Qui a Roma oggi nel quartiere del Quadraro, nei pressi di Cinecittà, non è un giorno come tanti altri…
Non molto distante da dove abito, percorrendo Viale dei Consoli attraverso Piazza dei Tribuni si arriva al Quadraro dove, il 17 aprile di 67 anni fa, le truppe nazi-fasciste perpetrarono l’efferato rastrellamento di 947 uomini tra i 16 ed i 55 anni del quartiere che successivamente furono sdradicati dalle loro case e deportati, come prigionieri politici, dapprima nel campo di concentramento di Fossoli e poi in quelli tedeschi e polacchi, nonostante il disperato tentativo del parroco della chiesa S.Maria del Buon Consiglio don Gioacchino Rey che si era offerto in cambio dei prigionieri trasformati in “schiavi di Hitler”. Al termine delle ostilità soltanto la metà di essi farà ritorno a casa!
A scatenare la furia omicida del rastrellame
nto fu un episodio avvenuto il 10 aprile del 1944, nella trattoria “da Gigetto” in via Calpurnio Fiamma a Cinecittà: il pomeriggio di pasquetta, il gobbo del Quarticciolo, Giuseppe Albano, assalì con la sua banda un drappello di soldati tedeschi che aveva appena finito di mangiare, uccidendone tre di loro. Una premessa tuttavia è d’obbligo per comprendere il contesto storico nel quale si svolge, pur se nella sua drammaticità, questo evento. All’epoca dei fatti qui narrati la città di Roma è una “città aperta” saldamente sotto il comando del famigerato colonnello Herbert Kappler (Stoccarda, 23 settembre 1907 – Soltau, 9 febbraio 1978), che già si era fatto conoscere di che pasta era fatto il 24 marzo ordinando alle sue truppe di scatenare quello che poi è passato tristemente alla storia come l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Da allora l’occupazione tedesca era scandita da terrore ed eccidi. La ritorsione dei tedeschi, dunque, non si fece quindi attendere anche stavolta. E così l’ineffabile Kappler, rivolgendosi alle sue truppe sentenziò con voce stentorea: “Andiamo a scacciare quel nido di vespe”. Di conseguenza alle 4 del mattino del 17 aprile 1944, senza colpo ferire fa scattare il suo piano criminale, nome in codice: “Operazione Balena” (“UNTERNEHMEN WALFISCH”). I nazisti affiancati da alcuni reparti della milizia fascista e della PAI, ad un segnale prestabilito, con un imponente schieramento di forze circondarono tutta la zona, bloccando tutte le strade di accesso al quartiere. I reparti delle S.S., avanzando a pettine, fecero irruzione nelle case sorprendendo nel sonno gli abitanti
con il chiaro intento di prelevare circa 2000 persone e condurli dapprima, presso il cinema Quadraro (oggi diventato una chiesa coreana, in via dei Quintili) dove provvedono a schedarli e poi li caricarono come bestie su camion in direzione Cinecittà. Molti, per fortuna, riuscirono a farla franca dileguandosi anche con l’aiuto di don Gioacchino Rey, facendo perdere le proprie tracce. Le 947 persone che restano vengono condotte a Grottarossa, da qui a Terni, per finire poi nel Campo di Fossoli (Carpi) da dove, successivamente furono deportati nei campi tedeschi. Ufficialmente, l’operazione venne giustificata come un atto che sarebbe servito per “reclutare” mano d’opera per la Wehrmacht (sic!).
In merito all’operazione di rastrellamento del Quadraro, nel pomeriggio del 18 aprile 1944, il Comando germanico di Roma faceva pubblicare sul ” Giornale d’Italia “ il seguente comunicato:
I tedeschi lamentavano che dopo i fatti di Via Rasella, nel lunedì di Pasqua, parecchi soldati germanici sono caduti alla periferia di Roma, vittime di assassini politici. Gli attentatori riuscivano a rifugiarsi senza essere riconosciuti, nei loro nascondigli di un certo quartiere di Roma dove essi trovarono protezione presso i loro compagni comunisti.
Il Comando Supremo Germanico é stato costretto perciò ad arrestare oggi, nel detto quartiere, tutti i comunisti e quegli uomini validi ed abili al lavoro che collaborarono con i comunisti e li appoggiarono. Gli arrestati verranno assegnati ad una occupazione produttiva nel quadro dello sforzo bellico germanico diretto contro il bolscevismo
Questa storia, tradotta in una rappresentazione teatrale davvero molto suggestiva ed emozionante scritta da Simona Orlando intitolata“Nido di vespe”, è stata messa in scena ieri pomeriggio proprio qui in via dei Quintili 34 (ex cinema “Folgore”, ora Chiesa Evangelica Coreana) in occasione del 67° anniversario del rastrellamento del Quadraro. Immagino vi
starete chiedendo il significato del titolo di quest’opera teatrale. Ebbene, dovete sapere che con questo epiteto, per l’appunto “nido di vespe”, fu denominato dai vertici tedeschi, quel gruppo di audaci partigiani che controllava con azioni di insubordinazione e di sabotaggio la via Tuscolana, una delle principali arterie di accesso e di transito verso il sud, grazie alla campagna piena di cunicoli e sottopassaggi dove ci si poteva nascondere e sparire senza difficoltà. Difatti, come risulta dalle memorie del Console tedesco a Roma Eitel Moellhausen, i rifugi dove i partigiani potevano far perdere facilmente le proprie tracce erano sostanzialmente due, o il Vaticano o il Quadraro, definito per l’appunto “nido di vespe”. Il rastrellamento verrà ricordato quest’oggi anche in via Tasso. “Memorie d’aprile” è il titolo dell’iniziativa organizzata nel Museo della Liberazione in collaborazione con il I° Municipio, sezione Anpi Esquilino Monti-Celio don Pappagallo, Compagnia Le Ondine, Giovani democratici di Roma, Madri per Roma città aperta. Dalle 9 alle 20 reading no stop – lettura di lettere, documenti, testimonianze sui temi della Resistenza (romana, italiana ed europea), dell’antifascismo durante il Ventennio, della deportazione e dell’internamento.
Ma chi era in realtà il gobbo del Quarticciolo, al secolo Giuseppe Albano, considerato il capo carismatico del più attivo e determinato gruppo partigiano capitolino?
Con questa denominazione – che però divenne d’uso comune soltanto nel dopoguerra – si indica quello che probabilmente fu, nei nove mesi dell’occupazione tedesca nella capitale, il più attivo e determinato gruppo partigiano operante a Roma e provincia. Il nome deriva da Giuseppe Albano, meglio noto come “il gobbo del Quarticciolo” che fu sicuramente in quei mesi il partigiano più ricercato da nazisti e fascisti. Nato il 5 giugno 1927 a Gerace Superiore (Reggio Calabria), a soli sedici anni iniziò la sua lotta partigiana nelle giornate tra l’8 e il 10 settembre 1943 dove, prima a Porta S.Paolo e poi nella zona di Piazza Vittorio, insieme ad un gruppo di giovanissimi, quasi tutti di origine calabrese e tutti abitanti nelle borgate romane di Centocelle e Quarticciolo, impegnò pesantemente i tedeschi che invadevano la città di Roma.
Giuseppe Albano era appunto “gobbo” e la sua malformazione fece sì che, pur non identificandolo per nome e cognome, i nazisti lo riconoscessero con sicurezza in ogni azione partigiana cui partecipava al punto che in certo periodo, intorno all’aprile del 1944, il Comando tedesco arrivò ad ordinare l’arresto di tutti i “gobbi” di Roma. Va comunque detto che se Giuseppe Albano fu senz’altro il capo riconosciuto dei giovani guerriglieri di Centocelle e Quarticciolo e se sicuramente il suo eroismo in azione e l’odio che gli portavano nazisti e fascisti ne fece in quei mesi un personaggio carismatico, egli non fu mai il vero responsabile della banda. Questa figura fu invece assunta da Franco Napoli, nome di battaglia “Felice”, suo compaesano e vecchio militante socialista, già negli anni trenta arrestato per un tentativo di attentato a Mussolini in Calabria. Fu infatti Franco “Felice” Napoli che negli ultimi giorni di Agosto del 1943, in una riunione clandestina in una scuola di Piazza Vittorio, diede vita alla banda partigiana che assunse infatti , anche nei documenti ufficiali dell’ANPI, il nome di “banda Napoli”.
All’inizio il gruppo fu del tutto autonomo dai partiti antifascisti e fu di fatto l’unico gruppo organizzato che insieme a qualche centinaio di militari antifascisti e a qualche decina di “volontari” civili, impegnò appunto per tre giorni i tedeschi che invadevano Roma. In una foto famosissima, che tra l’altro farà da copertina ad uno dei primi libri che analizzò la resistenza romana (“Il sole è sorto a Roma” di Giorgio Amendola) si vede il “gobbetto”, in pantaloncini corti e col grembiule di garzone di farmacia, mestiere che svolgeva, combattere riparato dietro un carro armato a Porta S.Paolo. Durante quelle giornate Franco Napoli fu arrestato e condannato a morte, ma riuscì ad evadere il 13 Settembre 1943, insieme ad altri partigiani, da Villa Wolkonsky, allora sede del comando tedesco. Successivamente alla compiuta invasione di Roma, buona parte del gruppo si trasferì nella zona dei Castelli, fondendosi con un’altra banda partigiana operante in quella zona, banda formata quasi esclusivamente da membri della famiglia Ferracci, anch’essi vecchi militanti socialisti. Il trasferimento avvenne dopo che Franco Napoli e Giuseppe Albano avevano giustiziato, in Piazza dei Mirti a Centocelle, un ufficiale tedesco. Una parte dei partigiani del gruppo fu catturata dai tedeschi nel dicembre 1943 nella zona di Lanuvio e rinchiusi a Villa Dusmet, comando tedesco di Frascati. Una altro scontro tra la banda e i tedeschi avvenne il 26 dicembre 1943 e fu chiamato “la battaglia di S.Cesareo”, vi morì un compagno di Zagarolo, CLAUDIO SCACCO, e furono catturati 13 partigiani, rinchiusi, sempre a Frascati, in Villa Torlonia, sede messa a disposizione dei nazisti dal “fascistissimo” duca Alessandro Torlonia. Il 1 Gennaio 1944 la banda attacca Villa Torlonia e libera tutti i prigionieri. Il 13 Gennaio i nazisti per rappresaglia uccidono i partigiani arrestati a Lanuvio. I morti furono :
MARZIO D’ALESSIO, GIANBATTISTA DI MARCO, LUIGI LINARI, CESARE E ANGELO TROMBETTA (padre e figlio), ANGELO VARESI, ALBERICO VENANZI ed ELIO ZIMEI.
I partigiani rispondono giustiziando il Segretario del Fascio di Lanuvio. Per questa azione molti di loro saranno poi arrestati nel dopoguerra e subiranno una lunga persecuzione giudiziaria che finira’ solo negli anni sessanta. Mentre Napoli, “il gobbo” e altri erano impegnati nella zona dei Castelli, la frazione della banda che operava nella zona romana di Monte Mario, congiuntamente ai partigiani del gruppo trotzkista “Bandiera Rossa”, assalta il 30 Novembre Forte Bravetta e libera alcuni militanti dello stesso gruppo trotzkista che stavano per essere fucilati dai fascisti della PAI (Polizia Africa Italiana). Il gruppo di “Bandiera Rossa” era diretto dal mitico Vincenzo Guarnera, nome di battaglia “Tommaso Moro”, un ex fascista fervente divenuto poi uno dei più valorosi partigiani romani, quello della Banda Napoli da Fernando De Angelis, recentemente scomparso. Anche Napoli, Albano e gli altri rientrano a Roma, lasciando il presidio del territorio dei Castelli al gruppo dei Ferracci. A Roma , dopo un fallito tentativo di alleanza col Partito Comunista, che non vede troppo bene questo gruppo di partigiani eroici ma troppo “autonomi” e spesso provenienti dalla “mala” di borgata – il P.C.I. aveva smanie legalitarie già durante l’occupazione nazista – Franco Napoli aggrega la banda all’organizzazione militare del P.S.I. , agli ordini di due futuri presidenti della repubblica, Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. Sandro Pertini e Franco Napoli avevano organizzato, per il 24 Marzo 1944, un assalto al carcere tedesco di Via Tasso, dove i prigionieri politici venivano sistematicamente torturati e spesso uccisi dai nazisti. Contemporaneamente i partigiani dei GAP del P.C.I. dovevano svolgere l’azione contro i tedeschi in Via Rasella. L’azione di Via Rasella venne invece fatta, per motivi contingenti, il giorno precedente senza che i partigiani socialisti potessero esserne preventivamente informati. I rastrellamenti e la rappresaglia delle Fosse Ardeatine che ne seguirono impedirono l’azione di Via Tasso il giorno successivo. Nei rastrellamenti fu arrestato anche Franco Napoli che, per una questione di pura casualità, non fu anche lui inserito tra i giustiziati delle Ardeatine. In Via Tasso fu torturato lui ed in sua presenza fu torturata anche l’anziana madre. Alle Ardeatine morirono comunque otto membri della banda Napoli, precedentemente catturati.
Erano: LEONARDO BUTTICE’, CARLO CAMISOTTI, GIUSEPPE CELANI, PAOLO FRASCA’, RAUL PESACH e FRANZ SCHIRA ( due disertori tedeschi unitisi ai partigiani), DOMENICO RICCI, FILIPPO ROCCHI
Dopo lo smarrimento causato dalla rappresaglia tedesca, che colpirà in modo particolare i partigiani di “Bandiera Rossa ( un centinaio di fucilati sui totali 335 martiri delle Ardeatine), soltanto la Banda Napoli rimarrà in piedi come gruppo organizzato su base cittadina, con cellule a Centocelle-Quarticciolo, Quadraro, Ponte Milvio, Salario, Trastevere, Tufello, Pietralata, Garbatella e Tuscolano, mentre il gruppo di Monte Mario, pur mantenendo i contatti con la banda, passerà quasi in blocco nelle file di “Bandiera Rossa”. L’arresto di Pertini e Saragat – che poi fuggiranno rocambolescamente da Regina Coeli – e quello dello stesso Franco Napoli faranno però perdere alla banda i contatti con l’organizzazione militare del P.S.I. E’ nel periodo Gennaio – Aprile del 1944 che nasce il mito “del gobbo”. Per due mesi infatti, grazie alle azioni dei giovani guerriglieri della zona guidati da Giuseppe Albano – spesso in alleanza con quelli di “Bandiera Rossa”, di “Armata Rossa” ( comunisti libertari) e dello stesso P.C.I. ( nella zona si erano rifugiati due partigiani di Via Rasella, Sasa’ Bentivegna e Carla Capponi ) – tedeschi e fascisti rinunciarono ad entrare a Centocelle e al Quarticciolo. In più resero impraticabili di notte le vie Casilina e Prenestina ai mezzi tedeschi che dovevano rifornire il fronte di Anzio. Si narra che “il gobbo” da solo abbia in quel periodo giustiziato una cinquantina tra nazi e fasci, in alcuni casi armato solo di coltello. Sicuramente fu la sua banda la prima a reagire alla rappresaglia delle Ardeatine. Il 10 Aprile 44, infatti, a pochi giorni dalla strage, giustiziarono tre tedeschi nel quartiere Quadraro. L’azione fu condotta dai compagni :
GIUSEPPE ALBANO (il gobbo), VINCENZO SPAZIANI, ENRICO ROCCHI, MARIO DEL PAPA, VITTORIO PETTINELLI, FRANCESCO D’AGOSTINO, GUIDO DI GIOVANBATTISTA E ROCCO BASILOTTA.
La composizione sociale del commando è estremamente interessante se si esclude Basilotta, piccolo imprenditore di simpatie socialiste, tutti gli altri sono giovani sottoproletari – allora si diceva “ladroni” – del Quarticciolo, molti con precedenti penali per cosiddetti reati “comuni”. Per tutta risposta, i nazi rastrellarono 700 uomini del quartiere e li deportarono in Germania, ove ne morirono circa la metà. Il 17 aprile anche Albano sarà arrestato, probabilmente in seguito ad una spiata, mentre si rifugiava, insieme ad un folto gruppo di compagni di “Bandiera Rossa” nell’azienda di Basilotta. Il fatto di essere stato sorpreso insieme a compagni di un gruppo diverso dal suo e lo stesso ridicolo ordine tedesco di arrestare tutti i gobbi di Roma – Via Tasso e Regina Coeli erano pieni di poveracci con le spalle curve – fece sì che Albano non fosse riconosciuto come il famoso partigiano e non fosse quindi eseguita la condanna a morte che era stata promulgata nei suoi confronti. Questo non impedì però che in Via Tasso fosse ferocemente torturato. Il 4 Giugno, con gli americani alle porte di Roma e i tedeschi in fuga, la popolazione assaltò Via Tasso e liberò i detenuti, tra cui il “gobbo”. Anche Napoli sarà liberato dalla folla che invase Regina Coeli e partirà quasi subito per il Nord dove continuava la guerra e dove ebbe un ruolo nella cattura di Mussolini. Nella Roma liberata, Giuseppe Albano e i suoi parteciperanno alla cattura di molti fascisti, per alcuni giorni addirittura in collaborazione con i poliziotti della Questura, divenuti per incanto tutti “antifascisti”. Ma, come altri partigiani, fu ben presto deluso dalla non volontà del nuovo governo di “epurare” i fascisti ed anzi di cominciare a perseguitare i compagni ( anche Sasà Bentivegna verrà arrestato dopo uno scontro a fuoco in cui morì un fascista). Si dedicherà quindi ad azioni di “esproprio” contro gli arricchiti della “borsa nera”, distribuendo vettovaglie e generi di prima necessità alla popolazione affamata. In una di queste azioni rimarrà fortuitamente ucciso un militare inglese. Questo tipo di attività “illegale” non gli impedisce però di riprendere i contatti col Partito Socialista. E fu quindi per ordine di Pietro Nenni ( Franco Napoli sostiene anche di Palmiro Togliatti) che Albano si infiltrerà nel gruppo “Unione Proletaria”. Questo gruppo, con sede in Via Fornovo 12, nonostante il nome “di sinistra” e nonostante che fosse diretto da un ex appartenente di “Bandiera Rossa” – Umberto Salvarezza – in realtà aveva aggregato molti ex fascisti allo scopo di svolgere, d’accordo con ambienti monarchici, opera di provocazione contro le forze di sinistra. Fu sicuramente grazie al “gobbo” se , nel novembre 1944, fu sventato un attentato dinamitardo dei provocatori dell’’Unione Proletaria contro un corteo di P.C.I. e P.S.I. L’ avere sventato l’attentato svelò probabilmente il ruolo di “infiltrato” di Giuseppe Albano. Il 16 Gennaio 1945 , mentre usciva dalla sede dell’Unione Proletaria in Via Fornovo, verrà ucciso con un colpo di pistola alle spalle. La versione ufficiale é che morì in un conflitto a fuoco con i carabinieri che lo ricercavano per la morte del militare inglese. Una successiva “controinchiesta”, condotta da Franco Napoli, rientrato a Roma nel maggio 1945, stabilì’ con certezza che Albano fu ucciso a tradimento da tale Giorgio Arcadipane, già spia dei tedeschi tra i detenuti di Regina Coeli, aggregatosi tra i provocatori dell’ Unione Proletaria. La provocazione fu ancora più chiara due giorni dopo, quando centinaia di poliziotti e carabinieri circondarono il Quarticciolo, con la scusa di arrestare i complici del “gobbo”. Nei durissimi scontri che seguirono al rastrellamento rimase ucciso dai carabinieri ARDUINO FIORENZA, anziano militante del P.C.I. Tra gli arrestati anche IOLANDA CICCOLA, fidanzata quindicenne di Giuseppe Albano che diverrà poi, molti anni dopo, una apprezzata dirigente della nuova sinistra rivoluzionaria.
© Giovanni Preziosi, 2011
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Come sempre Giovanni una recensione ricca di aneddoti storici e ottimamente documentata. Consentimi però di esprimere un giudizio. Che senso ha, però, operare atti di guerriglia e colpi di mano che non muovono di un secondo le lancette della storia, quando si era coscienti che poi cittadini innocenti e inermi sarebbero purtroppo finiti preda della sete di vendetta nazista ? I tedeschi erano splendidamente equipaggiati, conoscevano bene l’arte della guerra e usavano le armi della ritorsione e della rappresaglia, con lucido e spietato raziocinio, per impaurire e soggiogare le popolazioni occupate. Con un pò di prudenza si sarebbero potute evitare stragi come queste e come quella delle Fosse Ardeatine, perchè era chiaro che gli Alleati prima o poi avrebbero raggiunto Roma, tant’è che le sorti della guerra già dalla seconda metà del 43 erano ormai segnati per le belve nazifasciste e per i loro accoliti. Anche le azioni dei gappisti in Via Rasella contro un reparto di “poliziotti altoatesini” che non erano le famigerate SS di Via Tasso, ad altro non sono servite se non a decretare la morte e il supplizio di 335 innocenti. Cmq. fammi sapere se hai finito il tuo prossimo libro. Oggi sono stato a Loreto a vedere la mostra sull’unità d’ITalia e le sue ripercussioni storiche e politiche nella Diocesi di M.Vergine e l’ho trovata interessantissima…….auguri Luigi