«Quando la salvezza veniva dal Celio. Dai documenti dei camaldolesi di San Gregorio le testimonianze del soccorso prestato ai perseguitati dai nazifascisti a Roma»

Sono lieto di proporvi la lettura del mio nuovo articolo pubblicato proprio nell’edizione di questo pomeriggio 5 dicembre 2011 a pag. 4 sul quotidiano della S. Sede “L’Osservatore Romano”.

Auguro a tutti una buona lettura!!!

Dai documenti dei camaldolesi di San Gregorio le testimonianze del soccorso prestato ai perseguitati dai nazifascisti a Roma

«Quando la salvezza veniva dal Celio»

Nei terribili mesi dell’occupazione i monaci aiutarono anche Luchino Visconti e la madre di Gianni Agnelli

di Giovanni Preziosi

Ancor prima della caduta del fascismo anche il monastero romano camaldolese di S. Gregorio al Celio, erede di una tradizione culturale lunga millecinquecento anni, si contraddistinse in un’esemplare opera di carità, divenendo un importante punto di riferimento per tutti coloro i quali erano in serio pericolo di vita a causa delle efferate persecuzioni perpetrare ignominiosamente dai nazi-fascisti. A riprova di quanto andiamo dicendo basta sfogliare le pagine delle cronache coeve di questo antico cenobio che risale al 1573 per constatare de visu, l’abnegazione dei monaci camaldolesi i quali non esitarono un solo istante a spalancare le porte del proprio convento per accogliere tanti bisognosi in cerca di riparo, tra i quali vi erano: ebrei, perseguitati politici e, dopo la capitolazione di Mussolini, persino alcuni papaveri tremanti del deposto regime fascista.

«Badoglio aveva comandato la resistenza – scrive, con dovizia di particolari, il cronista del monastero nell’ottobre del 1943 – e questa per vari motivi non avviene, l’esercito si disfà. Fugge, cerca un riparo, un asilo per sottrarsi al tedesco in attesa del giorno nel quale la patria potrà risorgere. È l’ora nella quale si bussa e si aprono le soglie amiche dei nostri istituti religiosi. Perfino le clausure delle suore e delle monache vengono straordinariamente aperte per quest’opera di carità. La Chiesa sa scrivere, come sempre, in questi mesi pagine di sempre fresca carità e fraternità. Sono ebrei che ricercati per esser chiusi in quei campi di morte, chiamati di concentramento, spogliati di ogni loro avere chiedono nascondimento. Sono uomini politici che non vogliono collaborare col fascismo risorto repubblicano. Sono uomini fuggiti dai confinamenti e dalle galere che si aprirono per loro al 26 luglio perché rei politici. Sono ufficiali che non vogliono appartenere a un esercito che tradisce i principi nazionali e popolari, sono soldati che riparano per non essere deportati lontano. imageSono soldati dell’esercito anglo-americano, prigionieri di guerra, che nel momento dello smarrimento sono riusciti a fuggire, c’è finanche qualche soldato austriaco e polacco dell’esercito tedesco. Al nostro Monastero come agli altri istituti bussano a frotte, chiedono asilo. È impossibile ospitar tutti, si fa tutto quello che si può, indirizzando ad altri centri di ricovero. Inaspettatamente un nuovo numero di bianchi monaci improvvisati apparisce tra le nostre mura ospitali: S. Ecc. il Conte Zoppi Ministro plenipotenziario d’Italia a Vichy, il maggiore veterinario Lomenzi Ugo, il ten.te Giuffré Giacomo, il sold. Del Grande Giacomo, il carabiniere Nobili Emilio, Sardiello Raffaele, Weil Eugenio un cecoslovacco ebreo evaso da un campo di concentramento [situato nella piccola frazione di Granica Castelnuovo di Farfa il 29 settembre], Piazza Alessandro di razza ebraica ma battezzato. Altri otto hanno assicurato presso di noi un posto, attendono il momento opportuno che fortunatamente non arriva. Non manca chi tra questi nuovi monaci ha lasciato lontano la moglie e i figli. […]

Il P. Procuratore [don Bernardo Ignesti] – conclude il cronista camaldolese – nel suo zelo apostolico tutto cerca e tutto vuole ordinare al bene; c’è un orario per le lezioni di religione che viene dallo stesso P. Procuratore impartita ogni giorno e alla quale gli ospiti partecipano tanto volentieri, tra tutti il più assiduo ed attento è il giovane ebreo, che con gli altri partecipa alla mensa comune, all’ufficiatura corale, alle preghiere della sera, alla vita ordinaria comune della comunità».

Occorre, tuttavia, fare attenzione quando si parla del monastero di San Gregorio al Celio, perché dopo le soppressioni sabaude fu diviso in due compartimenti. La chiesa con alcune stanze che fungevano da rettoria rimasero di proprietà dello Stato, e in esse poterono continuare a vivere i monaci. Ma la gran parte dell’edificio divenne di proprietà del Comune di Roma e, fino alla seconda guerra mondiale, fu utilizzato in diverso modo. Durante gli anni del fascismo, invece, fu sede dell’“Istituto Fascista di Scuola Superiore di Assistenza ed Economia”, che comprendeva due scuole per ragazze – quella di puericultura e di economia domestica – gestite dai fasci femminili dell’O.N.F.

Dopo la capitolazione di Mussolini, chiuse le scuole, il personale direttivo subito si diede alla fuga cercando di distruggere tutti i documenti perché si trattava di una scuola istituita dal regime fascista. In seguito la Polizia utilizzò questi locali come una vera e propria prigione, adibendoli ad una sorta di dépendance del carcere di “Regina Coeli”, nella quale furono reclusi alcuni detenuti politici eccellenti ai quali i monaci portavano assistenza spirituale solo ed esclusivamente perché erano “vicini di casa”. Scrive, infatti, al riguardo il cronista del monastero:

«Fino al mese di ottobre [del 1944] nell’attiguo locale già nostro monastero occupato dalla Scuola di assistenza sociale vi si impianta una succursale del carcere “Regina Coeli” per detenuti politici. Finestre che si sbarrano, militi in continua ronda e guardie. A questi poveri rei si nega da principio anche l’assistenza religiosa. Dopo vivo e lungo interessamento di Mons. Nasalli Rocca, dopo molti dinieghi, finalmente e solo a Natale viene concesso loro il conforto della S. Messa domenicale e festiva e s’incarica il P. Procuratore che con tutto il cuore assolve la sua Missione. Da principio non è permesso, poi dopo istanze del P. Procuratore viene permessa anche la Confessione e [la] Comunione. È così che in ogni festa alle 9 il P. Procuratore e Don Gaudenzio sono tra questi rei: la S. Messa con spiegazione del Vangelo, il conforto dei Sacramenti che sostengono questi poverini, il bene tra loro fatto è stato moltissimo, viva la loro riconoscenza, opera affettuosa, intelligente, confortatrice, amica. Anche il personale di custodia e di servizio ascolta la S. Messa. A centinaia sono passati di qui i rei politici alcuni poi liberati, altri passati ad altre carceri o di Roma o dell’alta Italia, uno un bravo giovane che alla domenica aveva servito la S. Messa [viene] portato al mattino del 24 ottobre 1944 alla fossa di S. Callisto sulla via Ardeatina per essere nel modo più iniquo inaspettatamente fucilato e sepolto per rappresaglia in quel luogo ove a centinaia hanno trovato la morte poveri e illustri italiani tanto tragicamente.

Tra questi caduti nella fossa della catacomba di S. Callisto dobbiamo ricordare il nostro buon amico Colonnello Talamo dei carabinieri affettuoso e solerte frequentatore di S. Gregorio legato a noi con forti vincoli di amicizia.

imageTra i molti ospiti del nostro ex monastero ricorderemo alcuni dei più illustri: il senatore Bergamini, la contessa [Ippolita] Solaro del Borgo, la N.D. Virginia Agnelli [Bourbon del Monte dei principi di san Faustino], dama della Regina, il comm. Olivieri segretario di S.M. la Regina, il comm. avv. Cavagnaro Procuratore della Real Casa, l’avv. Schiff Giorgio con la Signora, il Prof. [Tomaso] Smith e tanti altri che hanno serbato di noi ottimo ricordo e gratitudine perché l’opera del P. Procuratore non è solo religiosa e di conforto, ma è l’unico filo che lega loro all’esterno e che egli col rischio maggiore ha sempre fatto con lettere, comunicazioni clandestine, incarichi ecc».

Tra questi “ospiti” bisogna annoverare anche il celebre regista cinematografico Luchino Visconti duca di Modrone (Milano, 2 novembre 1906 – Roma, 17 marzo 1976), che, il 15 aprile del 1944, fu tratto in arresto dagli uomini della banda guidata dal famigerato Pietro Koch in un appartamento di via Eritrea, dove si era nascosto sotto mentite spoglie, mettendo a disposizione la sua abitazione per riunioni clandestine di alcuni imageantifascisti braccati dai nazisti. Fu condotto dapprima nella celebre Pensione Jaccarino dopodiché, a distanza di alcuni giorni, per ordine dello stesso Koch, dalla sede del reparto speciale di Polizia fu trasferito nella prigione di San Gregorio al Celio, dove rimase fino alla liberazione di Roma. In seguito, in collaborazione con Mario Chiari, Franco Ferri e Rinaldo Ricci scriverà il soggetto cinematografico Pensione Oltremare, che rievocava proprio questa triste esperienza vissuta nel carcere fascista.

Inoltre, il 18 novembre 1943, due agenti di Polizia della R.S.I., su ordine di Mussolini, avevano tratto in arresto nella sua abitazione persino l’ex direttore dell’agenzia Stefani, Roberto Suster, trasferendolo «nel Pio Istituto di San Gregorio, ai margini della Cloaca massima, un convento del 1500 trasformato dall’OVRA in prigione politica [definita anche] centrale degli ostaggi». Qui vi rimase, in buona compagnia, per ben 72 giorni. Infatti, insieme a lui vi erano anche altri personaggi illustri dell’aristocrazia romana come: Virginia Bourbon del Monte dei principi di san Faustino, la principessa Colonna di Cesarò, il senatore Alberto Bergamini, Donna Cora Caetani, la contessa Ippolita Solaro del Borgo, l’ex direttore del Messaggero Tomaso Smith, lo scrittore Ercole Patti e l’ex direttore di “Roma fascista” Ugo Indrio.

Tuttavia, il 28 gennaio del 1944, sborsando la ragguardevole cifra di 200 mila lire, Suster riuscì ad evadere rocambolescamente da quella prigione insieme al senatore Bergamini. Dopo lo sbarco dell’esercito anglo-americano ad Anzio, i detenuti iniziarono a temere che, a quel punto, li attendeva una sorte peggiore, immaginando che ciò fosse il preludio di un loro trasferimento in Alta Italia al di là del Po dove, nel frattempo, le truppe nazi-fasciste avevano costituito la propria roccaforte.

Così, per scongiurare questo pericolo, cominciarono a pensare seriamente alla possibilità di un’evasione. Di questo loro progetto subito ne misero al corrente il procuratore generale dei Camaldolesi, padre Bernardo Ignesti (1939-1945) il quale, senza battere ciglio, si offrì ben volentieri «come organizzatore e come complice». imageMa a questo punto preferiamo lasciare la parola al cronista del monastero di S. Gregorio al Celio il quale si sofferma a descrivere, con dovizia di particolari, le fasi salienti della predisposizione di questo audace piano di fuga.

«Si studiano due piani: il primo, forzare una finestra del loro asilo, fuggire per i tetti, entrare nel nostro monastero attraverso la finestra della camera del P. Procuratore e attraverso il monastero, la cappella di S. Gregorio guadagnar la strada.

Il secondo, approfittare di un varco della rete metallica che circonda il giardino e fuggire attraverso la via delle Camelie. Il fratello del comm. Olivieri la sera avanti l’evasione studia il piano col P. Procuratore e si combina per il primo, attraverso il nostro monastero. All’ultimo momento il P. Procuratore si accorge che questo piano è intravisto dalla Polizia e allora per mezzo di una bambina fa capitare in mano del segretario di S.M. la Regina un bigliettino mettendolo nell’avviso. Si tenta allora il secondo piano e si compra la complicità di un brigadiere di sorveglianza. È così che nel pomeriggio due automobili del Corpo Diplomatico si appostano in via delle Camelie e durante il passeggio nel giardino ad uno ad uno eludendo la sorveglianza per il foro praticato nella rete metallica gli ospiti si calano nella via delle Camelie, guadagnano le auto che fuggono veloci. Momenti di agitazione e di panico che si riflettono nel nostro Monastero a così intimo contatto con loro! La sorveglianza aumenta i detenuti non scendono più nell’ora di passeggio in giardino, si rafforzano le sbarre!»

Inoltre, dopo la rocambolesca fuga di questi detenuti eccellenti, ai principi di febbraio del 1944, tra i molti ospiti che furono internati tra le mura di questa prigione bisogna annoverare anche l’ex governatore di Roma, il comm. Riccardo Motta, e l’avv. Santoro ispettore generale di Polizia i quali, successivamente, furono trasferiti in Alta Italia e inseriti nella lista per la fucilazione alla fossa di S. Callisto.

«Il timore di un attacco comunista – scrive il cronista camaldolese –, il terreno che fuggiva sotto i malfermi piedi dei tiranni tedeschi e fascisti fece pian piano assottigliare la famiglia dei detenuti, ultimo rimase il Prof. Pintor messo in libertà quando i tiranni lasciarono Roma incalzati dall’esercito anglo-americano che arrivava».

A rendere ancora più delicata la situazione, contribuiva l’incessante battage giornalistico che non cessava di adombrare sospetti circa l’ospitalità fornita dalle varie istituzioni ecclesiastiche pubblicando «ad arte […] un decreto della Congregazione dei religiosi che proibi[va] di tener vestiti religiosamente quanti non apparten[eva]no alla comunità e di ospitare estranei». Pertanto, a quel punto, allo scopo di fugare ogni sospetto e ricevere maggiori e più dettagliate delucidazioni in merito, il procuratore generale, don Bernardo Ignesti, si vide costretto a recarsi presso la «Congregazione che sment[ì] il decreto, mentre il commissario del rione si pre[s]e la premura d’avvertire il P. Procuratore di attenersi al decreto emanato e ne [ebbe] la gentile risposta “gli ordini si ricevono dai Superiori”. La situazione non cambi[ò], si attendevano fatti che celermente la facessero cambiare, è così che alla spicciolata i nostri ospiti lascia[ro]no il Monastero e l’abito sacro rientrando in famiglia. Solo Del Grande rima[s]e ancora con noi per molte settimane».

In seguito a questi avvenimenti, il 16 novembre, giunse da Camaldoli il priore generale don Pier Damiano Buffadini il quale, accompagnato in auto dall’onorevole Bacci, fece una breve visita al monastero per accertarsi personalmente «della vita e delle cose della nostra casa». Intanto, il 20 marzo del 1944, nel monastero di S. Gregorio al Celio faceva la sua comparsa un altro personaggio braccato dai nazi-fascisti che, sotto mentite spoglie e, rigorosamente in abito talare allo scopo di celare la sua vera identità, fu condotto in questo luogo appartato per rimanervi nascosto almeno fintantoché gli animi esacerbati del momento non si fossero rasserenati.

«Gentilmente (?!…) accompagnati in un’auto tedesca – leggiamo nelle cronache del monastero camaldolese – con sacchi di cibarie arrivano da Camaldoli Don Antonio Buffadini Vice Priore dell’Archicenobio, che accompagna a S. Gregorio il nostro oblato Giuseppe Pacciani di Siena che capo del Comitato di Liberazione Nazionale di Siena, carico di molte accuse è attivamente ricercato dalla polizia tedesca. I suoi documenti falsificati ce lo portano come D. Antonio e in abito camaldolese vive la nostra vita cenobitica. Don Antonio Buffadini dopo un giorno di permanenza tra noi col solito gentil mezzo torna a Camaldoli […]».

Oltre a questo personaggio, tra le mura del cenobio camaldolese presero dimora nelle camere alte anche i fratelli Brugnoli – due giovani renitenti alla leva che avrebbero dovuto presentarsi al servizio militare – e due ebrei padre e figlio attivamente ricercati dalla Polizia che era sulle loro tracce già da qualche tempo. «La vita procede nel suo ritmo – scrive il cronista – quando un crescente numero di arresti per sospetti politici si stringe intorno a noi nelle persone di amici e frequentatori.

imageDa qualche anno intorno al P. Procuratore [don Bernardo Ignesti] in S. Gregorio si è stretto un gruppo di letterati per la pubblicazione degli “itinerari” quaderni di diffusione di principi cattolici. A fianco di questo gruppo si è nascosto un altro gruppo per una ricostruzione politica in Italia mentre il fascismo segna attraverso i capricci e l’arrivismo e arricchimento dei suoi uomini la parabola discendente. Mei, Torti, Corti, Paternò, Lucifero vengono arrestati e portati nell’attiguo ex monastero di S. Gregorio.

Inizia l’interessamento del P. Procuratore per loro e i primi contatti epistolari quando dopo brevi giorni vengono trasferiti a “Regina Coeli”».

La situazione nel cenobio camaldolese cominciò a diventare davvero preoccupante allorché, in seguito ad un’ignominiosa delazione ad opera di un certo Guadagno, furono tratti in arresto alcuni rifugiati. Questa operazione, infatti, andò in porto grazie alle preziose informazioni che quest’ultimo, dietro esborso di un’ingente somma di denaro ricevuto dai tedeschi, era riuscito a carpire da alcuni ospiti del monastero. Si trattava dei due fratelli Domenichini, di Innamorati e Pini, mentre De Simoni e lo stesso fratello di Innamorati erano ricercati attivamente perché non erano riusciti ad acciuffarli. Inoltre, il delatore non si era limitato a fare i nomi soltanto di queste persone, ma era andato oltre, calunniando perfino il procuratore generale p. Bernardo Ignesti, il quale venne fatto oggetto di volgari insinuazioni e additato finanche come «capo e sovvenitore di una banda di 30 partigiani, forse alludendo alle bande del gruppo suddetto». Difatti, a tal proposito, bisogna rilevare che, come scrive del resto in modo inappuntabile lo stesso cronista del monastero di S. Gregorio al Celio:

«la vita non [era] calma e serena per quanto succede[va] fuori del chiostro. Si vive[va] in una continua ansia, sempre in attesa di notizie, in una ridda di voci più o meno vere. Tutto s’incentra[va] nel P. Procuratore che d[oveva] destreggiarsi e mantenere i contatti col P. Morandini gesuita della Gregoriana, con i Padri Filippini della Vallicella, col nostro parroco della Vallicella; telefonate con frasari speciali a loro soli intelligibili, tesseramento dei nuovi monaci con nomi [fittizi], fotografie speciali per falsare la loro identità, rapporti costanti ed urgenti».

Pertanto gli agenti misero sotto torchio tutte le persone arrestate coinvolte in quella vicenda, col preciso intento di apprendere tutti i particolari della presunta attività politica e militare svolta da don Bernardo Ignesti. Non paghi delle deposizioni fornite loro, i funzionari di Polizia decisero di predisporre immediatamente un’assidua sorveglianza del monastero, incaricando due agenti di annotare meticolosamente tutte le persone che «frequenta[va]no la casa e la Chiesa». Tuttavia, appena furono messi in guardia da qualcuno, i monaci subito corsero ai ripari provvedendo a far allontanare precipitosamente i due ebrei, padre e figlio, nonché i due giovani fratelli Brugnoli i quali, se fossero caduti nelle mani dei fascisti correvano il rischio di essere sottoposti a misure di detenzione piuttosto dure, considerato che erano renitenti alla leva.

«Intanto – scrive puntualmente il cronista – si nota sul Palatino e intorno a S. Gregorio la presenza in continuazione di 2 agenti che spiano la nostra attività. […] I due agenti di guardia fermano una donna che usciva d[al] Monastero con una valigia dei Brugnoli e viene portata in Questura ove se la cava molto intelligentemente. Il P. Procuratore con grande calma e serenità attende gli eventi». A quel punto, con il precipitare degli eventi, per maggiore prudenza, si ritenne opportuno trasferire anche il sedicente oblato camaldolese don Antonio, alias Giuseppe Pacciani, presso l’eremo dei confratelli di Monte Corona in quel di Frascati, dove restò nascosto per venti giorni. Trascorso un po’ di tempo la situazione sembrava volgere al meglio allorché, con un’azione davvero temeraria, le persone rifugiate nel monastero di S. Gregorio al Celio che erano state tratte in arresto dalla Polizia fascista, riuscirono a distruggere «sotto il vigilantissimo occhio della sentinella tedesca» documenti compromettenti, dimostrando altresì la loro innocenza ed anche quella dei monaci camaldolesi.

«I sospetti si dileguano – scrive il cronista tirando finalmente un sospiro di sollievo – e veniamo tolti dalla sorveglianza che una mattina si era fatta così sfacciata che un poliziotto vestito da sacerdote era venuto in Chiesa a spiarci. Non è difficile subito riconoscerlo: guardava la Chiesa con le mani intrecciate di dietro, non si genuflette al SS. Sacramento, durante l’elevazione di una S. Messa continua a guardare a destra e a sinistra senza cenno di alcuna adorazione. Domanda ai padri e fratelli di volersi confessare, poi vedendo che tutti gli occhi gli sono addosso e nessuno lo vuole confessare e avvicinare pensa di squagliarsela!»

© Giovanni Preziosi, 2011

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