Archivi del giorno: 20 aprile 2011

Ritrovata nell’Archivio Segreto Vaticano la confessione di Cavour in una lettera inedita a Pio IX

È di ieri la notizia del rinvenimento, nell’Archivio Segreto Vaticano, di un documento d’inestimabile valore storico, sulla vexata quaestio relativa alla confessione in punto di morte del conte Camillo Benso di Cavour, proprio mentre si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia.

La lettera, che reca la data del 31 luglio 1861, è vergata dal Frate francescano Giacomo da Poirino (al secolo Giacomo Marocco), che fu il confessore del celebre ministro piemontese il quale, mentre era sul punto di esalare l’ultimo respiro, il il 5 giugno chiese al Rettore della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Torino di somministrargli i conforti religiosi. C’erano, però, dei problemi. Il conte era irretito dalla scomunica con la quale, il 26 marzo 1860, Pio IX aveva colpito quanti avevano cooperato all’invasione dello Stato Pontificio. Secondo la bolla papale, per essere autenticamente assolto in punto di morte e sciolto dalle conseguenze della sanzione che rendeva nulla la ricezione dei sacramenti, ogni penitente doveva compiere una pubblica ritrattazione dei gravi atti compiuti contro la Chiesa. Solo allora la confessione sarebbe stata valida e l’assoluzione efficace”.

Ad ogni buon conto, messo alle strette e mosso da aimageutentica pietas cristiana, decise di recarsi lo stesso al capezzale di Cavour moribondo e gli impartendogli i sacramenti non attenendosi alle prescrizioni papali che prevedevano una preventiva ritrattazione prima di impartire l’assoluzione e somministrare, tramite il suo vicecurato, il sacramento dell’Eucarestia.

A tal proposito, già il 29 settembre dello scorso anno, sull’organo ufficiale della S. Sede l’ “Osservatore Romano”, a firma di Francesco Castelli, è stato pubblicato un articolo in cui si annunciava che  era stata appena rinvenuta nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede la lettera inedita scritta nel 1882 da fra Giacomo da Poirino con la quale il frate francescano  chiedeva clemenza a Leone XIII per il comportamento tenuto nel 1861 e per il quale era stato sospeso a divinis esprimendosi in questi termini:

Beatissimo Padre
Fra’ Giacomo da Poirino, dei Minori Riformati, al secolo Luigi Marocco, colla umiltà e colla ubbidienza alla S. Sede, che debbono essere in un figlio di s. Francesco di Assisi, si rivolge alla Santità Vostra. Il supplicante, già amministratore della parrocchia che è unita al convento dei Minori Riformati e che ha per titolo – La Madonna degli Angeli -, in Torino, nel dì 5 giugno 1861 fu chiamato dal Conte Camillo Benso di Cavour, gravemente infermo, allora suo parrocchiano.

L’illustre infermo fu confessato dal supplicante; e dall’attuale amministratore, fra’ Teodoreto ricevette il SSmo Viatico.

Morto il detto Conte, il S. Padre Pio IX, di felice e santa memoria ordinò che si portasse a Roma e da lui il supplicante, il quale, prostrato ai piedi di Sua Santità, fu giustamente rimproverato perché non ebbe chiesto al Sig. Conte la ritrattazione dei mali da lui cagionati alla S. Madre Chiesa, e, a voce, giustamente privato della amministrazione della parrocchia e dei SSmi Sacramenti.

Il supplicante, con tutta la sottomissione dovuta al Vicario di Gesù Cristo, accettò la meritata pena e d’allora al presente piange il fallo commesso, procurando di dare buon esempio. Prima d’ora ha desiderato di rivolgersi a Vostra Santità per implorare la grazia di nuovamente amministrare i SSmi Sacramenti come qualsiasi altro sacerdote; ma non osò fare palese alla Santità Vostra il suo desiderio, pure volendo subire la pena con rassegnazione e con vera penitenza.

Adesso osa manifestare il desiderio suo perché non vorrebbe morire così e però supplica affinché la Santità Vostra, per pura bontà sua, ascolti la calda preghiera di perdono che fa a Vostra Santità un povero vecchio afflitto e pentito. Egli ha 74 anni compiti. Oh! Quale consolazione proverebbe quando la Santità Vostra credesse di favorirlo di perdono colla concessione di amministrare i SSmi Sacramenti, come qualsiasi altro sacerdote!

Il supplicante si mette pienamente nella mani di Vostra Santità, e, colla migliore disposizione di animo, accetta anche la ripulsa di questa sua domanda, poiché si riconosce indegno di benigna compassione.

Baciando i S. Piedi, desidera ancora che l’Apostolica benedizione lo sorregga nel vicino passaggio alla eterna vita.

[Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (Rev. Var. 1882, n. 49, f. 2-3), Lettera scritta nel 1882 da fra Giacomo da Poirino a Papa Leone XIII].

Sembra, dunque, finalmente giunto il momento di fornire la risposta ad un interrogativo rimasto troppo a lungo avvolto nel mistero e sospeso nel cono d’ombra del “si dice” o di semplici congetture non suffragate da un documento ufficiale inoppugnabile.

Finora l’unica testimonianza diretta era quella del fratello del celebre statista piemontese Gustavo che, all’indomani della sua morte avvenuta alle 9 del mattino del 6 giugno 1861, affermò dalle colonne del giornale l’Opinione che non si era avuta alcuna ritrattazione poiché il conte di Cavour si era spento senza ammettere errori riguardanti la sua politica di annessione dello Stato pontificio.

imageTempo fa in un archivio toscano è stato rinvenuto una sorta di diario di fra Giacomo, nel quale il frate francescano racconta – con dovizia di particolari – gli ultimi istanti della vita di Cavour mostrando tutta la sua tenacia anche al cospetto di Pio IX, allorché si rifiutò di sconfessare il suo operato.

Da quando si legge in questo diario, Pio IX avrebbe detto inizialmente a fra Giacomo:

“Alzatevi e mettetevi davanti a me e rispondete alle interrogazioni che sono per farvi. Voi dunque avete confessato Cavour?”

Rispose fra Giacomo: “Santità, io confesso tutti quelli che mi chiedono di confessarsi a me”.

E Pio IX: “Intanto ditemi un poco, questa ritrattazione di Cavour esiste o no? Se esiste pubblicatela. Se no dichiarate che voi avete mancato al vostro dovere di fargliela fare”.

Ma Fra Giacomo rispose che non sapeva nulla di ritrattazioni. Al che Pio IX:

“E chi deve saperlo? Non sapevate che prima di confessarlo dovevate dirgli: Signor Conte di Cavour, ritrattate tutto quello che avete fatto contro la Chiesa e poi principiate la vostra confessione?”

Ma, rispondendo il frate negativamente a questa domanda, ed affermando invece che il dovere primario di un prete è quello di soccorrere chiunque in punto di morte , Pio IX rispose:

“No che voi non avete fatto il vostro dovere, epperciò dichiarate in iscritto che voi mancaste ad un vostro stretto dovere di obbligarlo a ritrattare”.

Fra Giacomo da Poirino riuscì a scongiurare il patibolo, ma non laimage riduzione allo stato laicale, terminando la sua avventura terrena nella povertà all’età di 77 anni. L’intera vicenda è ricostruita  dettagliatamente dall’“Osservatore Romano” – diretto da Giovanni Maria Vian – che riporta la lettera autografa, finora inedita, del frate francescano ritrovata in una busta di atti diversi riguardanti vari Pontefici nell’Archivio Segreto Vaticano grazie al lavoro certosino del Prefetto mons. Sergio Pagano.

Ecco qui di seguito l’articolo in questione…

Ritrovata nell’Archivio Segreto Vaticano una lettera inedita sulla confessione in punto di morte del conte Camillo Benso di Cavour

Ritrattazione mancante o implicita?

di SERGIO PAGANO

Fra gli elementi positivi che qualche volta presentano le celebrazioni dei centenari o delle ricorrenze periodiche, vi è anche quello – quando si tratti di grandi fatti della storia – di suscitare negli storici e nei ricercatori il bisogno di rivisitare le fonti, di cercarne di nuove, di ripercorrere sentieri di indagini già battuti da altri nella speranza di poter trovare anche solo un piccolo tassello documentario sconosciuto, o non adeguatamente valutato, onde contribuire ad una lettura più critica possibile degli eventi stessi ricordati.
Così è accaduto anche per le recenti celebrazioni per i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. Fatti e figure del Risorgimento, mentre venivano celebrate, cadevano sotto la lente degli storici, i quali a distanza dal centenario dell’unità (1961) hanno affinato gli strumenti della loro analisi grazie al concorso di fonti venute in luce negli ultimi decenni.
Anche nello specifico che qui ci riguarda, ovvero la celeberrima morte del conte Camillo Benso di Cavour (avvenuta alle ore 9 antimeridiane del 6 giugno 1861, preceduta dalla confessione sacramentale che lo stesso statista aveva richiesto), si è avuta qualche nuova considerazione, mossa dal legittimo quesito che gli storici di parte cattolica e di parte liberale italiana si sono da sempre posti. Cavour, prima di morire, oltre a chiedere il perdono dei propri peccati e morire quindi in grazia di Dio, ritrattò o non ritrattò la sua condotta politica nei riguardi dell’invasione dello Stato Pontificio? Si avvicinò, sul punto di morte, alla Chiesa e al Papa?
Il problema veniva risolto assai prontamente (com’è ben noto), a pochi giorni dalla morte dello statista, da Gustavo Cavour, fratello del defunto, il quale faceva pubblicamente sapere dalle pagine dell’”Opinione” del 21 giugno 1861 che non vi era stata alcuna ritrattazione. Così risultava anche all’arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, che ne scriveva il 28 giugno seguente al cardinale Giacomo Antonelli, segretario di Stato (Pietro Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro carteggio privato, volume II, Roma, Pontificia Università Gregoriana, 1951, pp. 268-270). Si fecero ricerche accurate presso i testimoni del trapasso del conte, presso gli archivi torinesi e presso l’Archivio Segreto Vaticano: ricerche che durarono quasi un secolo. La conclusione unanime degli storici fu ed è negativa: il confessore di Cavour, come vedremo meglio, non chiese e non ottenne alcuna ritrattazione politica perché il suo scopo primario (diremmo il primum bonum), pur se mischiato a una certa ingenuità, fu quello di salvare l’anima del moribondo, non quella di curarsi delle gravi censure ecclesiastiche in vigore. A questo riguardo il frate tenne, dopo la morte dell’uomo politico, un atteggiamento che poteva sembrare, e di fatto sembrò, ambiguo, sfuggente alla Santa Sede e allo stesso Pio IX. I fatti sono notissimi. Quando il conte Cavour faceva chiamare al suo capezzale il confessore per poter morire riconciliato con Dio, vi andò il francescano fra’ Giacomo da Poirino (1808-1885), allora curato della vicina parrocchia di Santa Maria degli Angeli in Torino, nel cui territorio risiedeva il conte. A tenore del diritto canonico Cavour non avrebbe potuto compiere la sua confessione sacramentale prima di aver rilasciato una pubblica ritrattazione dei gravi atti da lui ispirati contro lo Stato della Chiesa.
Egli era infatti colpito dalla scomunica che Pio IX aveva fulminato il 26 marzo 1860 contro gli invasori dello Stato pontificio e per primo proprio quel Subalpinum Gubernium di cui faceva parte (e che parte) il Cavour. Senza tale ritrattazione – chiariva la bolla di scomunica Cum Catholica Ecclesia – la confessione sacramentale sarebbe stata invalida, e anche l’assoluzione sacramentale sarebbe rimasta priva di efficacia. Il decreto del Pontefice era ben chiaro: ac insuper inhabiles et incapaces esse qui absolutionis beneficium consequantur, donec omnia quomodolibet attentata publice retractaverint, revocaverint, cassaverint, et aboleverint (Pii IX, P. M. Acta, i, volume III, Romae, s.i.t., p. 143). Fra’ Giacomo doveva conoscere questa disposizione, svolgendo la sua opera pastorale proprio in Torino, ed è ovvio supporre che la richiamasse alla mente mentre si recava a confessare un uomo di tanta rinomanza pubblica.
Fatto sta che dai primissimi momenti dopo la morte del conte il povero curato francescano (uomo tutt’altro che ingenuo e certamente integro), interrogato dai suoi superiori canonici sulla sua condotta al letto del moribondo uomo politico per sapere se era o non era stata compiuta la richiesta ritrattazione prima che impartisse l’assoluzione, sulle prime sembrò schermirsi, quindi attestò di aver fatto “sempre il suo dovere”. Interrogato dall’arcivescovo di Torino pochi giorni dopo la morte di Cavour, diede la medesima risposta: “ho fatto il mio dovere”, “ho fatto quel che ho potuto”. Di ritrattazione non si parlava, sicché continuava a far fede la dichiarazione del conte Gustavo Cavour, la quale si andava divulgando in Europa come monumento alla fermezza politica di Cavour di fronte al Papa, anche in punto di morte.
Si può ben immaginare il disagio, il turbamento e quindi l’irritazione di Pio IX che alla metà di luglio convocò fra’ Giacomo a Roma per udire dalla sua viva voce il racconto di tutto l’episodio. Prima di lasciare Torino per l’Urbe, fra’ Giacomo si recava alla Nunziatura per ricevere il passaporto, e in quella occasione confidava a monsignor Gaetano Tortone (l’unico prelato rimasto in servizio in Nunziatura dopo la morte dell’uditore Benedetto Roberti nel 1856) che “non aveva egli richiesta veruna ritrattazione”. Tortone ne informava subito il cardinale Antonelli. Era questo il peggior viatico per Roma che il frate potesse escogitare.
Giunto a Roma il 24 luglio, fu ospitato forse per un solo giorno presso il convento dei minori osservanti riformati dell’Aracoeli, passando poi in quello di San Francesco a Ripa, recandosi di tanto in tanto all’Aracoeli. L’atteso incontro con Pio IX avvenne nel pomeriggio del 25 luglio.
Nelle sue brevi memorie autobiografiche, un manoscritto consegnato alle stampe nel 1915 da Matteo Mazziotti (Il Conte Cavour e il suo confessore, Bologna, 1915; ristampate in appendice al romanzo di Lorenzo Greco, Il confessore di Cavour, San Cesario di Lecce, Manni editore, 2010, pp. 143-154), fra’ Giacomo ricorda il nervoso colloquio con il Pontefice (se bisogna credere interamente alla sua versione). Il Papa voleva conoscere con certezza se Cavour avesse compiuto una pubblica ritrattazione o meno, ma il frate avrebbe risposto che “non ne sapevo nulla; l’avrà fatta, o non l’avrà fatta non so! Allora il Santo Padre mi disse: E chi deve saperlo?”. Rimproverato da Pio IX per il comportamento, il francescano cercò di trovare una scappatoia: “Il Conte di Cavour mi ha chiesto i sacramenti, lo confessai, e poi dopo averlo confessato disse alla presenza di alti personaggi, che spontaneamente ha chiesti i sacramenti, e che voleva che si pubblicasse su tutti i giornali che lui era cattolico, e che voleva morire da vero cattolico come era sempre stato. A tale confessione del Cavour mi pareva, gli dissi, che la ritrattazione fosse implicita”.
Una visione personale delle cose, possiamo dire, ma non priva di una certa razionalità. Di fronte a tale disposizione d’animo di un Cavour morente – pensò forse fra’ Giacomo – sarebbe stato rischioso negargli l’assoluzione e chiedergli un preventivo atto pubblico di ritrattazione formale. Poteva esservi il pericolo di un irrigidimento dello statista e, forse, anche il suo allontanamento dal confessore.
Pio IX, però, non accettò tale versione dei fatti e insistette nel condannare il comportamento del frate, al quale chiese ripetutamente una esplicita dichiarazione pubblica del suo errore. In udienza fra’ Giacomo ebbe il coraggio di resistere: “Santità, gli dissi, mi perdoni, a fare tale dichiarazione non posso senza tradir la mia coscienza ed infamar me stesso, epperò sono pronto a soffrir ogni cosa, anche la morte, piuttosto che cedere”.
Tornato nel suo convento a Ripa, per volere del Papa fra’ Giacomo fu avvicinato da diversi confratelli e dal maestro generale dell’Ordine al fine di indurlo a confessare per iscritto il suo errore. Ma fu tutto inutile. Nessuno riuscì a cavare da fra’ Giacomo altro che la solita sua difesa: “egli è sempre fermo in sostenere”, scriveva fra’ Bernardino al sostituto della Segreteria di Stato il 2 agosto, “senza poterne rendere ragione, di aver fatto il suo dovere”.
La pressione esercitata dai confratelli su fra’ Giacomo riuscì almeno a ottenere che questi scrivesse al Pontefice una sua dichiarazione della celebre confessione. Fu così che il 31 luglio, dal convento dell’Aracoeli dove si recava (forse) per colloqui con i suoi superiori, fra’ Giacomo indirizzò a Pio IX la lettera autografa che trascriviamo fedelmente in questa pagina.
Questo scritto rilevante, della cui esistenza si aveva una vaga conoscenza (Pietro Pirri, Pio IX, cit., II, p. 401), è rimasto fino a oggi inedito e sfuggì anche alle rigorose indagini di Pietro Pirri, di Giacomo Martina (Pio IX, 1851-1866, Roma, Editrice Pontificia Università Gregoriana, 1986, p. 95) e di altri storici che scrissero su Cavour, su Giacomo da Poirino e sulla celebre confessione (da ultima Erina Russo de Caro, Domine non sum dignus. La controversa conversione di Cavour, Rivoli, Neos, 2008).
Il fatto si spiega molto facilmente: il documento faceva parte di una busta di atti diversi (34 documenti) da Pio VII a Pio IX, raccolti chissà dove e chissà da chi, giunti in Archivio Vaticano probabilmente negli ultimi anni della prefettura di monsignor Angelo Mercati (prefetto dal 1925 al 1955). Quando di recente (nel 2007) è stato ricontrollato e riordinato l’intero Archivio particolare di Pio IX, si decise di farvi confluire i documenti concernenti quel pontificato che si trovavano “fuori posto” (hanno oggi la segnatura: Arch. part. Pio IX, Oggetti vari 2238-2280).
Il nostro inedito rappresenta, in fin dei conti, un piccolo tassello nella complessa vicenda della morte di Cavour, o più precisamente del francescano fra’ Giacomo da Poirino, al quale, in conclusione del suo breve soggiorno romano nel luglio del 1861, non mancò un colloquio al Sant’Officio, che ebbe come conseguenza la proibizione di udire confessioni, la sospensione dall’amministrazione della sua parrocchia torinese (comunicata all’interessato da quella curia arcivescovile) e finanche la sospensione a divinis.
Il buon frate (che malgrado l’increscioso episodio aveva al suo attivo una vita di impegno religioso zelante), pronto naturalmente all’obbedienza, passò il resto della sua esistenza nell’umile osservanza, anche se per lungo tempo dovette restar convinto di aver agito secondo coscienza cercando di salvare un’anima, pur nella trasgressione materiale di un precetto positivo pontificio.
Venne però il tempo della vecchiaia e del più maturo consiglio o di una diversa visione delle cose. All’età di 74 anni, nel 1882, vedendosi ormai al tramonto (morirà di lì a tre anni), fra’ Giacomo da Poirino chiese a Leone XIII l’assoluzione dalle censure alle quali l’aveva sottoposto Pio IX. Anche questo è un prezioso documento, una “perla” recuperata grazie alle recenti ricerche negli archivi vaticani, e in specie in quello dell’ex Sant’Offizio, oggi Congregazione per la Dottrina della Fede (Rerum Variarum, 1882, n. 40, ff. 2-3). La supplica del religioso a Leone XIII fu ritrovata e pubblicata nel 2010 da Francesco Castelli (pubblicata su “L’Osservatore Romano” il 29 settembre 2010, pp. 4-5).
In tale scritto per la prima volta il frate ammise la sua colpa: “accetto la meritata pena e d’allora al presente piango il fallo commesso”. L’assoluzione dalle censure venne accordata dal Papa nei primi mesi del 1884, un anno circa prima della morte del francescano piemontese.
Questi e forse ancora altri modesti ma non insignificanti rinvenimenti documentari che gli archivi della Santa Sede possono offrire. E se da un lato contribuiscono alla lettura sempre più solida e critica delle vicende del nostro passato, dall’altro dicono anche della necessità di aggiornare sempre la ricerca documentaria. Gli archivi, specie i grandi archivi, non si può dire di averli esauriti con una sola missione di studio, fosse pure delle più perite e scrupolose, perché a distanza di tempo, qualche volta anche di tempi lunghi decenni, possono affiorare dalle cosiddette nouvelles aquisitions o dai depositi non ordinati scritti anche inediti, rari e preziosi che la competenza dei nostri archivisti sistema nei luoghi dell’originaria pertinenza.

Categorie: Vaticano e Unità d'Italia | Tag: | Lascia un commento

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