La visita del Duce e di S.M.
Il Re Vittorio Emanuele III
in occasione delle Grandi
Manovre Militari in Irpinia
(20-30 agosto 1936)
Il 7 agosto del 1936 il Prefetto Trotta, prima di partire per la sua nuova destinazione di Grosseto, si recò di nuovo presso il Santuario di Montevergine per raccogliersi in fervida preghiera ai piedi della Vergine e successivamente rendere omaggio alla comunità monastica, ringraziandola per la cordialità con la quale era stato accolto fin dal suo arrivo ad Avellino[1]. Una settimana dopo, appena insediatosi ai vertici della prefettura irpina, giungeva al Santuario per la prima volta il suo successore, Tullio Tamburini [2], passato tristemente alla storia per essere stato il ras delle peggiori squadre fasciste. Era accompagnato dal Segretario Federale, Vittorio Campanile e dal Questore Molina.
Dopo aver perlustrato da cima a fondo il Santuario ed aver ammirato i tesori d’arte che conteneva, si mostrò talmente entusiasta che subito promise di interporre i suoi buoni uffici presso le autorità competenti per la valorizzazione di quel luogo incantevole[3]. Come abbiamo avuto modo di accennare nella prima parte di questo lavoro, il nome del nuovo Prefetto
di Avellino restò legato alla realizzazione, in quattro e quattr’otto, di un apposito comitato organizzatore in occasione delle manovre del Regio Esercito, che si svolsero alla presenza del Duce e del Re, tra il 20 ed il 30 agosto del 1936. Per questo motivo i monaci benedettini erano fiduciosi di ricevere la visita dei due augusti personaggi. L’agognata attesa era talmente spasmodica che fu persino anticipato l’ufficio liturgico delle quarant’ore. Le speranze, tuttavia, non delusero le aspettative della comunità benedettina, tanto che quei giorni passarono alla storia come le storiche giornate di Montevergine.
Pertanto, il cronista sottolineava compiaciuto che «l’unica visita di S. M. il Re ed Imperatore e la prima del Duce nell’Irpinia sono stati al nostro Santuario». Inoltre, è appena il caso di far osservare come, per ammissione dello stesso redattore benedettino, le relazioni allacciate con Mussolini, risalivano a pochi anni addietro, in occasione della restituzione dell’Archivio, che avvenne nel 1926, seguita dal completamento della strada rotabile e dai colossali lavori di consolidamento, di sistemazioni e di abbellimento del Santuario.
Appena giunse ad Avellino, la sera del 24 agosto ospite del Prefetto Tamburini, il capo del governo fascista, subito fece sapere di voler visitare il Santuario di Montevergine. Tuttavia, l’annuncio ufficiale fu diramato dallo stesso Prefetto soltanto due giorni dopo all’abate Marcone. Così, il Duce mentre si accingeva a raggiungere il Santuario, nei pressi di Ospedaletto la popolazione del luogo, raccolta lungo la strada gli tributò un’autentica ovazione, gettando «i fiori più belli e profumati dei boschi della zona», al passaggio della sua automobile[4].
Giunto, all’ingresso del Santuario, un gruppo di operai che stavano
effettuando dei lavori di restauro, con alcuni pellegrini accorsi per l’occasione dai monti e dai paesi limitrofi, inscenarono l’ennesima manifestazione di giubilo. «Alle ore 14,55 – scriveva con dovizia di particolari il cronista – la macchina del Duce entra(va) nel piazzale esterno del Santuario; con giovanile baldanza ne discende(va) sorridente il Duce mentre dalla Comunità Monastica sal(ivano) al Cielo vibranti acclamazioni: Viva il Duce!». Ai piedi della grande scalinata marmorea Mussolini venne accolto dall’abate Marcone, il quale gli porse il benvenuto, e dal saluto cordiale dei monaci che improvvisarono un coro in suo onore rivolgendogli mistici motti in latino al grido di «Vivat ista manus Italicum regens», al che il Duce rispose col consueto saluto romano varcando la porta maggiore.
La folta schiera dell’illustre personaggio era composta dal Segretario Nazionale del Partito, Achille Starace e dal Sottosegretario alla Guerra Baistrocchi; mentre in numerose altre automobili lo scortavano il Ministro della Stampa e della Propaganda Alfieri, il Capo di S. M. della Milizia Russo, il nuovo Prefetto di Avellino Tamburini, il Preside della Provincia Alberto Di Marzo, il Questore Alfonso Molina, il Podestà del capoluogo irpino De Conciliis ed altre autorità della provincia. Inoltre, erano presenti anche varie Missioni Estere di Germania, Austria, Ungheria, Albania e Polonia. In rappresentanza delle truppe tedesche vi era il Generale di Corpo d’Armata Adam, Comandante degli Istituti Superiori di Guerra.
La prima visita fu alla Basilica, dove il Mussolini si soffermò «in mistico raccoglimento» dinanzi all’Altare della Vergine, «con visibile commozione – sottolineava ammirato il cronista – soggiogato dal fascino misterioso della Madonna» In tale circostanza, il prelato benedettino colse l’occasione per rievocare, brevemente, le vicende storiche riguardanti la sacra immagine venerata da migliaia di fedeli. Subito dopo gli venne mostrato il monumento di Caterina di Valois che aveva donato all’abbazia con il ritratto della Vergine Bizantina. Quando il capo del governo fece il suo ingresso in chiesa, la schola cantorum del monastero lo accolse intonando l’Ave Maris Stella ed il Bendedictus qui venit del Perosi. «Il Duce si ferm(ò) ad ascolatre la musica – leggiamo nelle cronache – poi proseguì alla visita della Basilica, fermandosi ad ammirare minuziosamente ogni cosa. Di tutto egli s’interess(ò) con squisita sensibilità artistica».
Osservò, con riguardo, il coro intagliato in legno di noce risalente al lontano 1573 ed il cenotafio dove, sotto l’altare maggiore, riposarono le spoglie di S. Gennaro per oltre tre secoli, prima del trasferimento definitivo, nel 1497, nella città partenopea. Terminata la visita dela Basilica, il capo del governo fascista, espresse all’abate il desiderio di ammirare l’Osservatorio Metereologico dove contemplò incuriosito i ruderi del tempio pagano ed il Medagliere. Ad ogni modo, fu sulla torretta del Belvedere «che il suo sguardo rima(se) estasiato davanti all’ampio e meraviglioso panorama che si apr(iva) tutto in giro, a perdita d’occhio. Il Duce non si sazi(ò) mai di quella visita stupenda – sottolineva il redattore benedettino –. Ne parla(va) entusiasta in mezzo ai personaggi del seguito e agli Ufficiali Esteri ai quali indic(ò) con precisione i luoghi delle grandi manovre dove i baldi soldati esperimenta(vano) la manovra tattica ed i nuovi strumenti bellici per la difesa della Patria».
Quindi, il Duce, con passo spedito, discese dall’Osservatorio ed apparse alla folla raggiante che lo attendeva con trepidazione per tributargli gli onori del caso. Tuttavia, egli non si consegnò subito alla loro ovazione, in quanto si appartò con l’abate Marcone nei pressi delgran loggiato, soffermandosi in una lunga conversazione. «Il R.mo P. Abate – osservava argutamente il cronista – gli parl(ò), forse, della religiosità del popolo meridionale e, in particolare, f(ece) l’elogio del popolo irpino, sano e laborioso, attaccato alla sua terra, fedele e devoto al Regime rigeneratore».
Appena comparve in pubblico venne subito accolto da una selva di applausi e circondato dal suo seguito e dai numerosi fotografi ed inviati speciali delle più prestigiose testate giornalistiche nazionali, che lo inseguirono per ogni dove al fine di immortalarlo dinanzi all’obiettivo insieme alla comunità monastica.
Tuttavia, prima di accomiatarsi leggiamo nelle cronache: «Egli scherzosamente ci f(ece) segno di sostare e tracciando col dito una linea ci di(sse): Qui è il confine!. Do(vevamo) ubbidire». Comunque, mentre la folta schiera di auto si accingeva a partire, il Duce espresse il desiderio di percorrere un tratto di strada a piedi, in compagnia del Prefetto di Avellino Tamburini, fino alla vista del Vesuvio. Quindi, giunto nei pressi dell’Ospizio Vecchio, si degnò di accettare un corroborante bicchiere di birra da un abitante del luogo, Nubiella di Nardo. Subito dopo, risalì nell’automobile e si diresse spedito alla volta del capoluogo irpino[5].
Non trascorsero neanche due giorni che, improvvisamente, giunse al Santuario anche Sua Maestà il Re e Imperatore. La visita colse alla sprovvista i monaci che al suo arrivo, approfittando della splendida giornata, si erano recati a fare un’escursione negli incantevoli boschi della montagna. «Nel cuore di tutti – rivelava, senza alcuna reticenza, il cronista – era la segreta speranza di una visita di S. M. Vittorio Emanuele III, ma fino ad allora nessun annunzio, nessun preavviso». Ad un tratto, tuttavia, intravidero da lontano, un’auto scoperta che stava percorrendo rapidamente gli ultimi tornanti. Così, subito si accorsero che doveva trattarsi di un personaggio di spicco, visto che era colma di ufficiali; ad ogni modo, i monaci non furono neanche sfiorati dalla vaga idea che quell’auto potesse trasportare proprio il Re.
Soltanto quando raggiunse la spianata del Santuario, l’abate Marcone, che si trovava nei pressi del Bar–Ristorante in compagnia di alcuni padri ed alunni, riconobbe l’amato Sovrano. Precipitosamente i monaci si lanciarono in un rocambolesco ed esilarante inseguimento, applaudendo ed osannando il Re nell’intento di far fermare la velocissima auto che, incurante dello stuolo gioioso dei monaci, attraversò il piazzale del Santuario e si diresse nei pressi del Campo Maggiore. Vittorio Emanuele III, nel frattempo, accortosi della esuberante manifestazione di giubilo, ricambiò facendo un cenno con la mano, mentre percorreva la strada rotabile per raggiungere la vetta più alta del monte in modo da ammirare l’incantevole panorama ed il Vesuvio che si stagliava all’orizzonte con la costiera partenopea; inoltre, approfittò dell’occasione per lanciare uno sguardo anche verso la zona dove si stavano svolgendo le manovre militari.
Nella trepida attesa del suo ritorno, i monaci subito si diedero un gran da fare per chiamare a raccolta tutta la comunità, in modo da preparare una degna accoglienza per il Sovrano che, alle 17 in punto, accompagnato dal suo Aiutante di Campo il Generale Asinari di Bernezzo e dalla Medaglia d’oro Gen. Marinetti, varcò l’atrio esterno del Santuario e fu accolto da un vibrante saluto dall’abate e dalla comunità benedettina, mentre la folla osannante che si era radunata lì davanti, lo circondava tributandogli il proprio compiacimento per questa lieta visita.
Nella Basilica, tutta illuminata, al suo ingresso risuonarono le note soavi del monumentale organo plurifonico; il Re , con circospezione si guardò intorno soffermandosi ad ammirare, anzitutto, la Cappella Imperiale della Madonna, rimanendo esterefatto per qualche istante, nel fissare il quadro della Vergine; dopodiché, ascoltò con interesse la dissertazione dell’abate relativa alle vicende storiche della sacra immagine. «Davvero vasta e profonda e(ra) la cultura del Sovrano!» affermava con ammirazione il cronista. Difatti, in quella circostanza fece sfoggio delle sue conoscenze, scambiando una lunga conversazione di carattere storico–artistico con il presule benedettino, commentando le preziose opere d’arte custodite premurosamente nel Santuario. Quindi, compiaciuto si lasciò andare al ricordo dei numerosi pellegrinaggi che aveva avuto modo di fare ai piedi di Mamma Schiavona quando, da Principe Ereditario, soggiornava presso la Reggia di Napoli. Tuttavia, appena terminarono questi convenevoli, sorse una curiosa disputa con l’abate mentre stavano contemplando il monumento di S. Gennaro. Il presule benedettino, additando il busto del santo, ricordava che le sue spoglie restarono segregate per oltre tre secoli sotto l’Altare Maggiore, finché nel 1497, contro il volere dei monaci, il Cardinale Carafa lo trasferì a Napoli su ordine irrevocabile del Papa.
A questo punto, però, il Re interruppe improvvisamente l’illustre oratore e fece argutamente osservare: «Ma S.Gennaro già molto prima era protettore di Napoli, poiché lo si trova(va) effigiato come tale nella medaglia dell’età dei Duchi». Ma, a quel punto, l’interlocutore esclamò: «Ammiro tanto l’erudizione di V. M., ma non posso seguirla in materia perché non mi sono occupato che di metafisica». A tali affermazioni il sovrano, sorridendo, soggiunse ironicamente: «Cose troppo alte per me!». Quindi, a passo spedito, l’abate condusse Vittorio Emanuele III presso il monumento del Re Manfredi esortandolo ad ammirare il sarcofago del celebre condottiero svevo.
Dopo aver visitato la Cappella del Beato Giulio, quella delle Reliquie ed altri monumenti ed opere d’arte, nonché il Baldacchino in marmo intarsiato, donato da Carlo Martello, mentre si accingevano ad attraversare la chiesa per imboccare la via d’usita, il Re chiese, incuriosito: «come mai S. Guglielmo da Vercelli venne a trovarsi da queste parti?». Così, mons. Marcone tratteggiò per sommi capi la sua biografia, spiegando che mentre era in pellegrinaggio per visitare i Santuari più venerati dell’Oriente, si sentì ispirato a raccogliersi nelle solitudini del Partenio dove edificò sui ruderi del tempio di Cibele una Cappella dedicata alla Vergine, in seguito all’apparizione del Divino Redentore.
«S. Guglielmo – continuava il monaco benedettino – nacque, se non erro, nell’epoca di Umberto II di Savoia», ma per la seconda volta fu interrotto dal Re che gli fece osservare che il santo «non fu suddito di Umberto II, perché in quel tempo Vercelli era comune libero». appena fuoriusciti dalla chiesa, l’abate Marcone introdusse l’augusto ospite nel salone settecentesco per mostrargli il superbo crocifisso in legno ricevuto in dono dal Principe Ereditario. «Molto bello! – commentò il Re – so bene che egli ama questi cimeli e li va raccogliendo con amorosa cura». La visita regale, ormai, volgeva al termine, ragion per cui il cronista rilevava compiaciuto: «Il Re s’è mostrato di un’affabilità affascinante veramente regale. Visibilmente compiaciuto della visita, ringrazi(ò) calorosamente il R.mo P. Abate. Egli si degn(ò) ancora apporre la firma in una pergamena che resterà tra i cimeli preziosi del nostro archivio». Quindi, circondato da scroscianti applausi da parte della comunità monastica, si stava accingendo a salutare tutti gli intervenuti, allorché improvvisamente si levò alto un grido: «Maestà, questo è il più bel giorno della storia di Montevergine!», seguito da un altro di tutti i padri presenti che all’unisono esclamarono: «Viva S. M. il Re e Imperatore!».
A che il sovrano all’udire quell’ultimo epiteto, accennò un gesto come a dire: «Non per me, ma per la Patria!». Mentre il Sovrano si stava accomodando nella sua automobile, per l’ultima volta l’abate Marcone con tutta la comunità, gli rivolse un fervido saluto, ringraziandolo cordialmente per la sua memorabile visita, mentre da lontano i monaci lo acclamavano ancora con grida osannanti scortandolo per un lungo tratto di strada, insieme ad una folla in delirio[6]. In effetti, la venuta di S. M. Vittorio Emanuele III si rivelò davvero un evento memorabile, visto e considerato che per assistere alla visita dell’ultimo Sovrano, bisognava risalire al Re di Napoli Ferdinando II che, neanche a farlo apposta, proprio ottantotto anni prima, nell’agosto del 1848, in seguito ai famigerati moti rivoluzionari, si recò ad Avellino con un folto seguito e di qui mosse per giungere a Montevergine.
In occasione delle manovre militari era stato allestito, dal dinamico Prefetto Tamburini, un apposito comitato organizzatore composto dal Questore, Podestà, Segretario Federale di Avellino, dal Preside della Provincia e dal Comandante dell’Arma dei RR. CC.. In quei giorni fu realizzato anche nel capoluogo irpino, un arco sesquipedale alto ben 13 metri e largo 14, rivestito di rami d’alloro e di quercia, sulla cui trabeazione si leggeva la seguente frase: Fulgens Imperio Afriche tibi Laurus Abellini Viret. Anche Montevergine non volle esser da meno, per cui durante tutte le notti della seconda quindicina del mese di agosto, furono collocate, in cima al Partenio, due scritte sfavillanti con la dicitura Rex–Dux che, passarono alla storia col nome di legenda luminosa.
Queste sei lettere gigantesche, ricoperte con numerose lampadine, raggiungevano l’altezza di ben quaranta metri, estendendosi per circa un chilometro, al punto che erano visibili nitidamente anche da Avellino e dai più lontani confini della provincia. Questa opera fu realizzata grazie all’abnegazione di ben venti operai della Società Elettrica del Sannio, che lavorarono alacremente per oltre un mese sotto la direzione dell’ingegnere Montefusco, presidente di tale impresa che, in questo modo aveva voluto rendere omaggio solenne alla visita degli illustri personaggi[7]. Del resto, come abbiamo avuto modo di rilevare nei paragrafi precedenti, in quegli anni i legami con la Casa Savoia si consolidarono vieppiù, assumendo un ruolo di primo piano nel sistema delle relazioni esterne della congregazione verginiana, anche in virtù del patriottismo e del profondo senso di fedeltà alla monarchia che ispirava l’azione del dinamico abate Marcone.
Così, ebbero una tale risonanza la venuta di Vittorio Emanuele III e dello stesso Mussolini, ritenuto il fondatore dell’Impero, al punto che l’intraprendente presule benedettino pensò bene di far scolpire due lapidi in ricordo solenne della visita di questi due autorevoli personaggi. La cerimonia di inaugurazione si svolse il 13 dicembre di quello stesso anno, alla presenza di una folta schiera di autorità civili, tra le quali spiccavano: il Prefetto Tamburini, il Federale di Avellino Campanile e quello di Napoli, gli onorevoli Sansanelli e Vito Di Marzo, il Preside della Provincia Alberto Di Marzo, il Questore Molina col suo capo gabinetto cav. Romeo, il Podestà di Avellino De Conciliis, l’Ingegnere Capo del Genio Civile Maggiorotti con l’ingegniere De Feo, il Maggiore dei RR. CC. Cav. Ufficiale Giovanni Conte, il Provveditore alle OO. PP. della Campania Tizzani e dulcis in fundo i Podestà di Mercogliano ed Ospedaletto.
Dopo aver partecipato alla funzione liturgica, celebrata dall’abate Marcone, tutte le autorità si recarono nell’atrio interno del Santuario, dove erano state scolpite le due lapidi marmoree «affinché giunga fino ai lontani posteri – scriveva solennemente il cronista – la memoria delle giornate indimenticabili che visse la nostra Abbazia». Il presule benedettino, quindi, procedette alla benedizione delle due lapidi facendo cadere i drappi tricolore che le adornavano, mentre in sottofondo la Schola Cantorum della comunità monastica innalzava canti melodiosi[8].
Tuttavia, è il caso di far notare come all’indomani della caduta del regime, con tempismo eccezionale, la lapide in onore di Mussolini fu, dapprima ricoperta con uno strato di calce, onde «evitare – si leggeva nelle cronache – qualche spiacevole reazione da parte degli antifascisti che allora si mostrarono più violenti che mai», quindi verso la fine di agosto, «si credette più prudente di rimuoverla del tutto»[9].
Approfittando di questa inaugurazione, l’abate Marcone confidò al Provveditore alle Opere Pubbliche Tizzani, il desiderio espresso dal Duce in persona, in occasione della sua recente visita al Santuario, «di voler conferire maggiore importanza e nuovo decoro ai Gloriosi Santuari Nazionali». Quindi, la solenne cerimonia si concluse con un imponente inno al Sovrano, al Principe Umberto ed a Mussolini.
Come si legge dalla cronache dell’epoca, pervase da un paradossale spirito patriottico, «a nessuno p(otevano) sfuggire le cause primordiali di questo novello impeto costruttivo: la venuta del Duce in Irpinia, nell’agosto 1936 (…) e la nomina di S. E. Tamburini a Prefetto di Avellino, hanno senza dubbio costituito il logico presupposto di quanto oggi si compie (…).
Benito Mussolini, nel suo soggiorno in terra irpina, poté de visu rendersi conto di quali e quanti fossero i bisogni della nostra provincia. E non esitò dal vedere realizzate queste opere. Fascisticamente – continuava orgogliosamente il redattore del Corriere dell’Irpinia – Egli (lottò) contro ogni ostacolo, senza mai dilungarsi in discussioni ed in esami, ma ha agito decisamente alla maniera delle vecchie Camice Nere»[10].
© Giovanni Preziosi, 2011
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[1] A.S.M. (Archivio Storico di Montevergine), Cronache del Monastero, voll. III (1934-1942), 7 agosto 1936.
[2] La triste figura del facinoroso squadrista fiorentino Tullio Tamburini è tuttavia legata alla vicenda che vide per protagonista suo cognato, il giovane e brillante diplomatico italiano Bruno Kiniger, allora appena trentunenne, nato a Policane in Austria che, dopo aver lavorato presso la presidenza dell’Unione generale dei Lavoratori dell’Agricoltura e poi presso la sede ateniese dell’Istituto per le relazioni culturali con l’estero, aveva combattuto come tenente di fanteria nei Balcani, mancando di un soffio la cattura del maresciallo Tito. Al momento dell’8 settembre, Kiniger si diresse con decisione verso il Nord non tanto per motivi politici quanto perché suo cognato Tullio Tamburini era nel frattempo divenuto capo della Polizia durante la Rsi. Tamburini finì la guerra a Dachau, dove i tedeschi lo spedirono nel febbraio 1945. Lo stesso destino attendeva forse anche Kiniger se, dopo aver fatto il capo di gabinetto del cognato per i primi mesi della Rsi, non fosse stato inviato come incaricato commerciale di Salò in Svizzera. E poiché tra Svizzera e Repubblica Sociale non intercorrevano rapporti diplomatici ufficiali, un incaricato commerciale era poco meno di un ambasciatore. Per sei mesi Kiniger stringe rapporti con un po’ tutti in Svizzera (tranne che con i tedeschi che lo odiano, cordialmente ricambiati), Monsignor Filippo Bernardini, Nunzio Apostolico (cioè l’ambasciatore del Vaticano) compreso. Mentre si svolgevano queste piccole mene tra Salò, Berlino e Berna, altrove si sviluppavano ben altri progetti. Contrariamente a quanto sostenuto, anche recentemente, i governi di Londra e Washington ma soprattutto lo stesso Vaticano cercarono a più riprese di intervenire per alleviare le sofferenze di quanti (soprattutto ebrei ma non solo) si ritrovavano ad essere ospitati nei lager nazisti. Ancora ai primi di ottobre una giovane ricercatrice inglese, Barbara Rogers, ha trovato al Public Record Office di Londra (l’Archivio centrale inglese) un rapporto di cento pagine comprovante la conoscenza da parte di inglesi e americani, fin dal 1942, dell’esistenza di campi di sterminio nell’Europa dell’Est. E questo spiegherebbe il suo presunto “silenzio” e la sua inattività di fronte all’Olocausto. Ma i ricordi di Kiniger sono sostenuti, oltre che da una memoria pronta, anche da un bel mazzetto di documenti (che in parte riproduciamo in questo servizio) all’origine dei quali c’è un dispaccio che il segretario di Stato di Pio XII, monsignor Domenico Tardini, nella primavera 1944, inviò alla Nunziatura Apolistica di Berna: «Considerevole numero civili stranieri oppure apolidi, fra cui numerosi ebrei, sarebbero tuttora trattenuti campo di concentramento Italia settentrionale. Insistentemente si chiede interessamento Santa Sede perché suddette persone siano possibilmente riunite porto Adriatico settentrionale da determinare ove da navi neutrali potrebbero essere raccolte e trasferite Italia meridionale oppure Africa. Governo Germanico interessato in proposito ha risposto essere competenza autorità italiane. Desiderando Santo Padre nulla lasciare intentato per cercare aiutare coloro che soffrono, prego Vostra Eccellenza Reverendissima vedere se è possibile far compiere qualche passo affinché umanitaria proposta giunga e sia raccomandata alle autorità del Nord». Monsignor Bernardini, destinatario del messaggio, perse inspiegabilmente parecchi mesi per attivarsi, agevolando così involontariamente il piano dei tedeschi, usi, in Repubblica Sociale, a delegare al governo di Salò solo le questioni che non li interessavano o che avevano intenzione di procrastinare sine die. Dopo l’incontro con Bernardini, Kiniger incontrò, in una stanza dell’albergo Schweizerhof di Berna, i rappresentanti anglo-americani del War’s Refugee Board che gli comunicarono i dettagli del piano (che coincidevano con quanto già anticipato nel dispaccio di Tardini) aggiungendo che sarebbe stato forse utile far sapere a Buffarini Guidi che era stato inserito nella lista dei criminali di guerra. La sua collaborazione avrebbe quindi potuto alleviarne la situazione a guerra finita. Quando Kiniger venne incaricato di raggiungere, a Milano, il Cardinale Ildefonso Schuster, e quindi Tamburini e Buffarini Guidi era però ormai tardi: mentre lo sfortunato Kiniger (che era ricercato in Italia) passava il confine guidato dai contrabbandieri, i tedeschi avevano già provveduto a trasferire altrove i loro prigionieri, come dimostra una lettera di Tamburini a Kiniger del 18 dicembre 1944. Tuttavia, l’ex capo della Polizia, che aveva continuato a coltivare buoni rapporti coi vertici della Rsi, Mussolini compreso, aggiungeva: «Mi è stato assicurato che sarà fatto quanto è possibile per aderire alla richiesta e sarà data una risposta a tempo e per via opportuna. Ho interessato anche il Capo della Polizia, gen. Montagna, che non ha mancato di darmi affidamenti per una sua fattiva collaborazione. Nonostante questo non mancherò di parlare al Duce di tale argomento nella prima udienza». In termini più vaghi anche Buffarini Guidi, il 27 gennaio 1945, assicurò il proprio interessamento. Ma prima che fosse chiaro che ormai non c’era più nulla da fare, sia perché il governo della Rsi contava sempre meno, sia perché i tedeschi avevano scelto di trasferire i prigionieri e sia perché, soprattutto, era ormai evidente che la guerra sarebbe finita nel giro di poche settimane. Cattiva fede tedesca, impotenza italiana e sfortuna fecero sì che il progetto ideato ai piani alti di Londra, Washington e Città del Vaticano andasse gambe all’aria e che Kiniger rischiasse inutilmente la vita, per due mesi e passa, facendo su e giù tra la Lombardia e la Svizzera, zigzagando tra guardie svizzere e Ss (e non si sa chi avesse il grilletto più facile). Quando tutto finì, Kiniger, eroe schivo, prima di tornare alle sue occupazioni, si fece rilasciare due attestati, uno dalla Nunziatura Apostolica di Berna e uno dal governo Usa, per poter dimostrare, in avvenire, quello che era accaduto e il ruolo che lui aveva svolto. (Cfr. Kiniger, il funzionario RSI per salvare gli ebrei, da “il Borghese” del 20 ottobre 1999).
[4] La visita al Santuario di Montevergine, in Corriere dell’Irpinia, 27 agosto 1936.
[5] A.S.M., Le storiche giornate di Montevergine: la visita del Duce, 23 agosto 1936.
[6] Ivi, La visita di S. M. il Re e Imperatore, 28 agosto 1936.
[7] Ivi, La leggenda luminosa, agosto 1936.

