“Il voto del 25 luglio 1943 raccontato da esponenti politici ed ecclesiastici”, ecco il mio nuovo articolo su come gli ordini religiosi vissero i giorni convulsi della capitolazione di Mussolini e, implicitamente, del regime fascista, intitolato emblematicamente: “La mezz’ora che archiviò il fascismo”, appena pubblicato nelle pagine culturali de “L’Osservatore Romano” (edizione di mercoledì 25 luglio 2012, Anno CLII n. 170 – pagina 5), frutto anch’esso di una mia meticolosa ricerca negli archivi di vari ordini religiosi, che rappresenta uno stralcio del nuovo libro che sto scrivendo sul ruolo svolto dalla Chiesa durante gli anni convulsi della Seconda Guerra Mondiale.
Buona lettura!
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Il voto del 25 luglio 1943 raccontato da esponenti politici ed ecclesiastici
La mezz’ora che archiviò il fascismo
«Mussolini è stato dimesso. Benissimo!» esultarono le Figlie del Sacro Cuore di Gesù»
di Giovanni Preziosi
Lo sbarco sulle coste siciliane della 7ª Armata statunitense del generale George Patton e dell’8ª Armata britannica al comando del generale Bernard Montgomery, iniziato alle prime luci dell’alba del 10 luglio 1943, faceva tramontare inesorabilmente ogni velleità, da parte del regime fascista, di poter portare a termine vittoriosamente la guerra, anche in virtù di una serie di importanti sconfitte subite maldestramente su vari fronti che culminarono con la perdita della Tunisia e, il 13 maggio, la presa di Pantelleria. Una situazione militare ormai allo sfascio, senza contare le posizioni evidentemente ostili al duce da parte della Casa Savoia e della popolazione, finirono per alimentare uno stato di profondo malcontento finanche all’interno del Partito fascista e tra le alte gerarchie militari che ormai incominciavano ad accarezzare l’idea di liquidare Mussolini anche in virtù dell’esito fallimentare dell’incontro al vertice con Hitler il 19 luglio nei pressi di Feltre, durante il quale il duce si limitò ad ascoltare passivamente la requisitoria del Führer senza avanzare alcuna proposta di sganciamento dall’alleato teutonico. «La caduta di Pantelleria – scrive nelle pagine del suo diario il generale Giuseppe Castellano – non fa che aumentare il malumore e convince Ambrosio, e forse il re stesso, che è necessario arrivare ad una decisione. […] Lo sbarco nemico in Sicilia sconvolge l’opinione pubblica italiana, ma ancor più gli uomini al potere, poiché capiscono che è l’inizio della catastrofe». Il quadro a tinte decisamente fosche, tratteggiato dal generale Castellano costituiva, in realtà, il preludio all’offensiva alleata che di li a poco, con l’operazione denominata in codice Crosspoint, sferrerà il suo micidiale attacco anche sulla capitale mietendo migliaia di vittime. «Il popolo non ne può più – scrive indignato il 22 luglio nel suo diario il card. Costantini –. Il Senato tace. Il Re è inesistente. Povera Italia! Ma vi sono impercettibili sintomi che indicano che ci stiamo avviando a una crisi e a un epilogo». Difatti, dopo aver respinto per ben due volte consecutive, il 13 e il 16 luglio, la richiesta da parte dei più influenti gerarchi – fra i quali spiccavano Bottai, De Bono, De Vecchi, Farinacci e Giuriati – di convocare una riunione del Gran Consiglio, che non si riuniva dal lontano 7 dicembre 1939, la mattina del 21 luglio Mussolini, di ritorno dal deludente incontro con Hitler, con un autentico colpo di scena, decise di accogliere la richiesta fissando per le 17 in punto del 24 luglio l’inizio dei lavori del massimo organo del regime.
Incaricò, dunque, il segretario del Partito Carlo Scorza di mettere al corrente di questa riunione anche Dino Grandi che, all’epoca, ricopriva la carica di presidente della Camera il quale, appena apprese la notizia subito si mise all’opera, tant’è che già nel pomeriggio del 21 luglio aveva terminato la prima bozza del documento che intendeva presentare proprio nel corso di questa riunione decisiva per l’avvenire dell’Italia. In buona sostanza il piano che aveva in mente era quello di attuare una sorta di “golpe legalitario” proprio attraverso il pronunciamento del Gran Consiglio, che avrebbe dovuto revocare la fiducia a Mussolini e nominare un nuovo governo del quale non dovevano assolutamente far parte esponenti fascisti. In tal modo si forniva anche al sovrano il “pretesto” costituzionale per destituire il duce decretando, di conseguenza, il de profundis del regime che aveva instaurato. L’ora fatidica che sancì la capitolazione di Mussolini scoccò, inesorabile, alle 2,40 del 25 luglio 1943 allorquando, su sua espressa richiesta, fu messo in votazione l’ordine del giorno presentato dal frondeur Dino Grandi che raccolse l’adesione della maggioranza con ben diciannove voti a favore. «Esaurito l’appello nominale – scrive de Marsico nelle sue memorie –, Scorza contò i voti, Mussolini ne annunciò il numero e, arrotolando il foglio su cui la mozione era stata scritta, levandosi – per la prima volta – dalla sua poltrona mollemente, senza lo scatto ch’egli s’imponeva di solito, a prova della sua gagliardia
giovanile e della sua funzione di comando anche su se stesso, con voce ancora più fiacca, dichiarò chiusa la seduta. Passò dalla parte mia: eravamo tutti in piedi lungo le pareti della sala: salutavamo col braccio levato un uomo che, anche nel passo con cui scomparve nel suo Gabinetto, mi sembrò non calcare più le vie della potenza: salutammo, si, col cuore ferito, colui al quale avevamo guardato come a un simbolo, a un idea, a una fede. Da quel momento – conclude amareggiato l’ex ministro della giustizia – egli avrebbe pensato a noi ostilmente». Ad ogni modo, quando la domenica mattina del 25 luglio incominciarono a trapelare le prime indiscrezioni secondo le quali il sovrano si accingeva ad esautorare Mussolini, i canali ufficiali della Santa Sede incominciarono ad attivarsi. Così, dopo aver appreso tramite il Sostituto della Segreteria di Stato mons. Montini, tutti i retroscena e gli eccezionali sviluppi scaturiti dalla riunione del Gran Consiglio che avevano determinato la capitolazione di Mussolini rivelati dall’ex ministro delle Finanze Alberto De Stefani, la mattina del 27 luglio successivo Pio XII convocò nel suo studio in udienza privata il procuratore generale dei Salesiani, don Francesco Tomasetti, per essere aggiornato su questa delicata vicenda, considerato che l’astuto sacerdote salesiano era riuscito a raccogliere le prime indiscrezioni da una fonte di prima mano: l’ex ministro e presidente del Senato Luigi Federzoni, al punto che appena giunse nell’appartamento del papa fu in grado di fornirgli un dettagliato resoconto di come si erano svolti i fatti. «Ieri – scrive nella relazione inviata in data 27 luglio 1943 al Rettor Maggiore don Pietro Ricaldone –, ho interrogato Federzoni per sapere se fosse vero che Mussolini era agli arresti. Rispose: “No… ma è guardato dai Carabinieri nella caserma che costoro hanno nei cosiddetti Prati di Castello!” L’Ambasciatore di Germania presso il Quirinale dice che Hitler ha telefonato a Re Vittorio chiedendo notizie del suo amico e che il Re gli rispose di stare tranquillo perché Mussolini è al sicuro e nessuno gli torcerà un capello… Qui è il caso di parlare della grande abilità del Re, che gli permise di fare questa specie di colpo di stato. Dapprima egli si mise d’accordo segretamente, per mezzo di Badoglio, coll’Esercito, poi con Sorice (oggi Ministro) che, essendo presso il Duce, poteva fornirgli informazioni preziose e anche predisporre le cose da impedire la fuga… poi con Federzoni e con Grandi, affinché, colla finezza che è loro propria, preparassero abilmente i membri del Consiglio a votare contro il Duce. “Se mi farete avere – disse il Re – una sconfessione di Mussolini dal Gran Consiglio, io lo licenzierò”. […] Il nuovo Ministero non durerà lungamente: è un Ministero di transizione. Poi avremo uomini che sapranno separare il buono dal cattivo nel governo di Mussolini; conserveranno il buono ed elimineranno il cattivo». Dopo aver meticolosamente raccolto tutti questi particolari, si recò in Vaticano per comunicarli al pontefice. «Questa mattina – scrive il procuratore generale salesiano in una lettera inviata al Rettor Maggiore don Pietro Ricaldone – fui dal Santo Padre […] Nel colloquio si parlò dell’andamento delle cose del nostro paese. Dapprima si ricordò che venti giorni or sono, una Commissione di fascisti di prim’ordine (Scorza, Chierici, Giuriati, De Bono, Bottai) condotta dall’Eccellenza Albini, fu dal Duce per renderlo edotto delle condizioni disastrose in cui versa il Paese e, a nome di tutti i componenti la Commissione, parlò specialmente Giuriati. Esso fece un quadro del bene e del male compiuto dal Fascismo e, parlando del male ne indicò anche le cause e i rimedi. […] Quindi si parlò del Gran Consiglio Fascista […] In esso si sostennero lotte durissime, nelle quali Mussolini finì per soccombere. Grandi, Federzoni, Bottai… difesero energicamente, ma nobilmente gli appunti che erano stati fatti dalla Commissione. Il Duce non voleva darsi per vinto. In suo favore parlò dapprima quella buona lana di Buffarini, poi Biggini, ma questi fu fatto tacere quasi subito. Finalmente si venne alla votazione, la quale dette a Mussolini 19 voti contrari e 8 voti favorevoli; il Presidente del Senato si astenne. Il Duce, dando un forte pugno sul tavolo, disse di non accettare l’ordine del giorno, che Federzoni aveva steso d’intesa con altri. Allora coloro che avevano votato contro Mussolini, uscirono dall’aula senza neppure salutarlo. E così ebbe fine una dittatura che era diventata troppo esosa. […] I Tedeschi minacciarono di mettere a sacco l’Italia. Siccome Inghilterra e Stati Uniti – conclude don Tomasetti – soffiano nel fuoco per avere la soddisfazione di vedere l’Italia in preda al bolscevismo come lo fu la Spagna, così molti uomini di senno e di cuore invocano l’intervento del Papa, affinché dia l’allarme che sarebbe del caso».
Pertanto, sulla scorta di queste preziose informazioni fornitegli dal procuratore generale salesiano, appena due giorni dopo – il 29 luglio – Pio XII ritenne opportuno concedere un’udienza privata per ascoltare personalmente la fonte autorevole di queste notizie, ovverosia Luigi Federzoni – che proprio grazie ai buoni uffici interposti in suo favore dal Segretario di Stato card. Luigi Maglione e da mons. Montini, di lì a poco riuscirà sfuggire alla cattura trovando rifugio presso “Villa Lusa” sede dell’ambasciata portoghese, ed in seguito presso il Pontificio Collegio Ucraino di San Giosafat, prima lasciare l’Italia sotto mentite spoglie, il 19 maggio 1946, per recarsi in Portogallo e poi in Brasile con l’aiuto di don Francesco Tomasetti e del procuratore generale dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù padre Emilio Costanzi –. In realtà, come scriverà poi nel suo diario il card. Costantini, Mussolini non si era «dimesso spontaneamente; ma [era] stato arrestato con un tranello nella villa del Re, ed [era] stato portato prigioniero in una caserma». Difatti il re, con il precipitare degli eventi, si era dimenticato perfino di firmare un apposito decreto per autorizzare la cattura del suo Primo Ministro che, in realtà, non aveva affatto rassegnato le dimissioni nelle mani del sovrano – come fu fatto annunciare allo speaker dell’Eiar – ma, aveva accettato obtorto collo le decisioni che, a sua insaputa, proditoriamente Vittorio Emanuele III aveva già preso. Appena incominciarono a circolare tra la gente le prime voci della destituzione del duce, l’entusiasmo prese subito il sopravvento a tal punto che, come leggiamo nel Giornale della Casa “Villa Lante’’ della Società del Sacro Cuore «Questa notte [25 luglio] siamo state sorprese da straordinarie spontanee manifestazioni di gioia, degenerate in agitazioni di partiti e in episodi impressionanti. Causa ne è il quasi immediato trapasso della Dittatura politica al governo militare. È un respiro, ma quanto durerà?… Il regime fascista è caduto, dalle vicine carceri udivamo le grida dei detenuti politici; Viva la libertà, viva Il Re! Stamane verso le dieci migliaia di persone si precipitavano verso le carceri per riprendersi i parenti detenuti, vi era nella strada un’agitazione di folla fitta, indescrivibile; bandiere, inni patriottici, dimostrazioni di giubilo esuberanti; noi pregavamo, è sempre questa la grande risorsa!… Nel pomeriggio il popolo invitatovi dalle gerarchie ecclesiastiche e dall’Azione Cattolica Italiana, si è calmato e ricomposto nella disciplina dell’ordine, garantito dalle leggi di guerra, ritornando al senso della dura realtà presente e dalle oscure previsioni future… Dappertutto picchetti di soldati, la cavalleria vigila su tutte le adiacenze delle Carceri, è vietata in parte la circolazione; abbiamo al portone d’ingresso una mitragliatrice; insomma la situazione è molto dubbia e dolorosa!… Avvenimenti che sembrano contraddittori si precipitano – conclude con un velo di mestizia la religiosa –». Ormai la gioia era davvero incontenibile tanto che: «Alle 22,30 [del 25 luglio] – si legge nelle Memorie della Casa di Roma delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù – siamo svegliate dal parlar forte di folla che passa per Via Cavour: poi fragore di carri pesanti e di Cavalleria. Che sarà? Sollevazione di popolo forse? Sentiamo lunghe battute di mano con: Evviva Badoglio, evviva il Re, evviva il Papa! A basso Mussolini! Gli evviva erano abbastanza lusinghieri e, dopo l’una, chi poté riprendere sonno, dormì in pace. Stamane [26 luglio] si è subito saputo che Sua Maestà il Re ieri sera aveva nominato Capo del Governo il Maresciallo Pietro Badoglio, ed egli s’è preso il comando delle forze armate. Benito Mussolini è stato dimesso, mandato non si sa dove e con lui cade il Partito Fascista. Benissimo!»
La notizia appariva talmente sensazionale che finanche la consorella di Brescia, stentava a crederci, chiedendosi sbigottita: «Sarebbe mai vero? Una notizia strabiliante si diffonde ovunque, destando le più belle speranze. Il Capo del Fascismo ha dimesso da sé la sua carica. La nostra M. R. Madre aveva promesso ventimila Requiem alle Anime del Purgatorio, da dirsi da tutta la Comunità, se entro ieri 25, spuntasse l’alba dell’implorata pace». L’atteggiamento di prudente attesa che si percepisce in queste pagine si riscontra anche nelle Memorie delle consorelle di Bergamo che, appena appresa questa notizia, scrivono: «Sentiamo una notizia inaspettata e sbalorditiva e che nello stesso tempo ci riempie di gioia. Il duce, Benito Mussolini, è stato dimesso dalla carica di primo ministro, e con esso è sciolto il partito fascista che da 20 anni tiranneggiava l’Italia. Il governo è tornato Costituzionale con il Re Vittorio Emanuele III che affidò il governo al Maresciallo Pietro Badoglio. La città è imbandierata; la popolazione in fermento di gioia, si lascia trascinare ad atti vandalici contro i fascisti specialmente i capi le cui case sono piene di ogni ben di Dio e di armi. Il monumento a Mussolini è decapitato. Gli ordini sono perentori accettare il nuovo ordine di cose senza atti di violenza perché saranno subito puniti. L’Italia è in istato di assedio con Dittatura militare e la guerra continua. Noi speriamo e preghiamo che questo fatto sia il principio della fine e ringraziamo Dio, pregandolo della sua continua e paterna protezione giacché i momenti che attraversiamo sono difficilissimi». Nel frattempo, a Villa Torlonia, mentre attende ansiosa il ritorno del marito insieme a Buffarini-Guidi, nella mente di donna Rachele – che fino all’ultimo aveva invitato invano il marito a diffidare anche dei suoi più stretti collaboratori, supplicandolo a trovare una scusa per non recarsi dal re a Villa Savoia, perché evidentemente aveva fiutato qualcosa di torbido nell’aria/ la situazione volgeva al peggio l’imboscata che gli stavano preparando – incominciò a materializzarsi un sinistro presagio. Contemporaneamente il segretario di Stato, card. Maglione, cercava di adoperarsi in tutti i modi presso l’ordinario militare in Italia, mons. Angelo Bartolomasi, affinché si recasse a nome di Pio XII a confortare il prigioniero che ormai si trovava ristretto presso la caserma degli Allievi ufficiali dei carabinieri in via Legnano, incaricando finanche una «persona amica di raccomandare al Capo della Polizia, Senise, di dare precise istruzioni per la sicurezza della povera donna Rachele Mussolini, che sembra essere in ansia per la sua incolumità». In questo modo a dir poco inverecondo, per una sorta di nemesi storica, calava definitivamente il sipario su una dittatura che aveva condizionato la vita degli italiani per un lungo ventennio. Era bastata appena mezz’ora per archiviare il fascismo, voltare pagina e cominciare a scrivere – tra luci ed ombre – un nuovo capitolo della nostra storia.
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© Giovanni Preziosi, 2012
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partecipiamo con commozione a questo periodo della nostra storia in memoria di tutti coloro che hanno sacrificato la loro vita e per coloro che hanno contribuito a ridare la libertà al nostro popolo con il loro impegno,la loro credenza e la loro fede……che questo evento cosi’ significativo possa anche oggi far riflettere su quelle posizioni cosi’ difficili e cosi’ dominanti che renderono i popoli sofferenti deboli e oppressi ……che t…utti possano combattere per quell’ideale che Dio ha saputo dare all’uomo…..ragionando e comprendendo il male ed il bene….la guerra e la pace…..l’oppressione e la democrazia …….e che si possa in futuro concepire un mondo di uguaglianza, di dialogo, di rispetto reciproco e di collaborazione