Pubblico il mio nuovo articolo scritto per “La Civiltà Cattolica”, sul Quaderno N°3859 del 2 aprile 2011, relativa alla recensione del volume “Amintore Fanfani e la politica estera italiana”, curato da Agostino Giovagnoli e Luciano Tosi, che raccoglie gli atti del convegno di studi promosso, nel febbraio del 2009, dalla Fondazione Fanfani, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e la collaborazione del Dipartimento di Scienze Storiche Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, della Facoltà di Scienze Politiche Dipartimento di Scienze Storiche Università degli Studi di Perugia e del Centro Interuniversitario per la storia delle Organizzazioni Internazionali.
Sulla scia delle celebrazioni per il Centenario della nascita di uno dei più insig
ni politici italiani del Secondo dopoguerra, Amintore Fanfani, figura carismatica della Democrazia Cristiana e rinomato storico dell’economia, che ha contribuito a scrivere una delle pagine più suggestive della politica estera italiana, finora non era stato ancora realizzata una specifica e sistematica ricostruzione anche a causa della persistente inaccessibilità di gran parte della documentazione conservata presso l’archivio del ministero degli Affari esteri. Il volume, coordinato egregiamente sotto il profilo scientifico da Agostino Giovagnoli e Luciano Tosi, raccoglie gli atti del convegno di studi promosso, nel febbraio del 2009, dalla Fondazione Fanfani, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e rappresenta lo specchio di una nuova stagione storiografica sul ruolo esercitato dall’Italia sullo scenario politico internazionale sotto molteplici punti di vista, a decorrere dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli inizi degli anni sessanta, focalizzando l’attenzione su alcune tematiche emerse nel dibattito storiografico nella fase più acuta della “coesistenza competitiva” (1958-1968), nel tentativo di sfatare lo stereotipo poco lusinghiero dell’atteggiamento italiano piuttosto ondivago nel quadro dell’alleanza occidentale, che raggiunse l’acme – tra la fine del 1950 e l’inizio del 1951 – in occasione della guerra coreana. Lo statista democristiano guidò, infatti, la politica estera italiana seguendo tre direttrici ormai consolidate: atlantismo, europeismo e anticolonialismo; apportando tuttavia alla stessa significative innovazioni, anche per adattare il ruolo del paese ai mutamenti in atto nel sistema internazionale. Egli pur ritenendo fuori discussione l’alleanza occidentale, era tra quanti in Italia allora ritenevano che gli interessi del paese non collimassero sempre con quelli dell’alleato americano e a volte fosse opportuno muoversi con una certa autonomia rispetto agli Stati Uniti, per scongiurare la persistente posizione di subalternità dell’Italia e il tentativo di istituzionalizzare un direttorio anglo-franco-americano come preconizzato da de Gaulle ad Eisenhower, che avrebbe inevitabilmente relegato l’Italia su posizioni di secondo piano nel quadro degli equilibri europei occidentali. Di conseguenza, in questo periodo, che coincise con il “boom economico”, maturò nella classe dirigente democristiana il cosiddetto “neoatlantismo” fondato sui seguenti capisaldi: favorire la distensione, l’apertura alle esigenze dei paesi di nuova indipendenza – in particolare quelli del mediterraneo e del Medio Oriente – rivendicare perentoriamente la parità degli interessi nazionali dei diversi membri alleati, promuovere il progresso dell’integrazione europea, ricercare nuovi mercati nel tentativo di conferire più autorevolezza all’Italia nell’ambito dell’Alleanza atlantica mediante un’adeguata politica di cerniera mediterranea e medio orientale, senza tuttavia mostrare una radicale discontinuità rispetto alle scelte atlantiche ed europeiste adottate da De
Gasperi, mettendo a repentaglio il rapporto di fedeltà con gli Stati Uniti. Da questo punto di vista si spiega l’iniziativa intrapresa dai governi a guida democristiana, di cui si fece alfiere Enrico Mattei alla guida dell’Eni, allacciando rapporti con i paesi arabi mediante una spregiudicata ma proficua politica petrolifera che ebbe la capacità, specie dopo la crisi di Suez, di entrare in competizione con gli interessi americani, siglando una serie di accordi rivoluzionari dapprima con l’Iran e, successivamente, nell’ottobre 1960, con l’Unione Sovietica che determinò un notevole ribasso del prezzo petrolifero di provenienza mediorientale. Tuttavia, secondo le suggestive ipotesi formulate da Evelina Martelli, il fallimento della politica neoatlantica di Fanfani è da attribuire essenzialmente alla mancata accettazione dell’apertura alla sinistra da parte di influenti settori della Dc, senza contare che le ambizioni italiane – a volte piuttosto velleitarie – erano legate anche alla scarsa capacità di formulare proposte concrete per l’impossibilità di disporre di adeguate risorse finanziarie. La visione di Fanfani, sempre lucida e realistica degli equilibri geopolitici mondiali, a partire dal 1965, subito dopo l’investitura ufficiale a presiedere l’Assemblea Generale dell’Onu, s’impegnò attivamente per favorire il processo di pace nel Sud-Est asiatico avvalendosi anche della “diplomazia parallela” circonfusa da accenti mistici di La Pira, senza accantonare altri temi di scottante attualità che spaziavano dai rapporti Est-Ovest alla decolonizzazione, dal Medio Oriente al conflitto che in Vietnam. Sfruttò egregiamente queste organizzazioni internazionali – tra cui anche l’Unesco – seguendo due direttrici fondamentali: quello della diplomazia multilaterale e quello della diplomazia culturale, strategia che si riallaccia alla cooperazione bilaterale allo sviluppo che permetteva all’Italia di svolgere proficuamente un ruolo di ponte fra il Nord e il Sud del mondo, soprattutto in America latina, e con i paesi di nuova indipendenza sfruttando abilmente lo strumento dei crediti all’esportazione allo sviluppo allo scopo di contrastare la guerra fredda con gli strumenti economici per conquistare al modello occidentale i paesi del Terzo mondo. La formazione del pensiero di Fanfani, in realtà, subì il fascino del confronto continuo con il magistero pontificio e attraverso il proficuo sodalizio culturale con un personaggio del calibro di Giorgio La Pira, che lo indusse a individuare
nell’anticomunismo non conservatore l’ideale che ispirò tutta la sua politica estera improntata al dialogo culturale, politico ed economico, specie con l’URSS, con i paesi dell’Est europeo e con quelli di nuova indipendenza che rischiavano di essere attratti nella sfera d’influenza sovietica coniugando il containment à la Kennan-Truman e la liberation à la Eisenhower-Foster Dulles persuaso che, prima o poi, sarebbero emerse le contraddizioni del modello sovietico permeato dal confronto dialettico con l’Occidente. L’impianto metodologico dell’opera risulta, pertanto, particolareggiato, originale e ben riuscito, affrontando una delle tematiche più rilevanti, ed insieme più affascinanti e controverse, del percorso politico-internazionale di Amintore Fanfani, anche grazie al pregevole ausilio di fonti inedite o poco conosciute – come i diari e i carteggi dello statista aretino – e di altri archivi stranieri che hanno consentito agli studiosi di ricostruire, per la prima volta, anche l’influenza del retroterra culturale, religioso e politico di Fanfani e le motivazioni che hanno ispirato le sue scelte e il contesto in cui sono maturate. Una sfida davvero ambiziosa intrapresa da Giovagnoli e Tosi quella di misurarsi con la complessità del personaggio in questione che, nel complesso, mi sembra di poter dire sia stata coronata da successo proprio grazie alla ricchezza dei temi affrontati senza retorica celebrativa. Il volume, dunque, convince proprio per la sua capacità di esaminare da più prospettive l’oggetto della ricerca, proponendo un’interessante lettura poliedrica dalla quale emerge il ritratto di un uomo, di certo non conformista, che attraversa la vicenda politica italiana e internazionale del ’900, contrassegnata da luci ed ombre.
© Giovanni Preziosi, La Civiltà Cattolica 2011
La riproduzione degli articoli pubblicati in questo Blog richiede il permesso espresso dell’Autore.

