Alla fine del 1944 con l’avanzare delle truppe dell’Armata Rossa il campo di concentramento di Stutthof (oggi Sztutowo in Polonia), a circa 36 km ad est di Danzica, venne evacuato. Circa 50.000 deportati presenti nel campo alla data dell’evacuazione, per la maggior parte ebrei, furono costretti ad una faticosa ritirata verso i campi all’interno della Germania. Circa 5.000 internati furono trasportati sulle rive del Mar Baltico e, sotto la minaccia delle armi, nel rigido invermo polacco, costretti ad immergersi nelle gelide acque e barbaramente trucidati con una repentina raffica di mitragliatrice.
Questo campo fu costituito nell’estate del 1939 per ospitare “elementi indesiderabili” polacchi. La politica tedesca di sterminio condotta in Pomerania, applicato alla nazione polacca nel campo di Stutthof è stato quello di svolgere un ruolo di primo piano. Doveva essere, come una parte importante e integrante della politica generale applicata alla popolazione polacca di Hitler di Pomerania. La gente del luogo che vivevano nei villaggi di Stegny e Sztutowo, erano in prevalenza tedeschi e fermamente ostili ai prigionieri, tant’è che in più di qualche circostanza contribuirono a catturare alcuni di loro che avevano tentato la fuga.
Il primo convoglio di prigionieri giunse a Stutthof il 2 settembre 1939. Si trattava di cittadini polacchi tratti in arresto a Danzica tra la notte del 31 agosto e il 1o settembre che, all’inizio erano stati reclusi in un edificio scolastico chiamato. Victoria Schule e presso la vecchia caserma di Nowym Porcie. Il numero di coloro che quella notte finirono nelle grinfie dei tedeschi, il 15 settembre di quell’anno ammontava circa 6.000 internati, in larga misura erano membri dell’intellighenzia polacca ed attivisti di organizzazioni invise al nuovo regime, tra i quali spiccavano anche alcuni prigionieri di guerra, diversi insegnanti, funzionari governativi, sacerdoti, scienziati e avvocati. Difatti già a partire dal 1936 la Polizia tedesca della Libera città di Danzica era entrata in possesso di alcuni elenchi di circoli polacchi potenzialmente «pericolosi» da adoperare nell’eventualità di un conflitto.
Alcuni di questi malcapitati furono passati per le armi subito dopo il loro arresto, altri liberati dalla custodia, mentre il resto fu caricato su dei convogli e trasferiti al campo di Stutthof diretto dal SS-Hauptsturmführer Max Pauly, il quale il 1 ° aprile del 1940 divenne il primo comandante del campo, esercitando questa funzione fino al 31 agosto 1942. Il primo gruppo di prigionieri ebrei (circa 450 persone), arrestati a Danzica in seguito all’irruzione improvvisa nei loro appartamenti e per le strade limitrofe, giunse il 17 settembre 1939. Durante l’autunno e l’inverno del 1939, il trasporto di materiali da costruzione al campo continuò incessantemente per ultimarne la costruzione. Allo stesso tempo, continuavano ad affluire nuovi prigionieri, in prevalenza reclutati tra i polacchi provenienti dalla Pomerania, che erano considerati dalle autorità tedesche particolarmente pericolosi.
Dal 2 settembre 1939 al maggio 1940 su una superficie di circa 4 ettari, in seguito denominata Starego Obozu, furono costruite ben 10 baracche. Fino al mese di ottobre del 1939 due baracche furono allestite per ospitare i prigionieri. La prima, che recava il numero VIII, fu eretta sul lato destro dell’ingresso. Dall’altra parte del campo fu costruita una seconda baracca che poteva ospitare diverse persone, recante il numero I, che in seguito fu adoperata per alloggiare il blocco femminile. Il 19 aprile 1940, in una di queste baracche che sorgeva nella seconda parte del Campo Vecchio, fu allestito un ospedale, un magazzino per depositi e finanche diversi laboratori come quello elettrico, di mobili, pittura, e falegnameria. Il Campo Vecchio quindi fu chiuso da una recinzione di filo spinato molto elevata per impedire eventuali fughe dei prigionieri, che erano sotto la stretta sorveglianza delle SS che li osservavano dalle quattro torri di guardia.
I lavori di costruzione, che si protrassero dal 6 maggio 1940 al mese di ottobre del 1941, impiegando circa 200 prigionieri, proseguirono sotto la supervisione di Otto Neubauer, che fece realizzare anche uno speciale edificio da destinare alla sede del Baukommando. L’edificio, inoltre, ospitava anche gli uffici del campo, un casinò ed una cucina per le SS. Dalla metà del 1941, nell’edificio destinato alle SS-Oberschnitt, si svolsero anche dei corsi di formazione organizzati per le SS della Pomerania. Allo stesso tempo, i prigionieri costruirono anche una villa per ospitare il comandante del campo con la sua famiglia.
Nel 1942, la natura e l’organizzazione della vita del campo di Stutthof mutarono, sotto il controllo del comandante della polizia di Danzica, divenendo un campo di «rieducazione attraverso il lavoro» amministrato dalla Polizia di sicurezza. Il 22 febbraio di quell’anno, infatti, all’ex campo di prigionia fu assegnata la nuova denominazione di Campo Nazionale di concentramento civile e, nel novembre successivo, si verificò finanche il cambio della guardia della direzione: a sostituire l’SS-Obersturmbannführer Max Pauly fu chiamato l’SS-Sturmbannführer Paul-Werner Hoppe.
Inizialmente, il campo di Stutthof, nonostante gli sforzi delle autorità locali tedesche, era considerato un campo di concentramento nazionale. Al 1 ° aprile 1940. E ‘stato solo uno dei tanti campi per i prigionieri di civili creati in Pomerania e Prussia orientale. Poi, on la nomina del comandante Max Paulyego (1 apr 1940), divenne il campo centrale. Quindi, il 20 febbraio 1942, questo campo fu assoggettato alla struttura della polizia di Danzica. Da allora, ha incluso un gruppo di campi temporanei (Durchgangslager).
In questo periodo si registrò un vertiginoso incremento del numero dei deportati – provenienti, oltre che dalla Polonia, anche dall’Unione Sovietica, dalla Danimarca e dalla Norvegia – rispetto agli anni precedenti. Ciò, evidentemente, in coincidenza con l’escalation che incominciò ad avere la “soluzione finale del problema ebraico” (Endlösung der Judenfrage), sancito il 20 gennaio 1942 in una villa sulla riva del lago Wannsee a Berlino. nel corso della famigerata conferenza che prese proprio il nome dal luogo dove si svolse. Nel corso dei 5 anni in cui restò in funzione, nel campo di concentramento di Stutthof, si registrarono complessivamente circa 110.000 prigionieri.
Difatti, a partire dalla metà del 1944, su disposizione del comandante Rudolf Höß, nel campo fu allestita una camera a gas che adoperava l’acido cianidrico per sterminare gli internati, proprio come avveniva ad Auschwitz. Le principali vittime erano quelle donne ebree che, per motivi di salute, non possono essere utilizzate come manodopera gratuita dall’industria tedesca degli armamenti. Trovarono la morte nelle camere a gas anche un gruppo di 77 prigionieri di guerra sovietici, portatori di handicap provenienti dal fronte orientale. Il Dr. Otto Heidl, medico del campo di Stutthof, dall’aprile 1942 al 4 aprile 1945, prese parte attivamente alle selezioni dei detenuti ammalati che erano nell’ospedale da campo.
Nel novembre del 1944 questo genocidio fu sospeso ma, secondo alcuni studi, aveva già fatto registrare ben 1.450 vittime. Quindi, alle 4 delmattino del 25 gennaio 1945, in seguito all’offensiva sferrata dalle truppe sovietiche dell’Armata Rossa. fu ordinata una rapida evacuazione del campo. Circa 50.000 deportati presenti nel campo alla data dell’evacuazione, in maggioranza ebrei e prigionieri tedeschi, furono distribuiti in diversi villaggi vicino Lębork, dove la fame e le malattie contribuirono agevolmente a decimare il resto degli internati. Solo il 9-12 marzo i prigionieri furono liberati dall’esercito sovietico. Gli altri circa 5.000 furono trasportati sulle rive del Mar Baltico dove, sotto la minaccia delle armi, furono costretti ad immergersi nell’acqua gelida e brutalmente trucidati con una raffica di mitragliatrice.
Si calcola che, al 23 aprile 1945, degli oltre 12.000 prigionieri che riuscirono ad evacuare il campo di Stutthof, ne riuscirono a sopravvivere, venendo trasferiti a Malmö, soltanto 4.508; anche perché si propagò in quel periodo – anche a causa delle notevoli carenze igienico-sanitarie – un’epidemia di tifo. Alla fine di aprile 1945, durante il trasporto a bordo di una nave a Neuengamme – nei pressi di Amburgo – persero la vita circa 25.000 prigionieri su di un totale di 50.000, che morirono affogati o uccisi dai nazisti.
Il 9 maggio 1945, tra le 7 e le 8 del mattino, le truppe dell’esercito sovietico entrarono nel campo di Stutthof, dove trovarono soltanto circa 140 prigionieri che non avevano preso parte all’evacuazione del campo, e un gruppo di oltre 20.000 civili della Prussia orientale.
Si stima che su un totale di 110.000 internati, circa 24.600 furono trasferiti in altri campi di concentramento. Considerando poi quelli giustiziati dai nazisti, e gli altri deceduti a causa delle condizioni di vita estreme, delle malattie, della mancanza di cure mediche e del duro lavoro, il numero delle vittime dei campi di concentramento Stutthof è stimato all’incirca tra le 63.000 e le 65.000 unità, fra le quali circa 28.000 erano internati ebrei.
Atti del Dipartimento V (dal sito http://www.stutthof.org)
Atti del Dipartimento VI (dal sito http://www.stutthof.org)
I due figli più grandi di Max Pauly, Comandante del Campo di concentramento di Stutthof , ca. 1942. (IPN)






ho guardato con commozione le foto e letto le parole del dott. Preziosi nel raccontare questo episodio cosi’ triste…..di cui ho sentito parlare dalla mia nonna e dalla mia mamma perchè proprio mio zio, il fratello di mia mamma e di mia zia era stato fatto prigioniero a Danzica giovanissimo, per fortuna proprio perchè DIO volle proteggerlo, e anime buone lo difesero cercarono il modo di farlo fuggire….rientrando in Italia a piedi stremato dalla paura e dalla stanchezza e dalla fame….anche lui mi raccontò personalmente quei giorni…e ogni volta nel suo volto, nei suoi occhi scorgevo un dolore profondo nel rievocare ,considerando anche le persone che gli stavano attorno….in tanto dolore, in tanto sgomento….però la forza dell’amore, il legame con la famiglia, la fede…..e la solidarietà e la carità delle persone lasciarono vivo e perenne quel periodo di vita… sia in lui che in noi .che ho compreso difficile sia da vivere che da raccontare…non posso che stringere quel ricordo in una preghiera per mio zio….e per tutti coloro che hanno vissuto quell’esperienza e per coloro che hanno agito compiendo opere di bontà nei confronti di chi ha potuto salvarsi, grazie di cuore .
Grazie a lei, carissima Signora, per la sua interessante testimonianza, ricca di pregevoli spunti di riflessioni su un argomento tanto drammatico che ci invita tutti a non sbiadire mai i ricordi di queste tristi vicende destinandole all’oblio…
grazie ancora a Lei per l’attenzione…..riassumo in breve quanto mi è stato tramandato….mio zio parti’ volontario nonostante non fosse stato richiamato per la giovane età per amor patrio e nonostante le suppliche e i consigli della famiglia fu arruolato….parti’ quindi ….ma fu poi , essendo giovane, purtroppo inserito in un gruppo di cui gran parte furono deportati a Danzica e fatti prigionieri….si rese conto ben presto della sua posizione …..trovò quindi la forza di dimostrare la sua volontà per sostenere il suo paese….e nel dolore di coloro che condividevano la loro stessa tragedia….parlando con loro e con un sacerdote….cercarono di aiutarlo…..di fare in modo di nasconderlo e di cancellarlo da quella lista….per dargli modo di scappare…..cosi’ Dio lo aiutò,,,,,erano in due….due ragazzi giovanissimi….l’uno e l’altro riuscirono a incamminarsi con le difficoltà che poterono trovare…..ma la loro amicizia fu anche di sostegno per potersi incamminare verso quella strada che significava per loro il ritorno alla vita….alla speranza….e seppure di religioni diverse….l’amicizia li uni’ fino a quando si separarono per poter raggiungere la loro terra, la loro famiglia…..quell’amicizia purtroppo non riusci’ piu’ a seguirla….ma nell’addio fra di loro ci fu un abbraccio d’amore, di fede per la libertà, per la pace, per la famiglia ed insieme pregarono di poter raggiungere quella meta che Dio benedi’ nel loro cammino