Archivi del mese: aprile 2012

E il comandante Vero bussò alla porta di madre Adele

Vi propongo la lettura del mio articolo appena pubblicato nelle pagine culturali de “L’Osservatore Romano” in occasione della Liberazione.
Buona lettura!
Chi lo desidera può leggere l’articolo, alle pagine 4 e 5, anche in formato pdf così come pubblicato dal giornale cliccando sull’icona qui di seguito
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Gli ordini religiosi durante gli anni della seconda guerra mondiale

E il comandante Vero
bussò alla porta di madre Adele

Sta emergendo un filone storiografico volto a riscoprire la funzione «civile» della Chiesa in Italia
di Giovanni Preziosi

Fiumi d’inchiostro sono stati scritti finora sulla Resistenza. Solo recentemente però sta emergendo un filone storiografico che tende a riscoprire tutte quelle forme di Resistenza non armata, fornendo una suggestiva rilettura delle fasi cruciali che hanno segnato questo periodo, assumendo come punto di osservazione i vari ordini religiosi, maschili e femminili che in quegli anni fecero registrare una vera e propria funzione “civile” del clero (talvolta interpretata in termini di supplenza).

Funzione che si tradusse concretamente nell’offrire assistenza e ospitalità in ambienti ecclesiastici ai tanti perseguitati (ex gerarchi fascisti, ebrei e partigiani) per fornire loro un provvidenziale rifugio, indipendentemente dalla loro fede religiosa o dal loro colore politico, tanto da essere definita “l’ora della carità”.

Così, mentre nell’Italia del sud (già liberata) la lotta si svolgeva apertamente, nell’Italia centro–settentrionale occupata dai tedeschi, le organizzazioni partigiane erano costrette a muoversi nella più rigorosa clandestinità.

È proprio quello che accadeva nel vicentino dove imperversavano una miriade di bande armate tra le quali spiccava la divisione Pasubio capeggiata dal famigerato Giuseppe Marozin, nome di battaglia Vero. Protagonista controverso della lotta di liberazione nelle valli al confine tra la provincia di Vicenza e Verona, Marozin si poteva considerare un personaggio a dir poco stravagante, dotato di un forte carisma unito a uno spiccato senso del comando che lo induceva a prediligere una forma di guerriglia autonoma rispetto a quella ciellenistica al punto che, a causa delle sue continue insubordinazioni, il Comitato di liberazione nazionale (Cln) di Vicenza fu costretto a spiccare nei suoi confronti addirittura la condanna a morte (novembre 1944).

Per sfuggirvi, dopo il ridimensionamento della sua banda scaturito in seguito all’operazione Pauke (“Timpano”) condotta tra il 12 e il 16 settembre dai reparti tedeschi col supporto di alcune unità repubblichine, ai primi di novembre, con un centinaio di uomini che gli erano rimasti fedeli, Marozin si trasferì a Milano, dove allacciò contatti con il tenente colonnello Vittorio Palombo del Comando generale del Cvl che, poco dopo, con il beneplacito di Sandro Pertini decise di aggregarli alle dirette dipendenze del Comando generale brigate Matteotti.

Sandro Pertini (a sinistra) e Giuseppe MarozinBraccato dai nazifascisti, dopo essere sfuggito miracolosamente a un’imboscata, il 23 ottobre 1944 Morazin decise di rivolgersi a don Antonio Fasani, parroco di Lughezzano (frazione vicino Verona), che subito chiese a madre Adele Adami, responsabile delle suore canossiane del luogo, di nascondere nella loro casa la moglie e la figlia Vera di appena due anni. La moglie del comandante partigiano, tuttavia, si fermò solo tre giorni in quella casa angusta e affollata, mandando a dire al marito che non poteva resistere lì rinchiusa. Tuttavia prima di darsi di nuovo alla macchia, raggiungendo il marito e i partigiani con una rocambolesca fuga, la donna affidò la figlia (che non poteva resistere al clima rigido delle valli vicentine) alle cure delle suore che la nascosero nelle loro case venete per tenerla lontana da occhi indiscreti.

Le cronache del 23 ottobre della Casa Madre San Zeno di Verona descrivono i particolari di questa vicenda: «A Lughezzano, di notte tempo, venne imposto — mitra alla mano — alle nostre Madri, di accogliere e tenere nascoste, una piccola bimba con la sua mamma. La Rev.da Madre Provinciale [madre Maria Travaglia], avvisata segretamente d’urgenza, mandò lassù una sua Rev.da Madre Assistente. Due giorni dopo, quelle Sorelle furono chiamate tutte in piazza dal Comando Militare di allora che minacciava di fucilare il Rev.do Parroco (già fatto prigioniero) e di bruciare il paese. Fortunatamente la donna nascosta aveva raggiunto il marito e la bimba era già stata da noi messa al sicuro».

I partigiani, infatti, avevano rapito Gina Legnaghi, maestra trentanovenne di Tregnago, accusata di essere un’informatrice dei tedeschi, avendo fatto la spia anche a discapito dei membri della Pasubio. Di conseguenza i fascisti, sapendo i rapporti idilliaci che intercorrevano tra i partigiani e don Fasani, per tutta risposta si erano piazzati fuori della chiesa, minacciando di uccidere il sacerdote se la maestra non fosse stata rilasciata. Poi, a un tratto, rompendo ogni indugio, i miliziani delle Brigate Nere fecero irruzione nella chiesa e costrinsero il parroco a interrompere la messa e a seguirlo in piazza, dopodiché lo caricarono su di un camion e lo condussero a Verona dove fu sottoposto a un pressante interrogatorio: sospettavano che proteggesse partigiani e giovani imboscati.

Vedendo che la situazione stava precipitando, una suora che si trovava nei paraggi finse un malore per farsi accompagnare a casa nel timore che i fascisti, dopo aver puntato le mitragliatrici contro la chiesa, potessero prendere di mira anche la casa canossiana dov’era nascosta la bimba, che strillava e piangeva continuamente. Dopo poco, a causa del continuo andirivieni dei fascisti che stazionavano nei dintorni della casa delle canossiane, la bambina fu trasferita alla Casa Madre di Verona e in seguito a quella di Costermano dove, dal novembre 1909, le suore possedevano un piccolo orfanatrofio diretto dalla superiora Giuseppina Rigotti. Lì rimase fino al termine della guerra.

Le suore ritennero opportuno darle un nome fittizio cercando di persuaderla che si chiamava Gabriella e, per precauzione, le insegnarono a dire perfino: «Papà fascista; fascisti bravi». Come tempo fa ha riferito a chi scrive la compianta madre Giulia Pozza, protagonista di questi avvenimenti, Vera Marozin, era molto sveglia e, seppur di appena due anni e mezzo, pronunciava bene il suo nome e diceva che il padre era «il capo bibelli». Fu un bene perché i fascisti non tardarono a venire in paese, ad arrestare e prelevare don Antonio Fasani, «a perquisire la casa e a fare altre gravi minacce».

Al termine della guerra, il comandante Marozin si recò a Costermano con la moglie a riprendere la figlia, mostrandosi molto riconoscente per le attenzioni che le avevano riservato e per quanto le suore avevano fatto anche per garantire la loro incolumità. In segno di gratitudine favorì il viaggio da Roma a Verona della madre generale Antonietta Monzoni, ansiosa di visitare le case del Nord per accertarsi dei danni prodotti dalla guerra.

Il nome di Giuseppe Marozin, tuttavia, resta legato ad alcuni episodi, come quello della morte di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (che pagò con la vita la relazione con il celebre attore), fucilati a Milano alle 23.35 del 30 aprile 1945 proprio dai partigiani della Brigata Pasubio per l’adesione di Valenti alla x Flottiglia Mas, la collaborazione con i tedeschi nonché le loro frequentazioni della Villa Triste dove la banda Koch sottoponeva a feroci sevizie quanti finivano nelle sue grinfie. Ma del resto si sa che in quei tempi stava cominciando a prendere il sopravvento una spiccata revanche antifascista e i Saint-Just, purtroppo, pullulavano un po’ dappertutto.

Non poco lontano da lì, a Dongo, località sulla riva del lago di Como passata alla storia per la rocambolesca cattura di Mussolini, anche i frati minori diedero prova della loro carità offrendosi di ospitare nel loro convento il figlio del ministro dei lavori pubblici della Repubblica sociale italiana, Ruggero Romano che condivise la medesima sorte degli altri gerarchi al seguito del duce, venendo giustiziato il 28 aprile nella piazza di Dongo, dopo aver ricevuto una sbrigativa benedizione da parte del padre francescano Accursio Ferrari.

La storia è presto detta. Vedendosi ormai spacciato, l’ex ministro fascista, appena intravide il prevosto di Musso, don Enea Mainetti, decise di rivolgersi a lui per aiutarlo a mettere in salvo almeno il figlio. «Mi si presenta un altro signore — scrive nel suo famoso memoriale don Mainetti — con un giovanetto, che mi dichiara essere suo figlio. Egli è il Ministro Romano che temendo una triste sorte, mi raccomanda di prendere sotto la mia protezione e di ospitare in casa mia il figlio. Acconsento dando la mia parola per quanto desiderava». Tuttavia, dopo i fatti del 28 aprile 1945, don Mainetti considerando la sua abitazione un luogo non sicuro, il 1° maggio successivo decise di chiedere ai frati minori di Dongo di ospitare per alcuni giorni Costantino Romano.

Il convento di Santa Maria delle Lacrime a Dongo«Questa mattina — scrive il cronista del convento — il Rev.mo Prevosto di Musso Don Mainetti e l’Egr. Comandante del Settore Sig. Francesco, hanno pregato di volere accettare, per un periodo indeterminato di tempo, a titolo di protezione, il giovinetto sedicenne Costantino Romano. Figlio del Ministro Romano Ruggero, qui arrestato insieme con l’autocolonna armata di protezione del Duce e suoi Ministri il 27 e poi con gli altri passato per le armi il 28 aprile u.s. Il giovinetto è studente del 3° corso liceale, di squisita educazione civile e anche religiosa».

Un altro episodio che vide per protagonista, suo malgrado, un altro religioso della comunità dei frati minori milanesi fu quello relativo alla liberazione del celebre prete di Bozzolo, don Primo Mazzolari, arrestato con una ventina di parrocchiani e altri sette sacerdoti di vari paesi limitrofi dalla Guardia nazionale repubblicana (Gnr), di cui fu artefice padre Enrico Zucca, che non esitò a interporre i suoi buoni uffici presso le competenti autorità: «dopo un lavoro improbo», grazie al suo provvidenziale intervento, furono tutti rimessi in libertà in quella stessa giornata. Il frate, inoltre, riuscì perfino a indurre a più miti consigli il comandante della Gnr che era già sul punto di dare alle fiamme tutto Bozzolo.

«Sull’alba della domenica 31 luglio 1944 — scriverà don Primo Mazzolari — fui arrestato insieme ai miei coadiutori dai militi della Brigata Pesaro di stanza in paese sotto l’accusa di favoreggiatore e finanziatore dei partigiani e degli sbandati della zona. La mia situazione personale era gravissima per la fondatezza della accusa e per alcune deposizioni estorte con sevizie a qualcuno che era stato interrogato prima del mio arresto. Il Padre Enrico Zucca dei Minori, che si trovava per ragioni di ministero nel paese vicino di Rivarolo Mantovano appena a conoscenza del mio arresto si portò immediatamente a Bozzolo e si adoperò intelligentemente e tenacemente presso il Comando della Brigata Pesaro per ottenere la mia liberazione e quella dei miei confratelli. (…) Il giorno appresso lo stesso Padre Zucca tornò a Bozzolo per continuare la sua opera in favore di tutti gli arrestati».

L’opera dell’audace francescano, infatti, non si fermò qui, anzi già in precedenza si era messo in luce adoperandosi con le varie formazioni partigiane, mettendo a loro disposizione anche i locali del suo convento per le loro riunioni clandestine. «L’Angelicum e il mio convento — scrive in un promemoria Zucca — sono giornalmente sede dei convegni del gen. Cadorna e del Suo Stato Maggiore. Io solo vigilo all’incolumità di tutti. Un giorno il Gen. Cadorna è notato dalla signora del Maresciallo Graziani che viene al convento. Ottengo dalla stessa signora la certezza che non sarà disturbato. Per due volte ho sventato che la “Muti” arrestasse il generale. Allo stesso gen. Cadorna ho procurato l’alloggio del giorno del suo arrivo a Milano in Corso Porta Nuova, 48 III piano».

In seguito, il solerte francescano si adoperò per trarre in salvo varie famiglie ebree con l’ausilio del dottor Carmelo Scarpa, funzionario della Questura prima a Milano e poi a Bergamo, organizzando con la contessa Gelsomini perfino il trasferimento in automobile di una decina di ebrei fiumani ospitati provvisoriamente nel convento di Sant’Angelo, raccomandati dal celebre funzionario di polizia Giovanni Palatucci, che gli erano stati affidati dallo stesso Scarpa, come si evince da una missiva scritta da quest’ultimo: «Durante la dominazione nazifascista, esattamente nell’inverno del 1944 padre Enrico Zucca, di cui conoscevo da anni i sentimenti di profonda carità cristiana, praticata sempre anche audacemente, a mia richiesta mise in salvo facendoli espatriare in Isvizzera, senza far loro incontrare alcuna spesa, gli ebrei fiumani sigg. Ermolli Americo e Laufer Ernesto. Quest’ultimi, braccati dalle Autorità tedesche, mi erano state indirizzate dal mio carissimo amico, il dott. Palatucci, commissario in quel tempo della Questura di Fiume, internato successivamente in un campo di concentramento in Germania perché ritenuto elemento infido. Aggiungo di aver conosciuto Padre Zucca in veste di patrono di perseguitati razziali fin dal 1938, allorché dirigevo l’Ufficio competente della Questura di Milano».

Anche questa fu la Resistenza, combattuta imbracciando al posto dei fucili le armi della carità che, grazie al sacrificio di tanti uomini e donne, contribuì a scrivere una delle pagine eroiche della storia italiana, restituendo ai cittadini la libertà proditoriamente conculcata da un regime dittatoriale.

© Giovanni Preziosi, 2012

La riproduzione degli articoli pubblicati in questo Blog richiede il permesso espresso dell’Autore.

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Le verità su Pio XII rivelate da una fiction

Vi propongo, qui di seguito, la recensione che ho scritto per l’agenzia d’informazione internazionale “ZENIT” sulla fiction trasmessa da RAI 1 la domenica di Pasqua dedicata a Suor Pascalina Lehnert, per oltre quarant’anni stretta e fedele collaboratrice di Pio XII.

Buona lettura…

 

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domenica, 15 aprile 2012

 

Le verità su Pio XII rivelate da una fiction

La produzione ripercorre la vita di Pascalina Lehnert, stretta collaboratrice di Eugenio Pacelli

di Giovanni Preziosi

imageROMA, domenica, 15 aprile 2012 (ZENIT.org). – “Suor Pascalina. Nel cuore della fede”, così s’intitola la fiction prodotta per la televisione pubblica tedesca ARD, in collaborazione con Betafilm e RAI, trasmessa in prima serata la domenica di Pasqua da Rai 1, che ha fatto registrare un buon gradimento del pubblico raggiungendo un lusinghiero 18.94% di share con 4.423.000 telespettatori, tanto da aggiudicarsi di gran lunga la prime time.

Il film movie, diretto da Marcus O. Rosenmüller ispirato alla biografia scritta da Martha Schad “La signora del sacro palazzo”, ripercorre la vita della suora di origini bavaresi Pascalina Lehnert, al secolo Josefine che, per oltre 40 anni, fu la stretta e fedele collaboratrice del nunzio apostolico Eugenio Pacelli prima e, successivamente, di Papa Pio XII. A dare il volto a Suor Pascalina è la stessa attrice tedesca Christine Neubauer che già nella miniserie “Sotto il cielo di Roma”, interpretò questo ruolo.

Suor Pascalina nacque il 25 agosto 1894 a Ebersberg, un comune del Canton Svitto nella Baviera asburgica da Georg, un ufficiale postale di fede evangelica e da Maria Dierl cattolica di buona famiglia. Fin da ragazza Fìnele, come era graziosamente chiamata dai suoi genitori, desiderava ardentemente studiare per diventare suora ma incontrò la forte opposizione di suo padre che cercò di ostacolarla in ogni modo ricorrendo perfino a metodi piuttosto bruschi per costringerla ad abbandonare la vocazione. Tuttavia, la pervicacia della giovane Josefine – che, come evidenziato nel film, sarà una costante del suo forte temperamento – le permise, appena si diplomò, a soli 19 anni di entrare nell’Ordine delle Suore Maestre della Santa Croce di Menzingen ad Altötting, trascorrendo molti anni nell’abbazia di Einsledeln, fra le montagne svizzere.

imageProprio in questo luogo ameno l’allora mons. Pacelli (interpretato da un eccellente Remo Girone che, tuttavia, ci è parso non aver trasmesso quell’immagine austera e ieratica del personaggio in questione) la conobbe per la prima volta, nel lontano 1912. Questo particolare, tuttavia, non emerge nella fiction trasmessa da Rai 1 che, del resto, è stata tagliata di circa due ore rispetto alla versione originale tedesca. Il futuro pontefice era appena miracolosamente scampato ad un incidente automobilistico. Difatti sul viale che da piazzale Flaminio conduceva al giardino del Lago, l’automobile di Eugenio Pacelli, in seguito ad un improvvisò sbandamento, si schiantò bruscamente contro un albero che costeggiava la strada. Il prelato e il conducente della vettura, ad ogni modo, se la cavarono con qualche piccolo graffio, riportando soltanto un lieve shock. Lo stato di salute del giovane diplomatico della Santa Sede, che già allora era alquanto cagionevole, ne risentì talmente che i medici gli consigliarono qualche mese di riposo. Si recò in Svizzera e fu ospite dell’abbazia di Einsledeln, dove ebbe l’occasione di conoscere per l’appunto suor Pascalina che, da quel momento in poi si prese amorevolmente cura di lui seguendolo nei suoi incarichi diplomatici a Berlino, Monaco e perfino in Vaticano.

Difatti, il 21 aprile 1917, appena fu nominato da Benedetto XV Nunzio Apostolico ed inviato a Monaco dalla Santa Sede, dopo l’improvvisa scomparsa di mons. Giuseppe Aversa, per concludere il Concordato con la Baviera, la Madre Superiora Tharsilla Tanner le affidò l’incarico di governante presso la casa del nunzio. La sua devozione ad Eugenio Pacelli – come del resto emerge anche dalla magistrale interpretazione della brava attrice tedesca Christine Neubauer – era assoluta e incondizionata, venendo puntualmente ricambiata da Pio XII che riponeva in lei una fiducia illimitata.

Basta soltanto qualche aneddoto per farsi un’idea di questo legame spirituale e affettivo molto profondo che si era instaurato tra i due fin dal primo momento quasi a simboleggiare una sorta di affinità elettiva. Il 19 aprile del 1919, nel bel mezzo della rivolta spartachista, mons. Pacelli subì l’aggressione di alcuni facinorosi rivoluzionari russi, capeggiati da un tale Fritz Siedl che, armi in pugno, fecero irruzione nella nunziatura di Monaco di Baviera minacciandolo con una pistola puntata alla tempia. A quel punto, considerato il precipitare degli eventi, coraggiosamente suor Pascalina, senza pensarci su due volte, si frappose tra i due a difesa del prelato, inducendo a più miti consigli Siedl che non se la sentì di premere il grilletto e ordinò la ritirata ai propri sodali.

Quando poi il 12 marzo 1939 Eugenio Pacelli, dopo la morte improvvisa di Papa Ratti, ascese al soglio pontificio col nome di Pio XII, l’energica suora bavarese assunse un ruolo molto influente all’interno dei “Sacri Palazzi” al punto che era temuta da tutti proprio per il suo carattere di rigorosa custodia della privacy del Pontefice. Difatti, a distanza di pochi mesi, in seguito all’incalzare della guerra sferrata da Hitler sul continente europeo, che faceva registrare le prime efferate persecuzioni ai danni degli ebrei, il papa affidò a suor Pascalina il delicato compito di adoperarsi per comunicare ai vari conventi della capitale – compresi quelli di clausura – il desiderio del pontefice di spalancare le porte di ogni struttura ecclesiastica per offrire assistenza e ospitalità a quanti erano in serio pericolo di vita allo scopo di sottrarli alla deportazione nei campi di sterminio, soprattutto dopo il tremendo rastrellamento del ghetto ebraico ad opera dei nazisti compiuto a Roma, come si ricorderà, il 16 ottobre del 1943. Sebbene in alcuni passaggi, sono stati inseriti dei particolari fittizi, nel complesso la narrazione di questi eventi appare piuttosto verosimile soprattutto laddove sottolinea il significato autentico di quel “silenzio operoso” di Pio XII, interpretato surrettiziamente da alcuni storici come una forma di passività o indifferenza di fronte al genocidio perpetrato dai nazisti proprio sotto i suoi occhi, per tenersi al di sopra della mischia, preoccupato soltanto di preservare cinicamente gli interessi cattolici per calcoli di interesse e preoccupazioni diplomatiche.

Al contrario, come emerge anche nel film, secondo la testimonianza fornita da suor Pascalina, durante gli anni roventi della seconda guerra mondiale e della ignominiosa persecuzione nazista degli ebrei, appena il pontefice apprese dai giornali del mattino i particolari della veemente reazione da parte di Hitler riguardo la decisa presa di posizione dell’episcopato olandese espressa nella celebre lettera pastorale di aspra condanna per «lo spietato e ingiusto trattamento riservato agli ebrei» che, su suggerimento dell’arcivescovo di Utrecht mons. Johannes de Jong, fu letta in tutte le chiese il 26 luglio 1942, «divenne pallido come un morto». Quindi, tornato dall’udienza, si recò nella sala da pranzo e provvide a dare alle fiamme due grandi fogli scritti molto fitti, esclamando: «Voglio bruciare questi fogli. È la mia protesta contro la spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuto comparire sull’Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi olandesi è costata l’uccisione di quarantamila vite umane, la mia protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non parlare in forma ufficiale e fare in silenzio, come ho fatto finora, tutto ciò che è umanamente possibile per questa gente» (Pascalina Lehnert, Pio XII: il privilegio di servirlo, Milano 1984, pp. 148-149).

Appare, tuttavia, inverosimile – come narrato nella fiction – che il pontefice abbia consegnato ad una suora la lettera di dimissioni che aveva preparato nel caso in cui fosse finito nelle mani di Hitler. Anche il racconto degli ultimi istanti di vita di Eugenio Pacelli ha fatto registrare qualche incongruenza rispetto a ciò che è realmente accaduto, trasformando – in alcuni passaggi – la storia in romanzo, soprattutto laddove si presenta un inverosimile dialogo sul letto di morte tra la suora bavarese e Pio XII che si interroga se il significato dei suoi “silenzi” saranno compresi in futuro cosa che, in realtà, il papa confidò nell’ottobre del 1941 all’allora nunzio apostolico a Istanbul, Angelo Roncalli, al quale chiese angosciato «se il suo silenzio circa il contegno del nazismo non [sarebbe stato] giudicato male». Tutto sommato ci sembra di poter concludere che, nonostante qualche piccolo lapsus, tuttavia questa fiction ha avuto il merito almeno di aver riproposto all’attenzione del grande pubblico una vicenda storica che in passato si è contraddistinta, talvolta, piuttosto come strumento di aspre invettive politico-ideologiche, di incensamenti di maniera e di esaltazioni non sempre motivate, anziché privilegiare una ricostruzione più disincantata e scevra da qualsiasi pregiudizio.

 

© Giovanni Preziosi, 2012

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Le verità su Pio XII rivelate da una fiction

 

ZI12041514 – 15/04/2012
Vi propongo, qui di seguito, la recensione che ho scritto per l’agenzia d’informazione internazionale “ZENIT” sulla fiction trasmessa da RAI 1 la domenica di Pasqua dedicata a Suor Pascalina Lehnert, per oltre quarant’anni stretta e fedele collaboratrice di Pio XII.

Buona lettura…

 

 

Le verità su Pio XII rivelate da una fiction

La produzione ripercorre la vita di Pascalina Lehnert, stretta collaboratrice di Eugenio Pacelli

di Giovanni Preziosi

imageROMA, domenica, 15 aprile 2012 (ZENIT.org). – “Suor Pascalina. Nel cuore della fede”, così s’intitola la fiction prodotta per la televisione pubblica tedesca ARD, in collaborazione con Betafilm e RAI, trasmessa in prima serata la domenica di Pasqua da Rai 1, che ha fatto registrare un buon gradimento del pubblico raggiungendo un lusinghiero 18.94% di share con 4.423.000 telespettatori, tanto da aggiudicarsi di gran lunga la prime time.

Il film movie, diretto da Marcus O. Rosenmüller ispirato alla biografia scritta da Martha Schad “La signora del sacro palazzo”, ripercorre la vita della suora di origini bavaresi Pascalina Lehnert, al secolo Josefine che, per oltre 40 anni, fu la stretta e fedele collaboratrice del nunzio apostolico Eugenio Pacelli prima e, successivamente, di Papa Pio XII. A dare il volto a Suor Pascalina è la stessa attrice tedesca Christine Neubauer che già nella miniserie “Sotto il cielo di Roma”, interpretò questo ruolo.

Suor Pascalina nacque il 25 agosto 1894 a Ebersberg, un comune del Canton Svitto nella Baviera asburgica da Georg, un ufficiale postale di fede evangelica e da Maria Dierl cattolica di buona famiglia. Fin da ragazza Fìnele, come era graziosamente chiamata dai suoi genitori, desiderava ardentemente studiare per diventare suora ma incontrò la forte opposizione di suo padre che cercò di ostacolarla in ogni modo ricorrendo perfino a metodi piuttosto bruschi per costringerla ad abbandonare la vocazione. Tuttavia, la pervicacia della giovane Josefine – che, come evidenziato nel film, sarà una costante del suo forte temperamento – le permise, appena si diplomò, a soli 19 anni di entrare nell’Ordine delle Suore Maestre della Santa Croce di Menzingen ad Altötting, trascorrendo molti anni nell’abbazia di Einsledeln, fra le montagne svizzere.

imageProprio in questo luogo ameno l’allora mons. Pacelli (interpretato da un eccellente Remo Girone che, tuttavia, ci è parso non aver trasmesso quell’immagine austera e ieratica del personaggio in questione) la conobbe per la prima volta, nel lontano 1912. Questo particolare, tuttavia, non emerge nella fiction trasmessa da Rai 1 che, del resto, è stata tagliata di circa due ore rispetto alla versione originale tedesca. Il futuro pontefice era appena miracolosamente scampato ad un incidente automobilistico. Difatti sul viale che da piazzale Flaminio conduceva al giardino del Lago, l’automobile di Eugenio Pacelli, in seguito ad un improvvisò sbandamento, si schiantò bruscamente contro un albero che costeggiava la strada. Il prelato e il conducente della vettura, ad ogni modo, se la cavarono con qualche piccolo graffio, riportando soltanto un lieve shock. Lo stato di salute del giovane diplomatico della Santa Sede, che già allora era alquanto cagionevole, ne risentì talmente che i medici gli consigliarono qualche mese di riposo. Si recò in Svizzera e fu ospite dell’abbazia di Einsledeln, dove ebbe l’occasione di conoscere per l’appunto suor Pascalina che, da quel momento in poi si prese amorevolmente cura di lui seguendolo nei suoi incarichi diplomatici a Berlino, Monaco e perfino in Vaticano.

Difatti, il 21 aprile 1917, appena fu nominato da Benedetto XV Nunzio Apostolico ed inviato a Monaco dalla Santa Sede, dopo l’improvvisa scomparsa di mons. Giuseppe Aversa, per concludere il Concordato con la Baviera, la Madre Superiora Tharsilla Tanner le affidò l’incarico di governante presso la casa del nunzio. La sua devozione ad Eugenio Pacelli – come del resto emerge anche dalla magistrale interpretazione della brava attrice tedesca Christine Neubauer – era assoluta e incondizionata, venendo puntualmente ricambiata da Pio XII che riponeva in lei una fiducia illimitata.

Basta soltanto qualche aneddoto per farsi un’idea di questo legame spirituale e affettivo molto profondo che si era instaurato tra i due fin dal primo momento quasi a simboleggiare una sorta di affinità elettiva. Il 19 aprile del 1919, nel bel mezzo della rivolta spartachista, mons. Pacelli subì l’aggressione di alcuni facinorosi rivoluzionari russi, capeggiati da un tale Fritz Siedl che, armi in pugno, fecero irruzione nella nunziatura di Monaco di Baviera minacciandolo con una pistola puntata alla tempia. A quel punto, considerato il precipitare degli eventi, coraggiosamente suor Pascalina, senza pensarci su due volte, si frappose tra i due a difesa del prelato, inducendo a più miti consigli Siedl che non se la sentì di premere il grilletto e ordinò la ritirata ai propri sodali.

Quando poi il 12 marzo 1939 Eugenio Pacelli, dopo la morte improvvisa di Papa Ratti, ascese al soglio pontificio col nome di Pio XII, l’energica suora bavarese assunse un ruolo molto influente all’interno dei “Sacri Palazzi” al punto che era temuta da tutti proprio per il suo carattere di rigorosa custodia della privacy del Pontefice. Difatti, a distanza di pochi mesi, in seguito all’incalzare della guerra sferrata da Hitler sul continente europeo, che faceva registrare le prime efferate persecuzioni ai danni degli ebrei, il papa affidò a suor Pascalina il delicato compito di adoperarsi per comunicare ai vari conventi della capitale – compresi quelli di clausura – il desiderio del pontefice di spalancare le porte di ogni struttura ecclesiastica per offrire assistenza e ospitalità a quanti erano in serio pericolo di vita allo scopo di sottrarli alla deportazione nei campi di sterminio, soprattutto dopo il tremendo rastrellamento del ghetto ebraico ad opera dei nazisti compiuto a Roma, come si ricorderà, il 16 ottobre del 1943. Sebbene in alcuni passaggi, sono stati inseriti dei particolari fittizi, nel complesso la narrazione di questi eventi appare piuttosto verosimile soprattutto laddove sottolinea il significato autentico di quel “silenzio operoso” di Pio XII, interpretato surrettiziamente da alcuni storici come una forma di passività o indifferenza di fronte al genocidio perpetrato dai nazisti proprio sotto i suoi occhi, per tenersi al di sopra della mischia, preoccupato soltanto di preservare cinicamente gli interessi cattolici per calcoli di interesse e preoccupazioni diplomatiche.

Al contrario, come emerge anche nel film, secondo la testimonianza fornita da suor Pascalina, durante gli anni roventi della seconda guerra mondiale e della ignominiosa persecuzione nazista degli ebrei, appena il pontefice apprese dai giornali del mattino i particolari della veemente reazione da parte di Hitler riguardo la decisa presa di posizione dell’episcopato olandese espressa nella celebre lettera pastorale di aspra condanna per «lo spietato e ingiusto trattamento riservato agli ebrei» che, su suggerimento dell’arcivescovo di Utrecht mons. Johannes de Jong, fu letta in tutte le chiese il 26 luglio 1942, «divenne pallido come un morto». Quindi, tornato dall’udienza, si recò nella sala da pranzo e provvide a dare alle fiamme due grandi fogli scritti molto fitti, esclamando: «Voglio bruciare questi fogli. È la mia protesta contro la spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuto comparire sull’Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi olandesi è costata l’uccisione di quarantamila vite umane, la mia protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non parlare in forma ufficiale e fare in silenzio, come ho fatto finora, tutto ciò che è umanamente possibile per questa gente» (Pascalina Lehnert, Pio XII: il privilegio di servirlo, Milano 1984, pp. 148-149).

Appare, tuttavia, inverosimile – come narrato nella fiction – che il pontefice abbia consegnato ad una suora la lettera di dimissioni che aveva preparato nel caso in cui fosse finito nelle mani di Hitler. Anche il racconto degli ultimi istanti di vita di Eugenio Pacelli ha fatto registrare qualche incongruenza rispetto a ciò che è realmente accaduto, trasformando – in alcuni passaggi – la storia in romanzo, soprattutto laddove si presenta un inverosimile dialogo sul letto di morte tra la suora bavarese e Pio XII che si interroga se il significato dei suoi “silenzi” saranno compresi in futuro cosa che, in realtà, il papa confidò nell’ottobre del 1941 all’allora nunzio apostolico a Istanbul, Angelo Roncalli, al quale chiese angosciato «se il suo silenzio circa il contegno del nazismo non [sarebbe stato] giudicato male». Tutto sommato ci sembra di poter concludere che, nonostante qualche piccolo lapsus, tuttavia questa fiction ha avuto il merito almeno di aver riproposto all’attenzione del grande pubblico una vicenda storica che in passato si è contraddistinta, talvolta, piuttosto come strumento di aspre invettive politico-ideologiche, di incensamenti di maniera e di esaltazioni non sempre motivate, anziché privilegiare una ricostruzione più disincantata e scevra da qualsiasi pregiudizio.

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In ricordo di Primo Levi… (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987)

 

L’11 aprile di 25 anni fa, a Torino, ci lasciava Primo Levi. Nel venticinquesimo anniversario della scomparsa un piccolo segno per non dimenticare ciò che è stato costretto a subire per la follia di un invasato: Adolf Hitler!…

Non è un caso se ho deciso, fin dalla creazione di questo mio blog, di adoperare questa frase molto eloquente – al di là di tante futili parole – proprio di Primo Levi:

“Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”…

 

 

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Accadde, oggi… il 1° aprile 1870 veniva approvata la “tassa sul macinato”

imageCon un regio decreto, il 1° aprile 1870, veniva approvato l’inasprimento di quella controversa imposta indiretta – introdotta, nel sistema fiscale del Regno d’Italia già a partire dal 1869 per iniziativa di Luigi Menabrea e poi perpetuata dai vari governi della “destra storica” che si erano fino ad allora succeduti – passata alla storia con l’epiteto poco lusinghiero di “tassa sul macinato”, proposta dall’allora ministro delle Finanze Quintino Sella del governo della “destra storica” guidato da Giovanni Lanza,  per conseguire il pareggio del bilancio statale e risanare, in tal modo, le finanze pubbliche del Regno oberate dagli ingenti costi causati dalle varie guerre d’Indipendenza.

Questa manovra economica, secondo quanto paventato dal suo estensore, avrebbe garantito alle scarne casse dello Stato un introito annuo che ammontava a circa cento milioni. Tuttavia, come gli eventi successivi si incaricheranno di dimostrare, per una sorta di eterogenesi dei fini, questa imposta determinò un considerevole aumento del prezzo del pane e di tutti i derivati del grano e dei cereali. Generò molte altre imposte, inasprendone altre. Inoltre, è interessante rilevare come, nel corso di quegli anni, il debito pubblico in rapporto al PIL si mantenne costante raggiungendo il pareggio del Bilancio statale a costo, però, di duri sacrifici per il popolo italiano.

Gli effetti che produsse questa politica economica fu una brusca diminuzione del tasso di crescita della produzione, che determinò un’inevitabile incremento della disoccupazione riducendo, al contempo, il tasso di interesse bancario a causa della riduzione della domanda di credito delle imprese. Inoltre, come se ciò non bastasse, si innescò una considerevole riduzione del tasso d’inflazione, prodotta dalla conseguente diminuzione della domanda di beni e servizi che – in determinate circostanze – generò una vera e propria stagflazione, in concomitanza con dell’aumento dei prezzi insieme a quello del tasso d’inflazione.

A rendere la situazione, se possibile, ancora più preoccupante ci pensò poi l’aumento dei tassi di interesse che determinarono, come un circolo vizioso, un’ulteriore riduzione della produzione che, a sua volta, innescò una spirale recessiva. Per arginare le proteste di piazza da parte della popolazione, ormai esasperata perché considerava questi provvedimenti governativi come delle vere e proprie vessazioni nei confronti di quelle fasce più deboli, il Parlamento corse rapidamente ai ripari conferendo poteri straordinari al generale Cadorna per garantire l’ordine pubblico. Si dovettero attendere ben 15 anni per vedere abolito questo odioso balzello, che fu definitivamente accantonato nel 1884 ad opera del governo della “sinistra storica” guidato da Agostino Depretis.

Che dire, concludendo, morale della favola: mutatis mutandis… Nihil sub sole novi…

© Giovanni Preziosi, 2012

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