Vi propongo la lettura del mio articolo appena pubblicato nelle pagine culturali de “L’Osservatore Romano” in occasione della Liberazione.
Buona lettura!
Chi lo desidera può leggere l’articolo, alle pagine 4 e 5, anche in formato pdf così come pubblicato dal giornale cliccando sull’icona qui di seguito
Gli ordini religiosi durante gli anni della seconda guerra mondiale
E il comandante Vero
bussò alla porta di madre Adele
Sta emergendo un filone storiografico volto a riscoprire la funzione «civile» della Chiesa in Italia
di Giovanni Preziosi
Fiumi d’inchiostro sono stati scritti finora sulla Resistenza. Solo recentemente però sta emergendo un filone storiografico che tende a riscoprire tutte quelle forme di Resistenza non armata, fornendo una suggestiva rilettura delle fasi cruciali che hanno segnato questo periodo, assumendo come punto di osservazione i vari ordini religiosi, maschili e femminili che in quegli anni fecero registrare una vera e propria funzione “civile” del clero (talvolta interpretata in termini di supplenza).
Funzione che si tradusse concretamente nell’offrire assistenza e ospitalità in ambienti ecclesiastici ai tanti perseguitati (ex gerarchi fascisti, ebrei e partigiani) per fornire loro un provvidenziale rifugio, indipendentemente dalla loro fede religiosa o dal loro colore politico, tanto da essere definita “l’ora della carità”.
Così, mentre nell’Italia del sud (già liberata) la lotta si svolgeva apertamente, nell’Italia centro–settentrionale occupata dai tedeschi, le organizzazioni partigiane erano costrette a muoversi nella più rigorosa clandestinità.
È proprio quello che accadeva nel vicentino dove imperversavano una miriade di bande armate tra le quali spiccava la divisione Pasubio capeggiata dal famigerato Giuseppe Marozin, nome di battaglia Vero. Protagonista controverso della lotta di liberazione nelle valli al confine tra la provincia di Vicenza e Verona, Marozin si poteva considerare un personaggio a dir poco stravagante, dotato di un forte carisma unito a uno spiccato senso del comando che lo induceva a prediligere una forma di guerriglia autonoma rispetto a quella ciellenistica al punto che, a causa delle sue continue insubordinazioni, il Comitato di liberazione nazionale (Cln) di Vicenza fu costretto a spiccare nei suoi confronti addirittura la condanna a morte (novembre 1944).
Per sfuggirvi, dopo il ridimensionamento della sua banda scaturito in seguito all’operazione Pauke (“Timpano”) condotta tra il 12 e il 16 settembre dai reparti tedeschi col supporto di alcune unità repubblichine, ai primi di novembre, con un centinaio di uomini che gli erano rimasti fedeli, Marozin si trasferì a Milano, dove allacciò contatti con il tenente colonnello Vittorio Palombo del Comando generale del Cvl che, poco dopo, con il beneplacito di Sandro Pertini decise di aggregarli alle dirette dipendenze del Comando generale brigate Matteotti.
Braccato dai nazifascisti, dopo essere sfuggito miracolosamente a un’imboscata, il 23 ottobre 1944 Morazin decise di rivolgersi a don Antonio Fasani, parroco di Lughezzano (frazione vicino Verona), che subito chiese a madre Adele Adami, responsabile delle suore canossiane del luogo, di nascondere nella loro casa la moglie e la figlia Vera di appena due anni. La moglie del comandante partigiano, tuttavia, si fermò solo tre giorni in quella casa angusta e affollata, mandando a dire al marito che non poteva resistere lì rinchiusa. Tuttavia prima di darsi di nuovo alla macchia, raggiungendo il marito e i partigiani con una rocambolesca fuga, la donna affidò la figlia (che non poteva resistere al clima rigido delle valli vicentine) alle cure delle suore che la nascosero nelle loro case venete per tenerla lontana da occhi indiscreti.
Le cronache del 23 ottobre della Casa Madre San Zeno di Verona descrivono i particolari di questa vicenda: «A Lughezzano, di notte tempo, venne imposto — mitra alla mano — alle nostre Madri, di accogliere e tenere nascoste, una piccola bimba con la sua mamma. La Rev.da Madre Provinciale [madre Maria Travaglia], avvisata segretamente d’urgenza, mandò lassù una sua Rev.da Madre Assistente. Due giorni dopo, quelle Sorelle furono chiamate tutte in piazza dal Comando Militare di allora che minacciava di fucilare il Rev.do Parroco (già fatto prigioniero) e di bruciare il paese. Fortunatamente la donna nascosta aveva raggiunto il marito e la bimba era già stata da noi messa al sicuro».
I partigiani, infatti, avevano rapito Gina Legnaghi, maestra trentanovenne di Tregnago, accusata di essere un’informatrice dei tedeschi, avendo fatto la spia anche a discapito dei membri della Pasubio. Di conseguenza i fascisti, sapendo i rapporti idilliaci che intercorrevano tra i partigiani e don Fasani, per tutta risposta si erano piazzati fuori della chiesa, minacciando di uccidere il sacerdote se la maestra non fosse stata rilasciata. Poi, a un tratto, rompendo ogni indugio, i miliziani delle Brigate Nere fecero irruzione nella chiesa e costrinsero il parroco a interrompere la messa e a seguirlo in piazza, dopodiché lo caricarono su di un camion e lo condussero a Verona dove fu sottoposto a un pressante interrogatorio: sospettavano che proteggesse partigiani e giovani imboscati.
Vedendo che la situazione stava precipitando, una suora che si trovava nei paraggi finse un malore per farsi accompagnare a casa nel timore che i fascisti, dopo aver puntato le mitragliatrici contro la chiesa, potessero prendere di mira anche la casa canossiana dov’era nascosta la bimba, che strillava e piangeva continuamente. Dopo poco, a causa del continuo andirivieni dei fascisti che stazionavano nei dintorni della casa delle canossiane, la bambina fu trasferita alla Casa Madre di Verona e in seguito a quella di Costermano dove, dal novembre 1909, le suore possedevano un piccolo orfanatrofio diretto dalla superiora Giuseppina Rigotti. Lì rimase fino al termine della guerra.
Le suore ritennero opportuno darle un nome fittizio cercando di persuaderla che si chiamava Gabriella e, per precauzione, le insegnarono a dire perfino: «Papà fascista; fascisti bravi». Come tempo fa ha riferito a chi scrive la compianta madre Giulia Pozza, protagonista di questi avvenimenti, Vera Marozin, era molto sveglia e, seppur di appena due anni e mezzo, pronunciava bene il suo nome e diceva che il padre era «il capo bibelli». Fu un bene perché i fascisti non tardarono a venire in paese, ad arrestare e prelevare don Antonio Fasani, «a perquisire la casa e a fare altre gravi minacce».
Al termine della guerra, il comandante Marozin si recò a Costermano con la moglie a riprendere la figlia, mostrandosi molto riconoscente per le attenzioni che le avevano riservato e per quanto le suore avevano fatto anche per garantire la loro incolumità. In segno di gratitudine favorì il viaggio da Roma a Verona della madre generale Antonietta Monzoni, ansiosa di visitare le case del Nord per accertarsi dei danni prodotti dalla guerra.
Il nome di Giuseppe Marozin, tuttavia, resta legato ad alcuni episodi, come quello della morte di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (che pagò con la vita la relazione con il celebre attore), fucilati a Milano alle 23.35 del 30 aprile 1945 proprio dai partigiani della Brigata Pasubio per l’adesione di Valenti alla x Flottiglia Mas, la collaborazione con i tedeschi nonché le loro frequentazioni della Villa Triste dove la banda Koch sottoponeva a feroci sevizie quanti finivano nelle sue grinfie. Ma del resto si sa che in quei tempi stava cominciando a prendere il sopravvento una spiccata revanche antifascista e i Saint-Just, purtroppo, pullulavano un po’ dappertutto.
Non poco lontano da lì, a Dongo, località sulla riva del lago di Como passata alla storia per la rocambolesca cattura di Mussolini, anche i frati minori diedero prova della loro carità offrendosi di ospitare nel loro convento il figlio del ministro dei lavori pubblici della Repubblica sociale italiana, Ruggero Romano che condivise la medesima sorte degli altri gerarchi al seguito del duce, venendo giustiziato il 28 aprile nella piazza di Dongo, dopo aver ricevuto una sbrigativa benedizione da parte del padre francescano Accursio Ferrari.
La storia è presto detta. Vedendosi ormai spacciato, l’ex ministro fascista, appena intravide il prevosto di Musso, don Enea Mainetti, decise di rivolgersi a lui per aiutarlo a mettere in salvo almeno il figlio. «Mi si presenta un altro signore — scrive nel suo famoso memoriale don Mainetti — con un giovanetto, che mi dichiara essere suo figlio. Egli è il Ministro Romano che temendo una triste sorte, mi raccomanda di prendere sotto la mia protezione e di ospitare in casa mia il figlio. Acconsento dando la mia parola per quanto desiderava». Tuttavia, dopo i fatti del 28 aprile 1945, don Mainetti considerando la sua abitazione un luogo non sicuro, il 1° maggio successivo decise di chiedere ai frati minori di Dongo di ospitare per alcuni giorni Costantino Romano.
«Questa mattina — scrive il cronista del convento — il Rev.mo Prevosto di Musso Don Mainetti e l’Egr. Comandante del Settore Sig. Francesco, hanno pregato di volere accettare, per un periodo indeterminato di tempo, a titolo di protezione, il giovinetto sedicenne Costantino Romano. Figlio del Ministro Romano Ruggero, qui arrestato insieme con l’autocolonna armata di protezione del Duce e suoi Ministri il 27 e poi con gli altri passato per le armi il 28 aprile u.s. Il giovinetto è studente del 3° corso liceale, di squisita educazione civile e anche religiosa».
Un altro episodio che vide per protagonista, suo malgrado, un altro religioso della comunità dei frati minori milanesi fu quello relativo alla liberazione del celebre prete di Bozzolo, don Primo Mazzolari, arrestato con una ventina di parrocchiani e altri sette sacerdoti di vari paesi limitrofi dalla Guardia nazionale repubblicana (Gnr), di cui fu artefice padre Enrico Zucca, che non esitò a interporre i suoi buoni uffici presso le competenti autorità: «dopo un lavoro improbo», grazie al suo provvidenziale intervento, furono tutti rimessi in libertà in quella stessa giornata. Il frate, inoltre, riuscì perfino a indurre a più miti consigli il comandante della Gnr che era già sul punto di dare alle fiamme tutto Bozzolo.
«Sull’alba della domenica 31 luglio 1944 — scriverà don Primo Mazzolari — fui arrestato insieme ai miei coadiutori dai militi della Brigata Pesaro di stanza in paese sotto l’accusa di favoreggiatore e finanziatore dei partigiani e degli sbandati della zona. La mia situazione personale era gravissima per la fondatezza della accusa e per alcune deposizioni estorte con sevizie a qualcuno che era stato interrogato prima del mio arresto. Il Padre Enrico Zucca dei Minori, che si trovava per ragioni di ministero nel paese vicino di Rivarolo Mantovano appena a conoscenza del mio arresto si portò immediatamente a Bozzolo e si adoperò intelligentemente e tenacemente presso il Comando della Brigata Pesaro per ottenere la mia liberazione e quella dei miei confratelli. (…) Il giorno appresso lo stesso Padre Zucca tornò a Bozzolo per continuare la sua opera in favore di tutti gli arrestati».
L’opera dell’audace francescano, infatti, non si fermò qui, anzi già in precedenza si era messo in luce adoperandosi con le varie formazioni partigiane, mettendo a loro disposizione anche i locali del suo convento per le loro riunioni clandestine. «L’Angelicum e il mio convento — scrive in un promemoria Zucca — sono giornalmente sede dei convegni del gen. Cadorna e del Suo Stato Maggiore. Io solo vigilo all’incolumità di tutti. Un giorno il Gen. Cadorna è notato dalla signora del Maresciallo Graziani che viene al convento. Ottengo dalla stessa signora la certezza che non sarà disturbato. Per due volte ho sventato che la “Muti” arrestasse il generale. Allo stesso gen. Cadorna ho procurato l’alloggio del giorno del suo arrivo a Milano in Corso Porta Nuova, 48 III piano».
In seguito, il solerte francescano si adoperò per trarre in salvo varie famiglie ebree con l’ausilio del dottor Carmelo Scarpa, funzionario della Questura prima a Milano e poi a Bergamo, organizzando con la contessa Gelsomini perfino il trasferimento in automobile di una decina di ebrei fiumani ospitati provvisoriamente nel convento di Sant’Angelo, raccomandati dal celebre funzionario di polizia Giovanni Palatucci, che gli erano stati affidati dallo stesso Scarpa, come si evince da una missiva scritta da quest’ultimo: «Durante la dominazione nazifascista, esattamente nell’inverno del 1944 padre Enrico Zucca, di cui conoscevo da anni i sentimenti di profonda carità cristiana, praticata sempre anche audacemente, a mia richiesta mise in salvo facendoli espatriare in Isvizzera, senza far loro incontrare alcuna spesa, gli ebrei fiumani sigg. Ermolli Americo e Laufer Ernesto. Quest’ultimi, braccati dalle Autorità tedesche, mi erano state indirizzate dal mio carissimo amico, il dott. Palatucci, commissario in quel tempo della Questura di Fiume, internato successivamente in un campo di concentramento in Germania perché ritenuto elemento infido. Aggiungo di aver conosciuto Padre Zucca in veste di patrono di perseguitati razziali fin dal 1938, allorché dirigevo l’Ufficio competente della Questura di Milano».
Anche questa fu la Resistenza, combattuta imbracciando al posto dei fucili le armi della carità che, grazie al sacrificio di tanti uomini e donne, contribuì a scrivere una delle pagine eroiche della storia italiana, restituendo ai cittadini la libertà proditoriamente conculcata da un regime dittatoriale.
© Giovanni Preziosi, 2012
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