“Gli archivi raccontano”. Storie di aiuto reciproco tra ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale (di G. Preziosi, “L’OSSERVATORE ROMANO” giovedì 26 gennaio 2012)

Cari Amici,

vi propongo la lettura del mio nuovo articolo che ho scritto per “l’Osservatore Romano” appena pubblicato nell’edizione di giovedì 26 gennaio.

Buona Lettura a tutti!

Gli archivi raccontano

Storie di aiuto reciproco tra ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale

Durante gli anni della seconda guerra mondiale avvenne un episodio che vide per protagonisti, loro malgrado, un giovane seminarista dei Servi di Maria, Ubaldo Maria Todeschini, e un medico di fede ebraica che testimonia, di per sé, come l’amore e l’abnegazione per il prossimo non conosce steccati né di ordine ideologico e né tantomeno di carattere religioso.

Alla ferocia disumana della guerra corrisposero, infatti, anche esempi di autentica solidarietà, tant’è che non furono soltanto gli Ebrei a beneficiare dell’aiuto fornito loro dai tanti religiosi, ma anch’essi si prodigarono, all’occorrenza, per soccorrere chi si trovava in qualche difficoltà, ricambiando, in tal modo, le attenzioni ricevute. Emblematico, in tal senso, è un episodio davvero singolare che riguardò l’allora seminarista, ora Padre Ubaldo M. Todeschini – che a quel tempo frequentava il collegio trevigiano S. Giuseppe di Follina – ed un giovane medico ebreo ivi rifugiato, il cui intervento si rivelò davvero provvidenziale perché gli salvò la vita.

image«Si era nell’inverno del 1943-1944 – scrive sul filo della memoria fr. Ubaldo – (non ricordo in quale dei tre mesi invernali). Avevo allora 16 anni. Ero fisicamente sviluppato e alto di statura più della media dei miei coetanei. Avendo conosciuto e apprezzato i religiosi Servi di Maria della chiesa di S. Maria della Scala di Verona, città dove vivevo, e aderito al loro invito a seguire la vocazione religiosa nel loro Ordine, mi trovavo allora già da tre anni nel collegio-seminario S. Giuseppe di Follina, in provincia di Treviso, dove frequentavo il quarto anno di Ginnasio in preparazione al Noviziato.

Degli anni trascorsi in quel collegio sono rimasti vivi nella mia mente, accanto a lieti ricordi di fatti e di persone, anche ricordi assai dolorosi di eventi e di situazioni dovuti alla guerra; tra questi, il ricordo dell’esperienza di una grande e continua fame. Il cibo che davano non bastava per me, anche a motivo del mio precoce sviluppo fisico, al quale ho accennato sopra. E così per calmare la fame, quando potevo, strappavo dalla terra dei nostri campi coperti di brina le radici delle verze e dei cavoli, che vi erano rimaste, e me le divoravo crude; mangiavo patate e polenta – anche in condizione avariata – destinate in cibo ai maiali, e le dure croste della polenta che rimanevano attaccate all’interno del grande paiolo di rame in cui veniva cotta … e le conseguenze non si fecero attendere.

Un giorno, assalito da febbre alta, in preda a brividi, tutto sudato, fui portato – mi ricordo bene – mezzo delirante in una stanza del reparto nel quale abitavano i Padri e venni così isolato dal resto degli studenti. Il medico del paese, chiamato, diagnosticò la solita influenza e prescrisse il solito rimedio di qualche medicina, del riposo a letto e dell’attesa. Per mia fortuna, proprio nello stesso reparto, si trovava rifugiato e nascosto (penso, a motivo delle leggi razziali), un giovane medico Ebreo, del quale – me ne dispiace moltissimo – non ho annotato il nome, e al quale auguro ogni bene dal Signore in ricompensa di quanto ha fatto per me.

Visto che il male continuava con febbre sempre alta e che andavo indebolendomi di giorno in giorno, un Padre, P. Mariano M. Facci, chiese al medico Ebreo di visitarmi. Egli lo fece e, avendo diagnosticato il tifo, fece ordinare in farmacia delle medicine più adatte; non solo, ma indicando ai Padri vie e medici di sua conoscenza, riuscì a far arrivare in Collegio altre medicine più confacenti alla cura del tifo. Ricordo che l’innominato buon medico stava per ore e ore seduto accanto al mio letto, alla destra, e mi osservava e mi assisteva come fossi un suo fratello minore, finché, grazie al Cielo, poco a poco potei ricuperare le forze e prendere del cibo.

Il medico era amante della musica e, quando ormai stavo per ritornare alla vita normale degli studenti, mi chiese un favore. Bisogna sapere che non lontana dalla stanza che mi ospitava, sullo stesso piano, ma in altro corridoio, c’era un’aula scolastica nella quale stava un pianoforte, e che uno dei miei compagni di classe, Piero Faustini, poi sacerdote col nome di Padre Faustino Faustini, veneziano, era un bravo pianista, come altri nella sua famiglia. Quando Piero suonava nella vicina aula scolastica, il medico lo ascoltava con grande attenzione. Or dunque il medico, prima che mi separassi da lui, mi chiese di dire a quello studente, che non conosceva, di suonare qualche volta i Notturni di Chopin, che gli piacevano in modo particolare. Mantenni la promessa; e Piero, con le note delicate e commoventi di Chopin, attenuava di tanto in tanto la fredda solitudine e il duro isolamento dell’indimenticabile giovane medico Ebreo dal cuore buono».

Padre Ubaldo, tuttavia, ebbe modo di ricambiare la cortesia qualche mese più tardi allorché durante le vacanze estive di quel tragico 1944, per ragioni di famiglia, fu ospitato per circa un mese nel convento di S. Maria della Scala di Verona, dove gli fu affidata la cura di un anziano signore ebreo dal quale si recava puntualmente ogni mattina per aiutarlo ad alzarsi dal letto e a vestirsi.

imagePresso il collegio “S. Alessio Falconieri” – questa era la denominazione ufficiale dello stabile dove poi venne eretta, ad opera dell’ordine religioso dei Servi di Maria, la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” – situato in viale XXX Aprile 6, oltre ad alcuni rifugiati di origine ebraica, in quel periodo fu concessa degna ospitalità anche ad altre persone in serio pericolo di vita. In una cronaca coeva si legge qualcosa in merito a questi fatti, sebbene, per prudenza, nessun nome è stato trascritto, anche se si parla in particolare di un “alto ufficiale”. Scrive, infatti, il cronista dell’epoca padre Corrado M. Berti, dopo la liberazione di Roma e la conclusione della fase emergenziale:

«Fin dalla metà d’ottobre abbiamo in casa vari ufficiali ed ebrei i quali temono di essere acciuffati dai tedeschi o dai fascisti. Alcuni di essi hanno indossato l’abito nostro, altri continuano a vestire da secolari. Il portiere deve sempre andare personalmente ad aprire il cancello ogni qual volta qualcuno suoni perché non è possibile introdurre persone che non siano conosciute o accompagnate. È stato quindi tolto il bottone automatico con il quale si può aprire il cancello rimanendo in porteria. Inoltre è stato costruito un rifugio dietro la Cappella, murando la porta che dalla sagrestia conduce nel bugigattolo retrostante all’altar maggiore e praticando una piccola apertura quasi invisibile al lato destro di un altare di cappella. In caso di pericolo si dà un segnale e tutti corrono al rifugio, cioè tutti quegli ufficiali, giovani di leva ed ebrei. Fra gli ufficiali che hanno indossato provvisoriamente il N. S. Abito, due hanno fatto straordinari progressi nella virtù. Uno da vita assai tiepida si è elevato a grande perfezione e frequenta ogni giorno la S. Comunione e interviene con noi a tutti gli atti comuni.

In cella, non fa che leggere libri santi e meditare. È un alto ufficiale, valorosissimo che ha scampato più volte alla morte, si può dire per miracolo. […]

Abbiamo avuto per sistema di non spingere nessuno a cambiar vita o a praticare la Chiesa. Il buon esempio, e soprattutto la grazia, hanno operato. Anche gli ebrei sono rimasti molto edificati della vita dei religiosi. […]

Tra la fine di dicembre e i primi di gennaio abbiamo avuto un sopralluogo in convento per opera di due falsi elettricisti che hanno voluto visitare tutto e accendere tutte le luci e poi l’ispezione di alcuni impiegati del catasto (almeno si spacciavano per tali) i quali di nuovo hanno voluto visitare vari ambienti e prendere anche varie misure. Dopo la prima visita sono stati acciuffati due giovani ebrei rifugiati da noi, uno dei quali è stato rilasciato la sera stessa, l’altro dopo un mese di blanda prigionia in una villa di Roma. In seguito a questi sopralluoghi, i nostri rifugiati sono fuggiti altrove. Essendosi ripresentati, per ordine del P. Priore [fr. Amadio M. Brighetti, n.d.a.], che è forse troppo timoroso, non sono stati riaccettati. Si sono trattenuti in casa fino al 4 giugno (1944) soltanto un signore ebreo con 3 figli. […]

Quei signori ebrei si sono trattenuti ancora un po’ in casa e poi sono ripartiti. […]

In questi mesi, in cui i libri e oggetti preziosi sono stati nascosti insieme a formaggio, marmellata, piselli, riso, ecc. il cronista ha creduto bene di non scrivere nulla direttamente in questo libro il quale, se trovato e letto, avrebbe potuto compromettere la Comunità».

I particolari della perquisizione vengono descritti fin nei minimi dettagli dal priore del convento, fr. Amadio M. Brighetti, in una relazione dattiloscritta inviata al priore generale dei Servi di Maria, fr. Alfonso M. Benetti, in data 10 febbraio 1946, sollecitata da due lettere che quest’ultimo aveva ricevuto da Mons. Montini e da Mons. Costantini, allo scopo di appurare lo stato delle chiese e dei conventi per ottenere la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico. In questa minuziosa relazione il Priore del convento afferma che i rifugiati presso il collegio S. Alessio Falconieri ammontavano a circa una cinquantina, dei quali dieci erano ebrei. Di giorno stavano nei locali, che allora erano detti dell’Infermeria, quelli cioè al piano terra, alla sinistra dell’edificio entrando nel Collegio, verso la “grotta di Lourdes”. Di notte, invece, dormivano nello spazio dietro l’altare della cappella. «Una signora – fr. Ubaldo riferisce questa notizia avuta a voce da fr. Battista M. Pivato, cuoco, al tempo dei fatti, del Collegio S. Alessio Falconieri – che si qualificava come domestica del Collegio, munita della chiave del cancello d’ingresso e della porta dell’Infermeria, coraggiosamente portava ogni giorno del cibo ai rifugiati».

Ad ogni modo, a causa dell’imprudenza di alcuni di questi “ospiti”, che ogni qualvolta si verificavano le incursioni aeree si precipitavano sulla terrazza per assistere più da vicino all’evolversi degli eventi, un individuo, che appostato nella palazzina di fronte osservava per ore e ore munito di binocolo tutti i movimenti, fece rapporto all’O.V.R.A., immaginando che all’interno del collegio si nascondevano dei partigiani e che i religiosi si adoperavano per fare segnalazioni agli aerei Anglo-Americani. Di conseguenza, su ordine del famigerato tenente Koch – capo dell’omonimo reparto speciale di Polizia della Questura di Roma operante nella capitale –, l’edificio venne immediatamente circondato e messo sotto stretta sorveglianza per più di una settimana da alcune guardie in borghese. Fortunatamente, il capitano Magnoni, tramite il parroco, si premurò di mettere subito al corrente la comunità che Koch stava preparando una perquisizione in grande stile all’interno del loro collegio. In questo modo fu possibile mettere in salvo in altre case religiose i vari rifugiati, mentre gli Ebrei, per non essere riconosciuti, preferirono lasciare S. Alessio con il favore delle tenebre. Nel frattempo, il Vicariato provvide a mettere in allerta l’intera comunità, facendo pervenire al convento di S. Marcello al Corso, sede della Curia Generalizia dei Servi di Maria, precise informazioni al riguardo, avvertendo che sul far della sera si sarebbero presentate due spie travestite da elettricisti con il pretesto di controllare gli impianti, considerato che una delle accuse mosse ai religiosi era quella di nascondere una radio-trasmittente clandestina. Qui, infatti, si rifugiarono una decina di Ebrei che, indossata la tonaca, trovarono ospitalità all’interno del convento. Appena erano avvisati del pericolo subito si nascondevano in due posti: nel vano che sta dietro l’ultima stanza a sinistra del lungo corridoio superiore del convento, verso via di S. Marcello, oppure nei piccoli locali che si trovano immediatamente sotto il tetto, verso via dei Ss. Apostoli.

«In quel momento – scrive nella sua relazione il priore fr. Amadio M. Brighetti al Priore generale Fr. Alfonso M. Benetti – si trovavano in casa gli ospiti ebrei che furono immediatamente nascosti nel rifugio praticato nel corridoio del retro sagrestia, al quale si accedeva per una porticina che si trova ancora “in cornu epistolae” dell’altare di S. Giuseppe. Terminata la visita, si pensò subito a metter in salvo gli ospiti e fu decisa una doppia uscita: alcuni uscirono per il cancello a valle, gli altri per il cancello a monte. Ma l’OVRA vigilava ed i due giovani fratelli Della Seta furono arrestati e portati (sempre dal dott. Koch) al caffè Barberini, dove uno di essi, messo alle strette confessò ogni cosa. Uno dei due giovani fu trattenuto come ostaggio, il fratello invece fu rilasciato con il compito di iniziare un accurato spionaggio nei vari Istituti religiosi di Roma. A questo punto tutta l’abilità del dott. Koch si esaurì nel tentativo di conoscere il nominativo dei rifugiati. Naturalmente dalla deposizione dei due giovani aveva capito l’inutilità dell’operazione notturna, che venne quindi disdetta. Il P. Taucci [Raffaello, 1882-1971] e il P. Vincenzo [Buffon, 1914-1975] furono sottoposti a diversi interrogatori. Mai però fu usata violenza. Dopo un mese il dott. Koch stesso riconduceva i due giovani ed anzi si compiaceva a descrivere le modalità con cui sarebbe avvenuta la perquisizione (uccisione per avvelenamento del cane, ingresso in casa attraverso la terrazza che dà alle aule, occlusione di tutte le possibilità di sortita, minuto sopralluogo). Ma finì tutto con l’episodio della vigilia.

Sento il dovere di mettere in evidenza – conclude il Priore – che il soggiorno dei rifugiati fu per la maggioranza completamente gratuito, modesta la retribuzione dei pochi che si ricordarono del dovere di riconoscenza. Da notare che gli interessati erano quasi tutti senza tessera, con essi quindi la Comunità divise il suo pane, tanto che in alcuni giorni i giovani professi, per attutire quella che si potrebbe chiamare autentica fame, si accanivano sui torsi di cavoli lasciati nell’orto dal cuoco».

Pragasam Sagayadoss, nella sua tesi dal titolo “The life of the friars in St. Alexis Falconieri College during the second world war (1939-1945)”, scrive inoltre che: «The number of refugees in December 1944 – January 1945 had gone up to around fifty [...]. Among these there were 10 Jews, 5 Captains of the Regime Army, 3 Colonels and 4 Generals». Questo particolare, del resto, viene confermato a chi scrive anche da fr. Ubaldo Maria Todeschini che, dall’ottobre 1949 al 1967, è stato prima studente e poi sacerdote docente proprio presso il Collegio S. Alessio Falconieri:

«Ricordo – dichiara fr. Ubaldo – che nel periodo 1949-1950 due signori, i soli allora ancora ospitati, o rifugiati, nel Collegio, lavoravano come aiutanti nella nostra grande cucina. A detta degli studenti, i due erano fascisti (e con tale termine erano indicate allora persone di quel regime ricercate per crimini), dei quali uno, genovese o almeno ligure, di 40-50 anni, del quale non ricordo il nome, il più dotato di personalità, si diceva fosse stato condannato a morte da tribunali della Resistenza e che fosse stato un “pezzo grosso”. L’altro, che si chiamava Antonio (non so il cognome), era, si direbbe, un “sempliciotto” privo di cultura. […]

Nei documenti dell’Archivio conventuale di S. Marcello (libri di cronaca e altri), e in quelli dell’Archivio di Curia, non si trova nulla sugli Ebrei ivi rifugiati (che dovevano essere una decina circa): infatti ad un solo frate (il dotto fr. Raffaello M. Taucci) era demandato di occuparsi di essi con l’esclusione di tutti gli altri e con la cautela di non annotare nulla sulla loro presenza [mentre nel collegio S. Alessio Falconieri questo stesso incarico fu affidato a P. Clemente M. Francescon, n.d.r]. Vi è solo la memoria, scritta però assai tardivamente, da un nostro frate non sacerdote, fr. Riccardo M. Rossi che afferma di essere andato nel 1943, insieme ad un altro Frate, fr. Paolino Lirussi (che da giovane aveva svolto le mansioni di segretario del cardinale Servo di Maria Aléxis M. Lépicier), al Ghetto a prendere delle valige degli Ebrei per portarle al convento di S. Marcello, e di aver portato giornalmente le vivande agli stessi Ebrei nascosti nelle soffitte del convento. Nei documenti conventuali invece si trova la accentuata preoccupazione del Priore e dell’Economo per quanto riguarda il razionamento dei viveri, che dovevano essere divisi con i rifugiati, e l’ottenimento delle relative “tessere”.

Il numero (“around fifty”) di rifugiati nel Collegio S. Alessio dal dicembre del 1944 al gennaio 1945, indicato nel lavoro di Pragasam Sagayadoss, mi pare eccessivo. Tra gli Ebrei vi era Ezio Calò, proprietario di un negozio di ottica in Via Arenula, che io stesso ho conosciuto. Sentivo parlare di un numero meno consistente, cioè da 10 a 20 persone. Non ho visto i libri di cronaca del Collegio; ma penso che, come per quelli di S. Marcello, non vi sia scritto nulla o quasi nulla sulla presenza degli Ebrei: anche per essi era il solo Raffaello Taucci ad occuparsene.

Dopo la guerra l’ex Primo Rabbino di Roma, divenuto cristiano col nome di Eugenio Zolli, insegnava “ebraico” nella nostra Facoltà, e anch’io sono stato suo alunno».

La lettera a cui allude fr. Ubaldo fu scritta da Todi dal “fratello non chierico di voti solenni” – o come si diceva un tempo “fratello converso” – fr. Riccardo Maria Rossi, su carta intestata di quel convento, il 22 maggio 1998, in risposta ad una precisa richiesta del priore generale dell’epoca p. Hubert M. Moons. Ecco il breve testo:

«Padre Reverendissimo,

Cogliendo il suo desiderio riguardo ai nostri Fratelli maggiori Ebrei:

Posso dire che durante la persecuzione furono accolti nel convento di S. Marcello [ma] non posso precisare il numero. Fra Paolino Lirussi ed io andammo a trasportare delle valigie dal loro Ghetto per metterli al sicuro. Essi stavano nascosti nelle soffitte. [C’erano anche dei] fascisti ai quali io portavo loro il pranzo e la cena (alimenti m[o]desti).

Ecco tutto quello che posso dire e ricordare.

Ossequi

Fra Riccardo M. Rossi».


In data odierna, 23 giugno 2012, ho ricevuto altre pregevoli integrazioni da parte del carissimo Fr. Ubaldo Todeschini che ho ritenuto opportuno pubblicare, almeno in queste pagine, per una conoscenza più esaustiva di questa interessante vicenda. Del resto sono sempre stato del parere che, soprattutto in campo storico, non si può mai dire la parola fine, poiché vi sono sempre da scoprire nuovi documenti, da dire altro, da dire meglio quello che è stato già detto per offrire un modesto contributo e diradare quei meandri oscuri che la storiografia non ha ancora esplorato abbastanza, in modo da dissipare dubbi e incertezze e ampliare gli orizzonti della conoscenza.

Aggiungo il testo riportato in una delle pubblicazioni ufficiali dell’Ordine dei Servi di Maria, Acta Ordinis Servorum B. Mariae Virginis, X, 1945, pp. 324-326).

Riguarda le opere di carità compiute dalle due Case generalizie dei Servi di Maria durante la seconda guerra mondiale. Il testo è in latino. Aggiungo, per ogni buon conto, la traduzione di Fr. Ubaldo Todeschini in lingua italiana.

1) – Convento di S. Marcello: …

… Conventus, vix induciis factis, multos iuvenes excepit qui ad militare servitium cogebantur inviti a Republica quae a fascibus vocabatur. In eo multi se occultarunt ex Praepositis militum, vulgo Officiales, etiam altioris gradus, qui alta munia expleverant. Aliqui etiam ex hebraeis in conventu delituerunt.Triginta circiter computari possunt qui quotidie in Conventu morabantur. Eorum praesentia damnum quidem non attulit regulari observantiae, sed incommodum grande attulit eorum sustentatio, cum fere omnes tessera alimentorum carerent. Ut omnibus his lectus stratus provideretur nonnulli ex iunioribus Patribus per totum hiemale tempus super culcitra tantum et nudo pavimento dormire passi sunt. Fere hi omnes ospites sodales erant coetuum clandestinorum pro Liberatione Nationali, in quibus efficacem operam praestabant; et in Conventu congregabantur etiam directores horum cetuum de Urbe. Unus ex Patribus Conventus, R. P. Iulius M Scappin, ob eius operam politicam, in carcere detrusus mansit diebus quadraginta. Eius industria praecipue in eo posita era ut militibus procuraret documenta necessaria, loca refugii, victum et vestes, quae a piis fidisque personis colligere curabat; nec hebraeos oblitus est, quorum tamen unus, ut videtur, publicae securitatis administrationi eum detulit. Alii etiam ex familiae religiosis excelluerunt diligentia in exarandis et suppeditandis documentis urgentioris necessitatis …

2) – Collegio internazionale S. Alessio Falconieri

In Collegio Internationali S. Alexii Falconieri de Urbe … Sed praecipue chari­tas enituit in hospitandis et occultandis, durante ger­manica occupatione, quinquaginta circiter viris, ex quibus decem erant hebraei, quinque Centuriones R. Exercitus (v. Capitani), tres militum Tribuni (v. Colonnelli), quatuor Praefecti exercitus (v. Gene­rali), ceteri milites commu-nes, vel ad arma vocati, vel milites a publica tutela (v. Gendarmi), seu excubiae urbanae (Quardie Metropolitanae). Nec pericula in hoc opere charitatis defuerunt. Cum enim Fratres delati fuissent quasi hospitio reciperent illos qui “partigiani” vocabantur et quasi signa isti praeberent in aereis incursionibus, aedificium Collegii per hebdomadam a publicae securitatis custodi­bus advigilatum fuit, sub directione Dr. Koch, qui cum suo secreta­rio, immutata veste sub specie operarii a Municipio missi, accuratam perquisi-tionem in universa domo perfecit. Sed cum in antecessum Prior Collegii praemonitus fuisset, omnes hospitio recepti Colle­gium relinquere potuerunt, hebraeis tantum in latibulo remanentibus, qui sub sero dimissi sunt. Notandum venit quod maior pars eorum qui in Collegio occultati fue­runt, gratuito excepti fuere et substentati, reliqua pars modicam retributionem dedit; et cum fere omnes tessera pro victualibus carerent. Collegium cum ipsis panem suum dividere cogebatur.

Traduzione in Italiano

1)   – Convento di S. Marcello:

… Il convento accolse senza troppo esitare molti giovani che erano costretti al servizio militare dalla Repubblica fascista. Vi si nascosero molti ufficiali anche di grado superiore, che avevano svolto incarichi importanti. Anche alcuni Ebrei si nascosero nel convento. Si può stimare che il numero delle persone che stavano giornalmente in convento ascendesse a circa trenta.

La loro presenza non nocque all’osservanza regolare, mentre grande difficoltà costituì il loro sostentamento, poiché quasi tutti erano privi della tessera annonaria. Al fine di provvedere a tutti un letto normale, alcuni dei Padri più giovani accettarono di dormire, per tutto l’inverno, col solo materasso sul nudo pavimento.

Quasi tutti gli ospiti erano membri dei Comitati clandestini di Liberazione Nazionale, nei quali svolgevano un lavoro efficace; in convento si riunivano anche i capi di questi comitati esistenti in Roma.

Uno dei Padri del convento, il R. P. Giulio M. Scappin, a motivo della sua attività politica, fu chiuso in carcere per quaranta giorni. Il suo compito consisteva principalmente nel procurare ai militari i documenti necessari, i luoghi di rifugio, il vitto e i vestiti, che raccoglieva da pie e fidate persone; non trascurò gli Ebrei, uno dei quali, come pare, purtroppo, lo denunziò all’Amministrazione della Pubblica Sicurezza. Anche altri religiosi di famiglia si sono distinti per la sollecitudine mostrata nello scrivere o nel procu-rare documenti di più urgente necessità…

2) – Collegio internazionale S. Alessio Falconieri di Roma

…. la carità si esercitò principalmente nell’accogliere e nascondere, durante l’occupazione tedesca, circa cinquanta persone, delle quali dieci erano Ebrei, cinque Capitani del Regio Esercito, tre Colonnelli, quattro Generali del Regio Esercito, tutti gli altri soldati semplici o chiamati alle armi, o Gendarmi, o Guardie Metropolitane.

Non mancarono i pericoli in quest’opera di carità. Siccome i Frati erano stati denunciati di aver dato ospitalità ai cosiddetti “partigiani” e che questi durante le incursioni aeree dessero delle segnalazioni, l’edificio del Collegio venne sottoposto a vigilanza dalle guardie di pubblica sicurezza sotto le direttive del Dr. Koch, il quale col suo segretario, travestito da operaio inviato dal Municipio, eseguì una accurata perquisizione in tutto l’edificio. Ma, essendo stato avvisato in precedenza il Priore del Collegio, tutti gli ospiti avevano potuto abbandonare il luogo, solo gli ebrei, rimasti nel loro nascondiglio, furono lasciati andare di sera.

Occorre notare che la maggior parte di coloro che erano nascosti in Collegio, fu accolta e sostentata gratuitamente; una minima parte di loro diede un piccola retribuzione, ma poiché quasi tutti erano privi della tessera annonaria, il Collegio doveva dividere con loro il proprio pane.

______________________________________________________________________________________________

Scuola Postilla: Le notizie e i documenti riportati nel seguente articolo sono tratti dalle memorie che padre Ubaldo Maria Todeschini ha affidato all’Autore, nonché dall’Archivio del Collegio Sant’Alessio Falconieri e dall’Archivio Generale dell’ordine dei servi di Maria.

© Giovanni Preziosi, 2012

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Categorie: Ebrei e Shoah, La Resistenza in Convento, ll ruolo del clero nella Resistenza | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su ““Gli archivi raccontano”. Storie di aiuto reciproco tra ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale (di G. Preziosi, “L’OSSERVATORE ROMANO” giovedì 26 gennaio 2012)

  1. silviavescesandrini

    incontrare lo sguardo di chi soffre, di chi ha fame senza chiedere da dove vieni e che cosa fai è il modo migliore per comprendere l’altro, per poter dare quel sostegno e quell’aiuto necessario per sentirsi fratelli, come Dio nella Sua parola ci ha tramandato ,,,,,,,,,,,siamo tutti Suoi figli ………giovani ,che in quegli anni, hanno avuto modo di vivere da vicino il dolore, la disperazione di uomini e donne e bambini …..sacerdoti…..che si sono prodigati per mettere nelle mani un po’ di pane, un frutto, ed altro…..è l’atto di fede e di amore piu’ grande che ancora oggi ritroviamo…nelle testimonianze di allora e che si compiono ancora oggi ..soffermandoci a parlare…….per esempio anche con chi ha bisogno, incontrando all’angolo di una strada, o lungo una via…. uomini donne con dei bambini per mano…non sappiamo da dove vengono e chi sono ..bisognerebbe conoscerli…..accompagnando al donare una parola…..molte volte lo gradiscono, una attenzione di fratellanza …ascoltare la loro vita, i loro problemi, i loro progetti…..una comunione di amicizia, che oltre ad avvicinare….arricchisce …lascia un sorriso nel cuore ..si puo’ e si deve continuare a compiere queste azioni……per continuare a vivere insieme…..a conoscersi meglio e a proseguire un cammino comune…..confrontarsi con gli altri…..per raccogliere interiormente le tante sfaccettature dell’appartenenza a quella parte divina che tutta l’umanità ha ricevuto e che deve crescere per poter raggiungere una umanità piu’ solidale e piu’ aperta verso tutti…….

  2. Speriamo che queste belle parole che lei ha espresso per rendere il giusto omaggio a tali gesti di autentica carità cristiana, possano far breccia nel cuore di ogni uomo e suscitare quel senso di totale e sincera apertura all’altro che, in ogni caso, costituisce sempre un’occasione di riceproco arricchimento e mai un depotenziamento del nostro pstrimonio etico…

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