di riabilitazione per ebrei tra Praga e l’Inghilterra, finché il destino volle che riabbracciassero i loro cari. Anche la madre, infatti, con l’aiuto del fato, era riuscita a scampare all’orribile sorte del lager che l’attendeva, mentre la zia Gisella, fino al giorno della sua morte, non ha smesso un solo istante di sperare in un prodigioso ritorno di Sergio che, purtroppo, non allieterà più le sue giornate perché ad appena 7 anni, fu trasferito a Neuengamme vicino ad Amburgo, dove l’attendeva un atroce destino: divenne, infatti, una cavia per orribili esperimenti sulla tubercolosi nel campo del dottor Heissmeyer, agli ordini del cosiddetto “angelo della morte”, il famigerato Josef Mengele (Günzburg, 16 marzo 1911Bertioga, 7 febbraio 1979). Adesso Tatiana vive in Belgio e si dedica attivamente a trasmettere la propria testimonianza alle nuove generazione affinché “la nostra memoria continui attraverso voi”, mantenendo sempre viva la memoria su questi crimini efferati perpetrati da menti veramente diaboliche e non permettere che questi ricordi siano relegati, ineluttabilmente, nell’oblio o, più semplicemente, ridimensionati da un inverosimile negazionismo che, di tanto in tanto, sembra prendere piede qua e là mettendo in discussione il vero dramma della Shoah vissuto sulla propria pelle da tante persone innocenti “colpevoli” soltanto di professare una religione “diversa” o di far parte di un’altra etnia.

Ecco uno stralcio della loro storia davvero molto toccante, in una sorta di viaggio nella memoria, per comprendere compiutamente di cosa stiamo parlando…

La sera del 28 marzo 1944 siamo state arrestate dai tedeschi e dai fascisti, accompagnati fino a casa dal nostro delatore, perché eravamo di razza ebrea. Questo triste avvenimento è stato l’inizio di un capovolgimento della nostra vita. All’epoca avevo solo 6 anni e nonostante fossero state emanate le leggi razziali, la vita della mia famiglia scorreva tranquilla. […] Andavo all’asilo, non cominciai la prima elementare come avrei dovuto, ma la frequentai più tardi a Praga dove ci portarono i russi che avevano liberato il campo di Auschwitz. Ricordo che giocavo con mia sorella e con il cuginetto Sergio che veniva a trovarci da Napoli assieme alla mamma Gisella e si trovavano a Fiume quella triste sera del 28 marzo 1944. Ricordo anche le corse al rifugio durante i bombardamenti. Papà era assente, navigava per il Lloyd Triestino e nel 1940 il piroscafo sul quale era imbarcato si trovava in Sud Africa, nelle acque territoriali inglesi, e fu fatto prigioniero. Per non dimenticare nostro padre, ogni sera, prima di rimboccarci le coperte, la mamma ci accompagnava davanti alla foto che li ritraeva nel giorno delle loro nozze per augurargli la buona notte. Poi venne Auschwitz e, una volta chiusa nel campo, mi resi conto che cos’ era ciò che ci differenziava dagli altri: la religione. Noi eravamo ebree come quasi tutti gli internati di quel campo di concentramento. Solo molti anni dopo mi resi conto cosa volesse dire essere state ebree in quel periodo.

28 Marzo 1944. Quella sera i tedeschi entrarono in casa, insieme al delatore che, per soldi, aveva fatto il nome della nostra famiglia. Noi bambini eravamo a letto. La mamma ci svegliò e ci vestì. Vedemmo la nonna in ginocchio, davanti ai soldati. Li pregava di risparmiare almeno noi. Ci caricarono sul carro bestiame, tutti ammassati – raccontano -. Arrivati a Birkenau ci divisero in due file. La nonna e la zia vennero sistemate sull’altro lato, quello dei prigionieri destinati alla camera a gas. Ci portarono nella sauna, ci spogliarono, ci rivestirono con i loro abiti e ci marchiarono con un numero sull’avambraccio. Ci trasferirono nella baracca dei bambini e lì cominciò la nostra nuova vita nel campo. Giocavamo con la neve e con i sassi, mentre i grandi andavano a lavorare. Quando poteva, di nascosto, la mamma veniva a trovarci ricordandoci sempre i nostri nomi. Questa intuizione geniale ci fu di grande aiuto al momento della liberazione, molti non sapevano più il proprio nome. Un giorno la mamma non venne più e pensammo che fosse morta, ma non provammo dolore, la vita del campo ci aveva sottratto un pezzo d’infanzia, ma ci aveva dato la forza per sopravvivere. Ogni giorno vedevamo cumuli di morti nudi e bianchi. La donna che si occupava del nostro blocco con noi era gentile. Un giorno ci prese da parte e ci disse: “fra poco vi raduneranno e vi ordineranno: chi vuole rivedere sua mamma faccia un passo avanti… voi non vi muovete. Spiegammo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa, ma lui non ci ascoltò. Da allora non lo rivedemmo mai più. L’ ultimo ricordo di nostro cugino è il suo sorriso mentre ci salutava dal camion che lo portava via insieme agli altri 19 bambini, desiderosi di rivedere la mamma. Nostro cugino Sergio fu portato, assieme agli altri 19 bambini, ad Amburgo, a Neuengamme, dove si concluse tristemente la Sua breve vita. Alla liberazione parlavamo anche in tedesco, poi a Praga abbiamo imparato la lingua ceca e nel frattempo avevamo dimenticato l’italiano. Più tardi in Inghilterra, dove siamo state accolte in un centro per bambini sopravvissuti alla Shoah, abbiamo appreso l’inglese perché frequentavamo la scuola pubblica. In Inghilterra la nostra infanzia ci fu restituita, in quanto siamo state circondate da tanto affetto, premure e calore umano di persone qualificate, che erano lì per aiutarci a dimenticare gli orrori vissuti e a ridarci fiducia e speranza per il futuro. Ancora oggi siamo in contatto con la nostra Manna, diventata quasi una mamma per noi. I nostri genitori, nel frattempo rientrati in Italia, riuscirono con l’aiuto della Croce rossa a ritrovarci. La fotografia della «buona notte» ci consentì di riconoscerli e per fortuna ricordavamo i nostri nomi e il nostro cognome. La mamma ce lo ripeteva sempre quando ad Auschwitz riusciva a venire ad abbracciarci. Ormai molti anni sono trascorsi da quell’orribile periodo. Nella ritrovata famiglia non se ne parlava molto, probabilmente anche perché chi ci circondava appariva incredulo quando la mamma raccontava la sua terribile esperienza e noi bambine eravamo troppo giovani. Ma i ricordi anche adesso e forse soprattutto adesso sono ancora molto vivi. Dal giorno del ricongiungimento, stabiliti ormai a Trieste, abbiamo iniziato a vivere, ma nostra madre – confessano – non ha mai voluto parlare della nostra storia». Una storia di crimini e di orrori, d’infanzia negata i cui ricordi, ancora oggi, ritornano nitidi. «Chiudendo gli occhi si acuiscono i sensi – raccontano – rivediamo le fiamme e la cenere che uscivano dai camini notte e giorno e i cumuli di cadaveri, avvertiamo ancora la sensazione del grande freddo e l’odore nell’aria della carne bruciata. Le camere a gas e i forni crematori funzionavano di continuo. Abbiamo così avuto la fortuna di crescere, di diventare adulte, mogli, madri e ora anche nonne. Abbiamo avuto una vita con i suoi dolori e con le sue gioie. Certo, a volte i ricordi mi riassalgono improvvisi, basta un treno merci, una ciminiera o una qualche marcetta vagamente militare, ma poi la vita riprende il suo corso. Il dolore più grande però è la scomparsa di nostro cugino rimasto per sempre bambino.

© Giovanni Preziosi, 2013

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Accadde, oggi…nel 1945, circa 5.000 prigionieri ebrei del lager polacco di Sztutowo trucidati dalle SS nel mar Baltico

Alla fine del 1944 con l’avanzare delle truppe dell’Armata Rossa il campo di concentramento di Stutthof (oggi Sztutowo in Polonia), a circa 36 km ad est di Danzica, venne evacuato. Circa 50.000 deportati presenti nel campo alla data dell’evacuazione, per la maggior parte ebrei, furono costretti ad una faticosa ritirata verso i campi all’interno della Germania. Circa 5.000 internati furono trasportati sulle rive del Mar Baltico e, sotto la minaccia delle armi, nel rigido invermo polacco, costretti ad immergersi nelle gelide acque e barbaramente trucidati  con una repentina raffica di mitragliatrice.
Questo campo fu costituito nell’estate del 1939 per ospitare “elementi indesiderabili” polacchi. La politica tedesca di sterminio condotta in Pomerania, applicato alla nazione polacca nel campo di Stutthof è stato quello di svolgere un ruolo di primo piano. Doveva essere, come una parte importante e integrante della politica generale applicata alla popolazione polacca di Hitler di Pomerania. La gente del luogo che vivevano nei villaggi di Stegny e Sztutowo, erano in prevalenza tedeschi e fermamente ostili ai prigionieri, tant’è che in più di qualche circostanza contribuirono a catturare alcuni di loro che avevano tentato la fuga.
Il primo convoglio di prigionieri giunse a Stutthof il 2 settembre 1939. Si trattava di cittadini polacchi tratti in arresto a Danzica tra la notte del 31 agosto e il 1o settembre che, all’inizio erano stati reclusi in un edificio scolastico chiamato. Victoria Schule e presso la vecchia caserma di Nowym Porcie. Il numero di coloro che quella notte finirono nelle grinfie dei tedeschi, il 15 settembre di quell’anno ammontava circa 6.000 internati, in larga misura erano membri dell’intellighenzia polacca ed attivisti di organizzazioni invise al nuovo regime, tra i quali spiccavano anche alcuni prigionieri di guerra, diversi insegnanti, funzionari governativi, sacerdoti, scienziati e avvocati. Difatti già a partire dal 1936 la Polizia tedesca della Libera città di Danzica era entrata in possesso di alcuni elenchi di circoli polacchi potenzialmente «pericolosi» da adoperare nell’eventualità di un conflitto.
Alcuni di questi malcapitati furono passati per le armi subito dopo il loro arresto, altri liberati dalla custodia, mentre il resto fu caricato su dei convogli e trasferiti al campo di Stutthof diretto dal SS-Hauptsturmführer Max Pauly, il quale il 1 ° aprile del 1940 divenne il primo comandante del campo, esercitando questa funzione fino al 31 agosto 1942. Il primo gruppo di prigionieri ebrei (circa 450 persone), arrestati a Danzica in seguito all’irruzione improvvisa nei loro appartamenti e per le strade limitrofe, giunse il 17 settembre 1939. Durante l’autunno e l’inverno del 1939, il trasporto di materiali da costruzione al campo continuò incessantemente per ultimarne la costruzione. Allo stesso tempo, continuavano ad affluire nuovi prigionieri, in prevalenza reclutati tra i polacchi provenienti dalla Pomerania, che erano considerati dalle autorità tedesche particolarmente pericolosi.
Dal 2 settembre 1939 al maggio 1940 su una superficie di circa 4 ettari, in seguito denominata Starego Obozu, furono costruite ben 10 baracche. Fino al mese di ottobre del 1939 due baracche furono allestite per ospitare i prigionieri. La prima, che recava il numero VIII, fu eretta sul lato destro dell’ingresso. Dall’altra parte del campo fu costruita una seconda baracca che poteva ospitare diverse persone, recante il numero I, che in seguito fu adoperata per alloggiare il blocco femminile. Il 19 aprile 1940, in una di queste baracche che sorgeva nella seconda parte del Campo Vecchio, fu allestito un ospedale, un magazzino per depositi e finanche diversi laboratori come quello elettrico, di mobili, pittura, e falegnameria. Il Campo Vecchio quindi fu chiuso da una recinzione di filo spinato molto elevata per impedire eventuali fughe dei prigionieri, che erano sotto la stretta sorveglianza delle SS che li osservavano dalle quattro torri di guardia.
I lavori di costruzione, che si protrassero dal 6 maggio 1940 al mese di ottobre del 1941, impiegando circa 200 prigionieri, proseguirono sotto la supervisione di Otto Neubauer, che fece realizzare anche uno speciale edificio da destinare alla sede del Baukommando. L’edificio, inoltre, ospitava anche gli uffici del campo, un casinò ed una cucina per le SS. Dalla metà del 1941, nell’edificio destinato alle SS-Oberschnitt, si svolsero anche dei corsi di formazione organizzati per le SS della Pomerania. Allo stesso tempo, i prigionieri costruirono anche una villa per ospitare il comandante del campo con la sua famiglia.
Nel 1942, la natura e l’organizzazione della vita del campo di Stutthof mutarono, sotto il controllo del comandante della polizia di Danzica, divenendo un campo di «rieducazione attraverso il lavoro» amministrato dalla Polizia di sicurezza. Il 22 febbraio di quell’anno, infatti, all’ex campo di prigionia fu assegnata la nuova denominazione di Campo Nazionale di concentramento civile e, nel novembre successivo, si verificò finanche il cambio della guardia della direzione:  a sostituire l’SS-Obersturmbannführer Max Pauly fu chiamato l’SS-Sturmbannführer Paul-Werner Hoppe.
Inizialmente, il campo di Stutthof, nonostante gli sforzi delle autorità locali tedesche, era considerato un campo di concentramento nazionale. Al 1 ° aprile 1940. E ‘stato solo uno dei tanti campi per i prigionieri di civili creati in Pomerania e Prussia orientale. Poi, on la nomina del comandante Max Paulyego (1 apr 1940), divenne il campo centrale. Quindi, il 20 febbraio 1942, questo campo fu assoggettato alla struttura della polizia di Danzica. Da allora, ha incluso un gruppo di campi temporanei (Durchgangslager).
In questo periodo si registrò un vertiginoso incremento del numero dei deportati – provenienti, oltre che dalla Polonia, anche dall’Unione Sovietica, dalla Danimarca e dalla Norvegia – rispetto agli anni precedenti. Ciò, evidentemente, in coincidenza con l’escalation che incominciò ad avere la “soluzione finale del problema ebraico” (Endlösung der Judenfrage), sancito il 20 gennaio 1942 in una villa sulla riva del lago Wannsee a Berlino. nel corso della famigerata conferenza che prese proprio il nome dal luogo dove si svolse. Nel corso dei 5 anni in cui restò in funzione, nel campo di concentramento di Stutthof, si registrarono complessivamente circa 110.000 prigionieri.
Difatti, a partire dalla metà del 1944, su disposizione del comandante Rudolf Höß, nel campo fu allestita una camera a gas che adoperava l’acido cianidrico per sterminare gli internati, proprio come avveniva ad Auschwitz. Le principali vittime erano quelle donne ebree che, per motivi di salute, non possono essere utilizzate come manodopera gratuita dall’industria tedesca degli armamenti. Trovarono la morte nelle camere a gas anche un gruppo di 77 prigionieri di guerra sovietici, portatori di handicap provenienti dal fronte orientale. Il Dr. Otto Heidl, medico del campo di Stutthof, dall’aprile 1942 al 4 aprile 1945, prese parte attivamente alle selezioni dei detenuti ammalati che erano nell’ospedale da campo.
Nel novembre del 1944 questo genocidio fu sospeso ma, secondo alcuni studi, aveva già fatto registrare ben 1.450 vittime. Quindi, alle 4 delmattino del 25 gennaio 1945, in seguito all’offensiva sferrata dalle truppe sovietiche dell’Armata Rossa. fu ordinata una rapida evacuazione del campo. Circa 50.000 deportati presenti nel campo alla data dell’evacuazione, in maggioranza ebrei e prigionieri tedeschi, furono distribuiti in diversi villaggi vicino Lębork, dove la fame e le malattie contribuirono agevolmente a decimare il resto degli internati. Solo il 9-12 marzo i prigionieri furono liberati dall’esercito sovietico. Gli altri circa 5.000 furono trasportati sulle rive del Mar Baltico dove, sotto la minaccia delle armi, furono costretti ad immergersi nell’acqua gelida e brutalmente trucidati con una raffica di mitragliatrice.
Si calcola che,  al 23 aprile 1945, degli oltre 12.000 prigionieri che riuscirono ad evacuare il campo di Stutthof, ne riuscirono a sopravvivere, venendo trasferiti a Malmö, soltanto 4.508; anche perché si propagò in quel periodo – anche a causa delle notevoli carenze igienico-sanitarie – un’epidemia di tifo. Alla fine di aprile 1945, durante il trasporto a bordo di una nave a Neuengamme – nei pressi di Amburgo – persero la vita circa 25.000 prigionieri su di un totale di 50.000, che morirono affogati o uccisi dai nazisti.
Il 9 maggio 1945, tra le 7 e le 8 del mattino, le truppe dell’esercito sovietico entrarono nel campo di Stutthof, dove trovarono soltanto circa 140 prigionieri che non avevano preso parte all’evacuazione del campo, e un gruppo di oltre 20.000 civili della Prussia orientale.
Si stima che su un totale di 110.000 internati, circa 24.600 furono trasferiti in altri campi di concentramento. Considerando poi quelli giustiziati dai nazisti, e gli altri deceduti a causa delle condizioni di vita estreme, delle malattie, della mancanza di cure mediche e del duro lavoro, il numero delle vittime dei campi di concentramento Stutthof è stimato all’incirca tra le 63.000 e le 65.000 unità, fra le quali circa 28.000 erano internati ebrei.
Ata Wydziału V
Atti del Dipartimento V (dal sito http://www.stutthof.org)
Akta Wydziału VI
Atti del Dipartimento VI (dal sito http://www.stutthof.org)
I due figli più grandi di Max Pauly, Comandante del Campo di concentramento di Stutthof , ca. 1942. (IPN)

 

© Giovanni Preziosi, 2013

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27 gennaio 1945: Dietro i cancelli di Auschwitz si scopre la fabbrica dello sterminio. Per non dimenticare…

 

 

Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche della Prima Armata del Fronte Ucraino agli ordini del maresciallo Ivàn Koniev, spalancano i cancelli del lager nazista di Auschwitz  e davanti allo sguardo inorridito e sgomento dei militari sovietici, scorrono come in un film le immagini macabre dello sterminio del popolo ebraico, perpetrato dalla follia di un uomo, Adolf Hitler.

Proprio in quella circostanza l’umanità ha preso consapevolezza fin dove la malvagità può giungere e le orribili nefandezze che un uomo è capace di commettere in spregio della vita altrui.

Da quel giorno, dunque, il 27 gennaio di ogni anno, per non dimenticare, anche il Parlamento italiano – con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 – ha deciso di istituire il “Giorno della Memoria”, in “ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.

In questa settimana tanti sono gli appuntamenti che si registrano in ogni parte d’Italia, per onorare degnamente tale significativa ricorrenza. Alcuni potete trovarli nella pagina che questo Blog ha deciso di dedicare proprio ai “Convegni ed agli Eventi Storici”.

Una riflessione più approfondita chi scrive ha deciso di realizzarla attraverso un circostanziato articolo che, appena sarà dato alle stampe, verrà puntualmente riportato anche in queste pagine.

Nel frattempo, per ripercorrere le tappe principali della Shoah, vi propongo la visione di questi video, che mi sembra più eloquente di ogni altra parola!

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"Da Bologna a Stalino": giallo sui passeggeri nel film inedito sulla spedizione in Russia dell’esercito italiano nel ‘42. Rimpatriati tedeschi o ebrei deportati?

 

"Da Bologna a Stalino": un film inedito sulla spedizione in Russia dell’esercito italiano nel 1942

Un’immagine del filmato recuperato di Enrico Chierici

 

Questo pomeriggio, alle ore 18.00 presso l’Urban Center di Bologna, nell’ambito dell’appuntamento di Cinematic, sarà proiettato il film girato nel 1942  dal sottotenente Enrico Chierici (1914-2001), fotografo e cineamatore genovese dell’ottava armata italiana, dal titolo:Da Bologna a Stalino“.

Questo lungometraggio, conservato nel Fondo Fratelli Chierici dell’Archivio Nazionale del Film di Famiglia, costituisce un eccezionale documento sulla spedizione in Russia dell’esercito italiano nel 1942, anche perché ci restituisce un ritratto inedito degli scenari bellici che risaltano soprattutto negli sguardi attoniti – molto più eloquenti di qualsiasi altra parola – dei prigionieri e deportati immortalati dalla cinepresa.
Subito dopo la partenza da Bologna, il 9 giugno 1942, le prime suggestive immagini focalizzano l’obiettivo  sui giovani prigionieri adibiti ai lavori nelle stazioni, prima di documentare l’ingresso del convoglio nella stazione di Brest-Litovsk, in Bielorussia, il 13 giugno. Il primo struggente impatto con la turpe realtà della guerra si verifica il giorno successivo presso i villaggi di Bobruisk, dove il treno dei soldati italiani diretti in Russia incrocia un convoglio carico di deportati ebrei russi, uomini, donne e bambini che è fermo alla stazione. Per venti minuti scorrono sul video immagini davvero struggenti che, a distanza di tanti anni, dovrebbero ancora interrogare le nostre coscienze per indurre a riflettere – anche chi come me non ha vissuto quegli anni convulsi – fino a che punto può giungere la malvagità umana quando smarrisce il senso intrinseco della pietà e del rispetto verso i propri simili.

La sequenza di queste immagini, tuttavia, suscitano qualche legittimo interrogativo riguardo all’identità di quei poveri sventurati ripresi da Chierici: sono dei tedeschi rimpatriati oppure si tratta di ebrei condotti nei campi di sterminio?

Osservando attentamente ogni singolo fotogramma, tuttavia, qualche indizio si può notare per tentare di dare una risposta. Innanzitutto dall’abbigliamento di queste persone non risalta la stella di David – che com’è noto i nazisti avevano imposto di indossare come contrassegno a tutti gli ebrei –, per di più i vagoni non sembrano piombati, come di soliti erano quelli che trasportavano gli ebrei…

Insomma, considerato che tutto il materiale cinematografico realizzato da Chierici è ancora tutto da riorganizzare, che dire: ai posteri l’ardua sentenza!

Nel frattempo noi preferiamo lasciare la parola alle immagini in modo tale che ognuno può, liberamente, farsi l’idea che reputa più opportuna…

 

 

© Giovanni Preziosi, 2013

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Accadde, oggi: 15 novembre 1938, la discriminazione razziale esclude gli ebrei dalla scuola

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Il 15 novembre di settantaquattro anni fa, il regime fascista scrive una delle pagine più vergognose della storia italiana, in seguito all’adozione delle leggi razziali con le quali allineò la sua politica a quella antisemita della Germania Nazista. Così, a coronamento di altri provvedimenti a sfondo razziale, mediante il R.D.L. – XVII, n. 1779 – Integrazione e coordinamento in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella scuola italiana, il governo fascista presieduto da Benito Mussolini, con il beneplacito dell’allora ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, estendeva la legislazione razziale anche nell’ambito scolastico.  

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Difatti fin dal 25 luglio 1938 furono varati una serie di provvedimenti che miravano a questo scopo. Ecco i principali:

 

Difatti, dopo un’intensa attività politica che vide Bottai ricoprire vari incarichi di un certo rilievo come quello di Ministro delle Corporazioni (1929-1932), Presidente dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (1932-1935), Governatore di Roma (1935), Governatore di Addis Abeba (maggio 1936); nel rimpasto governativo del 22 novembre di quello stesso anno, giunse inaspettatamente l’importante nomina alla guida del dicastero dell’Educazione nazionale, che esercitò fino al 5 febbraio 1943, in sostituzione dell’ex quadrumviro Cesare Maria De Vecchi.

252_3r010_252_1Durante questa sua attività ministeriale, tuttavia, si distinse anche per l’introduzione di importanti modifiche nell’ordinamento scolastico, dando impulso a leggi in difesa dei beni artistici attraverso l’istituzione dell’avveniristico Istituto Centrale di restauro[1].

Poi, però, bisogna rilevare che, tra l’agosto e il settembre 1938, l’attività ministeriale di Bottai fu inficiata dall’attuazione delle vituperanti leggi razziali che ridussero gli ebrei al rango di paria della società italiana.

Difatti, a partire dal 5 settembre di quell’anno, in seguito alla promulgazione del Regio Decreto Legge n. 1390, si procedette all’epurazione sistematica di insegnanti e studenti di “razza” ebraica dalle scuole italiane, ai quali fu concesso, come attenuante, di organizzare propri istituti scolastici privati[2]. In realtà questo provvedimento entrerà in vigore ufficialmente soltanto il 14 dicembre successivo, allorché fu disposta la cessazione dall’impiego per tutti gli insegnanti e gli altri dipendenti scolastici di razza ebraica. 

LE LEGGI RAZZIALI DEL 1938:

Racconto per immagini

© Giovanni Preziosi, 2012

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“Sempre vestiti per fuggire anche di notte”. Il 16 ottobre 1943 il rastrellamento nazista del ghetto ebraico di Roma

Qualche giorno fa, mentre mi accingevo a scrivere questo articolo, mi sono ritrovato a passeggiare lungo gli argini del Tevere, proprio in prossimità della Sinagoga, cercando di far scorrere nella mia mente – ammesso che ciò sia possibile – le scene di quel dramma davvero indescrivibile che fu il rastrellamento nel ghetto ebraico perpetrato dai nazisti il 16 ottobre del 1943. Mentre camminavo, di soppiatto, il mio sguardo si è posato su quella strada  e, improvvisamente ho sentito un brivido lungo la schiena. È come se, tutto d’un tratto, mi sembrava di percepire quelle grida di terrore che supplicavano i loro aguzzini di lasciarli andare. È come se un concerto di voci lacrimevoli s’innalzava al cielo in una preghiera sofferta. Non nascondo che ad un certo punto mi son chiesto, sgomento, cosa avrei fatto se mi fossi trovato anch’io tra quelle persone. Chissà, forse, lì per lì anch’io, in preda al panico, sarei scappato a gambe levate sotto l’incedere impetuoso dei cingolati tedeschi che irrompevano nelle strade circostanti. Oppure, come del resto hanno fatto tante altre persone semplici, mi sarei dato da fare per soccorrere tanti uomini, donne e bambini colpevoli soltanto di appartenere ad una religione e ad un popolo diversa da quello “ariano”

“A volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre, ma se una storia non viene raccontata diventa qualcos’altro, una storia dimenticata. Quando una storia viene raccontata, non può essere dimenticata, diventa qualcos’altro. Il ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare…” perché le parole non dette diventano ricordi sbiaditi dal tempo e destinati inesorabilmente all’oblio. Con queste toccanti parole inizia il film “La chiave di Sara”, tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana De Rosnay, che rievoca il dramma vissuto dagli ebrei francesi nel luglio del 1942 sotto il regime collaborazionista di Vichy.

E allora proviamoci in questo articolo appena pubblicato nelle pagine culturali (pag. 4) de “L’Osservatore Romano” dal titolo: “Sempre vestiti per fuggire anche di notte”, che ho scritto grazie ai suggestivi ricordi di chi ha vissuto questa esperienza sconvolgente che ha segnato per sempre la propria vita come il prof. Roberto Piperno.

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Il 16 ottobre 1943 il rastrellamento nazista del ghetto ebraico di Roma

Sempre vestiti
per fuggire anche di notte

La testimonianze di Roberto Piperno che si salvò grazie alle suore Bethlemite di piazza Sabazio

di Giovanni Preziosi

Subito dopo il rastrellamento del ghetto un giovane ebreo, Aldo Gay, volle fissare in alcuni disegni quei momenti tragiciIl 16 ottobre del 1943 è una data che non può passare inosservata perché rappresentò uno dei giorni più drammatici della nostra storia, segnato da un’onta d’infamia e di lutto, a causa del vile rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma ad opera della brigata S.S. “Einsatzgruppen” agli ordini del capitano Theodor Dannecker, che seguì l’esatto copione sperimentato con successo a Parigi nel luglio del 1942 in occasione di quella che passò tristemente alla storia come la rafle du Vél d’hiv, allorché la polizia arrestò ben 13.152 ebrei. In realtà la decisione di estendere anche all’Italia la “soluzione finale”, così come stabilito nel corso della Conferenza di Wannsee del gennaio 1942, era stata presa a Berlino già dal 24 settembre 1943, quando fu emanato l’ordine perentorio di «catturare e trasferire nel Nord Italia», mediante un’azione a sorpresa, tutti «gli 8.000 ebrei che viv[evano] a Roma» per essere “liquidati”. Il 6 ottobre 1943, scrive infatti il comandante dell’Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und des SD a Roma Herbert Kappler al suo diretto superiore Karl Wolff: «L’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich ha mandato il capitano Dannecker per catturare tutti gli ebrei in un’azione lampo e spedirli in Germania. A causa dell’atteggiamento della città e di incerte condizioni, l’azione non può essere condotta a Napoli. I preparativi dell’ufficio per l’azione a Roma sono stati conclusi». Dunque, come si evince da questo documento, nei piani accuratamente predisposti dai tedeschi il primo rastrellamento in grande stile doveva essere sferrato nel capoluogo partenopeo, ma ciò non fu possibile a “causa del clima ostile della città” e per il tempestivo ripiegamento delle truppe tedesche verso Nord ordinato dal colonnello Walter Schöll, che si rese indispensabile già a partire dal 30 settembre 1943 in seguito all’insurrezione della popolazione napoletana. Inoltre, l’11 ottobre successivo, i servizi segreti britannici intercettarono anche un messaggio radio criptato che il capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, Ernst Kaltenbrunner, aveva inviato a Kappler, per sollecitarlo a scatenare la spietata caccia agli ebrei. «È precisamente esattamente l’immediata e completa eliminazione degli ebrei in Italia – sosteneva l’alto ufficiale nazista – che è nell’interesse dell’attuale situazione politica e, in generale, della sicurezza in Italia. Rinviare l’espulsione degli ebrei fino al completamento delle operazioni di disarmo dell’Arma dei carabinieri e dell’esercito italiano, è un’ipotesi che non può essere presa più in considerazione, così come quella di destinarli sotto la direzione delle autorità italiane. Più a lungo si ritarderà e più gli ebrei – che sono indubbiamente al corrente delle misure previste per la loro deportazione – hanno l’opportunità di trasferirsi nelle case degli italiani filoebraici e di scomparire completamente. L’Italia è stata istruita a eseguire gli ordini del comandante delle SS, ovvero a procedere con gli arresti degli ebrei senza ulteriori ritardi». Gli Alleati, dunque, avrebbero potuto avvertire tempestivamente gli ebrei italiani del pericolo che incombeva su di loro, ma non lo fecero perché altrimenti avrebbero irrimediabilmente compromesso la sofisticata rete spionistica che avevano infiltrato all’interno dell’intelligence nazista. A quel punto, dunque, la sorte degli ebrei romani era ormai segnata. Difatti, intorno alle 5,30 del mattino di quel triste sabato del 1943 – mentre si accingevano a celebrare il terzo giorno della festa di Sukkot – 365 soldati tedeschi armati di tutto punto, al comando del capitano Theodor Dannecker, muniti di appositi elenchi con nomi e indirizzi delle famiglie ebree forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, coadiuvati anche da circa venti agenti di Pubblica Sicurezza della Questura di Roma e da alcuni interpreti scelti tra i carcerieri di via Tasso, circondarono il Portico d’Ottavia dando il via a quella scellerata operazione denominata Judenaktion, durante la quale i militari tedeschi fecero irruzione in ogni casa dove secondo i loro schedari abitavano gli ebrei, prelevando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno con una tale protervia e disprezzo della dignità umana da far rabbrividire. Non ebbero alcun riguardo neanche per gli infermi, come Beniamino Philipson che soffriva del morbo di Parkinson, il quale fu prelevato dalla sua abitazione in via Flavia 84 e trascinato via senza alcun ritegno sulla sedia a rotelle. Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si registrò a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Appena terminata questa operazione capillare, alle 14 in punto, questi 1.259 malcapitati finiti nelle grinfie dei nazisti – tra cui 363 uomini, 689 donne e perfino 207 bambini – furono immediatamente condotti verso il centro di raccolta nei pressi dei ruderi del teatro Marcello, prima di essere trasferiti nel Palazzo Salviati, sede del cosiddetto collegio militare in via della Lungara, dove rimasero per ben trentasei ore. Quindi, dopo un esame minuzioso delle carte d’identità e di altri documenti, il capitano Dannecker decise di rilasciarne 237, tra cui vi erano i coniugi e i figli di matrimoni misti, i coinquilini e il personale di servizio non ebrei che al momento del rastrellamento si trovavano nelle case dei ricercati i quali, non credendo ai loro occhi per ciò che stava accadendo, in un lampo fecero ritorno alle loro abitazioni. Alle prime luci dell’alba del 18 ottobre, in una livida giornata d’autunno, i 1.022 ebrei romani furono caricati su un convoglio ferroviario dato in consegna al macchinista Quirino Zazza che, verso le ore 14, lasciò Roma dalla Stazione Tiburtina diretto ad Auschwitz, dove giunse dopo ben sei giorni e sei notti di viaggio. Alla fine della guerra di tutte queste persone ne ritornarono, purtroppo, soltanto 16 tra cui: Sabatino Finzi, Leone Sabatello, Lello Di Segni, i fratelli Efrati e Settimia Spizzichino. Qualcuno, tuttavia, durante la retata riuscì a salvarsi trovando rifugio nei vari istituti religiosi disseminati nei dintorni di S. Bartolomeo all’Isola Tiberina, mentre altri, come Roberto Piperno e la sua famiglia, grazie alla generosità dei loro vicini di casa non ebrei, furono ospitati provvisoriamente nelle loro abitazioni. Rievocando quei momenti così carichi di tensione, il prof. Piperno, attraverso il suo racconto, ci aiuta a comprendere meglio cosa significò per un bambino di appena cinque anni ritrovarsi all’improvviso nel bel mezzo della Shoah e vivere sulla propria pelle le nefandezze della persecuzione nazista. «Il ricordo di quei nove mesi – esordisce il prof. Piperno –, è inciso stabilmente nel mio cuore e in parte nella mia memoria. A settembre del ‘43 io avevo già compiuto cinque anni: troppo piccolo per comprendere ciò che stava avvenendo nella Storia, ma già abbastanza grande per partecipare a quelle esperienze. Rientrati a Roma da Frascati dove ci eravamo nascosti in un casolare di mio zio, mio padre trovò accoglienza per tutta la famiglia (io, mia sorella, mia madre e mio padre) presso un amico, nella speranza che l’esercito alleato arrivasse a Roma presto. Ma a ottobre, prima la raccolta dell’oro da parte dei nazisti e poi la razzia del 16 ottobre, cambiò la prospettiva. Il 16 ottobre noi eravamo nascosti nell’abitazione degli amici di mio padre, i signori Clelia e Alberto Ragionieri (insigniti, in seguito, dell’onorificenza di “Giusti fra le Nazioni”) in Via Arno, ma i nonni (Angelo e Elena Disegni) erano nelle loro case, perché si pensava che i nazisti non erano interessati a prendere anziani che non erano in grado di lavorare. Fortunatamente il caso li salvò – cosa che non avvenne per un cugino di mia madre denunciato da un inquilino mentre scendeva le scale –: i nazisti non passarono alla casa un po’ più isolata dei miei nonni materni, mentre mia nonna paterna fu salvata da una coinquilina che vide entrare i soldati nazisti, comprese il rischio, con l’ascensore salì da mia nonna al IV piano e la nascose nel suo appartamento al II piano, mentre i soldati salivano le scale a piedi. Nell’appartamento dove viveva mia nonna trovarono la cognata, che era però l’unica cattolica della famiglia: i nazisti la portarono via al carcere di Regina Coeli, ma fortunatamente il Parroco di San Crisogono, di fronte alla casa dove abitava fu informato, si precipitò là e riuscì a convincere i carcerieri che zia Giulia era cattolica e non ebrea: così la riportò a casa e si salvò. La sera stessa, come ben ricordo, i tre nonni – i nonni materni Angelo e Elena Disegni e la nonna paterna Rachele Toscano Piperno – ci raggiunsero nella casa dove eravamo nascosti e così, la famiglia di quattro persone, che ci ospitava, si trovò ben sette persone da nascondere». Tuttavia, visto che gli Alleati, dopo l’operazione Avalanche, che com’è noto scattò sulle coste salernitane nel settembre del 1943, non erano ancora riusciti a raggiungere la capitale, per non mettere in pericolo anche la famiglia che li ospitava, nel dicembre successivo fu escogitata un’altra soluzione. «Mio padre – racconta, con dovizia di particolari, il prof. Piperno –, anche per il suo lavoro di commerciante di tessuti, aveva avuto frequenti contatti con il Vaticano e inoltre l’amico che ci ospitava era un buon cattolico. Così fu possibile ottenere che una parte della famiglia – cioè le donne, mia madre, mia sorella di tre anni più grande di me, le due nonne ed io – fosse ospitata presso il Monastero delle Suore Bethlemite a Piazza Sabazio, non lontana dalla zona di Viale Regina Margherita, dove viveva la famiglia amica. Invece mio padre e mio nonno si trasferirono presso la Basilica di san Giovanni. Poi fu deciso di ricongiungerci tutti a San Giovanni. Ma, proprio la stessa sera che noi arrivammo, si seppe che i nazisti erano entrati nella Basilica di San Paolo ed avevano portato via molte persone. Così dopo una notte insonne – continua nel suo appassionante racconto il prof. Piperno –, sempre vestiti per fuggire, mio padre e mio nonno rientrarono nella casa della famiglia amica e noi ritornammo presso le Suore Bethlemite, dove trascorremmo tutti i successivi mesi fino alla liberazione del 4 giugno del 1944, in uno scantinato presso il portone di accesso del Monastero, dove dormivo stretto con mia madre e mia sorella, mentre sull’altro lato del locale c’erano altre due brande per le due nonne». Subito dopo il loro arrivo presso questo istituto religioso, Alberto Ragionieri, su sollecitazione della Madre Superiora, Suor Evelina Foligno, per celare la vera identità della famiglia Piperno e garantire loro un’adeguata sicurezza, riuscì a procurarsi dei documenti falsi sui quali fu impresso il nome di tal Pistolesi, grazie ai quali furono in grado di acquistare perfino gli alimenti di cui avevano bisogno, considerato il rigoroso razionamento in vigore all’epoca. Per maggiore precauzione, e contenere i rischi, anche involontari, l’unica persona che ufficialmente era al corrente della vera identità della famiglia Piperno era la Madre Superiora, mentre per quasi tutte le altre suore erano degli sfollati provenienti da Napoli. «Prima di addormentarmi – ricorda a tal proposito il prof. Roberto Piperno – mia madre mi faceva ripetere ogni sera il mio nuovo nome: Roberto Pistolesi. Così prima di addormentarmi mi sdoppiavo ogni sera, ripetendo il mio nuovo cognome, da usare se fossi stato in contatto con altre persone. Naturalmente lo sdoppiamento della persona non era solo nel cognome, ma anche nel comportamento. Infatti, essendo noi, ufficialmente, degli sfollati napoletani cattolici, tutte le domeniche ci recavamo nella chiesa del Monastero. Così dalle suore appresi via via le preghiere cattoliche ed anche occasionalmente, mi pare a Pasqua, partecipai al breve corteo interno nella chiesa. Ricordo anche che il giorno precedente la Domenica, mi capitò qualche volta di trovarmi presso il giardinetto interno dove una suora preparava le ostie per la messa; ed una volta mi dette dei pezzetti di ostia spezzettati, non ancora consacrati, rimasti sul tavolinetto. Ricordo in particolare, ancora con speciale simpatia, una giovane suora di nome Rita (ormai deceduta), con la quale con mia sorella ci incontravamo nel Monastero o nel giardinetto: era sempre così affettuosa ed umana. È stata l’unica persona con la quale una mattina di primavera sono uscito, dovendosi lei recare a fare alcuni acquisti nelle immediate vicinanze. Sono esperienze indimenticabili – conclude, con un filo di emozione, Roberto Piperno –, tanto più che durarono tanti mesi, e dalle quali non ti liberi mai più. Sul piano dei rapporti umani non ho un ricordo triste del periodo trascorso nel monastero, che era tenuto bene dalle suore gentili, sorridenti e disponibili. Certamente il comportamento umano delle suore verso questo bambino, unico maschietto nel Monastero, rese possibile non solo la salvezza, ma rese anche più accettabile quella continua condizione di prigionia e paura: e anche di questo sono ancora grato». Del resto è ormai fin troppo noto che, soprattutto in quel periodo, l’accoglienza negli ambienti ecclesiastici non conobbe riserve, tanto è vero che la Città del Vaticano e numerosi ordini religiosi, sprezzanti del pericolo che correvano, si prodigarono per offrire riparo a tutti coloro i quali correvano il rischio di essere acciuffati dalle S.S. e spediti nei vari campi di concentramento. Anche il pontefice, appena fu messo al corrente di ciò che stava accadendo nel ghetto ebraico dalla principessa Enza Pignatelli Aragona Cortés, immediatamente si attivò per cercare di porre fine a quello scempio che si stava consumando proprio sotto le sue finestre. Tuttavia, sapeva fin troppo bene che occorreva lasciarsi guidare dalla prudenza e non dall’emotività del momento così, per non compromettere ulteriormente la situazione ed esasperare gli animi già fin troppo esacerbati e particolarmente suscettibili dei nazisti – come era accaduto appena un anno prima in seguito alla denuncia dell’episcopato olandese – ritenne più opportuno intavolare una trattativa, attivando una fitta rete di canali diplomatici. Difatti convocò immediatamente – tramite il segretario di stato Maglione – l’ambasciatore tedesco presso la Santa sede Ernst von Weizsäcker, per esprimere tutto il suo disappunto in merito agli arresti indiscriminati perpetrati dai nazisti, esortandolo a fare tutto il possibile per persuadere lo stato maggiore tedesco a porre fine a quella infamia. Non pago di ciò, Pio XII decise di interpellare finanche il suo intermediario più fidato con le autorità germaniche, ovverosia il superiore generale dei Salvatoriani padre Pancrazio Pfeiffer, al quale affidò il delicato incarico di contattare, con la dovuta cautela e senza destare alcun sospetto, il comandante militare di Roma, gen. Rainer Stahel, per consegnargli una lettera di protesta ufficiale da parte della S. Sede scritta dal rettore del Pontificio Collegio Teutonico di “S. Maria dell’Anima”, mons. Alois Hudal, da far pervenire a Himmler per indurlo ad ordinare l’immediata sospensione dei rastrellamenti (per i particolari di questa vicenda si rimanda a quanto già scritto nell’articolo “La lista di Pfeiffer”, 16 ottobre 2011, pag. 5). La protesta del Vaticano alla fine sortì gli effetti sperati, come riferisce in un dispaccio del 31 ottobre 1943, inviato al suo governo, il ministro plenipotenziario rappresentante del Regno Unito presso la Santa Sede, Francis D’Arcy Godolphin Osborne, il quale si esprimeva in questi termini: «Non appena seppe degli arresti di ebrei a Roma, il Cardinale Segretario di Stato diresse e formulò all’Ambasciatore tedesco una [sorta?] di protesta. L’Ambasciatore si mosse immediatamente con il risultato che gran parte di loro fu rilasciata. L’intervento vaticano sembra dunque esser stato efficace nel salvare un certo numero di queste sfortunate persone. Ho chiesto di sapere se potessi io riferir questo e mi fu detto che avrei potuto ma solo per nostra conoscenza e non per darne pubblica ragione, poiché ogni pubblicazione d’informazioni condurrebbe probabilmente a nuove persecuzioni».

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Riporto qui di seguito la testimonianza del prof. Roberto Piperno, raccolta il 25 gennaio 2013 da Paolo Ondarza della Radio Vaticana in occasione del “Giorno della Memoria”

Cliccare qui per ascoltarla

© Giovanni Preziosi, 2012

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Omaggio a Shlomo Venezia, scomparso all’età di 88 anni

Appena appresa la triste notizia della scomparsa di Shlomo Venezia ci corre l’obbligo, anche in queste pagine, di un doveroso sentito cordoglio ai nostri cari “fratelli maggiori” e,Shlomo Venezia in una dei suoi Viaggi della Memoria con i giovani ad Auschwitz (Ansa) in particolare, a tutta la comunità ebraica romana per rendere omaggio, nel nostro piccolo, alla memoria di un uomo davvero straordinario testimone autentico delle scellerate e ignominiose persecuzioni nazi-fasciste e voce autentica della Shoah…

Uno degli ultimi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau, ha speso tutta la sua vita nel trasmettere la memoria della Shoah alle giovani generazioni. Si è spento nella notte a Roma all’età di 88 anni, ma la sua voce e il suo ricordo continueranno ad illuminare i nostri giorni.

Ecco chi era Shlomo Venezia in questo documentario che racconta la sua storia.

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