Avellino nel regno del Sud dell’A.M.G.O.T.: la politica della continuità dei governi militari alleati transitori all’indomani della Liberazione ed il ritorno dei vecchi notabili

image«Tu non sai le colline

dove si è sparso il sangue.

Tutti quanti fuggimmo

tutti quanti gettammo

l’arma e il nome.»

(Cesare Pavese, da La terra e la morte 9 novembre 1945)

I tuoi occhi rischiarano la mia cella

Sandra carissima,

dopo appena sette giorni dal mio arresto mi hanno condannato a morte, stamani. Ho agito in piena coscienza di

ciò che mi aspettava. Il tuo ricordo è stato per me di grande conforto in questi terribili giorni. Non hanno avuto la

soddisfazione di veder un attimo di debolezza da parte mia. Non mi sarei mai aspettato di scrivere la prima lettera

ad una ragazza in queste condizioni. Perché tu sei la prima ragazza che abbia detto qualcosa al mio cuore. Mi è

occorso molto tempo per capire cosa eri per me. Io ti amo, ti amo disperatamente. In questi giorni ho avuto

sempre un nome in mente: Sandra; due occhi luminosi – i tuoi – che hanno rischiarato la mia cella.

Sandra, non lasciarmi mai. Perdonami questa mia debolezza, sii forte come voglio e saprò esserlo io. Sii felice, è

il mio grande desiderio.
Bruno
Sta vicina a mia madre, ne ha tanto bisogno. Sandra, Sandra.
22 gennaio 1945, Carceri Giudiziarie di Torino

Ultima lettera di un partigiano, Brigata Garibaldi, condannato a morte.

Avellino nel regno del Sud

dell’A.M.G.O.T.: la politica della

continuità dei governi militari

alleati transitori all’indomani

della Liberazione ed il ritorno dei

vecchi notabili.

imageStipulato l’armistizio, nel clima vergognoso del si salvi chi può, il Re ed il governo avevano precipitosamente abbandonato la capitale per riparare prima a Pescara, da dove la sera del 9 settembre si erano imbarcati sulla corvetta Baionetta per raggiungere Brindisi e rifugiarsi sotto la protezione degli alleati che, nel frattempo, erano appena sbarcati in Puglia. Lasciarono, in tal modo, il Paese al suo destino cinico e baro, senza neanche degnarsi di dare le disposizioni necessarie ai reparti dell’esercito ancora efficienti e capaci di combattere, dislocati nella penisola e nei territori d’oltre mare. Così, mentre nell’Italia centro–settentrionale occupata dalle truppe tedesche, la lotta politica si svolgeva nella più rigorosa clandestinità, nell’Italia meridionale, che già aveva beneficiato della liberazione ad opera degli alleati, essa poteva svolgersi apertamente, sia pure con notevoli limitazioni a causa dell’occupazione militare.

Nonostante sporadiche forme di jacquerie urbana, il capoluogo irpino fino all’annuncio dell’armistizio aveva risentito – tutto sommato – ben poco degli effetti prodotti dalla guerra, che infuriava su tutta l’Europa. Anzi, Avellino era considerata un’oasi di tranquillità nella temperie di quei giorni funesti, al punto che da numerose città italiane, parenti o amici, inviavano i propri familiari col proposito di metterli al riparo dal pericolo dei bombardamenti. Tuttavia, questa visione idilliaca della realtà svanì rapidamente in seguito allo sbarco dei reparti Anglo–Americani nella vicino Salerno che, sul finire dell’estate, intensificarono l’offensiva concentrandola in particolar modo sulla città di Avellino.

imageL’operazione Avalanche, come venne definito in codice lo sbarco sulle coste salernitane, cominciò mentre si levavano le prime luci dell’alba del 9 settembre e immediatamente si rivelò una colossale valanga di errori, che per poco non consentì alle truppe tedesche di respingere nel mare gli Anglo–Americani, trasformando le spiagge salernitane in una novella e più cruenta Dunkerque. Lo sbarco si verificò sui 45 Km. di costa che dividevano Agropoli da Salerno: nel settore nord sbarcò il 10° Corpo d’Armata britannico, mentre a sud il 6° americano. Per cogliere di sorpresa l’esercito nemico, le prime truppe toccarono terra verso le 3,30 del mattino; poi a ondate successive seguirono le altre. La resistenza tedesca diede subito filo da torcere agli Alleati, e verso le 7 nella zona di Agropoli fecero la loro comparsa i primi panzer con l’intento di raggiungere la spiaggia e rigettare a mare il nemico. La situazione si mantenne incerta fino al 15 settembre, e in più di una circostanza gli Alleati rischiarono di capitolare. A giocare un ruolo decisivo nel successo dell’intera operazione furono l’aviazione e la marina: per 5 giorni, infatti, dalle navi al largo delle coste salernitane si sprigionò una valanga di fuoco contro le postazioni tedesche, mentre l’aviazione sganciava, senza soste, i suoi ordigni micidiali nelle retrovie, interrompendo le vie di comunicazione e impedendo il sopraggiungere di altri rinforzi.

imageFu in questo modo che sei giorni dopo l’armistizio, il 14 settembre, la città di Avellino dovette fare i conti con i caccia-bombardieri Lightnings B 26 americani che, nell’intento di sbarrare la strada alle truppe germaniche in ritirata, effettuarono un massiccio bombardamento, sganciando migliaia di ordigni sul principale tronco viario della città: piazza del Popolo, area delle Poste, primo e secondo tratto di via Due Principati; tutti gravitanti sul ponte – rimasto, tuttavia, incredibilmente pressoché incolume – che conduceva a Salerno. Lungo queste due arterie il transito dei reparti motorizzati e corazzati tedeschi era molto frequente, e ciò spiegava quale era l’intento perseguito dagli alleati: sbaragliare le truppe naziste impedendo qualsiasi rifornimento alle linee nemiche che, dalle alture limitrofe alla Piana di Battipaglia e da diversi settori di quest’ultima, falcidiavano le fanterie americane appena sbarcate.

Nel frattempo, nei dintorni di Summonte ed Ospedaletto – due piccoli centri alle falde del Partenio – erano stati organizzati i centri di rifornimento per la X Armata tedesca, alla quale il generale Won Wietinghoff che aveva stabilito il quartier generale a Sant’Angelo dei Lombardi, affidò la difesa delle coste con il compito di impedire con ogni mezzo il congiungimento tra le truppe della V Armata americana e l’VIII Armata britannica che risaliva dalla Calabria. Il 14 settembre rappresentò per Avellino il D-Day, il giorno fatale che segnò un’importantissima svolta nelle operazioni militari sul continente. Nel corso di questa giornata si verificarono ben 700 missioni da parte delle forze Anglo–Americane contro obiettivi esclusivamente militari, o considerati tali, e contro i depositi e le vie di rifornimento. Tuttavia, bisogna rilevare che in quel giorno le truppe tedesche non erano in ritirata – come sostenuto da alcuni commentatori image– ma erano impegnate nello sforzo supremo del loro contrattacco, al quale soltanto l’afflusso di rinforzi e rifornimenti dalle retrovie poteva assicurare nuovo respiro. L’ordine di ritirata verso il nord fu impartito direttamente da Kesserling soltanto due giorni dopo, quando la partita gli parve ormai perduta. Dopo il 16 anche i bombardamenti divennero sporadici, non rispondendo più ad un’effettiva ragione tattica, cosicché si diede la stura ad alcuni masnadieri di dar libero sfogo ad opere di bieco sciacallaggio e di saccheggio indiscriminato senza incontrare alcuna ostilità.

Non v’è dubbio che, per certi aspetti, gli americani spesso fecero un uso indiscriminato della loro letale macchina bellica, poiché, come rileva in proposito Annibale Cogliano, «mentre per i tedeschi la distruzione materiale (strade, ponti, rete ferroviaria, centrali energetiche, mezzi di produzione, servizio di approvigionamento idrico) e(ra) finalizzata ad esigenze militari – la copertura alla ritirata di fronte all’avanzata del nemico – la sistematica, indiscriminata opera di distruzione degli americani e(ra) determinata non da finalità belliche ma da una politica cieca di incrinatura del cosiddetto fronte interno vale a dire, della tenuta della coesione morale e civile della popolazione»[1].

1pottobr43Gli stormi delle trentasei fortezze volanti B 26 statunitensi, alle ore 10,55 del 14 settembre, sferrarono un efferato bombardamento sulla città della durata di circa quindici minuti, che riprese poi ad ondate successive, protraendosi per l’intera giornata, al termine della quale si registrarono ben otto incursioni aeree che, oltre a mietere numerose vittime innocenti, provocarono ingenti danni ai fabbricati ed alle altre strutture. «Mentre io attravers(avo) Piazza della Libertà – scriveva il prof. Cannaviello, stilando un resoconto dettagliato di quei tragici avvenimenti –, dove la vita si svolge(va) con la consueta placida calma, un fulmineo tremendo crollo come per cannonate, fra un turbinio di proiettili e di rottami, scaravent(ò) persone e cose in ogni lato (…). Non uno strido di sirena, non un rombo di velivoli che ne annunziasse l’avanzata»[2]. Le devastanti incursioni aeree da parte dei caccia-bombardieri americani proseguì, senza interruzione, anche nei giorni successivi: il 15, 17, 20 e 21. Nell’arco, dunque, di appena diciassette giorni si consumò questa immane tragedia, che si concluse grazie ad un provvidenziale temporale che si scatenò sulla città e nei paesi limitrofi, nella notte del 29 settembre. Il tributo di sangue che Avellino dovette pagare ad una guerra ignominiosa è tutto racchiuso nel catastrofico bilancio delle vittime e dei danni subiti: oltre 1500 morti, centinaia di feriti, 7.953 vani distrutti o parzialmente lesionati – il 46, 65% del patrimonio edilizio esistente – 1.091 famiglie sinistrate per un totale di 5.535 persone.

avellino 1943eQueste macabre cifre assumono i contorni di una vera e propria ecatombe, se alle vittime ed alle devastazioni del capoluogo irpino vanno aggiunti i danni subiti dal resto della provincia: 153 ponti danneggiati, 212 strutture tra acquedotti, fognature, ospedali e 830 Km. di strade messe fuori uso, e così via[3]. Alle perdite umane e materiali determinate dalle incursioni aeree alleate, si sommavano i danni perpetrati dai tedeschi che, in ritirata, non risparmiarono saccheggi e sabotaggi, facendo terra bruciata intorno a sè, prendendo di mira i centri nevralgici della provincia irpina, come potevano essere le centrali elettrichavellino 1943ce di S. Mango e Luogosano, che furono fatte esplodere appiccando delle mine[4]. Inoltre, nella temperie di quei giorni nefasti, si registrarono anche numerosi episodi di smarrimento e meschinità, ai quali fecero da pendant gli atti di autentico eroismo compiuti da alcuni concittadini che, sprezzanti del pericolo, si adoperarono per mettere in salvo il maggior numero di feriti che giacevano abbandonati nelle case semidistrutte o ai margini delle vie cittadine. Questi ultimi furono dapprima trasportati all’ospedale civile – che nel frattempo aveva cessato di funzionare a causa dei bombardamenti e per la fuga ignominiosa del personale di servizio con a capo il primario dott. Paolucci –, dopodiché i feriti vennero trasferiti presso il Convento dei PP. Cappuccini dove, per opera dell’encomiabile imagesuperiore P. Carmelo da S. Gennaro, fu prontamente allestito un ospedale di emergenza diretto con maestria dal tenente medico dott. Domenico Laudicina. Successivamente il presidio ospedaliero fu collocato nei locali della attigua Scuola Agraria diretta dal preside prof. Lorenzo Ferrante[5]. Nel corso di questi giorni tumultuosi Avellino si trasformò in un desolato palcoscenico dove la morte recitò il suo turpe monologo. Lo senario sconvolgente che si presentò all’indomani dei bombardamenti sotto gli occhi sgomenti degli avellinesi, era ovunque disastroso; difatti, oltre alle attività economiche, risultavano paralizzate anche la vita politica e sociale.

Persino il tentativo rivelatosi successivamente alquanto velleitario di dar vita ad un’opposizione militante al regime, ad opera di alcuni audaci antifascisti avellinesi, svanì con l’incedere degli eventi. A tal proposito merita di essere segnalato il fallimento di una sorta di jacquerie urbana congegnata da un gruppo di indomiti giovani universitari, che si sarebbe dovuta attuare il 16 settembre con le armi in pugno trafugate da alcune caserme cittadine. Ma lasciamo la parola ad un testimone oculare dell’epoca, l’avv. Luigi Borriello, per una ricostruzione dettagliata di questo episodio. «L’allora S. Tenente Vittorio Cannaviello, il dr. Renato De Rogatis, il ten.pilota Renato Santulli, gli universitari Luigi Borriello, Elvio Giuditta, Giuseppe Siciliano, Aristide Preziosi e un giovane coraggioso studente di S. Lucia di Serino (…) sal(irono) nella sala dell’accantonamento militare sito nel palazzo scolastico per farsi consegnare le armi, in vista del prossimo arrivo dei tedeschi. Senza troppe parole, ognuno pre(se) delle armi (…). Contemporaneamente l’avv. Angelo Montella, l’avv. Vincenzo Genovese, il dr. Michele De Laurentiis e Giuseppe Del Gaudio – ex cameriere del Caffè Lanzara – penetra(rono) nel Distretto Militare, presidiato dai tedeschi, dal quale asporta(rono) armi che occulta(rono) in un deposito presso la Villa Speranza ove già erano stati costretti a rifugiarsi qualche notte prima, perchè braccati dai tedeschi e dai fascisti. Sul tardi fu tenuta una riunione in casa dell’avv. Montella, per la messa a punto della progettata azione partigiana (…). A questo punto giova ricordare che – mentre l’avv. Vincenzo Genovese assumeva temporaneamente la direzione di tutti gli aderenti alla lotta per fronteggiare qualunque evenienza ed eventualmente portare subito aiuto ai suoi amici – questi, e cioè l’avv. Montella, il dr. De Laurentiis e lo studente De Rogatis, si recarono in Prefettura, ove temporaneamente risiedeva il Comando Civile e Militare della città a chiedere prima protezione per i cittadini e, nel caso di conflitto armato con i tedeschi, armi per i costituiti gruppi patriottici.

Fu loro risposto dall’allora capitano dei RR. Carabinieri Castronovo e dall’allora Comandante del Distretto col. Finizia in malo modo e furono minacciati di arresto. In seguito a ciò si tenne l’ultima importante riunione a cui parteciparono delegati del Gruppo Giovanile: Borriello, De Rogatis, Giuditta, Siciliano; delegati del Movimento Popolare: Del Gaudio Giuseppe, Salvatore Modica, Carmine D’Agostino, Pasquale Cantelmo, Michele Candido, Generoso Galasso, Salvatore Iacovino, Raffaele Lauria; infine l’avv. Montella, il dr. Michele De Laurentiis e l’avv. Vincenzo Genovese (…). Tutto era pronto: per il 16 si sarebbe passati all’azione. Nel pomeriggio del giorno dopo si seguì la prima azione di sabotaggio in grande stile (…) preceduta da atti isolati dell’avv. Vincenzo Genovese, dell’universitario Borriello e di Giuseppe Siciliano; azione che purtroppo doveva essere anche l’ultima. L’universiatrio Giovanni Gallo e Aristide Preziosi spalleggiati da altri giovani armati, taglia(rono) in più punti le comunicazioni telefoniche fra il comando tedesco e i nuclei tedeschi sparsi nell’Avellinese (…). Poi gli eventi incalzarono. La mattina del 14 gli animosi giravano già dalle prime ore per le strade della città: si aspettava l’ultimo carico di armi che il ten. Cannaviello era riuscito ad occultare in un vano di sua proprietà, ex sede di posto di blocco militare italiano. Il tutto doveva compiersi per mezzogiorno. Ma l’orologio di Corso Vittorio Emanuele fu fermato dallo scoppio delle bombe (…) gli animosi dispersi un pò tutti, più che dalle bombe, dai compiti loro assegnati alla periferia della città, rimasero divisi»[6]. Al fulmineo dissolversi di questi conati insurrezionali, da parte di alcune frange di impavidi oppositori ed alla generale indolenza degli esponenti democratici di proporsi come punto di riferimento per la popolazione, faceva riscontro – ad eccezione del clero che stoicamente restò al suo posto – la sconcertante latitanza delle istituzioni, come stigmatizzava lo stesso Guido Dorso in un suo manoscritto coevo: «Immediatamente la città divenne deserta, mentre tutte le autorità, Prefetto e Questore in testa, fuggivano vilmente. Il Prefetto Zanframundo si ricoverò nel comune di Summonte, ospite del deputato fascista ed ex direttore del Popolo di Roma, Paolo De Cristofaro. Entrate in città le truppe americane, le sullodate autorità non ritennero opportuno di rientrare, perché a loro detto, temevano che i tedeschi potessero ritornare»[7]. image

Soltanto il vescovo Bentivoglio si precipitò immediatamente sui luoghi della sciagura, ed egli stesso travolto e ferito dal crollo improvviso di un’ala del seminario, colpito in pieno dalle bombe sganciate dai B 26 americani, fu messo in salvo e trasportato presso l’ospedale dove gli furono prestate le cure del caso. «Il Vescovo in quel giorno di sangue e di rovine – scriveva il presule avellinese – non poteva e non doveva allontanarsi dalla sua città martoriata; e, ritirando(si) nel Seminario, rimasto completamente deserto, si proponeva di alternare il tempo tra la solitudine e la visita ai feriti. Poco dopo però – continuava Mons. Bentivoglio –, una nuova incursione aerea – la quarta di quel giorno – (mi) colpiva proprio nel Seminario, che crollava seppellendo(mi) nelle sue rovine. Erano le quattro pomeridiane (…). Ma come avre(i) potuto essere salvato, se pochi minuti prima di questa quarta incursione la imageDivina Provvidenza non (mi) avesse inviato (…) il Canonico D. Giovanni Gionfrida, preoccupato della sorte del suo vescovo. Anch’egli fu travolto dalle rovine, ma potutosi liberare cor(se) in cerca di aiuto pel Pastore (…). Riconoscenza nutriamo anche grandissima per quattro soldati dell’esercito germanico, i quali dopo le reiterate ed inutili richieste presso i Comandi dell’UNPA e dei Carabinieri, accor(sero) volenterosi e, superando gravi difficoltà dopo mezz’ora di lavoro penosissimo e pericoloso, riusci(rono) a trar(mi) fuori dall’ammasso enorme ed informe di macerie (…). Sulle braccia di questi quattro soldati il vostro Vescovo (…) ven(ne) trasportato al vicino ospedale (…). Sull’imbrunire – concludeva il Pastore –, una motocicletta militare germanica, nella quale la Provvidenza (mi) fece imbattere all’uscire dall’ospedale, (mi) trasport(ò) nella campagna vicina (…) nella casa modesta ma tanto ospitale della famiglia Picariello»[8].

Nel frattempo, approfittando del caos che imperversava nella città, dal senso di smarrimento che incominciava a serpeggiare nell’animo della gente e dal disorientamento in cui si venne a trovare l’esercito, i tedeschi poterono dar libero sfogo alla loro ritorsione, spalleggiati in questa sciagurata azione da alcuni manigoldi, provenienti dai centri limitrofi, che si aggiravano per le strade cittadine depredando vilmente tutto ciò che ancora poteva essere comodamente trafugato.

«I lurchi teutoni – scriveva a tal proposito il professor Cannaviello – (cominciarono) ad appropriarsi (delle) automobili civili (oltre che militari), presentandosi, armi alla mano, ai possessori, indicati loro da giovani incoscienti, accesi nazi-fascisti. Poi pretesero e s’impadronirono di quattro milioni ed ottocento mila lire da(lla) Banca d’Italia; un milione e seicento mila lire dal (…) Banco di Napoli, appropriazioni che sarebbero state molte di più, se l’uno e l’altro direttore non fossero stati scaltri e accorti (…). Il 19 settembre – continuava Cannaviello – mentre la città era deserta e deserti erano tutti gli uffici (…) ben 11 armati hitleriani affollarono l’ingresso secondario del (Banco di Napoli, n.d.a.). (…) Con le pistole mitra dalle pallottole più grosse disserrarono la porta, con le stesse pistole e con martelli riuscirono a schiodare diversi cancelli, ma non a far breccia nella potentissima sacrestia o tesoreria (…). Ebbero la straordinaria delusione di veder rimbalzare indietro le pallottole, sicchè (…) dovettero ritornarsene indietro confusi e amareggiati. Si rifecero dell’insuccesso ripetendo le imprese dei loro compagni nello svaligiare le case e le botteghe meglio fornite»[9]. Lasciato in balia del fato, senza nessuna guida politica ed amministrativa e privo della tutela dell’ordine pubblico, il capoluogo irpino arrancava in un marasma generale, favorito anche dall’ignominiosa fuga da parte delle autorità civili e militari. «I feriti – riferiva Guido Dorso – vennero abbandonati, i sepolti vivi sotto le macerie invoca(vano) soccorso, e la città rimase esposta per venticinque giorni ai ripetuti saccheggi della plebaglia e del contadiname dei paesi vicini, dei carcerati evasi e degli stessi custodi dell’ordine»[10].

In merito a questa vicenda paradossale, il prof. Cannavielo scriveva con disincanto: «Delle principali Autorità il Prefetto Zanframundo, il Comandante dei RR. Carabinieri Martino, il Questore Vignali (…), alle ore 10 del 14 settembre si erano recati in provincia per motivi di servizio. Ne rientrarono poco dopo le ore 12 sotto l’imperversare di apparecchi bombardieri (…). Trovarono la città completamente deserta. Tentò nel suo ufficio il Prefetto in compagnia del Questore di telefonare alla Caserma dei Carabinieri, ai Vigili del Fuoco, agli agenti dell’UNPA, ma i telefoni erano interrotti e (sopraggiunta la) sera (…) non potendo contare su chicchessia, riparò a Summonte. Il Maggiore Martino corse alla sua Caserma, e sostituito alla divisa l’abito borghese, si allontanò per riapparire ai primi di ottobre. Il Vignali dalla Prefettura si diresse alla Questura, ma trovatala chiusa senza l’ombra di un funzionario o agente, che si erano messi alla ricerca dei loro familiari, e trovata chiusa anche la propria casa, si diede a rintracciare la moglie ed il figliuolo (…)».

Intanto, l’8 settembre all’indomani dell’annuncio dell’armistizio i tedeschi, ritenendosi traditi, con potenti carri armati fecero irruzione nel Distretto Militare di Avellino, trafugando dai depositi viveri, indumenti di casermaggio ed armi, invitando la popolazione a fare altrettanto. «Per mascherare poi il saccheggio loro – rilevava acutamente il prof. Cannaviello –, con macchinette fotografiche avevano ritratto su pellicole quelle scene d’arrembaggio onde vituperare noi italiani (…). Muto e passivo a tutto ciò il rappresentante della nostra Forza Pubblica Colonnello Finizia (…) il 14 settembre (…) addirittura disparve (nel timore) di essere da quei sopraffattori deportato in Germania. Ma egli (invece, dichiarò mentendo palesemente) che disponendo di poco meno di un centinaio di soldati male armati, si sentiva in condizioni di assoluta inferiorità di fronte ai tedeschi (…) allora credette bene di sciogliere il Commissariato per risparmiare terribili conseguenze alla città»[11].

Ma in realtà, l’ineffabile colonnello Finizia poteva contare anche sul supporto di ben 120 paracadutisti presenti in città e di altri dislocati nella provincia; inoltre, erano a sua disposizione anche migliaia di Allievi Ufficiali e giovani universitari pronti a fornire, appena richiesto, il loro valido appoggio. Il calvario della popolazione avellinese, tuttavia, si protrasse fino al 1° ottobre, giorno in cui fecero il loro ingresso trionfale in città le prime camionette dell’esercito americano e gli ufficiali alleati presero possesso ufficialmente della Prefettura facendovi issare il vessillo a stelle e strisce. Si concludeva, così, un incubo e con esso l’angoscia per i bombardamenti aerei, che a prezzo di ingenti sacrifici avevano incrinato il fronte interno, seminando ovunque morte e distruzione, e messo in ginocchio la già precaria economia avellinese, lasciando con un palmo di naso tutta la popolazione, che per qualche istante aveva accarezzato l’idea di essere risparmiata dalla furia omicida di quelle letali deflagrazioni.

Il 1° ottobre i primi reparti americani fecero il loro ingresso in città. La Divisione era composta dal 15° R.C.T. (Regional Combat Team) che con formazioni corazzate e leggere supportate da potenti jeep, si inerpicarono sui cumuli di macerie causati dai crolli lungo le strade della città. A differenza dell’accoglienza loro riservata in altri luoghi, ad Avellino i soldati del contingente alleato trovarono una città prostrata, vuota e rasa al suolo, con sporadici spettatori che assistevano increduli ed entusiasti allo stesso tempo, l’ingresso vittorioso delle truppe statunitensi.

La popolazione, infatti, sin dal primo giorno delle incursioni aeree, aveva trovato rifugio nelle campagne circostanti, dalle quali fece ritorno soltanto allo scoccar delle campane della cattedrale, che annunciavano lo scampato pericolo, la liberazione dall’oppressione nazi-fascista e il sopraggiungere delle truppe alleate. L’Amministrazione Militare Alleata, al comando del maggiore Sisson, appena si insediò ad Avellino, subito si adoperò per tentare di risolvere i problemi più urgenti.

Così, si provvide a dare alle fiamme le carcasse delle centinaia di vittime sparse per le vie cittadine, che avevano trovato la morte in seguito alla deflagrazione delle bombe alleate. Si ricorse a questo drastico provvedimento al fine di evitare l’insorgere di eventuali focolai di epidemia. In seguito, furono riattivati l’acquedotto e l’intero sistema fognario; quindi il lavoro proseguì prestando le prime provvisorie riparazioni agli edifici della Prefettura, del carcere e degli uffici finanziari. Successivamente l’A.M.G.O.T. affrontò il grave problema della ricostruzione, a proprie spese, delle principali arterie di comunicazione distrutte dalla rappresaglia tedesca. Così fu varato un primo piano d’interventi che riguardò 34 viadotti, per una spesa complessiva di 14.680.000 lire, di cui ben il 92% a carico dell’amministrazione alleata, ed il restante ad opera del ministero dei Lavori Pubblici.

Quindi, l’attenzione si concentrò sulla ricostruzione di altri 15 ponti la cui spesa totale ammontava a 21.431.000 lire, di cui il 78% a carico dell’A.M.G.O.T. Con una certa rapidità fu poi riassestata anche la rete ferroviaria Avellino-Napoli, in quanto rivestiva un interesse strategico per gli alleati, mentre l’Avellino-Benevento e l’Avellino-Rocchetta non furono neanche prese in considerazione. Inoltre, anche l’erogazione dell’energia elettrica era assolutamente precaria. «Nel capoluogo – afferma Francesco Barra – furonoimage così privati di energia elettrica industriale per cucina e riscaldamento 1.720 utenti, benché la città fosse sfornita di gas e scarseggiassero carbone e legna. La S.E.C. versava inoltre in gravi difficoltà a causa dell’esaurimento dei materiali per la normale manutenzione (fili, lampade, stagno, ecc.)»[12]. Il 4 ottobre 1943, dopo appena quattro giorni dall’ingresso delle truppe alleate, il FLN irpino, costituitosi alla fine di agosto di quell’anno, ad opera del P.C.I., del P.d’A. – che vi esercitava un ruolo egemone grazie alla presenza di un leader dal carisma di Guido Dorso – ed all’adesione dei socialisti e della D.C[13]., votò un ordine del giorno in cui si dichiarava la propria disponibilità vincolata ad un radicale ricambio politico ai vertici della pubblica amministrazione. La conditio sine qua non che poneva il F.L.N. irpino era la seguente:

«- Rifiutare il proprio appoggio a qualsiasi governo provvisorio della provincia che non pon(eva) a base della sua attività la più rigida intransigenza nei confronti degli elementi compromessi da attività di collaborazione con il vergognoso regime di oppressione fascista;

- tenere il pubblico al corrente degli avvenimenti politici e militari finché duri lo stato presente di eccezione, mediante la pubblicazione di un bollettino di notizie, se il comando alleato lo consentirà;

- respingere sdegnosamente la maliziosa insinuazione, di evidenti uomini avidi, abituati alle manovre della disonestà politica prefascista, secondo cui l’antifascismo vorrebbe abbandonarsi ad atti di rappresaglia contro gli elementi fascisti». Inoltre il FLN pretendeva la radiazione «dalle cariche pubbliche (di tutti) i colpevoli di fascismo e collaborazionismo con i tedeschi, dando mano ad un esperimento autonomistico a carattere regionale»[14]. Il comando alleato decise, quindi, di convocare i rappresentanti del F.L.N. provinciale per analizzare in modo più dettagliato la loro piattaforma programmatica. La concentrazione antifascista accettò l’invito, nominando una commissione composta da Guido Dorso, Alfredo Maccanico e Vincenzo Galasso. Nell’incontro col comando dell’A.M.G.O.T., ai delegati del F.L.N. fu richiesta una lista di nomi da designare al governo della Provincia. Il 7 ottobre l’assemblea della concentrazione antifascista approvò, con un solo voto contrario, la proposta della Commissione così articolata: alla guida della Prefettura l’avv. Guido Dorso, coadiuvato dal dott. Alfredo Maccanico e dall’avv. Carlo Amatucci in qualità di Vice–Prefetti; al vertice dell’ente municipale veniva proposto, inopinatamente, l’ex sciarpa littoria e segretario comunale fascista Vincenzo Di Tondo, con funzioni di Commissario Civile insieme all’avv. Umberto Lerro, mentre all’architetto Francesco Fariello e al dott. Michele De Laurentiis venivano affidate, rispettivamente, le cariche di Commissario Tecnico e di Commissario per l’Igiene. A dirigere la Questura, invece, fu designato il dott. Vincenzo Bianchi, mentre il comando dei Carabinieri fu affidato nelle mani esperte del Ten. Col. Celestino Seneca[15].

imageIl primo dato che emerge immediatamente da questi nominativi è la prevalenza della componente azionista, che suscitò una decisa presa di posizione da parte di quegli esponenti del ceto politico prefascista di matrice liberale come Rubilli – il cui peso politico, nonostante tutto, era ancora rilevante – e del mondo cattolico, che guardava con sospetto il laicismo propugnato dal Partito d’Azione. Le rimostranze provenienti dall’entourage notabiliare e dalla Chiesa, di cui si fecero latori Rubilli ed il Vescovo Bentivoglio, contribuì a far naufragare definitivamente il tanto agognato governo provvisorio.

Così, l’illusione che il comando alleato accettasse le proposte del F.L.N. svanì sul nascere. Difatti, quando l’8 ottobre la commissione della concentrazione antifascista si incontrò col Comando alleato fu accettato solo il nome di Dorso e di un suo vice. In seguito a ciò si convocò ancora un’altra riunione, nella sede del F.L.N. provinciale, tra il Maggiore Sisson e gli esponenti dei partiti antifascisti, durante la quale il comandante delle forze di occupazione promise l’estromissione degli elementi fascisti dai posti di responsabilità. Alcuni giorni dopo, tuttavia, venne nominato a consigliere dell’A.M.G.O.T. l’avvocato Alfonso Rubilli, che pur essendo stato estraneo al fascismo – amava definirsi, infatti, un afascista – non apparteneva al F.L.N., e venne finanche sancita la permanenza in carica delle preesistenti autorità fascistizzate.

L’avv. Rubilli, incarnava la teoria continuistica delle istituzioni, difatti era un liberale legato a filo doppio alla vecchia concezione politica personalistica che riscuoteva molto seguito in provincia, coadiuvato dai funzionari cresciuti e prosperati all’ombra del fascismo, che, certamente, erano più tranquilli e proclivi alle direttive impartite dall’autorità alleata; si attuava, così, una riallocazione del potere nelle mani dei vecchi notabili. In realtà, il confronto del comando alleato con i rappresentanti del F.L.N., fatto di richieste e di offerte di collaborazione, nonché di successivi ripensamenti, di aperture e poi di improvvise e inspiegabili chiusure, si concluse – nonostante i buoni propositi iniziali – con l’assunzione al governo provvisorio della città e della provincia di un personale del tutto incompatibile con i genuini fermenti antifascisti e poco incline alle istanze di rinnovamento che in quel momento animavano i partiti riuniti nel Fronte.

«Una manovra notturna – definì in quei giorni Antonio Maccanico il dietrofront dell’A.M.G.O.T. dalle colonne di Irpinia Libera – con precipitosa corsa automobilistica, effettuata da vecchi santoni della discreditata politica prefascista paesana, con l’appoggio di un’Alta Autorità spirituale, basata sulla maliziosa insinuazione che l’antifascismo irpino fosse proclive all’esercizio di rappresaglie e violenze in danno dell’elemento fascista, sortì il suo effetto»[16]. Successivamente, sempre dalle colonne dell’organo del F.L.N. Irpinia Libera, veniva denunciato che «il maggiore Sisson che aveva aderito all’idea ne fu dissuaso a seguito di una campagna subdola di diffamazioni e calunnie, e la cosa abortì (…). Il prefascismo ricominciò la sua vita abietta in quei giorni»[17].

Da ciò si evince chiaramente la divergenza degli indirizzi programmatici del F.L.N. rispetto a quella messa in atto dall’A.M.G.O.T. I primi erano fautori di una politica di profondo rinnovamento degli apparati statali, a coronamento di una più accentuata democratizzazione della vita pubblica e di una strenua lotta al trasformismo che mirava a riportare in auge il vecchio ceto politico liberale. Le forze alleate, viceversa, perseguivano una strategia diversa rispetto a quella del F.L.N., cooptando l’élite politica prefascista, in modo da mantenere inalterata la funzionalità dei vecchi apparati burocratico-amministrativi, impedendo, allo stesso tempo, ai partiti antifascisti di organizzarsi. In questi frangenti la politica perseguita dall’A.M.G.O.T. sembrò pervasa dalla sindrome di Tiresia, per cui si procedeva alla ricostituzione dell’apparato politico-amministrativo con la mente rivolta al passato, facendo leva sul vecchio ceto notabiliare di matrice liberale; così fu stabilito che le più alte cariche pubbliche restassero al loro posto.

In virtù di questa decisione all’Amministrazione Provinciale Francesco Amatucci sostituì, inimage qualità di commissario, il Preside Alfredo De Marsico, ministro di Grazia e Giustizia del governo Mussolini e difensore, all’assise di Ferrara, dei fascisti assassini del parroco di Argenta don Minzoni[18]. Inoltre, bisogna rilevare che proprio in quel periodo la Concentrazione antifascista era egemonizzata dalle forze filo-repubblicane e di sinistra, mentre le forze alleate di occupazione privilegiavano, come è noto, le compagini di ispirazione moderata e monarchica. Anche il questore Vignali ed il comandante dei Carabinieri Martino furono riconfermati nelle loro cariche, mentre l’avv. Rubilli fu nominato addirittura consigliere personale del maggiore Sisson. Finanche l’ineffabile prefetto Zanframundo, che nei tragici giorni del bombardamento a tappeto di Avellino, si era defilato abbandonando la città al suo destino cinico e baro, ottenne inopinatamente la riconferma della sua carica. L’urgenza di ristabilire un ordine sociale, ormai evanescente, e la precarietà in seno al cattolicesimo di figure di spicco, indussero anche la Chiesa a fare affidamento sul vecchio personale politico liberale, sostenendo gli ex deputati Alfonso Rubilli e Francesco Amatucci, al fine di gestire in modo indolore la transizione post-bellica. In questo modo si tentò di arginare le spinte innovatrici provenienti dal fronte antifascista, cercando di ostacolarne al suo interno, l’egemonia dei partiti di massa – in particolare del P.d’A. e del P.C.I., che avevano subordinato la loro partecipazione al governo provvisorio della città e della provincia, all’adozione di drastici provvedimenti epurativi, onde evitare proprio la riemersione di quei notabili di estrazione liberale – ridimensionando i quadri dirigenti «con una politica ostruzionistica e sabotatrice»[19], obbligandoli ad una «tacita collaborazione» che ne inficiava la loro immagine pubblica. L’emarginazione del FLN fu la conseguenza dell’opposizione ai criteri di moderazione e gradualismo a cui iniziò ad ispirarsi la politica degli alleati. Difatti, nel breve volgere di un mese, già alla fine dell’ottobre ‘43, la linea politica adottata dal P.d’A. e dal P.C.I., veniva considerata addirittura quasi eversiva rispetto al prioritario ristabilimento delle funzioni amministrative e alla pacificazione.

La crisi del passaggio dal vecchio al nuovo si era risolta, dunque, all’insegna della più assoluta continuità, e questo contribuiva a scavare un fossato tra il F.L.N. e il Comando Alleato, sulle cui decisioni dovette certamente avere un forte influsso il timore che scelte diverse avrebbero potuto portare al sopravvento di forze ultrademocratiche o di estrema sinistra, in ogni caso ostili al governo Badoglio e alla monarchia, che in quel momento costituivano per il Quartier Generale dell’esercito di occupazione l’unico punto sicuro di riferimento. Ma a spingere in questa direzione dovettero anche giocare, da parte del F.L.N., alcuni errori tattici oltre che di valutazione dello spirito reale che animava l’A.M.G.O.T. Dorso e compagni, infatti, credevano che gli alleati fossero animati da un sentimento antifascista analogo al loro, mentre costoro in realtà erano soprattutto preoccupati delle ragioni strategiche della guerra, in cui entravano anche problemi di equilibrio politico, e all’assetto che l’Italia e l’Europa avrebbero dovuto assumere al termine delle ostilità. Per queste ragioni la linea politica dei singoli ufficiali che si avvicendarono al governo della provincia, dovette certamente essere quella di evitare mosse azzardate, di non fare concessioni a spinte radicali, e di favorire quanto più possibile soluzioni amministrative di segno moderato. Sul finire del 1943, il maggiore Sisson, capo dell’A.M.G.O.T., diede una chiara dimostrazione della sua linea politica e approfittando delle intimidazioni rivolte a Guido Dorso da una quindicina di soldati monarchici, in seguito ad un suo articolo pubblicato sulle pagine di Irpinia Libera e ritenuto troppo critico nei confronti della Corona, decretò la chiusura del giornale lamentando la penuria della carta.

A rinfocolare gli animi, già di per sé abbastanza esacerbati, ci pensarono alcuni reparti del 1° Raggruppamento Motorizzato Italiano, costituitosi alla fine di settembre col beneplacito del Comando Alleato, nella zona di S. Pietro Vernotico. Erano diretti al fronte di Cassino, dove si trovarono coinvolti, tra l’8 e il 16 dicembre, in due sanguinosi scontri per la conquista di Montelungo. Tra il 6 e l’8 novembre questo reparto si trasferì nelle zone di Avellino, dove rimase per quindici giorni. La presenza nel capoluogo irpino di questi spavaldi giovani suscitò, inevitabilmente, entusiasmo presso quei circoli sciovinisti e legittimisti della città, perché questo avvenimento costituiva l’auspicio di una ripresa della dignità e sovranità nazionale; nonché un contributo esplicito e concreto da parte del governo Badoglio seguito alla dichiarazione di guerra alla Germania nazista.

Tuttavia, dopo questa iniziale euforia, seguirono – qualche giorno dopo durante la sosta di questi reparti ad Avellino – momenti di profonda indignazione fra tutti gli spiriti democratici, soprattutto allorquando vennero a conoscenza delle vessazioni ed atti intimidatori perpetrati da questi soldati ai danni di Guido Dorso e di altri esponenti repubblicani. Il vituperio della popolazione raggiunse, così, proporzioni parossistiche in quanto quelle azioni di tipo squadristico, compiute per giunta da giovani che indossavano la divisa dell’esercito, rappresentava agli occhi della gente un funesto rigurgito della tendenza di matrice fascista e monarchica.

«Mi sono stati denunciati da parte di civili – scriveva in quei giorni il magg. Sisson in una lettera riservata a Dorso – degli incidenti, che, se non controllati immediatamente, possono indurre a serie conseguenze man mano che queste truppe avanzano. Durante la sera del 13 novembre (1943) circa 15 soldati entrarono nella casa di un vero antifascista residente nella città di Avellino, un avvocato e lo minacciarono a causa di un articolo che egli aveva pubblicato, non sufficientemente laudatorio del Re, secondo la loro opinione. Poco dopo arrivò un Luogotenente colonnello con alcuni ufficiali e rafforzò le minacce fatte dai soldati e affermò che, se non fosse stata pubblicata entro 48 ore una ritrattazione dell’articolo, gli sarebbe stata inflitta violenza personale. Inoltre – continuava il magg. Sisson – ho alcuni rapporti riguardanti giovani antifascisti molestati nello stesso modo, con l’irruzione in un circolo che essi occupavano, con la distruzione dei mobili, con il sequestro dei libri e con minacce di violenze personali. I soldati hanno anche sequestrato giornali a persone sulle strade pubbliche, effettuato perquisizioni in cerca di giornali, e provocato in altri modi la possibilità di seri disordini. Ho avuto un ampio colloquio con i querelanti e li ho messi in guardia dal fare qualsiasi cosa che possa causare un serio scontro con l’Esercito Italiano. Secondo il mio parere – concludeva il comandante dell’Amministrazione Militare Alleata – nessuna delle attività che essi hanno intrapreso fino ad ora va oltre la sfera delle libertà di espressione, stabilite come una delle garanzie su cui si basa la nostra presenza in Italia»[20]. In questo clima vieppiù arroventato, si sviluppò una vivace polemica che vide opposti il giovane studente universitario Antonio Maccanico e l’Allievo Ufficiale, nonché Sergente dei Bersaglieri, Silvestro Amore, aggregato a quel Raggruppamento che per pochi giorni soggiornò in Avellino. Maccanico, dalle colonne di Irpinia Libera, sosteneva la necessità di «studiare, di organizzarsi» in modo da ripulire l’ambiente dai fascisti e dai monarchici responsabili, primo fra tutti il Re, della guerra e della disfatta prima di decidersi a combattere una nuova guerra, onde evitare nuove sorprese! Ma queste parole non persuasero il giovane sergente Silvestro Amore, reduce dal fronte russo, e forse già comunista in pectore, che rifiutandosi di vivere alla sbando – così come era accaduto a molti soldati all’indomani dell’armistizio – si era lasciato attrarre da quel manipolo di ascari, tanto che decise di arruolarsi proprio in quei giorni di passaggio ad Avellino.

Sebbene i problemi rilevati da Maccanico non dovevano essere sottovalutati, tuttavia, secondo Amore non erano quelli i tempi dello studio, quanto piuttosto dell’azione e del combattimento, perché non c’era altra via d’uscita per praticare l’antifascismo che l’unione sacra contro i tedeschi, non importava se si aveva attaccato alla divisa lo stemma sabaudo. Togliatti, a Salerno e gli eventi successivi si incaricarono di dar ragione alla politica della conciliazione – almeno fino al referendum istituzionale – e di guerra ad oltranza contro le truppe naziste.

«Il 25 novembre (1943) la stessa tipografia Pergola – scriveva il prof. Cannaviello – pubblic(ò) il primo numero de L’Amico del Popolo, settimanale della democrazia cristiana. Avevano appena questo giornale e l’altro dell’Irpinia Libera, delineato le proprie vedute, cominciato le proprie schermaglie, che ecco – per evitare altri turbamenti della quiete pubblica, altre eccitazioni del popolo già scosso dalle sofferenze –, v(enne) d’ordine superiore sospesa a tempo indeterminato la pubblicazione di entrambi»[21].

Lo scopo, fin troppo esplicito, perseguito dal comando alleato, era quello di lasciare senza alcuna voce quei partiti contrari al ritorno, nell’agone politico locale, del vecchio ceto politico notabiliare di estrazione liberale. In questo modo, come rilevava lucidamente Dorso, «prospettava l’A.M.G. in funzioni di situazioni personali», le quali proprio perché avulse dal tessuto sociale e non soggette al controllo dei partiti, garantivano agli alleati il completo controllo della situazione. Ad ogni modo questa strategia, condotta magistralmente dal comando alleato, costituì il preludio del ritorno in grande stile sulla scena politica di quei personaggi legati a filo doppio all’élite politica liberale prefascista, come Alfonso Rubilli, Francesco Amatucci e così via. La campagna propagandistica condotta dai partiti laici e socialisti, di moralizzare la vita pubblica, si rivelò complessivamente un’aspirazione velleitaria, rispetto alla quale le forze moderate, grazie anche all’appoggio degli alleati, ebbero il sopravvento, rendendo evanescenti le invettive lanciate dallo schieramento progressista.

D’altronde le istanze di rinnovamento dell’apparato statale furono vanificate dai procedimenti a dir poco contraddittori con i quali fu avviata la defascistizzazione[22], che ebbe il merito di gettare soltanto il fumo negli occhi ai più acerrimi fautori dell’epurazione della pubblica amministrazione. Inoltre, le forze politiche che si erano mostrate alquanto scettiche – per non dire completamente ostili – a questo procedimento, non si fecero sfuggire l’occasione propizia per tentare di rimuovere il recente passato dalla mente della popolazione, rivolgendo un’aspra critica ai partiti di sinistra, responsabili – a loro avviso – di aver ordito un’implacabile caccia alle streghe.

«La continua rievocazione del fascismo – si leggeva dalla colonne del Corriere dell’Irpinia, nel 1945 – non per trarre considerazioni utili al nostro vivere ma per eccitare rancori, per impedire la fusione degli animi fa ormai nausea agli italiani, perchè prima di dirci di questo o quel partito non bisogna dimenticare che siamo italiani, innanzitutto italiani»[23].

In realtà, la politica condotta dal comando alleato, mirava a non scompaginare la struttura amministrativa, insediando ai vertici degli enti locali proprio quel personale politico prefascista che considerato più affidabile nel garantire gli ordini impartiti dall’A.M.G., avrebbe potuto scongiurare, in tal modo, l’avvento al potere del fronte progressista. Quest’ultimo, tuttavia, soprattutto ad opera dei comunisti, scelse la strada del contatto diretto con l’opinione pubblica, e mediante l’affissione di giornali murali, fece registrare un’efficace e spregiudicata campagna propagandistica – non scevra, tuttavia, di venature demagogiche – denunciando l’ignobile tentativo di ridurre l’epurazione ad una sorta di sanatoria generale, ripristinando lo staus quo nella pubblica amministrazione, cooptando persino quei personaggi collusi col regime fascista. L’effetto di questa denuncia mentre da un lato contribuì a rinsaldare i rapporti tra il partito ed i giovani, dall’altro suscitò il sospetto della piccola borghesia che, in passato, non era rimasta avulsa da certe contiguità col fascismo; e in tal modo finì per alienarsi le simpatie finanche della compagine dorsiana che, invece, puntava il dito sul problema più cogente del rigurgito della classe dirigente prefascista. In realtà, proprio questa eventualità preconizzata da Dorso, si rivelerà la più pericolosa per le sorti della nascente democrazia. Difatti, un episodio emblematico accaduto nel 1945, testimoniava l’effettiva vitalità della cosiddetta quinta colonna fascista irpina che riuscì ad ordire un piano per trafugare i documenti depositati presso la sezione provinciale di epurazione[24].

Ad ogni modo la tradizionale élite liberale, rappresentata dagli intrepidi ex deputati Rubilli ed Amatucci, mostrò una più estesa capacità di riorganizzazione delle proprie fila, animata dalla fervida aspirazione di riconquistare quegli alveoli del potere locale che avevano – loro malgrado – dovuto lasciare con l’avvento del fascismo.

Così, mentre nel corso del biennio ‘43–‘45 i comunisti rivolsero, con intransigenza, la loro attenzione alle vacue rivendicazioni relative alla defenestrazione di tutti quei personaggi che si erano segnalati per la loro connivenza col regime fascista; nel frattempo, il quadro politico provinciale mutava, ricompattandosi intorno alle componenti trasformistiche. In effetti, finanche i comunisti furono indotti a ridimensionare la propria linea politica, nel momento in cui presero coscienza che: «lo stesso fascistissimo prefetto serv(iva) Rubilli e Amatucci con lo stesso zelo con cui (aveva) servito Mussolini. A questi due piccoli ras della provincia che lo (avevano) garantito e raccomandato, il prefetto non e(ra) in grado di negare nulla e tutta la sua opera, infatti, e(ra) rivolta al consolidamento delle loro posizioni politiche e al rafforzamento delle clientele e delle cricche che fa(cevano) capo ai nuovi padroni»[25]. La penetrazione nei gangli del sistema amministrativo locale, delle camarille che facevano capo a questi due personaggi, si svolse in maniera onnipervasiva, al punto che dalle colonne de L’Unità si sottolineava che «l’attività del prefetto verso questi due equivoci personaggi si e(ra) esplicata con particolare successo nella nomina dei sindaci che (erano) stati scelti quasi tutti tra i demoliberali (più di 100 su 114); lo stesso e(ra) avvenuto per le giunte comunali»[26].

Rapidamente, dunque, l’impalcatura del potere locale rispecchiava fedelmente gli indirizzi programmatici e gli equilibri scaturiti dalla politica restauratrice degli alleati. In un batter d’occhio il ceto politico-amministrativo – grazie anche ad un’intransigente presa di posizione massimalista al momento delle trattative da parte del F.L.N. – venne sostituito e riciclato. Tuttavia, proprio la priorità che, sia i comunisti che gli azionisti, attribuivano all’avvicendamento delle massime gerarchie amministrative (Prefetto e Provincia), si rivelò fallimentare, innescando un processo di restaurazione dal basso, che si diramava dalle amministrazioni comunali, al momento non ancora elettive. In questo modo, anziché stilare un efficace programma di rinnovamento degli enti locali, si tendeva ad utilizzare il municipio come merce di scambio, per aspirare a raggiungere il gradino più alto dell’apparato amministrativo. Il F.L.N. scadendo nei soliti bizantinismi, ancora una volta, si fece cogliere impreparato dall’incedere degli eventi, al punto che si produssero lacerazioni finanche al suo interno fra i vari partiti, che poi sfociarono in un ulteriore costituzione di un comitato alternativo – sotto l’egida degli alleati – nel quale confluirono la Democrazia Cristiana, i Democratici del Lavoro ed i Liberali. Il governo alleato adottò, in questa circostanza, la classica strategia del divide et impera, contrapponendo, di volta in volta, i due comitati, in funzione dei propri interessi, in modo da circoscrivere il loro raggio d’azione, già di per sé angusto. A catalizzare il consenso dell’opinione pubblica intorno a questa politica, ci pensò, poco dopo, il commissario provinciale Francesco Amatucci che, nella sua relazione del 1944, pose l’accento sulla sovvenzione straordinaria di un milione concessa dal comando alleato, grazie alla quale fu possibile l’approvazione del bilancio provinciale per l’anno in corso: «La situazione della cassa – dichiarava Amatucci – presentava un deficit di £ 29.959,77, malgrado l’anticipazione fatta dal Ricevitore Prov/le di oltre £ 600.000,00 in conto sovrimposta, successivamente regolarizzata. Furono subito iniziate trattative con l’Ufficio Finanziario del Governo Militare Alleato per una sovvenzione straordinaria di fondi in sostituzione di quelli non pagati dallo Stato (…). Gli Alleati ci vennero incontro con una prima sovvenzione straordinaria di un milione di lire e con l’approvazione di massima data al nostro bilancio 1944 che si chiudeva con uno spareggio di £ 19.707.004,98 per sanare il quale si chiedeva un contributo di pari somma allo Stato»[27].

A questo punto i partiti del F.L.N., che nel frattempo si erano costituiti come C.L.N., condizionati dalla loro politica velleitaria e massimalista e dal timore di essere ritenuti responsabili della paralisi amministrativa, finirono per non incidere in alcun modo sulla gestione dell’attività politica-amministrativa del capoluogo irpino.

Con la riconferma del ceto politico prefascista, la rappresentatività degli enti locali venne momentaneamente accantonata da parte del comando alleato, mentre si consolidava la diarchia Rubilli–Amatucci. «Anche l’incerto e contraddittorio avvio della defascistizzazione della pubblica amministrazione – sostiene Barra – non contribuì certamente a chiarificare la situazione politica, ma avvelenò invece ulteriormente i già tesi rapporti tra i partiti (…). Il prefetto Zanframundo, che non si era davvero distinto né prima né dopo l’8 settembre per doti di altruismo, non fu neppure sfiorato dall’epurazione. Accusato dai partiti del C.L.N., ed in particolare dal P.C.I., di essere passato dal servire il fascismo a servire gli onorevoli Rubilli e Amatucci, di cui era divenuto docile creatura; fu trasferito a Frosinone ai primi di giugno del ‘44 e sostituito dal magistrato a riposo Raffaele Intonti»[28]. Il nuovo prefetto si insediò l’8 giugno ed il 14 inviò una lettera di saluto alle varie autorità, nella quale affermava di non sottovalutare «le difficoltà, a tutti note, dei momenti che attraversiamo», che si proponeva di superare lavorando «con la lena migliore (…). Abbiamo fatta, purtroppo – proseguiva Intonti – dolorosa esperienza di un ventennio e più di irreparabili e tragici errori, nei quali non dobbiamo ricadere. Quel che abbiamo deprecato e patito potrebbe bastare ad ammonire le generazioni ed insegnar loro la via da percorrere operando in silenzio e con dignità. C’è bisogno, quindi, di non attardarsi a ricostruire in ogni campo ed anche in quello morale in inalterabile unanime concordia di animi e di intenti nel riconquistato ed agognato clima della libertà»[29].

L’ex magistrato, nel novembre del ‘43, era stato l’artefice della nascita della D.C. ad Ariano Irpino ed in seguito aveva preso parte attivamente al Congresso di Bari nel gennaio dell’anno successivo. Raffaele Intonti si segnalò subito come una persona equilibrata e dotata di una grande dignità, e ciò gli valse il merito di continuare a reggere le sorti della prefettura irpina fino all’ottobre del 1944, nonostante che la provincia fosse ritornata fin dal 20 luglio di quell’anno, sotto la giurisdizione del governo italiano. In seguito al suo posto fu nominato un funzionario di carriera, Roberto Siragusa. Ad ogni modo, bisogna rilevare che i prefetti fino ad allora avevano ricoperto una funzione prevalentemente di cerniera tra l’amministrazione militare alleata, le amministrazioni locali e la popolazione. Nel frattempo, la «gestione autocratica e centralistica» del C.L.N. – non supportata da un’adeguata mobilitazione dell’opinione pubblica» e fondata «soltanto sul prestigio e sulle capacità intellettuali di quadri dirigenti privi di un significativo bagaglio di esperienze politiche», finì col rallentare la costruzione di moderne strutture di partito[30]. I dirigenti del C.L.N. si erano lasciati persuadere dalla convinzione – rivelatasi alquanto velleitaria – di poter interloquire con le autorità su un piano di parità, confidando sul prestigio e le doti morali ed intellettuali dei suoi leaders, che tuttavia, non avevano alle spalle una sufficiente esperienza politica, al punto che finanche un partito dalla vocazione elitaria, come il Partito d’Azione dei vari Dorso e Muscetta, si rese ben presto conto dell’importanza di un apparato stabile ed efficiente in grado di infondere dinamicità e capacità decisionale alle diverse istanze provenienti dal partito, ponendo fine al dirigismo esercitato fino a quel momento dal C.L.N.

«Circa l’attività politica – affermava il segretario del P.d’A. di Avellino Enrico Sessa – abbiamo poco da riferire, in quanto i contatti e le azioni svolte in seno al Comitato di Liberazione, con le autorità e gli enti (erano) degnamente tenuti dal comitato provinciale del partito. Il nostro compito (era) quello di risolvere compiti più modesti, rivolti essenzialmente alla costituzione di quello che (doveva) essere un primo nucleo di elementi di sicuro e completo affidamento»[31].

Il Comitato di Liberazione Nazionale, tuttavia, costituì il primo locus formale rappresentativo della realtà democratica in fieri, divenendo il luogo privilegiato in cui poteva svilupparsi un autentico dialogo tra i vari partiti. Purtroppo, la sua stagione fu effimera e foriera di accese dispute. Per queste ragioni non raccolse un grande consenso tra i vari strati sociali della popolazione provinciale, anche perché non sempre si riuscì ad andare al di là di una mera rappresentanza formale e nominalistica, che scadeva spesso in una presunta rendita di posizione, in virtù della quale, talvolta, non erano rappresentati i partiti ma le persone.

In ogni caso la fragilità organizzativa del blocco antifascista, si ripercuoteva, al suo interno, in continue frizioni tra le rigorose prese di posizione ufficiali e la condotta versatile dei singoli esponenti[32]. La restaurazione del vecchio assetto statuale e lo sviluppo ulteriore della strategia prefascista – apostrofata da Dorso come leva dei morti – volta ad estendere il trasformismo in periferia, contribuì in seguito ad alimentare gli attriti in seno al C.L.N.[33]. Tuttavia, poco dopo, la D.C, il P.d’A., il P.C.I. ed i socialisti, riuscirono a trovare un accordo per arginare questo spostamento a destra dell’asse governativo. Gli sviluppi immediati dell’intesa tra le varie componenti del C.L.N., segnò l’ingresso – dopo lo splendido isolamento – della Democrazia Cristiana guidata dall’astro nascente del cattolicesimo irpino Fiorentino Sullo, nei centri del potere amministrativo.

Difatti, successivamente il comando militare alleato designò, come si è visto, un cattolico militante del calibro di Raffaele Intonti a ricoprire la carica di prefetto. Ad ogni modo, bisogna rilevare che la D.C. non aderì immediatamente al C.L.N., poichè non ne condivideva in pieno la linea politica adottata fino ad allora. In seguito, con la nomina del sacerdote Mariano Melino – un vecchio popolare legato a filo doppio agli ambienti antifascisti avellinesi – al vertice della segreteria provinciale, si affermò nella D.C. un orientamento di sinistra, che prevalse su quello moderato e filoliberale[34].

L’inserimento della D.C. in uno schieramento di ispirazione progressita aveva lo scopo di far compiere ai cattolici quel passo in avanti indispensabile per la definizione del suo ruolo, di un partito, cioè, autenticamente popolare, distaccato da un assetto statuale autocratico. Intanto, lo scenario politico provinciale viveva una fase di fibrillazione, determinata da un susseguirsi di riposizionamenti nell’ambito dei vari schieramenti politici in campo.

A partire dal 1944, infatti, Rubilli ed Amatucci erano confluiti, rispettivamente, nelle fila del Partito Liberale e in quelle del Partito Democratico del Lavoro, allo scopo di eludere i persistenti ostracismi al loro ingresso nel C.L.N. Questa mossa determinò una scomposizione degli equilibri politici raggiunti fra le varie componenti della concentrazione antifascista. Difatti, sebbene in un primo momento questa manovra subdola fu giudicata con toni estremamente negativi, poco dopo seguirono reazioni di diverso contenuto e spessore.

Il prefetto Siragusa così descriveva queste due formazioni politiche: «Il Partito Liberale e quello Democratico Liberale, che come è noto si sono fusi, (avevano) il maggior numero di aderenti. Esso, (sic) (era) organizzato nel Capoluogo e nei comuni della provincia, ma non svolge(va) programmi politici, perché si poggia(va) unicamente sulle simpatie personali facenti capo all’ex On. Rubilli, di precedenti nettamente antifascisti. Il Partito Democratico del Lavoro – sottolineava il prefetto –, la cui organizzazione e(ra) sorta da poco, usa(va) pure al pari del Liberale antichi sistemi di proselitismo basati unicamente su piccoli favori personali ed assistenza professionale. Fa(ceva) capo all’ex On. Amatucci che (aveva) un seguito personale, sia per i suoi precedenti antifascisti e sia per la sua posizione professionale»[35].

La diarchia Rubilli–Amatucci inflisse un duro colpo alla strategia portata avanti con rigore ed abnegazione dagli azionisti, la cui linea politica iniziava a perdere colpi, destando malumori ed incomprensioni persino nelle altre forze politiche[36].

Su posizioni, se possibili, ancora più conservatrici dei liberali e dei demolaburisti, si collocava il Partito Democratico Liberale, dichiaratamente filomonarchico, che, tuttavia, non riscuoteva un grosso seguito nel capoluogo irpino, ma soltanto nella provincia. Questa formazione politica raccoglieva i suoi quadri dirigenti prevalentemente tra quei notabili ed amministratori locali di estrazione fascista, che adesso cercavano il modo di riciclarsi trovando usbergo all’interno dei vari partiti cosiddetti d’ordine, per far fronte alle invettive lanciate nei loro confronti dalla sinistra. Così, nell’autunno del ‘44 – come detto – si verificò la fusione tra i liberali e i democratici liberali, da tempo auspicata da Rubilli, consentendo al Partito Liberale di diventare – momentaneamente – il maggiore della provincia[37]. In precedenza, il 23 dicembre del 1943, si era verificato il cambio della guardia al vertice del comando alleato: al maggiore Sisson era subentrato l’ufficiale anglosassone maggiore Ball, che resterà in carica fino al 1° marzo dell’anno successivo. Approfittando di questa occasione, Guido Dorso, dalle colonne di Irpinia Libera, tracciò un bilancio fallimentare, sferrando il suo j’accuse nei confronti di quella che il C.L.N. apostrofava come l’amministrazione Sisson–Rubilli[38]. La disputa tra gli azionisti e Rubilli continuò senza tregua nel corso di quegli anni, raggiungendo l’acme in occasione della formazione del nuovo governo di Salerno – nell’aprile del ‘44 – allorquando la compagine dorsiana la spuntò esprimendo un veto esplicito alle richieste imageavanzate direttamente da Enrico De Nicola di affidare un ministero a Rubilli[39]. Nel frattempo, mentre gli animi all’interno del C.L.N. cominciavano a diventare incandescenti, il P.S.I.U.P. e la D.C. in risposta al pressante invito del prefetto alla «concordia di animi e di intenti», pensarono bene di ripagare la sua fiducia aderendo ad una sorta di C.L.N. alternativo, a cui diedero vita in combutta con i liberali e i demolaburisti, aperto a tutti coloro che erano disposti ad accantonare qualsiasi veto pregiudiziale.

«Avellino – scriveva preoccupato, in quei giorni Guido Dorso – costitui(va) lo scandalo del Mezzogiorno, perchè i due vecchi deputati trasformisti (erano) riusciti ad inquinare perfino il partito socialista, ed hanno (avuto) la baldanza di far procedere alla costituzione di un secondo Comitato del Fronte, attraverso il quale muovono la più aspra guerra al partito comunista e al partito d’Azione, che sono gli unici immuni dalla lue»[40]. Finalmente, nel maggio del 1944, il comando alleato – a capo del quale era subentrato il ten. col. inglese Alexander H. White – provvide a nominare una giunta provvisoria, guidata dal riconfermato Vincenzo Di Tondo[41], al quale venne affidata finanche la carica di sindaco, preferendolo al prof. Vincenzo Cannaviello, un indipendente sostenuto da tutta la concentrazione antifascista. Artatamente vennero disattesi anche i suggerimenti provenienti dal C.L.N., volti alla formazione di una giunta in grado di esprimere un adeguato pluralismo politico.

L’operazione andò in porto grazie alla complicità dei socialisti e con l’appoggio dei demolaburisti e dei liberali, che insieme diedero vita ad un organismo composto in prevalenza da esponenti di questo variegato rassemblement politico, al quale assicurarono la loro adesione anche il sedicente comunista Nunzio Luciani ed il democristiano Enrico Tecce, il quale non disdegnò di transitare, poco dopo, nelle fila del partito liberale. Lo spessore politico di questi personaggi risultava davvero esiguo, tanto è vero che il P.C.I., il giorno stesso dell’insediamento della giunta radiò dal partito il Luciani, esprimendo «la protesta per la costante manovra di S. E. il prefetto condotta allo scopo di rompere il fronte antifascista e di creare dissidi al suo interno»[42].

Le divergenze e le frizioni che incominciavano ad affiorare all’interno della coalizione antifascista, mettevano in evidenza la difficoltà di portare avanti una concreta linea politica, appiattita su posizioni estreme ed inconciliabili. Da un lato la riproposizione anacronistica delle formule mutuate dal giolittismo, e dall’altro le vaghe elucubrazioni e l’astratto oltranzismo del P.d’A., contribuirono a determinare una situazione di stallo del sistema politico irpino. Non era un caso che la contesa fra azionisti e liberali si svolgeva sul terreno della classica concezione elitaria e borghese della politica[43]. «Nei partiti che compon(evano) il C.L.N. – scrive Cogliano – vi (era) fragilità politica e organizzativa, alcuni, solo da poco e con grande fatica, (muovevano) i primi passi; la nota dominante (era) la sua frequente caduta in massimalismi che (valevano) talora ad isolarlo dalle masse irpine. Sulla grande questione, ad esempio, dell’epurazione – continua Cogliano – della vita politica-amministrativa e dei quadri della burocrazia (…) esso registrerà tutta la propria impotenza e la sua inflessibile intransigenza sarà guardata con sospetto dall’opinione pubblica»[44].

La ragione per cui nell’ambito del C.L.N., le posizioni radicali e massimaliste si coniugavano con un’impostazione dottrinaria rigorosa, risiedeva nel diverso peso esercitato nell’elaborazione teorica fra le varie forze politiche e al difficile processo di formazione dei partiti in provincia. La fuoriuscita, temporanea, del Partito d’Azione dal Comitato di Liberazione Nazionale, rispondeva proprio ad una logica di irriducibile coerenza, determinata dallo scarto tra analisi teorica e analisi politica concreta, che impediva a questa formazione politica il radicamento sul territorio, il consolidamento di una struttura organizzativa e la costruzione di rapporti politici di massa. Sebbene questa mossa del P.d’A. segnò una lacerante divisione all’interno del fronte democratico, tuttavia, concorse ad ammorbidire i toni della competizione politica[45]. Intanto sul fronte politico-amministrativo, a partire dal giugno del 1945, si registrava, finalmente, la costituzione di una giunta a tutti gli effetti rappresentativa; che, tuttavia, fu possibile realizzare soltanto all’indomani della ricomposizione dei vari partiti antifascisti nel Comitato di Liberazione[46]. Al vertice del nuovo esecutivo cittadino, malgrado tutto, fu riconfermato l’onnipresente Vincenzo Di Tondo, che nel 1946 concluderà la sua rocambolesca parabola politica candidandosi nelle liste della D.C. alla poltrona di primo cittadino, senza però riuscire nel suo intento.

© Giovanni Preziosi, 2011

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[1] A. Cogliano – M. Sammarco, op.cit., p.62.

[2] V. Cannaviello, op.cit., p. 30.

[3] F. Grimaldi, La distruzione di Avellino nella seconda guerra mondiale,

in «Economia Irpina», 1965, nn. 1 – 4, pp.85 – 94; nn.5 – 6, pp. 55 – 66.

[4] «Il Corriere dell’Irpinia», n. 11, 1945;

cfr. anche F. Barra, Strutture produttive, classi sociali e lotta politica in Irpinia tra guerra e liberazione, estr. da Salerno, capitale, Univ.degli Studi di Salerno, Napoli 1986, pp. 754 e sgg.

[5] F. Grimaldi, art. cit., p. 16.

[6] «Corriere dell’Irpinia», 5 gennaio 1946; cfr. A. Di Nunno, op. cit., pp. 13-14.

[7] Archivio del Centro Studi e Ricerche «G. Dorso»,

Documenti – Rapporti con l’Amministrazione Provinciale, 1-9.

[8] Bonus Pastor, Bollettino della Diocesi di Avellino, Gen.- Feb.- Mar.- Apr. 1944.

[9] V. Cannaviello, op.cit., pp. 48-49.

[10] G. Dorso, in Irpinia Libera (organo del Partito del F.L.N. irpino), n. 1, 1943.

[11] V. Cannaviello, op.cit., pp. 64-65.

[12] F. Barra, op.cit., p. 755.

[13]I membri del Fronte di Liberazione Nazionale irpino erano:

Guido Dorso, Giulio Ruggiero, Alfredo Maccanico, Enrico Sessa, Bruno Giordano, Bartolomeo Giglio, Enrico Tedesco, Ferruccio Amoroso, Vincenzo Galasso, Francesco Fariello e Salvatore Pirone

[14] Irpinia Libera, n. 1, 3 Maggio 1945.

[15] Irpinia Libera, 30 Ottobre 1943.

[16] Irpinia Libera, 29 Dicembre 1943.

[17] Irpinia Libera, 3 Maggio 1945.

[18] Cfr. A. Aurigemma, Discorso celebrativo a 15 anni dalla fondazione del partito: i due volti della D.C.,

in «Cronache Irpine», 19 Ottobre 1958.

[19] G. Dorso, La politica interna all’A.M.G., in «L’Azione», n. 57, 1945.

[20] Archivio del Centro Studi e Ricerche «G. Dorso»,

Lettera del maggiore Charles P. Sisson a Guido Dorso, 1 agosto 1943.

[21] V. Cannaviello, op.cit., p. 210.

[22] Cfr. N. Calice, Partiti e ricostruzione nel Mezzogiorno. La Basilicata nel dopoguerra,

Bari 1976, pp. 101 e sgg.

[23] F. Fiorizzi, Costruiamo non demoliamo, in «Corriere dell’Irpinia», 35, 1945.

[24] G. Dorso, Trasformismo fuor dell’uscio, in «L’Azione», 6, 1944;

Id., Per il risanamento politico del Mezzogiorno, in «Rinascita», 1, 1944.

[25] La Voce, 76, 1945.

[26] L’Unità, 26, 1944.

[27] Ibidem.

[28] F. Barra, op.cit., pp. 773 – 774.

[29] Archivio del Centro Studi e Ricerche «G. Dorso»,

Documenti – Relazione del Commissario straordinario Francesco Amatucci, 30.6.’44, 1 – 3.

[30] Archivio di Deposito della Prefettura di Avellino (A.D.P.A.), fasc. Epurazione.

[31] G. Moricola, Nella terra di Dorso: lotte politiche e sociali in Irpinia,

in «Alle radici del nostro presente: Napoli e la Campania dal Fascismo alla Repubblica», Napoli 1986, p. 123.

[32] Archivio del Centro Studi e Ricerche «G. Dorso»,

Verbali della sezione di Avellino del P.d’A. Adunanza del Comitato di sezione e di quello provinciale,

20 luglio 1945. 13 – 9.

[33] A.C.S., Min. Int., Dir. Gen. P. S., Div. Gen. AA. GG. e RR., cat. 2 – I, Avellino,

Rapporto della Questura di Avellino al Prefetto, 6 settembre 1944.

[34] Cfr. G. De Rosa, Allora erano in pochi, in «Cronache Irpine», 27 ottobre 1958.

.

[35] Cfr. A.C.S., Div.Gen.P.S., Dir.AA.GG. e RR., 1931 – 1949, cat. C – 2, b. 58 A,

Relazione del Prefetto del 30 agosto 1944.

(D’ora in poi saranno riportate soltanto le relazioni prefettizie).

[36] Relazioni del Prefetto (Siragusa) del 25.10.1944 e del 5.11.1944.

[37] Cfr. Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri,

Situazione politica nella provincia di Avellino, 6 ottobre 1944.

[38]«Restringiamo il nostro panorama ai confini dell’Irpinia (…) ed occupiamoci di strade, ferrovie, poste, telegrafi ed alimentazione (…). Indubbiamente il quadro non è allegro, e quantunque il facile ottimismo, di cui il fascismo aveva imbevuto l’anima popolare, sta cedendo il posto ad un ragionevole pessimismo, siamo costretti a constatare che questo pessimismo non è mai soverchio dinanzi alla cruda realtà. Per formarsene una sufficiente idea the man in the street (…) non ha da fare altro che affacciarsi nel salone dei passi perduti della R. Prefettura, ove si accede gratuitamente, per assistere allo spettacolo della folla dei postulanti che vi staziona durante le ore del giorno. Io ho dovuto passarci due o tre volte per imprescindibili necessità e sempre ne ho riportato la più viva impressione di nausea. Fascisti, filofascisti, fifofascisti, trasformisti, aspiranti podestà, affaristi e consiglieri italiani si accalcano in fluida confusione in mezzo ad una nuvola di fumo e ad un bisbiglio continuo. La prima impressione è quella di una bolgia dantesca, e sul volto di ogni dannato vi sembra di scorgere l’ombra di un peccato. poi lentamente tra la folla in movimento riuscite ad identificare due o tre punti di nucleazione, corrispondenti ai due o tre politici della ricostruzione, che, con le tasche piene di biglietti di raccomandazione, e con l’ostentazione del potere, si aggirano nella folla dei dannati, riveriti e coccolati, come se veramente avessero il potere di soddisfare le insaziabili brame che devastano quelle anime in pena. Infine, quando avete riguadagnata la strada e respirato l’aria pura, il quadro sarà completo, e voi rivedrete le strade rotte e senza ponti, il palazzo delle poste immobile sotto il cielo, diruto quasi come il primo giorno, l’ufficio del telegrafo trasformato in un buco enorme, e la stazione ferroviaria silenziosa con le carcasse dei vagoni immobili lungo le rotaie. E quando sarete a casa maledirete Volta e tutti gli elettrotecnici del mondo, e le vostre donne vi copriranno di lamentele per l’acqua potabile che non arriva, o arriva solo di notte fonda, nel vostro palazzo. E tutto vi apparirà naturale, invincibile, fatale, poiché vi sembrerà in perfetta armonia con l’edificante spettacolo cui avete assistito nel Salone dei passi perduti. Il problema della ricostruzione è una cosa troppo seria e perciò non può essere inteso da chi si è precipitato nel Salone dei passi perduti come esponente di camarille, d’inconfessabili interessi, e con il pensiero di assolvere tutte le colpe ed escludere tutti i rimedi. Occorreva, all’indomani dell’entrata delle truppe alleate, una energia feroce, che avesse rinsaldato la legalità inesistente, ricondotta la morale esiliata e cercato quei rimedi di ordine materiale ancora possibili nello stato di desolazione in cui Marte ci aveva lasciato. Occorreva il coraggio disinteressato e non l’interessato calcolo, l’intelligenza altruista e non la meschina malizia, l’animo del soldato di una milizia ideale e non l’animo oscuro del piccolo politicante, senza linea e senza idee, in cerca di quella che è stata definita l’estate di S. Martino del potere. E per aver deluso la necessità dell’ora, per aver offeso lo spirito ed esaltata la materia, per aver ritenuto di poter istituire un carnevale, assai più sconcio di quello che era cessato; mentre, invece, s’iniziava la più dura delle quaresime, tutto il popolo ha dovuto soffrire come non mai, ed assistere a refrigeranti spettacoli. Nessun servizio é stato riorganizzato, nemmeno quello della distribuzione interna della corrispondenza, nessuna idea generale è balzata fuori, ma dovunque ha alitato il soffio della sopraffazione e dell’affarismo, e la città si è riempita di voci e di sussurri, che eran troppo numerosi per essere tutti non veri. Finché l’esperimento è terminato, e colui che lo ha consentito, ha dovuto per primo convincersi che la ignoranza della lingua e dei costumi politici del paese, oscure manovre e il difetto d’informazione su gli uomini, lo aveva indotto in errore (…). Ora il terreno è di nuovo sgombro ed il Fronte Nazionale di Liberazione può precisare il suo atteggiamento. Noi ci rendiamo conto di appartenere al retro-fronte e perciò siamo decisi a sopportare tutte le costrizioni che derivano da questo stato di fatto, voluto dagli Dei. Ma non possiamo privarci del diritto di collaborare con i rappresentanti delle Nazioni Unite nell’unico modo che ci è consentito, la critica. Se le quattro libertà atlantiche non sono uno scherzo – e non lo sono – nessuno che sia in buona fede può dolersi se saremo costretti a chiarire le nostre idee sulla ricostruzione dinanzi al pubblico e non nel segreto dei partiti. Ora ci sembra chiaro che la crisi degli uomini deve anche significare la crisi degli indirizzi, e che non è possibile, nemmeno in astratto, pensare che il Maggiore Ball vorrà continuare a percorrere pacificamente la stessa strada che finora aveva percorso il Maggiore Sisson. La mentalità pragmatica degli anglo-sassoni ce ne fa garante. E perciò rinnoviamo la promessa di collaborazione, condizionata però questa volta ai fatti. Esperimenti non possono più essere consentiti, poiché coloro che avevano la potestà di provvedere, li hanno già fatti. Occorre, dunque, bandire la scopa e rovesciarla su molti uomini e su molte cose. Occorrono fatti e fatti concludenti. L’inverno s’è iniziato e tra poco cadranno le prime nevi, troppa gente non ha più tetto, non ha più indumenti, non ha, quello che è peggio, più speranza. Occorre il risanamento materiale e morale del paese e domani sarebbe troppo tardi».

(G. Dorso, Risanamento, in «Irpinia Libera» del 29.Dicembre.1943).

[39]Relazione del Prefetto del 5 novembre 1944.

«Non potendo sopravvivere personalmente, i trasformisti collaborazionisti hanno tentato di varare, in articulo mortis la candidatura ministeriale di uno di quei pochi furbi che non si era precipitato a Brindisi».

(G.Dorso, Trasformismo fuori dell’uscio, in «L’Azione» del 6.Maggio.1944, ora in «L’occasione storica», cit. pp. 9–12).

Risulta, invece, anacronistico e assolutamente non fedele alla realtà, quanto asseriva Vincenzo Cannaviello, secondo il quale Rubilli «in considerazione del suo passato politico (era) stato invitato a far parte del Ministero Badoglio nella provvisoria capitale Salerno, ma egli non (credette) di accettare».

(V. Cannaviello, op.cit., pag.131).

[40] Cfr. B. Croce, Quando l’Italia era tagliata in due. Estratto di un diario (luglio ‘43 – giugno ‘44),

Bari 1948, p. 120;

G. Dorso, Per il risanamento politico del Mezzogiorno, in «L’Azione», 6 maggio 1944,

ora in «L’occasione storica», cit. pp. 9-12.

[41]In merito a questa vicenda , il questore La Volpe, in una sua relazione al prefetto, si espresse in questi termini:

«Il Sindaco di Avellino non ha mai goduto e nè gode la simpatia dei dirigenti il Comitato locale del Fronte di Liberazione Nazionale. Egli fu infatti nominato prima Commissario Civile e poi Sindaco sol perché voluto dal Governo Militare Alleato. È sfavorevolmente commentato come egli, mentre non rinuncia ad alcuna prerogativa di ordine politico inerente alla sua carica, continua a percepire integralmente lo stipendio e le indennità, quale Segretario Capo del Comune stesso. Viene altresì notato che non è circondato da elementi che brillano per cultura e per sentimenti antifascisti; per cui si osserva che l’Amministrazione Comunale non ha un aspetto democratico corrispondente alla necessità del momento. Sui componenti la Giunta si rileva:

1°) L’avv. Iannacone Ferdinando, Segretario del Partito Liberale, pur non essendo stato iscritto al cessato Partito, non può definirsi un antifascista;

2°) L’avv. Enrico Tecce presentato come demo-cristiano, essendo stato espulso da detto partito, non può dirsi esponente del partito stesso;

3°) L’avv. Armando Meoli, presentato come demoliberale, non ha mai preso parte a riunioni della Giunta, anzi presentò le sue dimissioni lo stesso giorno dell’insediamento dell’amministrazione;

4°) Il sig. Luciano Nunzio, dovrebbe appartenere al partito comunista, ma ne fu espulso appena aderì all’amministrazione Di Tondo. È stato sempre commerciante ed in atto gestisce il negozio Spaccio Comunale di paragone e per ammalati e non gode buona reputazione nel pubblico.

5°) L’ing. Moccia Salvatore ed il sig. Graffone Costantino, tipografo, non costituiscono gli elementi scelti del Partito Socialista, al quale però sono legati.

Si fa presente che a favore del Di Tondo, vi è tutto un passato di attività spesa col favore delle truppe alleate, a beneficio della popolazione. In effetti anche attualmente esplica attività e feconda opera in ogni campo, per alleviare le sofferenze del popolo, così provato dalla guerra. Ciò non toglie però che la situazione del Di Tondo sia anormale, per cui se ne da segnalazione a V.E. per i provvedimenti che riterrà adottare in sede di revisione per andare incontro ai desideri pubblicamente espressi dagli esponenti il Comitato di Liberazione, i quali richiedono che l’Amministrazione del Capoluogo sia retta da un cittadino avellinese iscritto ad uno dei partiti antifascisti riconosciuti».

(A.C.S., Min. Int., Dir. Gen. P.S., Dir. AA. GG. e RR., Cat. 2 – I, Relazione del Questore La Volpe a S.E. il Prefetto, 6.Settembre.1944).

[42] Archivio del Comune di Avellino – sezione storica, Lettera di Bruno Giordano, 9 maggio 1945, sez. 1/4.

[43]Sulle affinità di fondo tra liberali e azionisti, al di là della dura contrapposizione che vedeva i primi per una contnuità ed i secondi per una rottura netta col passato politico prefascista del Paese, ecco quanto scrive Pietro Scoppola:

«Il terreno comune ai liberali e agli azionisti è l’idea che la funzione dirigente debba essere affidata nella nuova fase politica ad élites depositarie delle ragioni più profonde e dei valori della storia del Paese e perciò capaci di orientarne il futuro sviluppo»

(P.Scoppola, La Repubblica dei partiti, Bologna 1991, cit. pag.94).

[44] A. Cogliano–M. Sammarco, in op. cit., p.79.

[45] Cfr. Relazioni del Prefetto (Siragusa) del 25 ottobre 1944 e del 31 dicembre 1945;

Relazione del Prefetto (Foti) del 5 aprile 1945 (che ne segnalava il rientro);

Relazione del Prefetto ( Foti) del 5 dicembre 1945 (dava la notizia della nomina di Vincenzo Galasso del Partito d’Azione a presidente del Comitato di Liberazione provinciale).

[46] Archivio del Comune di Avellino, sezione storica, Deliberazione di Giunta del 2 giugno 1945.

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Categorie: Avellino e la sua storia | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Avellino nel regno del Sud dell’A.M.G.O.T.: la politica della continuità dei governi militari alleati transitori all’indomani della Liberazione ed il ritorno dei vecchi notabili

  1. Vito

    caro prof.Preziosi,leggo con passione il suo blog e le faccio i miei complimenti …mi potrebbe dire qual è il libro di Cogliano da cui ha preso tutte queste informazioni?

    • Gentile signor Vito,
      innanzitutto mi consenta di ringraziarla per l’attenzione che dedica ai miei articoli che, di volta in volta, pubblico sul mio blog.
      Soddisfo subito la sua legittima curiosità, informandola che il libro in questione da cui ho tratto, tuttavia, soltanto alcune notizie qui pubblicate è il seguente:
      Annibale Cogliano – Fiorenzo Iannino – Rocco Pignatiello – Melania Sammarco, “La transizione dal Fascismo alla Costituente in Irpinia (1937-1946)”, Quaderni Irpini: Quadrimestrale di storia contemporanea; Anno I° – marzo 1988.
      Spero di essere stato esaustivo, e comunque continui a seguirmi su questo blog, magari partecipando attivamente anche con i suoi commenti qualora lo riterrà opportuno…

  2. Gracco

    Noto che viene coltivato il filone del fascismo di Benito Mussolini e non quello originario dei Savoia, imperialisti e guerrafondai, rappresentato chiaramente da V.E. III,il re soldato, che secondo lo Statuto albertino, volle e nominò il deputato ex anarchico ed ex socialista, secondo lo Statuto albertino, capo del governo sino a quando ai Savoia ed i savoini faceva comodo
    revocandolo dopo vent’anni, arrestandolo a mezzo dei Regi carabinieri, favorendo infine il suo omicidio e quello dell’innocente Claretta Petacci. La propaganda sottile sabauda confuse abilmente l’opinione pubblica sino ad ottenere recentemente l’abrogazione della XIII delle “Disposizioni transitorie e finali” della Costituzione Italiana che detta ” … Agli ex re di Casa Savoia,alle loro consorti ed ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.”

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