Archivi del mese: agosto 2011

Love-story tra Mussolini e Maria Josè di Savoia

 

Love-story tra Mussolini e Maria Josè di Savoia.
Il segreto di questa liaison segreta svelato in una lettera scritta dal figlio del Duce.

il settimanale “oggi” ricostruisce la liaison tra il duce e maria josèin una lettera di Romano Mussolini indirizzata ad Antonio Terzi, ex vice-direttore del Corriere della Sera

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imageStando alle ultime rivelazioni pubblicate dal noto settimanale OGGI in edicola stamane tra l’allora Principessa Maria José di Savoia e Benito Mussolini, sarebbe sbocciato un appassionato flirt del quale sarebbe stata al corrente perfino donna Rachele. Questa travolgente liaison si fa risalire approssimativamente ai primi anni Trenta. Naturalmente in questi casi il condizionali è d’obbligo!

Tuttavia, l’articolista che firma il pezzo – R. Alessi – per suffragare questa tesi pubblica una lettera che il figlio del Duce, Romano Mussolini, fece pervenire nel lontano 1971 al giornalista Antonio Terzi, già vicedirettore del Corriere della Sera, rinvenuta di recente proprio dal figlio di Terzi, nella quale l’estensore scrive:

«Posso in perfetta buona fede confermare che spesso in casa nostra si è parlato dei rapporti sia politici sia sentimentali tra Maria José e mio padre, e ti posso dire con sincerità che mia madre a tale proposito è stata sempre (anche se coi logici riserbi) assai esplicita: tra mio padre e l’allora Principessa di Piemonte v’è stato un breve periodo di relazione sentimentale intima, poi credo sicuramente interrotta per volontà di mio Padre».

imageA confermare l’autenticità di questa lettera si è spesa anche l’ex consorte di Romano Mussolini, Maria Scicolone. Maria Josè di Savoia, figlia del re del Belgio Alberto I, l’8 gennaio del 1930 era stata impalmata – com’è fin troppo noto – dal futuro re d’Italia il Principe di Piemonte Umberto di Savoia di cui è stato scritto e favoleggiato di tutto finanche le sue presunte relazioni omosessuali di cui lo stesso Mussolini custodiva un circostanziato dossier che aveva fatto redigere come arma politica da far valere nel momento opportuno. Del resto, com’era suo costume, sottopose ad una rigorosa sorveglianza finanche la principessa Maria José, incaricando della delicata questione addirittura il famigerato capo della polizia Arturo Bocchini, al quale intimò di tenerlo al corrente di ogni suo incontro e ogni sua iniziativa.

Strano personaggio davvero questo Mussolini se dovessimo dar conto a quelle autentiche panzane che, recentemente, sono stati fatti passare per suoi “Diari” in cui alludendo alla principessa Maria Josè, il 5 ottobre 1939, scrive:

«È stata nominata ispettrice della Croce Rossa. Il conventuale costume pone in risalto gli stupendi occhi di un azzurro così lieve da sembrare perlati di grigio… mutevoli, ora dolci, austeri, gelidi, pungenti come scaglie di cielo…».

Salvo poi cambiare radicalmente idea con Claretta che annota meticolosamente nei suoi diari (questi si autentici!) quanto le ha riferito il suo amato Ben riguardo la principessa Maria José che dipinge come: «fisicamente repellente, bruttina di viso». Mah, che dire, sarà forse l’incalzare implacabile della senilità!

Ad ogni modo, anche considerandolo da un’altra prospettiva, questo improvviso invaghimento di Maria Josè di Savoia per il Duce del fascismo suscita qualche legittimo sconcerto se si considera che, secondo le cronache, non fu mai nota per le sue simpatie fasciste, come del resto si evince anche da un’intervista che rilasciò ai cronisti del Corriere della Sera nel 1998 in cui affermò senza tema di smentita che:

Mussolini aspettava con impazienza il momento propizio per sbarazzarsi del re Vittorio Emanuele III e forse anche dei Savoia… Mussolini mi aveva anche detto un giorno che mio figlio non sarebbe più stato principe ereditario. Non ho mai voluto essere fascista, non mi piace essere obbligata. Mi piace essere libera, la libertà sempre. C’è poca libertà in questo mondo”. (Barzini Ludina, Belardelli Giovanni, “MARIA JOSE’ Quel che penso di Mussolini”, in “Corriere della Sera” del 18 marzo 1998, pag. 31).

Che dire?… A questo punto ognuno tragga le conclusioni che ritiene più opportune alla luce di alcuni dati di fatto inoppugnabili che la storiografia ha rigorosamente messo in evidenza. Il resto preferiamo lasciarlo al “gossip” che, come al solito, per biechi interessi di bottega continua ad imperversare nel panorama mediatico italiano e non solo!

L’unica cosa che ci vien fatto di pensare, parafrasando il celebre Poeta, “Ai posteri l’ardua sentenza!”.

 

 

 

 

 

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La Grande Storia in prima serata: “Il corpo di Hitler” (stasera alle 21.05 RAI 3)

Il corpo di Hitler

Un’altra imperdibile puntata de “La Grande Storia” dal titolo “Il corpo di Hitler”, In onda stasera alle 21.05 su RAI 3, che chiude il ciclo, per il quattordicesimo anno consecutivo, del racconto in prima serata della Storia e dei suoi protagonisti, curato egregiamente dalla “Struttura Storia” di Raitre, diretta da Luigi Bizzarri.

Buona visione a tutti!


Hitler era vegetariano, igienista, ecologista. Sognava di sconfiggere il cancro, di poter guarire ogni malattia, inseguiva la chimera del corpo perfetto.
Il film documento de La Grande Storia racconta un’immagine inedita e molto particolare del Terzo Reich e del suo Führer, un nazismo le cui parole d’ordine non sono guerra, persecuzione e sterminio ma salute, rispetto per l’ambiente, tutela degli animali, lotta alle malattie.
La Germania degli Anni Venti è un paese all’avanguardia in campo medico, con una ricerca e una tecnologia molto evolute, dalle maglie di questo progresso, prende corpo il folle disegno di Hitler di forgiare un popolo di guerrieri sani, vegetariani e senza vizi. Trasformare i Tedeschi in una nuova razza, selezionata e dominatrice, questa è l’utopia che scaturisce dalla stessa aberrante logica che genera i programmi per l’eliminazione dei malati di mente e per la selezione della razza.
Il nazionalsocialismo si occupa di rendere salubri gli ambienti di lavoro, intraprende una dura battaglia contro il fumo, promulga leggi per la tutela del paesaggio e la salvaguardia dell’ambiente, proibisce la vivisezione, sostiene l’agricoltura biologica, l’alimentazione vegetariana, l’omeopatia e l’abbigliamento naturale, raccomanda lo sport all’aperto, esalta la cultura del nudismo, una filosofia di vita – si dice – con molti punti di contatto con l’ideologia nazista. Il documentario della Grande Storia mostra le rare immagini del più grande campo nudista del mondo, appena fuori Berlino. È organizzato dal movimento naturista tedesco, fondato da Adolf Koch nel 1921, durante il nazismo raggiungerà oltre 300 mila seguaci in tutta la Germania.
Il nostro corpo appartiene alla nazione!
Il nostro corpo appartiene al Führer!
Abbiamo il dovere di essere sani!

Così recita uno slogan della Hitlerjugend, la “Gioventù hitleriana”.
E Hitler ribadisce “Sta crescendo una nuova splendida generazione. Indossano tutti la stessa camicia bruna. Sembrano usciti tutti dallo stesso uovo”.
Il Terzo Reich s’incarica di forgiare questa splendida gioventù omologata.  Ma il suo Führer è un uomo tutt’altro che sano e perfetto, è un uomo dal corpo sempre più stanco e malandato, afflitto da fobie e malattie reali e immaginarie.
Per la prima volta la salute del Führer è ricostruita attraverso i diari di un testimone d’eccezione: il medico personale, Theodor Morell, al fianco del Führer dal 1936 al 1945. I suoi appunti, le analisi, le cartelle cliniche sono documenti esclusivi, materiali originali, microfilmati e conservati negli Archivi Nazionali di Washington, materiali mai mostrati fino ad oggi in televisione.
Dissenteria, sclerosi coronarica, Parkinson, il declino fisico di Hitler descrive una parabola simmetrica all’inesorabile e definitivo declino del Terzo Reich. Finché dalle macerie fumanti della Cancelleria di Berlino emergerà un corpo di sesso maschile semi carbonizzato repertato dai servizi segreti sovietici come cadavere di Hitler.
Quei resti, che sono la prova della morte del dittatore nazista, non verranno mai mostrati a nessuno. Se li contenderanno i vari servizi segreti russi nell’immediato dopoguerra. Saranno per Stalin un tabù, un affare “che scotta”, una questione di stato.
Rinchiusi in casse per munizioni, inizieranno un lungo viaggio attraverso la Germania dell’Est e, senza mai raggiungere Mosca, saranno un ultimo, inutile, trofeo di guerra.

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Intervista di Antonio Gaspari a Giovanni Preziosi: “Le famiglie ebree che Pio XII nascose al Gianicolo”

Riporto qui di seguito l’intervista che ho rilasciato ad Antonio Gaspari per l’agenzia internazionale “Zenit” in cui si dà conto delle mie ricerche storiche che sto conducendo attualmente.

Buona lettura a tutti!

imageZENIT – 23 AGOSTO 2011

 

Le famiglie ebree che Pio XII nascose al Gianicolo

Nuove conferme dell’opera di assistenza agli ebrei

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 23 agosto 2011 (ZENIT.org).- Dalle ricerche svolte da Giovanni Preziosi risulta che anche La Società del Sacro Cuore, situata al Gianicolo a Roma, nascose e protesse famiglie ebree, su diretta sollecitazione e indicazione di Pio XII.

In un articolo pubblicato da L’Osservatore Romano lo scorso 11 maggio, Giovanni Preziosi ha raccontato di aver svolto una accurata ricerca nell’archivio Generale della Società del Sacro Cuore, dove ha rinvenuto dei documenti rimasti finora nascosti. Si tratta del Giornale della Casa ‘Villa Lante’, nel quale le religiose annotavano tutti gli avvenimenti che di giorno in giorno riguardavano l’istituto, a quel tempo sotto la guida spirituale della superiora generale di origini ispaniche Manuela Vicente, coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti. Le due suore si occuparono degli aspetti logistico-organizzativi per facilitare l’ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti altri antifascisti.

Secondo i documenti trovati da Preziosi, le suore svolsero quelle attività su indicazione dell’allora Pontefice Pio XII. Sembra infatti che il Papa fosse in ottimi rapporti con questa congregazione religiosa, perché già negli anni Trenta, quando era Cardinale, gli era stato affidato il ruolo di protettore della Società del Sacro Cuore.

L’autore di queste ricerche è un quarantunenne di Torre del Greco. Laureato in Scienze politiche è impegnato in ricerche di carattere storico. Nel 2006 ha pubblicato “Sulle tracce dei fascisti in fuga. La vera storia degli uomini del duce durante i loro anni di clandestinità” ed i saggi: L’affaire Rossoni: un ministro del duce rifugiato politico presso il Santuario di Montevergine (“Annali Cilentani” – Studi e Ricerche sul Mezzogiorno minore, n. 2 del 2001) e Operazione conventi: le ratlines vaticane per l’espatrio clandestino degli ex gerarchi fascisti. L’affaire Rossoni (“Elite e Storia” – Rivista Semestrale di Studi Storici, n. 2 del 2003).

Giovanni Preziosi collabora con “la Civiltà Cattolica” e, sporadicamente, con “L’Osservatore Romano”. Molte delle sue ricerche sono pubblicate sul blog http://giovannipreziosi.wordpress.com/.

Considerando l’attualità e l’interesse per di tali ricerche ZENIT lo ha intervistato.

Cosa raccontano i documenti da lei rinvenuti nell’archivio generale dell’Istituto di diritto pontificio Società del Sacro Cuore?

Preziosi: Questi documenti, del tutto inediti, che ho rinvenuto in seguito ad una paziente e meticolosa spigolatura nell’archivio Generale della Società del Sacro Cuore – un istituto di diritto pontificio che sorge sul Gianicolo, fondato agli inizi del 1800 da Madeleine-Sophie Barat –, si sono rivelati a prima vista subito di notevole interesse dal punto di vista storiografico proprio perché contribuiscono a gettare un ulteriore fascio di luce sulla vexata quaestio relativa ai cosiddetti “silenzi” di Pio XII in merito alla Shoah dimostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, come fosse fallace e destituita di qualsiasi fondamento la tesi – balzata prepotentemente agli “onori” della cronaca negli anni ‘60, ed in seguito alimentata ad hoc da più parti fino ai nostri giorni secondo la quale il papa avrebbe seguito cinicamente questa politica del “silenzio” semplicemente per biechi calcoli di interesse e preoccupazioni diplomatiche. Tali polemiche, tuttavia, ritengo che abbiano giovato al progresso della ricerca storica, in quanto proprio in questi ultimi tempi – anche in virtù della ricerca di cui ho dato conto su “l’Osservatore Romano” e l’apertura di vari archivi, compreso in parte l’Archivio Segreto Vaticano – nuovi studi, in realtà, attestano che la voce del pontefice fu l’unica a levarsi in difesa di quanti erano perseguitati. Prova ne sia, ad esempio, proprio il Giornale della Casa di “Villa Lante” e il diario, scritto meticolosamente da suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón nel chiuso della sua cella, dai quali si apprendono particolari finora rimasti avvolti nel mistero e nascosti tra le brume di questi archivi. Si apprende, infatti, il ruolo di primo piano svolto da questa congregazione religiosa, mediante la madre superiora Manuela Vicente – abilmente coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti, che su espressa sollecitazione di Pio XII – tramite il Sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità per gli affari ordinari, mons. Giovanni Battista Montini – si adoperarono per offrire degna assistenza e ospitalità a numerose persone e, in alcuni casi intere famiglie, in prevalenza di religione ebraica che, proprio per tale motivo, erano ferocemente perseguitati dai nazi-fascisti e correvano il rischio di essere deportati negli esecrabili campi di concentramento tedeschi allestiti per la cosiddetta “soluzione finale”.

In che modo le suore nascosero e protessero gli ebrei e i perseguitati?

Preziosi: Alla sua domanda preferirei far rispondere direttamente suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón, la quale scrive, con dovizia di particolari, nel suo diario: “Avevamo nel nostro giardino una catacomba, che esisteva già, come rifugio. Questa catacomba era molto grande. Poco dopo qualche famiglia conoscente o amici della nostra comunità, dormirono nel rifugio della casa madre”. Davvero rocambolesca appare poi la minuziosa descrizione dell’episodio che coinvolse la famiglia Sonnino, che da poco si era rifugiata nella Casa della Societa del S. Cuore. Lasciamo ancora una volta la parola a suor Maria Teresa che scrive: “Ho detto che tra i nostri rifugiati vi era una giovane donna con sua figlia. Suo marito, e credo suo figlio, erano rifugiati al Collegio Orientale dei Gesuiti in Piazza Santa Maria Maggiore. Una mattina il padre Gordello S.J. che conosceva bene questa famiglia Sonnino e che aveva convertito al cristianesimo, venne da noi e mi disse: Occorre annunciare una triste notizia alla signora Sonnino. Suo marito è morto in seguito a una crisi cardiaca questa notte. All’inizio della notte i soldati tedeschi sono venuti a fare una perquisizione da noi (C’erano abbastanza rifugiati, ebrei ed altri). Come l’Orientale [l’omonimo Collegio dei gesuiti] comunica dall’interno con il Collegio Russo (il Russicum è anche dei Gesuiti) noi li abbiamo fatti passare di là […]”.

Tuttavia l’improvvisa irruzione dei soldati nazisti si rivelò fatale per il signor Sonnino che stava ancora smaltendo i postumi di un’altra grave crisi cardiaca che aveva accusato qualche mese prima. “Noi ci siamo messe a pregare presso di lui – scrive, con dovizia di particolari, suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón –, quando [improvvisamente] i soldati tedeschi sono entrati [e] abbiamo detto loro: Attenzione! Qui c’è un defunto”. E conclude tirando un sospiro di sollievo: “Hanno guardato senza far niente”. Questa encomiabile opera di assistenza e ospitalità fornita dalle suore della Società del Sacro Cuore viene suffragata anche dal Giornale della Casa della Società del S. Cuore di Gesù, laddove si legge, in una nota autografa che reca la data dell’11 ottobre 1943: “Giornata di gran lavoro da una parte e di gran terrore dall’altra!… Mentre su tutte aiutano a sgombrare la sala della scuola dalle panche, tavolini, lavagne e ridurla a camera da letto, giù in portineria è un succedersi di giovani spaventati che chiedono per pietà di essere messi al sicuro dai tedeschi che vogliono deportarli in Germania. La Rev.da Madre e la Madre Economa scendono per calmarli, consigliarli, rassicurarli: è stata una mattinata di ansia da una parte e di tanta materna bontà e comprensione dall’altra. C’è un fuggi fuggi: gli uomini temono di essere presi dai tedeschi e corrono a nascondersi, o almeno a mettere al sicuro la moglie e figliuoli […] la sala della scuola ben arredata accoglie intere famiglie con bambinaie nella sala da pranzo e nella precedente tre tavole riuniscono grandi e piccole dai due ai sessant’anni e più; vi sono moglie e madri di diplomatici, di militari, ex alunne…”. Nel mesi successivi, per la precisione il 5 giugno 1944, la Superiora Generale, ricevette finanche la visita di una personalità di spicco dell’aristocrazia, stiamo parlando della marchesa Caterina Leonardi di Villacortese Dama di Corte niente meno che di S.A. la Regina Elena di Savoia, la quale giunse a “nome di Sua Maestà per ringraziare madre Manuela Vicente dell’ospitalità che aveva concesso a sua sorella, la principessa Milica [Petrović Romanoff], Gran Duchessa di Russia”, tenuta scrupolosamente lontano da occhi indiscreti al punto che perfino le altre consorelle della comunità ignoravano la sua vera identità per tutto il periodo della sua permanenza presso la casa di Trinità dei Monti.

Infatti, su espresso desiderio della S. Sede, Madre Manuela Vicente aveva accettato ben volentieri di offrire “ospitalità alla principessa Milica che, nella sua duplice veste di sorella della Regina d’Italia, e moglie del Granduca di Russia Pietro Nikolaevič era sospettata dagli ‘occupanti tedeschi’… e [tutto] si è fatto per nasconderla, solo le Madri sapevano il vero nome di questa principessa reale”.

Il Pontefice Pio XII era al corrente della cosa?

Preziosi: Leggendo questi documenti direi proprio di si. Si noti bene questa data: 6 ottobre 1943. Ebbene, dai documenti degli archivi dell’Office of Strategic Service declassificati alcuni anni or sono risulta che le forze alleate, proprio dal 6 ottobre 1943, mediante il cablogramma numero 19 erano al corrente del dispaccio segreto con il quale Hitler aveva pianificato il destino degli ottomila ebrei romani, ordinandone la deportazione nei campi di sterminio tedeschi per essere definitivamente «liquidati». È interessante notare la scansione cronologica di questi avvenimenti che coincidono sorprendentemente con la circolare vaticana del 25 ottobre 1943, rivelata dall’attuale segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, in cui si “forniva l’orientamento di ospitare gli ebrei perseguitati dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, di aprire gli istituti e anche le catacombe”. Com’è noto pochi giorni dopo, il 16 ottobre, si verificò l’ignominioso rastrellamento del ghetto ebraico di Roma. Dunque, come si evince in modo incontrovertibile da questi documenti, gli alleati erano perfettamente al corrente, e con ben dieci giorni d’anticipo, del piano scellerato che i tedeschi stavano per mettere in atto. Occorreva dunque far presto e, pertanto, non sembra del tutto azzardato ipotizzare che, attraverso qualche canale diplomatico, anche l’entourage vaticano fosse venuto a conoscenza di questa notizia. Del resto non si potrebbe spiegare diversamente la sollecitudine con cui Pio XII, tramite monsignor Giovanni Battista Montini, aveva esortato la superiora generale della Società del Sacro Cuore Manuela Vicente ad allestire adeguati rifugi presso le proprie case religiose allo scopo di dare asilo agli ebrei perseguitati.  È interessante notare poi cosa accadde il 29 maggio del 1944. Si legge, infatti, nel Giornale della Casa che: “Un’opera di zelo obbligò ieri la Rev.da Madre ad andare in Vaticano per ottener modo di salvare un’anima quasi restia alla grazia, ma il Signore ha esaudito le nostre preghiere e da una buona lettera sappiamo che la premura delle Madri e di S. E. Mons. Montini della Segreteria di Stato non sono state vane e il pericolo è allontanato. Vera grazia dello Spirito Santo!…”.

Che tipo di rapporti aveva il Papa con la congregazione religiosa della Società del Sacro Cuore?

Preziosi: Anche in questo caso è interessante rilevare come prima di ascendere al soglio pontificio, l’allora Cardinale Eugenio Pacelli era neanche a farlo apposta il cardinale protettore di questa congregazione religiosa. In effetti i rapporti idilliaci tra Pio XII e la Società del S. Cuore risalivano fin dagli anni Trenta allorché all’allora Cardinale Pacelli era stato affidato per l’appunto il ruolo di protettore di questa congregazione e, in seguito, si erano vieppiù consolidati con la madre superiora Manuela Vicente ragion per cui tutto lascia supporre che furono proprio questi solidi rapporti di fiducia ad indurre il pontefice a rivolgersi senza alcuna esitazione alle suore della Società del S. Cuore per assicurare un rifugio sicuro ad alcune persone di religione ebraica perseguitate dai nazi-fascisti. Il Vicariato intratteneva canali privilegiati con la Superiora della Comunità madre Yvonne De Thélin, mentre il Vaticano interpellava direttamente la Superiora Generale. Inoltre, si deve anche tener conto che il direttore della Congregazione era un ecclesiastico del calibro del gesuita Padre Tacchi Venturi, passato alla storia per il suo ruolo di maîtres à penser e raffinato interlocutore tra la Santa Sede e il regime fascista. 

Quali prove dimostrano che la Santa Sede ha avviato e coordinato la rete di assistenza ad ebrei e perseguitati?

Preziosi: Le prove che attestano, al di là di ogni ragionevole dubbio, il coinvolgimento della Santa Sede nel coordinamento di questa sofisticata rete di assistenza a beneficio degli ebrei sono contenute proprio nel Giornale della Casa «Villa Lante» della Società del Sacro Cuore, nel quale le religiose annotavano tutti gli avvenimenti che di giorno in giorno riguardavano l’istituto, a quel tempo sotto la guida spirituale della superiora generale di origini ispaniche Manuela Vicente, sagacemente coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti – dal quale apprendiamo, in data 6 ottobre 1943, un particolare davvero molto interessante. «La Rev.da Madre [Manuela Vicente] – si legge – è stata chiamata in Vaticano; si è recata con Sorella Platania alla Segreteria di Stato dove S. E. Mons. Montini l’ha pregata, in nome del Santo Padre, di alloggiare tre famiglie minacciate, come molte altre, di essere prese dai tedeschi. Ha pure offerto un’automobile, affinché la Madre possa andar subito alla Casa Madre per chiedere i dovuti permessi. […] Già una 15ª di persone alloggiano a Betania e la Rev.da Madre studia il modo di trovare altri buoni posti per meglio entrare nei desideri del Santo Padre che si degna darle tanta fiducia».

In effetti questa tesi viene suffragata anche nel diario scritto da suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón che dichiara apertamente: “Noi sapevamo che il Santo Padre aveva aperto le porte del Vaticano ai rifugiati, soprattutto agli ebrei, per salvarli dalla persecuzione razzista. Molte case di religiosi e religiose avevano seguito il suo esempio, e le Reverende Madri Datti, Dupont e Perry decisero di nascondere anche dei rifugiati». Inoltre per scongiurare il pericolo delle improvvise perquisizioni nazifasciste all’interno degli ambienti ecclesiastici, la S. Sede provvide a far pervenire a tutti i superiori dei conventi romani un “avviso” firmato dal governatore militare di Roma Rainer Stahel, in cui si dichiarava esplicitamente che l’edificio era sotto le dirette dipendenze della Città del Vaticano e, pertanto, venivano interdette perquisizioni o requisizioni d’ogni genere. In effetti questo documento sembra che fosse pronto almeno fin dal 12 ottobre 1943, come si evince chiaramente da quanto annotato meticolosamente dalle religiose del Sacro Cuore di Gesù nel diario della loro Casa di Villa Lante, in cui si legge quanto segue:“Nell’impossibilità di comunicare con le varie vicarie, potrebbe essere bene far sapere alle Reverende Madri che possono ricorrere all’Ordinario della diocesi, per i permessi… Speciali poteri temporanei sono stati concessi dalla Santa Sede. In realtà molte Madri Vicarie lo sapevano già. Il Vaticano ha fatto dire, che un documento era pronto, attestante che la nostra Casa Madre era riconosciuta come bene della Santa Sede. Nessuna domanda è stata fatta, ma questa protezione sarà ricevuta con riconoscenza. […] Questo attestato potrebbe essere affisso all’interno del portone…”.

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I luoghi della vergogna e dell’orrore nazifascista: via Bellosguardo 8, la “Villa Triste” di Trieste

image“Villa Triste” evoca nell’immaginario collettivo, soprattutto degli ultimi anni della seconda guerra mondiale, uno dei luoghi più lugubri predisposti ad hoc dai nazifascisti, durante la breve esistenza della Repubblica Sociale Italiana, dove furono perpetrate efferate ed ignobili torture ai danni di tanti malcapitati “colpevoli” soltanto di opporsi alle orribili nefandezze commesse in quegli anni roventi da questi loschi figuri. Tra queste autentiche vanno annoverate senz’altro quelli di Trieste, Firenze, Brescia, Biella, Milano e Genova. Proprio la “Villa Triste” di Trieste detiene il triste primato di essere stata la prima città in cui vennero adottati per la prima volta questi metodi criminali in un apposito luogo passato tristemente alla storia con questa inquietante denominazione. In effetti si trattava di un edificio di modeste proporzioni che sorgeva in via Bellosguardo utilizzato, fin dal 1942, oltre che come Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, anche come luogo di interrogatori e di torture. Poco dopo furono adibiti a tale scopo altri locali, denominati anch’essi “ville tristi”: uno soprannominato “dai Gesuiti” e un altro in via Cologna, oggi sede di un comando di carabinieri (gestiti all’epoca, come quelli di via Bellosguardo, dall’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza) dove le grida dei torturati si udivano finanche dalla strada. L’8 settembre 1943 l’Ispettorato aveva sede a Trieste in via Bellosguardo al civico 8 in quella che era già nota come la famigerata “Villa Triste” al comando dell’ispettore generale Giuseppe Gueli che guidava una squadra composta da ben 180 uomini formalmente alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno della Repubblica di Salò ma, in realtà, sottoposto al diretto controllo del comando S.S. di stanza a Trieste.

image«L’ispettorato si distinse per l’uso sistematico della tortura sugli arrestati e la villa di via Bellosguardo divenne nota per le urla dei seviziati che si sentivano dall’esterno. Un’altra sede dell’ispettorato fu l’attuale stazione dei carabinieri di via Cologna a Trieste, che è anche l’unica sede dell’organismo ancora esistente. Da notare che il torturatore più efferato, l’ispettore di polizia Gaetano Collotti (Palermo, 1920 – Treviso, 28 aprile 1945) comandante della famigerata “Banda Collotti”, è stato insignito nel 1954 dalla Repubblica Italiana di medaglia di bronzo al valore per il comportamento tenuto durante un’operazione antipartigiana e che diversi componenti l’ispettorato caduti durante la guerra o nella resa dei conti a guerra finita sono ricordati sulla grande lapide che nell’atrio della Questura di Trieste ricorda i poliziotti caduti nell’espletamento del proprio dovere».

Per un’ulteriore approfondimento su questo  soggetto si rimanda al lavoro scritto, con dovizia di particolari, da Claudia Cernigoi dal titolo: “Operazione foibe a Trieste” (Edizioni Kappa Vu, Udine 1997 ) e al sito web http://nuovaalabarda.org/ dal quale sono state tratte le immagini inserite in questo post.

Va detto, per inciso, che l’ispettore Gueli prima di essere incaricato a svolgere questa funzione aveva fatto parte del corpo di sorveglianza di Mussolini quando si trovava recluso sul Gran Sasso, sostituendo l’ispettore generale Saverio Pòlito, rimasto gravemente ferito in seguito ad un incidente automobilistico. Da quella esperienza, poco lusinghiera, si trascinò dietro con lui a Trieste anche diversi agenti.

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All’indomani della firma dell’Armistizio l’Ispettorato fu momentaneamente sciolto dal governo repubblichino, ma subito dopo fu ricostituito come Ispettorato Speciale affidato sempre alle cure dell’ispettore Gueli il quale, tuttavia, si guardò bene dal mettersi in luce in prima persona, restando opportunamente in disparte e lasciando che a compiere il “lavoro sporco” fosse un giovane e ambizioso vicecommissario, tale Gaetano Collotti.

Nel febbraio del 1944 il prefetto di Trieste Tamburini nominò maresciallo lo squadrista Sigfrido Mazzuccato, incaricandolo di costituire un reparto di polizia ausiliaria (la squadra politica che avrà sede nella via San Michele, nota anche come “squadra Olivares” [23]) all’interno dell’Ispettorato stesso. Di questo corpo fecero parte circa 200 ausiliari, per lo più squadristi locali; di essi 170 erano pregiudicati per reati comuni. Il reparto fu sciolto nel settembre del ‘44 per ordine delle autorità germaniche e lo stesso Mazzuccato fu spedito in Germania: aveva commesso tali e tante nefandezze da far inorridire persino le S.S. [24].
Dagli atti del processo Gueli, avvenuto nel dopoguerra [25], stralciamo le seguenti testimonianze.
Testimonianza del dottor Paul Messiner, austriaco, che nel 1944 ricopriva la carica di capo-sezione Giustizia del Supremo Commissariato della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico:
«Mi è stato riferito che nell’anno 1944 l’Ispettorato di P.S. di via Bellosguardo, trasferitosi dopo in via Cologna, procedette all’arresto dei fratelli Antonio e Augusto Cosulich (armatori che avevano finanziato il C.L.N., n.d.a.). Il barone Economo si rivolse al Supremo Commissario dott. Rainer per ottenere l’immediato trasferimento dei detenuti dall’Ispettorato alla sede delle S.S. di piazza Oberdan, a causa dei noti sistemi di tortura dei detti agenti italiani, usati contro patrioti. Il Supremo Commissario accolse subito la richiesta e disse che la polizia tedesca non usava i metodi crudeli e le sevizie escogitati dall’Ispettorato [26]… Ho saputo da diverse persone e tra queste dall’avv. Tončič, che la polizia italiana usava metodi barbari e sadici contro i detenuti. Ho parlato e fatto rapporto scritto al dott. Rainer… Mi sono state date assicurazioni in merito. (…) Il giudice Anasipoli sa che ho fatto arrestare due agenti dell’Ispettorato pur non rientrando nelle mie attribuzioni. (…) Ho dato ordine che i tribunali provinciali italiani non potessero giudicare antifascisti e che se avessero violato tale ordine sarebbero stati arrestati. (…)».
Poi c’è la testimonianza del giudice Anasipoli, allora giudice di collegamento tra la Corte di Appello, Procura Generale, e la sezione giudiziaria retta dal dott. Messiner:
«Ricordo che un giorno il dott. Messiner ebbe casualmente a comunicarmi di essere stato costretto a far arrestare due funzionari di P.S. dei quali ricordo il nome del Mazzuccato Sigfrido (l’altro era Miano Domenico, n.d.a.)… E ciò in seguito a numerose lagnanze presentategli relativamente a maltrattamenti violenze, percosse usate da detti agenti contro persone arrestate».
Nazisti tutori dei diritti civili a Trieste, dunque? Forse no, vediamo la testimonianza dell’avvocato Tončič:
«Slavik mi disse di aver fatto un esposto al capo della sezione giustizia dell’ex-Commissariato dott. Paul Messiner e me lo mostrò. In tale esposto oltre a narrare quanto contro di lui era stato commesso dagli agenti (dell’Ispettorato, n.d.a.), espose anche i maltrattamenti e le violenze carnali commesse ai danni di una ragazza diciassettenne e di una signora di Trieste… Il dott. Slavik fu arrestato poco tempo dopo dalle S.S. germaniche e deportato a Mauthausen dove purtroppo trovò la morte».
Racconta invece Pietro Prodan, che fu arrestato sedicenne, nel 1944, assieme alle sorelle Nives e Nerina: «Tra i poliziotti che procedettero al nostro arresto c’era anche Sigfrido Mazzuccato». Dopo un mese e mezzo di sequestro in via Bellosguardo, dove furono picchiati tutti e tre, anche da Collotti in persona, «mi hanno portato in Germania al campo di Buchenwald dove sono stato liberato dagli alleati. Nello stesso campo di concentramento è venuto nel novembre del 1944 anche il maresciallo Mazzuccato che la vigilia di Natale è stato, verso mezzanotte, trasportato nel forno crematorio e gettato in esso. Ho visto coi miei occhi la cartella scritta dai tedeschi in cui si diceva: “Mazzuccato, deceduto per catarro intestinale il 24 dicembre 1944”».

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Ma chi era, in realtà, l’ufficiale di Pubblica Sicurezza (sic!) Gaetano Collotti?

A ventidue anni è un vice commissario in servizio all’Ispettorato di Pubblica Sicurezza di Trieste con un organico di circa 180 uomini[1]. Nell’ufficio di investigazione speciale destinato alla lotta contro l’estremismo politico in opposizione al regime fascista, si contraddistingue nell’aprile del 1943 quando viene coinvolto in una sparatoria contro i partigiani sloveni, uccidendone uno, ferendone un altro e catturandone un terzo. Diversamente da altri suoi colleghi che dopo l’8 settembre, passeranno nelle file dei partigiani, Gaetano Collotti aderisce alla Repubblica Sociale Italiana. All’interno dell’Ispettorato che ha sede a Trieste, in via Bellosguardo n. 8, nella cosiddettaVilla Triste” e che ha come comandante Giuseppe Gueli, crea la cosiddetta “Banda Collotti”. Verso la fine della guerra, tenta la fuga, ma è catturato ad un posto di blocco con un carico d’oro a Olmi di San Biagio di Callalta (TV) assieme ad alcuni suoi agenti e all’amante in attesa di un figlio. Tutti furono portati alla Cartiera di Mignagola. I partigiani li eliminarono, compresa la donna, e l’oro scomparve, diviso tra partigiani democristiani e comunisti. L’8 settembre entra nel Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste del quale viene nominato presidente il 13 giugno 1944, dopo che il primo comitato era stato annientato dai nazifascisti. Si impegna attivamente nell’organizzazione delle formazioni resistenziali nel loro finanziamento e approvvigionamento di armi e viveri.

imageLa sera del 7 febbraio 1945 in via Battisti, presso la sede della rivista «Vita Nuova» che dirigeva, proprio mentre stava raccogliendo le sue poche cose per trasferirsi presso i padri spagnoli, luogo ritenuto più sicuro, don Edoardo Marzari (Capodistria, 28 ottobre 1905 – Trieste, 6 giugno 1973) cadde nella rete ordita astutamente proprio dal commissario di polizia Gaetano Collotti. Immeditamente  fu tratto in arresto e ristretto nel carcere del Coroneo, dove subì ignominiose vessazioni e torture ad opera delle SS della Gestapo nel vano tentativo di riuscire ad estorcergli qualche nome dei suoi compagni. Provvidenzialmente, nella notte di domenica 29 aprile successivo, riuscì a riacquistare la libertà grazie ad un tempestivo intervento dei partigiani della Brigata Ferrovieri, che subito lo condussero presso la sede del comando militare del Cln dove, l’indomani, s’incaricò egli stesso di emanare dalla prefettura l’ordine d’insurrezione che avrebbe determinato la liberazione di Trieste.

Per saperne di più in merito a questa triste vicenda che riguardò la cosiddetta “Ville Triste” di Trieste, vi lascio alla lettura di questo articolo scritto, con dovizia di particolari, da PAOLO RUMIZ e pubblicato proprio quest’oggi sul settimanale “L’Espresso” che, inevitabilmente, suscita nel lettore un certo coinvolgimento emotivo offrendo lo spunto per una puntuale riflessione quanto mai doverosa su questi efferati episodi sovente relegati nel dimenticatoio e rimossi dalla memoria collettiva. 

 

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LA REGINA DI “VILLA TRISTE”. L’EBREA TRIESTINA CHE SUPERÒ LE TORTURE.

Nella sua città Paolo Rumiz ritrova il luogo dove sorgeva la sua prima casa degli spiriti. Una dimora ebrea abbandonata quando Mussolini proclamò a Trieste le leggi antirazziali. Oggi è stata rasa al suolo. Una donna che lì aveva abitato e che lì era stata torturata dai fascisti per tre mesi racconta la sua storia

La mia prima casa degli spiriti la trovai cinquant’anni fa a Trieste, a due passi da casa. Per andare a scuola, scendevo a piedi lungo una via di nome Bellosguardo. Un mattino c’era un bel sole e io ero in buon anticipo sui tempi, così mi misi a osservare con attenzione le case intorno. Subito mi accorsi che alla strada mancavano alcuni numeri pari. Fra il 6 e il 12 c’era un vuoto e i segni di una casa abbattuta.
Passai la mattina a scuola con quell’enigma sullo stomaco, e al ritorno chiesi ai miei se ne sapevano qualcosa. “C’era una villa di ebrei, abbandonata con le leggi razziali” dissero. Quelle leggi, avrei saputo più tardi, Mussolini le aveva proclamate a Trieste, la città con la più grande comunità ebraica d’Italia.
C’era una casa, dunque. Perché era stata rasa al suolo? Perché quel vuoto numerico non era stato riempito? Quali fantasmi abitavano il luogo? I passavo e ripassavo in cerca di risposte per via Bellosguardo, dove venivano velocemente costruite nuove villette. Solo anni dopo risolsi l’enigma, quasi per caso. In guerra l’edificio era stato requisito dai torturatori fascisti per i loro interrogatori. Il capo era tale Gaetano Collotti, un tipo distinto che andava a messa ogni mattina prima di iniziare il lavoro. Per non far sentire le urla dei disgraziati – in gran parte sloveni del Carso e altri antifascisti di lingua italiana – faceva sparare intorno musica ad alto volume.
Quando mi dissero che il luogo era chiamato “Villa Triste”, sobbalzai. Ma certo, tutto quadrava. La famosa “Villa Triste” che sembrava far rima con Trieste. In molti mi avevano già fatto quel nome, ma nessuno mi aveva indicato un sito preciso. La casa si era smaterializzata, pochi sapevano veramente dove si trovasse. E io l’avevo avuta per anni sotto il naso. Chi l’aveva fatta abbattere? Perché non era stata posta una lapide? Chi copriva quell’orrore? Tutto indicava la fretta di cancellare la memoria. Capii che a Trieste, con Tito alle porte, l’anticomunismo patriottico aveva oscurato l’antifascismo e la Resistenza. Constatai che gli orrori delle foibe aveva finito per occultare i misfatti di gente come Collotti.
Dei sopravvissuti alle torture nessuno si occupava, salvo ricercatori di nicchia e la comunità slovena. Quell’amnesia mi divenne col tempo insopportabile e un giorno decisi di cercare per conto mio. Villa Triste non c’era più, ma i torturatori nel ’44 si erano trasferiti altrove, in una stazione dei Carabinieri poi dismessa negli anni Novanta, in via Cologna al numero 8. L’edificio c’era ancora. Ci andai, tutto era quasi intatto. Le cantine con le feritoie dove non era possibile stare in piedi. Le grate alle finestre. Le porte, gli infissi, gli abbaini della soffitta, il secondo piano quasi intatto. Gente era morta lì dentro, qualcuno si era suicidato buttandosi nel cortile, ma i CC avevano convissuto tranquillamente con i fantasmi, probabilmente ignorandoli.
Una lapide, almeno lì, era stata posta. Molti anni dopo. Non mi bastava, cercavo i sopravvissuti e fu una giornalista della Rai slovena ad aiutarmi, Loredana Gec. Mi fece un nome: Sonia Amf Kanziani, nata il 20 gennaio del 1927 a Smarje presso Trieste, torturata per tre mesi in via Bellosguardo e grande invalida. Le telefonai. Rispose con voce ferma “Venga domani” e io fui subito in ansia per quell’incontro. Temevo di riaprire ferite, immaginavo il confronto con un corpo segnato dal dolore e dal rancore, il fantasma di una donna. L’indomani salii le scale con trepidazione e quando la vidi, lì ad aspettarmi sul pianerottolo dell’ultimo piano, rimasi senza fiato. Appoggiata alla ringhiera c’era una regina, dal portamento eretto di una cinquantenne sana, gli zigomi forti e gli occhi verde-foglia pieni di luce. Tutto in lei diceva una cura meticolosa di sé. L’abito, la collana, l’anello, la pettinatura, lo smalto delle unghie, l’ordine perfetto della casa. Era quella la sua rivincita.
“Non si fidi dell’apparenza”, disse. “Per darle la mano, devo sollevare il braccio destro con la mano sinistra”. Il suo corpo, apparentemente perfetto, era tenuto in piedi da cure assidue, quattro mesi d’ospedale all’anno. Aveva tredici cicatrici nei polmoni e una tubercolosi passata alle ossa. Avevo scolpita davanti l’immagine stessa del Secolo Breve. Sonia viveva sola. Aveva perso il marito da trent’anni. Il padre era stato ucciso dai fascisti negli anni Trenta, con una bottiglia di nafta ficcata in gola. Il fratello era morto combattendo con la Resistenza. La mamma gliel’avevano liquidata i partigiani, sospettosi di una combutta con i fascisti. Parlò, a bassa voce, e il discorso discese come un fiume, senza rancore e senza lacrime, come se riguardasse un’altra persona. Presi appunti senza fare domande.
Le carceri erano le cantine dei gesuiti. Si stava in otto in uno spazio di quattro metri quadrati con un bugliolo maleodorante. La brodaglia del pranzo brulicava di vermi. Sonia venne portata quotidianamente a Villa Triste, dove le furono rotti i piedi, cavate le unghie e chiuse le mani nelle porte. Le vertebre furono lesionate. Il peggio, mi disse, erano le urla altrui, quelle degli uomini soprattutto, quando venivano loro bruciati i testicoli con un ferro rovente. “Mi ustionarono la nuca e i capezzoli con sigarette, e mi sottoposero alla tortura della panca, un tubo che ti riempiva d’acqua e poi una pressione sulla pancia che ti svuotava attraverso naso, bocca e orecchie”.
“Un giorno mi appesero con altre tre donne. Avevamo solo gli alluci che toccavano terra. Guardi, porto ancora ai polsi i segni delle corde. Ci picchiavano e Collotti guardava, impassibile. Diceva: se parli ti aiuteremo. Ma aveva due cani lupo pronti a strapparci la carne. A un tratto mormorai in sloveno: Gesù, a te ti hanno tormentato per tre giorni, io sono qui da tre mesi. Tu ci hai messo tre ore a morire, io muoio ogni giorno… Allora mi percossero ancora più forte, gridando che non dovevo parlare quella lingua schifosa. Furono in molti a vedermi uscire svenuta e piena di sangue dalla stanza. A guerra finita un medico mi visitò e mi chiese come avevo fatto a uscire viva da una simile pena”.
Continuò: “Scappai col ribaltone del 25 luglio ’43. Un carceriere lì mi disse: vai, ora o mai più. Fui nascosta da un contadino, che aveva già cinque figli cui badare. Mi salvai così”. Ma la moviola della memoria non si fermava, viaggiò all’indietro fino alla morte del padre, obbligato a bere nafta dai fascisti. “Tornò a casa, ci mise a letto e ci suonò come sempre la ninnananna col violino. Poi crollò a terra con lo stomaco perforato. Morì tre giorni dopo, non aveva ancora trent’anni”. Sorrise: “Chi ti crede se racconti questo? Nessuno… Nemmeno ora che le prove ci sono…”. Chiesi della vecchia casa. Rispose: “E’ rimasta viva solo una vite secolare. Tutto il resto è andato”. Tutto, pensai, tranne quei numeri mancanti in via Bellosguardo.

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"La Grande Storia” presenta: “LA PROPAGANDA DEL REGIME” (RAI3 19 agosto ore 21.05)

Cari amici, vi segnalo un’altra puntata assolutamente da non perdere de “La Grande Storia” in onda il prossimo venerdì su Rai 3 realizzata dall’ottimo Enzo Antonio Cicchino. 

Propaganda

In onda venerdì 19 agosto 2011 alle 21.05

di Enzo Antonio Cicchino, collaborazione di Marina Basile, consulente Pasquale Chessa, ricerche Emanuele Colarossi, musiche originali Fabrizio Mancinelli, montaggio Claudio Cittadini

 

Pochi uomini al mondo hanno utilizzato con maestria la comunicazione scritta, verbale, fotografica e cinematografica come Benito Mussolini. E pochi ancora hanno come lui compreso la necessità di associare la propria immagine a icone fortemente emotive e positive che accendono la fantasia delle masse. Mussolini è consapevole che per radicarsi nel cuore degli italiani deve agire sulla loro pancia, con simboli di forza, coraggio, generosità.

Dopo il successo dello slogan: “meglio un giorno da leone che cent’anni da pecore!” il proprietario di un circo equestre, gli regala un cucciolo di leonessa, chiamata Italia. Le sue foto con Italia fanno il giro del mondo e la Gaumont gli dedica un vigoroso cinegiornale. E’ l’incipit della accurata creazione del mito. Un mito così al di la del vero che finirà con il credervi lui stesso.
La propaganda del regime si articola imbrigliando tutte le forme di comunicazione, dalle tradizionali come la stampa e la fotografia ma anche emergenti come la radio ed il cinema. In entrambi gli ambiti porta novità. Per la stampa nascono nuove testate dirette da fascisti. Per la radio si fonda l’EIAR, i cui programmi di intrattenimento sono sviluppati con la supervisione dell’Ufficio per la Stampa e Propaganda prima, dal Ministero della Cultura Popolare poi. Quelli di informazione supportati dalle notizie diramate dalla Agenzia fascistizzata Stefani, a cui d’ora in poi devono attenersi anche i giornali.
Per il cinema si compie una operazione doppiamente innovativa. Si inventa il cinegiornale italiano e fascista, si crea una istituzione che lo produce: l’Istituto Luce, responsabile sia della immagine cinematografica che fotografica di Mussolini, che si raccomanda debba essere centrale in ogni circostanza della realtà. Anzi il Duce può essere fotografato solo in situazioni che lo rendono protagonista, gli danno risalto e lo immergano nel proverbiale bagno di folla.
Gli ordini sono tassativi: evitare immagini poco significative o che addirittura lo vedano in situazioni tragiche, per esempio alluvioni, terremoti, morti, o in momenti in cui compie gesti violenti di rimprovero, tantomeno va ripreso accanto a monache e preti, essendo superstizioso. Tutte le immagini di cui è protagonista devono essere positive.
Non solo controllo dell’informazione. Ma anche del cinema di evasione, commerciale, i cui contenuti non devono offendere il fascismo tantomeno alludere indirettamente al suo capo in modo indegno. Al contrario di quanto avviene per Stalin, la propaganda del regime ha la sottigliezza di non produrre alcun film in cui sia presente un attore che interpreta Mussolini. Si preferisce produrre un colossal nel quale gli si alluda, magnificandolo: Scipione l’Africano! E’ naturale che tutti vedano nel condottiero romano che batte Annibale a Zama la figura di Mussolini conquistatore dell’Etiopia.
La propaganda opera capillarmente, creando sindacati professionali, mobilitando l’interesse economico delle persone perché sostengano a tutti i costi il regime. Imbriglia le intelligenze che producono cultura, passando ad esse uno stipendio segreto su cui non opera il fisco. Moltissimi sono infatti i giornalisti finanziati dal Ministero della Cultura Popolare.
Ma ciò non basta a Mussolini. Vuole un sistema blindato. Nascono le veline, che sono degli ordini veri e propri trasmessi ai direttori dei giornali che a volte partono direttamente da Palazzo Venezia. Edificio che insieme a Villa Torlonia è gestito come una specie di reggia verso cui si voltano estasiati gli sguardi dei plaudenti.
E’ lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a rompere l’incanto fra Duce ed Italiani. La propaganda lo muterà in condottiero. Ma il condottiero si liquefa. Lo muterà in macchinista, motociclista, aviatore, motore tecnologico! ma si combatterà coi biplani. Il forgiatore del popolo nuovo fascista! Ma lo porterà alla fame, ai bombardamenti, ai disgraziati orti di guerra.
Tutto crolla. Nel grottesco. Nel 1943 l’enorme ventennale fuoco di artificio di parole implode, sgonfiandosi come un grosso pallone per i troppi calci sul campo.

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“Missione in Croazia per conto di Pio XII”: le carte del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai nazisti

Ecco il mio articolo pubblicato sul quotidiano della Santa Sede “l’Osservatore Romano” (Anno CLI n. 183) di mercoledì 10 agosto 2011 nelle pagine di cultura dal titolo “Missione in Croazia per conto di Pio XII”: le carte del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai nazisti.

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Missione in Croazia per conto di Pio XII

le carte del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai nazisti

di Giovanni Preziosi

0810m20aMentre sul continente europeo divampava il secondo conflitto mondiale, merita un’attenzione particolare la missione svolta dall’abate benedettino di Montevergine, mons. Giuseppe Ramiro Marcone che, nell’estate del 1941, fu inviato dalla Santa Sede presso l’episcopato croato, in qualità di visitatore apostolico per tutelare gli interessi cattolici in quel paese, senza trascurare – tuttavia – neanche i normali rapporti con il governo del nuovo Stato balcanico nato l’11 aprile 1941 dalla dissoluzione del Regno di Jugoslavia in seguito all’occupazione militare delle forze congiunte italo-tedesche che, il 16 aprile successivo, misero a capo del nuovo governo il poglavnik ustašha Ante Pavelić. In questo clima esacerbato, il 13 giugno 1941, su proposta del Segretario di Stato della S. Sede, card. Luigi Maglione, giunse l’investitura ufficiale da parte di Pio XII, che lo incaricò di recarsi nello Stato Indipendente di Croazia in qualità di rappresentante papale con la missione di “Visitatore Apostolico presso l’episcopato croato”, anche se in realtà era una sorta di pro-nunzio apostolico, considerato che di solito si faceva precedere al riconoscimento de jure quello de facto. Difatti il Vaticano, generalmente, in questi nuovi Stati non organizzava le circoscrizioni ecclesiastiche, se prima non avevano ottenuto il riconoscimento in ambito internazionale. Per questo motivo il presule benedettino, il 23 giugno successivo, si precipitò a Roma dove fu investito ufficialmente della missione dal S. Padre in persona, come si evince da una nota autografa dello stesso abate Marcone in cui afferma: “Oggi, 23 giugno 1941, alle ore 13 sono stato ricevuto dal Card. Maglione. Mi ha detto che la S. Sede non può riconoscere il regno di Croazia, se non dopo la guerra per ovvie ragioni. Ciò posto, essa non può inviare a Zagabria un suo rappresentante ufficiale. Dall’altro lato gli interessi religiosi di quella nazione richiedono un rappresentante della S. Sede ufficioso, sotto il nome di Visitatore Apostolico. La scelta del candidato a questo ufficio non deve cadere su chi già appartiene alla diplomazia pontificia. Perciò il S. Padre su proposta del Cardinale aveva designato me a tale missione. Ho risposto ringraziando il S. Padre e il Cardinale dell’atto di fiducia; ma ho soggiunto che, avendo io menato sempre una vita di studio e di raccoglimento nel chiostro, temevo di non riuscire nel compito che mi si voleva affidare. Il Cardinale si è sforzato di persuadermi, citando anche il parere di altri che mi conoscevano. Alla fine ho conchiuso che accettavo unicamente per ubbidire al S. Padre”. Difatti, come si evince chiaramente anche dalle minuziose istruzioni impartite dal Segretario di Stato della S. Sede, la missione dell’abate Marcone aveva: “un fine del tutto spirituale e religioso; cioè rendersi conto personalmente, per rendere a sua volta edotta la S. Sede delle particolari necessità spirituali e religiose di quel gruppo di fedeli [ecclesiastici e laici]. Il suo compito pertanto è temporaneo e provvisorio: dura quanto è necessario per preparare una sistemazione ecclesiastica definitiva del territorio che gli viene confidato. Da ciò consegue che il Rev.mo Abbate Marcone soggiornando nel Regno di Croazia, […] si studierà di evitare contatti ufficiali con le Autorità governative, in modo tale che la sua missione sia ed apparisca, com’è desiderio della Santa Sede, di natura strettamente religiosa. […] In particolar modo il Rev.mo Prelato consiglierà e sosterrà Monsignor Stepinać e l’Episcopato nel combattere i funesti influssi che potrebbero esercitare nell’organizzazione del nuovo Stato la propaganda neopagana […]”. Appena prese possesso del suo nuovo ufficio, il solerte visitatore apostolico subito si mise all’opera tant’è che, a distanza di sole tre settimane dal suo arrivo, già fece pervenire alla Santa Sede una dettagliata relazione nella quale descriveva, con dovizia di particolari, la precaria condizione nella quale versavano gli ebrei in Croazia. La replica della Curia romana non si fece di certo attendere, tant’è che il 3 settembre successivo, gli giunse una lettera della Segreteria di Stato nella quale erano contenute precise direttive a cui l’inviato del papa doveva attenersi scrupolosamente. Si leggeva, infatti: “si raccomanda moderazione riguardo al trattamento degli ebrei che risiedono nel territorio Croato”.

In realtà, come scrive nella cronaca don Giuseppe Masucci, già a partire dal 10 febbraio 1942, l’abate Marcone era stato sollecitato ad intervenire, con una certa celerità, presso le competenti autorità ustašha per perorare la causa degli ebrei che stavano per essere avviati verso i campi di concentramento, preludio a quella scellerata “soluzione finale del problema ebraico” formulata nel corso della conferenza di Wannsee del 20 gennaio di quello stesso anno. Questo provvedimento era stato preso su pressione dei nazisti i quali, attraverso il maggiore delle S.S. Hans Helm, avevano proposto di trasferire i prigionieri ebrei nei campi tedeschi dell’est. Il perfido capo della Polizia dello Stato Indipendente di Croazia Eugen “Dido” Kvaternik, naturalmente, fu subito d’accordo, tanto che non ci pensò su due volte ad arrestare gli ebrei e condurli nei campi di sterminio nazisti orientali. Come vile contropartita i tedeschi permisero al governo croato di incamerare tutte le proprietà degli ebrei deportati, i quali furono barattati per trenta Reichsmark cadauno. Il capitano delle S.S., Franz Abromeit, fu inviato in Croazia per soprintendere alle operazioni di trasferimento dei 5.500 ebrei, i quali – tra il 13 e il 20 agosto 1942 – furono prelevati dai campi di concentramento croati e caricati su ben cinque treni per essere destinati ad Auschwitz. Del resto che la situazione stava prendendo una brutta piega già si era capito il 26 febbraio di quell’anno, allorché il ministro degli Interni, Andrija Artuković, al termine di un discorso di fronte al Sabor (il parlamento croato), annunciò che il governo intendeva fare del Nezavisna Država Hrvatska uno stato “frei Juden”. Come naturale conseguenza di questo indirizzo politico ne derivò lo sterminio sistematico degli ebrei, insieme all’espulsione e alla conversione forzata dei serbi ortodossi e alla quasi totale estinzione dei rumeni. Seriamente preoccupato dal precipitare degli eventi, nel tardo pomeriggio del 10 febbraio 1942, il rabbino capo di Zagabria Miroslav Šhalom Freiberger, decise di rivolgersi immediatamente all’inviato del papa. Scrive, infatti, nella cronaca il suo segretario don Giuseppe Masucci: “Il caporabbino dr. Freiberger alle 18 mi si presenta tutto trafelato e mi comunica che la città è piena di manifesti annunzianti la presentazione alla polizia di tutti gli ebrei, senza alcuna distinzione. Gli rispondo che l’indomani avrei chiesto di parlare col Capo della Polizia chiedendo spiegazioni a riguardo. Soggiunse che il caso era molto urgente, perché nella notte avrebbero già arrestati tutti. Allora telegraficamente chiesi a Dido [Eugen Kvaternik] di avere una cosa oltre modo urgente da discutere con lui e che non c’era tempo da perdere; mi dice che potevo andare alle 19. Alle 19 infatti fui da lui e a lungo parlai, implorai, pregai per questi disgraziati ebrei. Feci presente che i matrimoni misti non debbono più considerarsi come ebrei, ma come facenti parte della Chiesa Cattolica. […]

Fu abbastanza pensoso e subito diede ordine di pubblicare sui giornali che quanto recavano e già affisso i manifesti restava abrogato. Che in ogni caso tutti gli ebrei congiunti in matrimonio misto non dovessero ulteriormente essere molestati, anzi di concedere subito la libertà a quei tali, che erano ancora… vivi nei campi di concentramento.

Non pochi di questi sono ora felici nelle loro famiglie e spesso da veri buoni cattolici, mi esprimono la loro gratitudine e l’imperitura filiale devozione verso il Sommo Pontefice, che solo, senza badare né a popolo né a lingua, alza la voce per incitare alla carità e richiamare i responsabili alla giustizia”. Pertanto, in ossequio alle direttive impartite dalla Santa Sede, avvalendosi della preziosa collaborazione del sig. Théodore Schmidlin, del Dipartimento politico federale della Croce Rossa Internazionale, e del primate croato mons. Stepinać, l’abate Marcone, in seguito, si prese la briga di organizzare persino il trasporto di un piccolo gruppo di bambini ebrei – tra cui vi era anche il figlio del rabbino capo di Zagabria – che, attraverso l’Ungheria e la Romania, furono condotti al sicuro nella neutrale Turchia. In segno di gratitudine per i soccorsi prestati, il rabbino Freiberger, il 4 agosto 1942, fece pervenire al pontefice un’accorata lettera con la quale esprimeva la sua più profonda gratitudine per l’abnegazione mostrata da tanti religiosi cattolici verso gli ebrei, auspicando che il Vaticano proseguisse in questa direzione.

“Pieno di rispetto – scriveva in tale circostanza il rabbino Freiberger – oso comparire dinanzi al trono di Vostra Santità per esprimervi come Gran Rabbino di Zagabria e capo spirituale degli ebrei di Croazia la mia gratitudine più profonda e quella della mia congregazione per la bontà senza limiti che hanno mostrato i rappresentanti della Santa Sede e i capi della chiesa verso i nostri poveri fratelli”. Il 23 febbraio 1943, infatti, il visitatore apostolico riferiva alla Segreteria di Stato che il rabbino capo di Zagabria aveva espresso la propria gratitudine alla Santa Sede per l’opera encomiabile compiuta dalla gerarchia ecclesiastica, che si era adoperata per consentire a questo gruppo di bambini ebrei di trovare rifugio in Turchia. In realtà, come risulta dagli appunti trascritti meticolosamente nella sua agenda dall’inviato del papa, grazie ai buoni rapporti allacciati con il poglavnik Ante Pavelić e con alcuni autorevoli membri del suo governo, in più di una circostanza si era prodigato per cercare di alleviare le condizioni degli ebrei croati. Mons. Marcone, scriveva in merito il suo segretario: “si sforzò di essere un elemento di equilibrio, di distensione e di pace [...]. Con tutti difese i diritti della persona umana e quelli della religione (e soprattutto nella persecuzione contro gli ebrei) si rivelò il loro appassionato difensore. Molti ne sottrasse alla forca; molti istradò per regioni più pacifiche; molti beneficò anche materialmente. E di questo diuturno intervento gli furono sempre profondamente riconoscenti”. Difatti, in più di una circostanza, non esitò ad interporre i suoi buoni uffici presso le autorità governative per perorare la causa degli ebrei che, proprio in quel periodo, stavano subendo ignobili ed efferate vessazioni ad opera degli ustašha nei vari campi di concentramento. Pertanto, già il 14 gennaio 1942, approfittando di un colloquio privato con il ministro degli Interni Andrija Artuković, gli chiese la cortesia di trovare il modo per essere ricevuto dal capo dell’ufficio Ordine e Sicurezza Eugene Kvaternik, proprio per affrontare questa delicata questione. Così, il 5 febbraio 1942, l’abate Marcone riuscì a farsi ricevere da Kvaternik, e proprio in tale circostanza espose, senza alcuna reticenza, l’idea che si era fatto del modus operandi degli ustašha, soprattutto nei confronti degli ebrei. In una nota scritta di suo pugno proprio in questa circostanza difatti leggiamo: “Di quanti avevanmi manifestato il loro parere intorno al Capo della Polizia croata, non uno era stato contento, anzi… Eugenio Kvaternik, il Nerone redivivo, così lo avevo definito in seguito a quanto mi raccontavano continuamente circa l’efferato modo di agire di questo sanguinario del secolo XXmo.

L’idolatria della forza è purtroppo un morbo che si ripete nella storia delle aberrazioni umane; ma quello che si dice verificarsi quotidianamente tra il popolo croato contro gli ebrei è qualche cosa di veramente spaventevole. Per questi poveri disgraziati non si adopera più che la forza brutale, senza alcun rispetto alla giustizia. Si entra nelle loro abitazioni, spesso lussuose, si occupa tutto, come roba di nessuno ed i miseri figli di Israello vengono, alle volte mezzo ignudi, trasportati come esseri pericolosi, nei campi di concentramento.

Alcuni giorni fa, parlando col ministro degli interni gli feci presente quanto udivo del modo barbaro di agire contro i poveri ebrei…

Qualche giorno più tardi infatti e precisamente il 5 febbraio 1942 fui ricevuto dal Kvaternik. Il giovane ustašha (conta 32 anni) mi venne incontro pieno di gentilezze e modi garbati. Dopo i soliti convenevoli mi invitò a sedere dicendomi

«Se siete venuto come amico Vi prego di dirmi tutto quanto sapete sul mio conto». Io, che anche senza tale invito, avevo tutta l’intenzione di rimproverargli il suo barbaro modo di fare, col coraggio, di cui sono capaci solo i Ministri di quel Dio, che vuole dai suoi seguaci la difesa della giustizia e della carità; ecco gli parlai: Ho già conosciuto vostro padre e, più di una volta ho avuto occasione di parlare con lui, che mi sembra un buon cattolico, tanto diverso da voi… Eppure dice un proverbio «buon sangue non mente». Voi purtroppo siete quell’eccezione che è sempre necessaria per confermare la regola… Ma è mai possibile che possiate vivere e dormire tranquillo dopo tanti e tanti efferati crimini che gravitano sulla vostra coscienza e che continuamente gridano vendetta al cospetto di Dio, giustissimo Giudice? Vi chiamano, anche in Italia, ove il vostro nome obbrobriosamente si spande e che si pente tanto di avervi, come a tutti gli esuli e gli infelici, aperto le braccia nel tempo del vostro esilio, vi chiamano, dico, il sanguinario, e, se è vero, come pare, quanto si dice di voi, voi, se non avete superato, certo molto bene avete eguagliato quel mostro umano: Nerone…

Dopo aver per circa un’ora riferito quanto ho in breve scritto egli così mi rispose: «Innanzi tutto devo dirvi sinceramente che siete veramente quello che vi immaginavo da quando avevo, per la prima volta, sentito parlarvi in occasione di una festa italiana». «Voi senza alcuna titubanza mi avete riferito quanto si dice sul conto mio, di ciò fin da questo momento vi ringrazio.

Le cose, di cui voi mi accusate alcune sono vere, altre esagerate.» (Mi parlò dei numerosissimi aborti, violazioni, deflorazio di fanciulle commesse dagli ebrei ecc. ecc. ecc. Mi disse che purtroppo degli ustašha si erano abusivamente permesso delle crudeltà e che per questo li aveva fatto fucilare…)

Terminando voglio esprimere le mie impressioni dopo il primo incontro col Nerone croato ustašha. Egli è un campo pieno di sterpi da svellere e da mettere a buona coltivazione… Bisogna pensare come è arrivato alla vetta, senza preparazione e senza educazione. Più che cattivo egli è disumano e non completamente conscio di quel che fa. Crede, povero illuso, che nessuno ha pensato a colmare con il lievito schietto della virtù ed i fermenti fecondi della sapienza profondamente cristiana. Egli ha il cuore leggero ed il pensiero volante, perché non avverso ad alcun freno di equilibrio, di responsabilità e di attesa. […] Se non cambia indirizzo e metodo temo molto non solo per lui ma per tutto il governo che permette o sopporta tale metodo del tutto contrario alla civiltà cristiana del nostro secolo”. Difatti, come scriveva egli stesso al termine della sua missione: “L’opera mia nel campo civile ebbe dei discreti risultati nella persecuzione contro gli ebrei. Salvai per lo meno i matrimoni misti, alleviai le sofferenze dei campi di concentramento a tanti infelici. Per una ventina di casi ho ottenuto la commutazione della pena capitale”. Quando poi circa 3.000 ebrei si insediarono nella zona italiana, il solerte visitatore apostolico immediatamente mise al corrente dell’accaduto la Santa Sede, che subito si attivò per contattare Mussolini il quale, grazie a questo interessamento, accordò il permesso agli ebrei di restare nel luogo dove si erano installati. Tuttavia, a distanza di alcuni mesi, le relazioni italo-tedesche in materia antisemita si arroventarono, in particolare dopo il 17 agosto del 1942 allorché, su esplicita richiesta dell’ambasciata tedesca di Roma, il duce si vide intimare la consegna degli ebrei che stazionavano nella zona di occupazione italiana della Jugoslavia e così, messo alle strette, il 21 agosto successivo Mussolini si lasciò coinvolgere nella dissennata politica delle deportazioni concepita da Hitler, dando il proprio assenso a questa operazione, pur sapendo il triste destino a cui andavano incontro gli ebrei croati. Tuttavia, in seguito all’armistizio siglato dal governo Badoglio con gli alleati, la posizione dell’abate Marcone cominciò a diventare preoccupante; difatti durante la notte del 9 settembre, si verificò un episodio sconcertante, che vide per protagonista, suo malgrado, proprio il presule benedettino. In sostanza avvenne che, mentre si procedeva all’arresto degli ufficiali italiani e degli altri militari e civili, si cercò di estendere questa misura restrittiva finanche nei confronti dell’inviato del papa. Il giorno dopo, tuttavia, le autorità governative croate si resero conto dell’abbaglio e subito si precipitarono dall’abate, guidati dal ministro degli Esteri Mile Budak per porgergli le scuse ufficiali a nome del governo. Il 7 maggio 1945, con il precipitare degli eventi, in seguito all’avvicinarsi dell’esercito popolare di liberazione capeggiato dal maresciallo Tito, anche il poglavnik Ante Pavelić fu costretto a lasciare precipitosamente la città preceduto dai suoi ministri, dagli alti gerarchi e dalla Polizia. Così, in una città deserta, alle ore 15 del giorno successivo, fecero ingresso a Zagabria le truppe titine. A quel punto anche la situazione dell’inviato del papa incominciava a farsi davvero critica; difatti, il 16 maggio fu arrestato, nella sua abitazione, il primate croato mons. Stepinać che, tuttavia, fu rilasciato alle dieci in punto del 3 giugno successivo. La missione del visitatore apostolico in terra croata, pertanto, si concluse ufficialmente il 10 luglio del 1945 allorché, accompagnato dal segretario dell’arcivescovo Stepinać, padre Stephen Lacković, fece ritorno in Italia, recandosi dapprima, il 15 luglio, presso la Segreteria di Stato, dopodiché – il 23 luglio – fece visita al ministro degli Affari esteri Alcide De Gasperi, prima di far definitivamente ritorno a Montevergine, dove giunse il 24 luglio successivo. Da quel momento in poi, infatti, non fu più in grado di rimettere piede a Zagabria, in quanto il passaporto fu sequestrato dal consolato jugoslavo a Roma. Nel frattempo, come riporta nel suo diario don Giuseppe Masucci, il 22 ottobre 1945 Radio Londra riferiva che: “Il Vaticano [aveva] annunciato che il Santo Padre [aveva] nominato Joseph Patrick Hurley, un vescovo americano suo inviato ai popoli della Repubblica federale di Jugoslavia”, considerato che dopo l’avvento al potere del maresciallo Tito questi aveva lasciato intendere chiaramente che la presenza dell’abate Marcone non era affatto gradita.

© Giovanni Preziosi, 2011

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In ricordo di Paolo VI. Il Papa che aprì le porte della Chiesa al “nuovo”.

Il 6 agosto di trentatré anni fa, in un’afosa giornata d’agosto Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini (Concesio, 26 settembre 1897Castel Gandolfo, 6 agosto 1978), il 262º vescovo di Roma, nella solitudine di Castel Gandolfo, faceva ritorno alla Casa del Padre alla veneranda età di ottant’anni.

In questo filmato tratto dalla trasmissione televisiva “La Grande Storia”, ripercorreremo – con l’ausilio di queste immagini d’epoca – l’intero pontificato di questo pontefice per rievocare le tappe principali che hanno segnato il suo magistero petrino all’insegna dell’innovazione e di importanti riforme. Il pontificato di Papa Montini, del resto, s’intreccia a filo doppio con alcune delle fasi più drammatiche della nostra storia nazionale e, più in generale, di quella mondiale. Di conseguenza questa circostanza offre anche l’occasione propizia per riflettere, con maggiore cognizione di causa, su alcune pagine dimenticate della nostra storia troppo a lungo dimenticate e sovente rimosse dalla memoria collettiva soprattutto da parte delle giovani generazioni che non hanno avuto modo di conoscere Papa Montini.

A coronamento di questo suggestivo documentario, vi propongo anche la lettura di un lungo e circostanziato articolo pubblicato sul quotidiano della Santa Sede “l’Osservatore Romano” proprio lo scorso 6 agosto, nell’anniversario della scomparsa di Paolo VI, a firma di Mario Ponzi.

Tratto da “La grande storia” (RAI3) – “Paolo VI, il Papa dimenticato”

Profilo Biografico di Paolo VI


La vita
Il 26 settembre 1897 Giovanni Battista Montini nasce a Concesio (Brescia) da Giorgio Montini, esponente di primo piano del cattolicesimo sociale e politico italiano di fine Ottocento, e da Giuditta Alghisi. Ordinato sacerdote il 29 maggio 1920, il giorno seguente celebra la prima Messa nel Santuario di Santa Maria delle Grazie in Brescia.
Trasferitosi a Roma, tra il 1920 e il 1922 frequenta i corsi di Diritto civile e di Diritto canonico presso l’Università Gregoriana e quelli di Lettere e Filosofia presso l’Università statale.
Nel maggio 1923 inizia la carriera diplomatica presso la Segreteria di Stato di Sua Santità. È inviato a Varsavia come addetto alla Nunziatura Apostolica. Rientrato in Italia nell’ottobre dello stesso anno, è nominato dapprima (1924) assistente ecclesiastico del Circolo romano della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), quindi nel 1925 assistente ecclesiastico nazionale della stessa Federazione, carica che lascerà nel 1933.
Il 13 dicembre 1937 è nominato Sostituto della Segreteria di Stato e il 29 novembre 1952 Pro-Segretario di Stato per gli Affari Straordinari.
Il 1° novembre 1954 Pio XII lo elegge arcivescovo di Milano. Il 15 dicembre 1958 è creato cardinale da Giovanni XXIII.
Il 21 giugno 1963 viene eletto Pontefice e il 29 settembre apre il secondo periodo del Concilio Ecumenico Vaticano II, che, alla fine del quarto periodo, concluderà solennemente l’8 dicembre 1965.
Il 1° gennaio 1968 celebra la prima Giornata mondiale della Pace.
Il 24 dicembre 1974 apre la Porta Santa nella Basilica di San Pietro, inaugurando l’Anno Santo del 1975.
Il 16 aprile 1978 scrive alle Brigate Rosse implorando la liberazione di Aldo Moro e il 13 maggio nella basilica di San Giovanni in Laterano assiste alla messa in suffragio dello statista assassinato e pronuncia una solenne preghiera.
Il 6 agosto 1978, alle ore 21.40, muore nella residenza estiva dei papi a Castel Gandolfo.
Il magistero
Le encicliche
Ecclesiam Suam (6 agosto 1964), sul dialogo all’interno della Chiesa e della Chiesa con il mondo. Mense Maio (29 aprile 1965) che invita a pregare la Madonna per il felice esito del Concilio e per la pace nel mondo. Mysterium fidei (3 settembre 1965) sull’Eucaristia. Christi Matri (15 settembre 1966) con la quale chiede nuovamente preghiere alla Madonna per la pace nel mondo. Populorum progressio (26 marzo 1967) sullo sviluppo dei popoli. Sacerdotalis caelibatus (24 giugno 1967) sul celibato sacerdotale. Humanae vitae (25 luglio 1968) sul matrimonio e sulla regolazione delle nascite.
Altri documenti
Assai numerose le Lettere Apostoliche, le Esortazioni, le Costituzioni. Tra questi documenti meritano particolare menzione: le costituzioni apostoliche Paenitemini (17 febbraio 1966) sulla nuova disciplina del sacramento della Penitenza e Regimini Ecclesiae universae (15 agosto 1967); la lettera apostolica Octogesima adveniens (14 maggio 1971) per l’80° dell’enciclica di Leone XIII Rerum novarum; le esortazioni apostoliche Evangelica testificatio (29 giugno 1971) per il rinnovamento degli Ordini religiosi secondo l’insegnamento del Concilio, Marialis cultus (2 febbraio 1974) sul culto alla Madonna, Gaudete in Domino (9 maggio 1975) ed Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975) sull’evangelizzazione.
I viaggi
Paolo VI fu il primo papa ad usare l’aereo per numerosi viaggi all’estero e in Italia.
All’estero
Terra Santa (4-6 gennaio 1964), nel corso del quale si incontrò con il patriarca ortodosso Atenagora.
India (2-5 dicembre 1964).
ONU, New York (4-5 ottobre 1965).
Fatima (13 maggio 1967).
Turchia (25-26 luglio 1967), nel corso del quale, ad Istanbul si incontrò nuovamente con il patriarca Atenagora.
Colombia (22-25 agosto 1968.
Ginevra (10 giugno 1969) dove visita il Bureau International du Travail e il Consiglio Ecumenico delle Chiese.
Uganda (31 luglio-2 agosto 1969).
Estremo Oriente (26 novembre-4 dicembre 1970).
In Italia
1964: Orvieto (11 agosto) e Montecassino (24 ottobre); 1965: Pisa (10 giugno); 1966: Alatri, Fumone, Ferentino, Anagni (1 settembre) e Firenze (24 dicembre); 1968: Taranto (24 dicembre); 1970: Cagliari (24 aprile); 1971: Subiaco (8 settembre); 1972: Udine, Venezia, Aquileia (16 settembre); 1973: Acilia (31 ottobre); 1974: Fossanova, Aquino, Roccasecca (14 settembre); 1976: Bolsena (8 agosto); 1977: Pescara (17 settembre).
Concistori
Paolo VI tenne sei Concistori (22 febbraio 1965; 26 giugno 1967; 28 aprile 1969; 5 marzo 1973; 24 maggio 1976; 27 giugno 1977) creando 142 nuovi Cardinali.
Paolo VI fissò a 120 il numero massimo dei cardinali elettori del papa e con il motu proprio Ingravescentem aetatem stabilì che al compimento dell’80° anno di età perdono il diritto alla partecipazione al Conclave per l’elezione di un nuovo papa ma non quello di essere eletti.
Principali incontri e udienze
1963: J.F. Kennedy, S. U Thant, A. Segni; 1964: il patriarca Atenagora, Re Hussein di Giordania, Sukarno; 1965: G. Saragat; 1966; M. Ramsey, arcivescovo di Canterbury; 1967: N.V. Podgornyj, due volte il patriarca Atenagora, L.B. Johnson, Ch. De Gaulle; 1968; S.S. Mobutu, il patriarca Makarios III; 1969: R. Nixon, Hailé Selassié; 1971: Tito, il card. J. Mindszenty; 1972: G. Leone, Suharto; 1973: N. Van Thieu, Golda Meir, il Dalai Lama; 1975: G.R. Ford; 1977: Coggan, arcivescovo di Canterbury, J. Kadar, K. Waldheim, E. Gierek; 1978: S. Pertini.
Riforme e innovazioni
Numerose le riforme e le innovazioni apportate da Paolo VI nelle strutture e nella vita della Chiesa. Tra queste: l’istituzione della Pontificia Commissione per le Comunicazioni sociali (11 aprile 1964); l’istituzione del Segretariato per i non cristiani (19 maggio 1964); l’istituzione del Segretariato per i non credenti (9 aprile 1965; l’istituzione del Sinodo dei Vescovi (15 settembre 1965); la riforma del S. Offizio (7 dicembre 1965); l’istituzione del Consiglio per i laici e della Pontificia Commissione «Iustitia et pax» (6 gennaio 1967); l’istituzione della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, della Prefettura della Casa Pontificia e dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa (15 agosto 1967); l’istituzione della Giornata mondiale della pace (8 dicembre 1967); l’istituzione dei Chierici della Cappella Pontificia e della Consulta dello Stato della Città del Vaticano (28 marzo 1968); l’istituzione della Commissione teologica internazionale (11 aprile 1969); il nuovo regolamento dell’Ufficio delle Cerimonie Pontificie (1 gennaio 1970); lo scioglimento dei Corpi armati Pontifici ad esclusione della Guardia Svizzera (15 settembre 1970); l’istituzione del Pontificio Consiglio «Cor Unum» (15 luglio 1971); l’istituzione della Pontificia Commissione per la revisione del Codice di Diritto Canonico Orientale (10 giugno 1972).

 

Paolo VI e la sua diocesi in una pubblicazione di padre Sapienza. Ogni sera noi benediciamo questa nostra Città.  L’Urbe “non è mai stanca, non è mai vecchia ed è eterna”



di MARIO PONZI
(©L’Osservatore Romano 6 agosto 2011 – sabato 6 agosto 2011)

 

I rapporti tra Paolo VI, la diocesi di Roma e il cardinale vicario Ugo Poletti sono al centro di una nuova pubblicazione curata dal rogazionista Leonardo Sapienza che a ragione sottolinea come essi meritino una considerazione tutta particolare. Basti un solo dettaglio: in un appunto datato 23 ottobre 1972 e inviato alla Prefettura della Casa Pontificia – dove oggi il curatore è addetto al protocollo – Papa Montini raccomandava di fissare ogni primo lunedì del mese l’udienza al suo vicario per la diocesi di Roma proprio per trattare delle questioni riguardanti la pastorale nella città.
Un’attenzione che spesso si esprimeva in concrete opere di sostegno e di solidarietà per affrontare e risolvere le questioni più urgenti e bisognose che si presentavano alla carità del vescovo. Una significativa documentazione di questa particolare sollecitudine è raccolta nel volumetto dedicato proprio al rapporto tra Paolo VI e il porporato. Grazie alla ricerca di padre Sapienza sono venute alla luce alcune lettere confidenziali inviate da Montini al cardinale Poletti dalle quali emerge quanto Roma fosse nel cuore del Papa bresciano per il carattere sacro della città e per il suo fascino “unico al mondo” E più volte il Pontefice raccomandò che Roma – la quale “non è mai stanca, non è mai vecchia, ed è eterna “amava ripetere – rimanesse sempre “coerente con la sua storia civile e cattolica e con la sua immortale missione”.
“Siamo legati per la vita e per la morte” diceva spesso, in pubblico e in privato, riferendosi all’Urbe, e questo legame con Roma è bene espresso nella corrispondenza col cardinale vicario. In una lettera “confidenziale” datata 9 novembre 1974, scriveva: “Ho in questo momento terminato di celebrare la santa messa, che oggi, festa della dedicazione della basilica Lateranense, io ho offerto con tutto il cuore al Signore per cotesta cattedrale, cioè per questa santa e prediletta Chiesa Romana, per la sua persona, signor cardinale, per il suo ministero e per quanti, sacerdoti, fedeli, religiosi e religiose vi sono associati, affinché all’eccellenza della festa corrisponda la pienezza della coscienza dell’elezione a primeggiare nella fede, nella speranza e nella carità, e a tanta vocazione siano rivolti i sentimenti, le preghiere, le opere con sempre rinnovato proposito di fedeltà e con umile sforzo di esemplarità, di tutta la comunità cattolica romana. Possa davvero essa sentirsi sempre attratta a cotesto incomparabile e benedetto centro della sua storia, della sua spiritualità, del suo impegno alla sequela e alla testimonianza di Cristo Signore, fonte della nostra salvezza”.
Pochi giorni dopo, il 22 novembre, il cardinale si vide recapitare un assegno di ventimila dollari accompagnato da una lettera, “strettamente riservata”, nella quale Paolo VI spiegava la donazione: “Sono lieto di rimetterle l’unito assegno di dollari ventimila, destinati a costituire una borsa di studio permanente, il cui reddito potrà servire al mantenimento d’un alunno (o più se possibile) di filosofia, ovvero di teologia o della Pontificia Università Gregoriana a giudizio del cardinale vicario. La prego di non fare al riguardo alcuna pubblicità. Con voti d’ogni bene la saluto e la benedico”.
Con la stessa intensità il Papa viveva i momenti difficili di Roma e della sua diocesi. Così accadde il 6 giugno 1975, quando in una lettera “personale e urgente” al cardinale Poletti manifestava tutta la sua preoccupazione per una situazione “che non sono in grado di giudicare nella sua veridicità”. Il Pontefice si riferiva a episodi segnalati da alcuni parroci romani a proposito del volantinaggio che facevano sedicenti “cristiani per il socialismo” davanti ad alcune parrocchie romane in prossimità delle elezioni politiche nel tentativo di “millantare l’appoggio della chiesa”. E a volte essi “ottengono – sottolineava Paolo VI – l’appoggio di una parte del clero”. E continuava: “Sarebbe opportuno segnalare ai nostri sacerdoti e ai religiosi, ai parroci specialmente, che la situazione è grave, e che può essere in gioco l’efficienza pastorale e spirituale della nostra Chiesa. Non sarebbe saggio appellarsi ad una libertà che tornerebbe a vantaggio degli avversari della religione e dell’ordine sociale, giusto e libero, della nostra città e dell’intero Paese”.
L’inizio del 1976 fu uno dei periodi più difficili vissuti da Papa Montini. Il 29 dicembre 1975 la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede aveva pubblicato la dichiarazione Persona humana su alcune questioni di etica sessuale. Il Papa, al centro di una satira impietosa e di un’aspra contestazione intervenne, nell’udienza generale di mercoledì 21 gennaio: “Volete un esempio? Ci è dato da un episodio molto triste e significativo. L’episodio di cui hanno parlato i giornali di questi giorni, quello della indecorosa e sacrilega invasione, da parte di gente schiamazzante, del duomo di Milano la celebre nostra cattedrale su cui svetta la Madonnina, la volante e inneggiante figura della Vergine Madre di Cristo, simbolo del trionfo della santissima donna, species castitatis e forma virtutis come dice sant’Ambrogio. Perché questa inverosimile e deplorevole manifestazione? Si è detto: “Perché la Chiesa è contro l’aborto, perché la Chiesa ha ribadito le norme della sua moralità sessuale”. Incredibile ma così si dice. Leggete il documento preso a bersaglio da certe correnti ribelli dell’opinione pubblica, pubblicato dalla nostra Congregazione per la Dottrina della Fede e intitolato, dalle parole iniziali Persona humana; e vedrete emergere l’amore sapiente e provvido della Chiesa, veramente madre e maestra, tutto rivolto al riconoscimento dei valori della vita, analizzati dalla scienza, dalla storia, dalla pedagogia. La civiltà dell’amore ha in questo documento una pagina di apologia umana e cristiana che lascia ben sperare per il suo futuro”.
Dopo pochi giorni però un fatto analogo si ripeté a Brescia, città natale del Papa. Ancora una volta giunse al Papa il sostegno della diocesi di Roma. E il cardinale Poletti, in un articolo pubblicato su “L’Osservatore Romano” del 9-10 febbraio 1976 e intitolato Non bisogna tacere, se ne fece interprete, citava il testo di un telegramma inviato al Papa con il quale si manifestava la solidarietà “di tutti i suoi romani”.
Anche nelle memorie lasciate dal cardinale Poletti figurano molte testimonianze di questo reciproco affetto e soprattutto della sollecitudine per Roma del suo vescovo. Come la seguente: “Pochi sanno che l’attenzione di Paolo VI si era addossata personalmente – e senza impegno per i suoi successori – l’onere di cinquecento milioni annui destinati al servizio religioso della periferia con luoghi provvisori di culto, e all’incremento delle nuove chiese. Di questa somma ben cento quaranta milioni annui sono spesi per l’affitto di negozi, scantinati, locali vari, abitazioni provvisorie delle nuove, e anche anziane, parrocchie della nuova Roma”. E il porporato conclude ricordando una confidenza che Paolo VI spesso gli ripeteva: “Sappia che ogni sera, prima di chiudere la giornata, noi benediciamo questa nostra città”.

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“Liberate il Duce! – La vera storia dell’operazione Quercia” (venerdì 5 agosto alle 21.05 su Rai 3)

Liberate il Duce!                                                                          La vera storia dell’operazione Quercia

il suggestivo documentario realizzato da Fabio Toncelli sull’”operazione Quercia”,che portò alla liberazione di Mussolini ad opera di un commando tedesco, In onda venerdì 5 agosto alle 21.05 su rai 3, si preannuncia ricco di particolari finora inediti per cui direi che merita proprio di essere seguita con molta attenzione…  

 

di Fabio Toncelli

image“Liberate il Duce! La vera storia dell’operazione Quercia”. Il nuovo documentario di Fabio Toncelli racconta l’incredibile intreccio nascosto dietro l’azione delle forze speciali più famosa della storia: la liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione di Campo Imperatore, nel settembre del 1943.
A quasi settanta anni di distanza nuovi documenti e testimonianze ci mettono di fronte a domande inquietanti: quali erano i veri ordini impartiti agli uomini che dovevano custodire il duce? Perché nessuno sparò un colpo? Perché la propaganda nazista diffuse una versione del blitz in buona parte falsa? Perché il vero comandante dell’operazione fu successivamente trasferito sul fronte russo senza spiegazioni? Perché Badoglio, che si era impegnato a consegnare Mussolini agli Anglo-Americani, non lo fece? E soprattutto: chi prese le decisioni fatali sulla prigionia di Mussolini, poteva immaginare che l’ex-duce avrebbe dato vita alla Repubblica di Salò e che il nostro paese sarebbe stato dilaniato dalla Guerra Civile?
La sorprendente risposta a queste inquietanti domande è il frutto di una narrazione appassionante che si snoda fra immagini di repertorio anche a colori, documenti, intercettazioni telefoniche dell’epoca, lettere autografe di Mussolini, memoriali originali e testimonianze in gran parte inediti. Il risultato di un lavoro accuratissimo di ricerca negli archivi italiani, tedeschi, americani, sia pubblici che privati.
Per la prima volta è stato rintracciato uno dei giovani poliziotti di guardia al Gran Sasso, uno straordinario testimone che racconta cosa vide e sentì in quei giorni e qual era la vera natura degli ordini che gli erano stati dati. Le sue foto inedite sveleranno cosa accadde prima e dopo l’arrivo dei paracadutisti tedeschi. E’ stato ritrovato per la prima volta anche il primo militare tedesco che arrivò davanti all’albergo di Campo Imperatore e vide l’ex-Duce affacciato alla finestra.
Inoltre in prima assoluta ampi brani dell’unica intervista televisiva concessa dal vero liberatore di Mussolini: Harald Mors.
I “ritagli” dei cinegiornali dell’epoca, ritrovati in Germania, ci mostrano nuove imperdibili sequenze sugli avvenimenti di quel giorno, e una lunga serie fotografica scattata da diverse persone documenta ogni momento dell’azione.
In un archivio tedesco è stato infine ritrovata una preziosissima registrazione audio che ci permetterà di ascoltare il racconto degli eventi che vanno dal 25 luglio ’43 al giorno del blitz tedesco a Campo Imperatore, narrati per la prima volta dalla voce del suo protagonista: la voce di Benito Mussolini.

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