Il mistero dei diari di Mussolini…

 


Il mistero dei diari di Mussolini. Un romanzo lungo sessantacinque anni tra mezze verità e sedicenti scoop giornalistici

Ecco, uno stralcio di alcune pagine di questi presunti diari del duce pubblicati da Mauro Suttora su “Oggi” di venerdì 5 novembre 2010

Si riaccende di nuovo il dibattito dopo lannuncio di una cassetta che potrebbe contenere documenti rivelatori dei sedicenti diari del Duce. Fiumi dinchiostro sono stati scritti finora in merito ai famigerati Archivi segreti di Mussolini ed in particolare al presunto scambio epistolare segreto tra Mussolini e il premier inglese Winston Churchill alla vigilia dellentrata in guerra dellItalia.

Naturalmente va detto che la copiosa pubblicistica prodotta in merito a questo argomento, inevitabilmente, ha risentito della revanche e dello spirito sciovinista, nonché dei condizionamenti politici ed ideologici che hanno fatto seguito alla fine del secondo conflitto mondiale.

Del resto, neppure oggi, ad oltre sessanta anni da quelle vicende, è possibile far pienamente luce su come realmente si siano svolti i fatti, anche perché la documentazione cartacea in questione, inopinatamente, è stata fatta sparire dalla circolazione e non ci è dato sapere se un giorno potrà venire finalmente alla luce.

In realtà la saga dei diari di Mussolini, con landar del tempo, sta assumendo i contorni di una vera e propria telenovela. Laltro giorno è andata in scena una nuova puntata che ha visto per protagonista il figlio di un console italiano a Berlino, Guglielmo Della Morte, il quale ha raccontato che, poco prima di essere catturato dai partigiani Mussolini avrebbe convocato il padre e gli avrebbe consegnato una cassetta sigillata di zinco facendogli promettere che non sarebbe stata aperta prima del 2025. Diplomatico di carriera, Guglielmo Della Morte già negli anni Venti aderì al fascismo. Il suo lavoro lo portò negli anni a Kassel, Breslaw, Moulhouse, Saarbruken e Berlino, dove strinse stretti rapporti con le alte sfere del Terzo Reich.

Dalle ipotesi formulate finora si è potuto circoscrivere la zona e risalire al luogo preciso dove potrebbe essere stata occultata questa cassetta. Tutto fa presumere che si tratti dellasilo parrocchiale di Campodolcino, luogo legato alla memoria del beato Luigi Guanella dove, probabilmente, è passata e permane tuttora una pagina decisiva della nostra storia. Quei documenti che, secondo quanto asserito da Rocco Della Morte potrebbero contenere parte dei diari di Mussolini, se esistono, sono a Campodolcino, a 1.070 metri sul livello del mare, in paese o nellasilo o in un alpeggio. Di tutto ciò ostentano una certa sicurezza gli abitanti del luogo. Si aperto dunque un nuovo capitolo nei misteri legati alla morte del duce. I diari, le carte, le ultime lettere, forse copie di quelle inviate ai leader occidentali per trattare la sua fuga, sarebbero nascosti a quanto pare in Valle Spluga. Difatti, a detta di alcuni la cassetta di zinco contenente la borsa segreta non si troverebbe a Campodolcino, come pensano i compaesani dei Della Morte, ma a Monte Spluga, ultimo abitato prima del confine elvetico. Questa almeno è la convinzione di alcuni anziani di Madesimo, secondo i  quali questa cassetta sarebbe nascosta in una delle ultime case del centro abitato, anche se nessuno sa indicare precisamente di quale si tratti.

La casa di famiglia dei Della Morte sorge in località Corti, una delle dieci frazioni dellabitato di Campodolcino, e attualmente è stata adibita ad asilo di proprietà della parrocchia. In questa che era la seconda casa della famiglia del diplomatico si ritirò Guglielmo dopo larmistizio dell8 Settembre 1943, e qui subì un attentato da parte dei partigiani che gli spararono alle gambe dopo averlo condotto in cantina.

Naturalmente del contenuto, comè facile immaginare, non si sa alcunché, ma le illazioni come al solito si sono subito sprecate arrivando al punto di ipotizzare perfino che allinterno di questa cassetta vi sarebbero custoditi documenti di rilevo e, perché no, addirittura i famosi diari.

Mussolini non ha scampo. Non tanto e non solo perché in possesso di un prezioso Carteggio atto a documentare le verità orribili su chi ha voluto scatenare la carneficina del secondo conflitto mondiale, quanto perché è schiacciato dagli interessi anglo americani che hanno progetti post bellici di colonizzazione di tutta lEuropa e su questi progetti hanno coinvolto anche i sovietici; quindi è spiazzato dal tradimento dellala filo occidentale della Germania, incarnata da Himmler e già rappresentata in Italia da Kesserling (che in qualche modo media con i Savoia e gli consente, l8 settembre, la possibilità di una ingloriosa fuga) e da Wolff che finisce per conseguire la resa nella quale non poteva non vendersila persona del Duce.

Ed infine è travolto dallinteresse sovietico a tacitarlo per sempre affinché non possa attestare le intese o le proposte che dagli anni 20 e fino al 1943 intercorsero tra Roma e Mosca.

E tutto questo dramma si svolge sul suolo italiano, dove un Re fellone, è nellincubo che, vivo Mussolini, possa esser chiamato a dar conto delle sue responsabilità nella guerra.

Ed ecco perchè le Special Force inglesi, di concerto con il CVL di Cadorna ed i tedeschi non lasciano scampo al Duce. Molti documenti di estrema importanza vennero dapprima fotocopiati, e quindi gli originali sembra proprio che furono venduti agli odiati nemici. Difatti, sembra ormai acclarato che ai principi di maggio del 1945, presso la Fototecnica Ballarate di Como allora in via Indipendenza, il famigerato Dante Gorreri, alias Guglielmo,[1] segretario della federazione comunista di Como) fece eseguire alcune copie fotografiche di questi documenti.

Altre ne vennero fatte per il partito comunista, attraverso il giornalista fotografo dellUnità Ugo Arcuno, che successivamente si presume ne fece pervenire probabilmente una parte a Mosca,mentre quella inerente il carteggio con Churchill fu rivenduta agli inglesi intorno alla metà di settembre dello stesso anno. Con landar del tempo questa convinzione si è andata viepiù consolidandosi al punto che, ancora oggi a distanza di oltre sessantanni, molti ritengono che da qualche parte è celata questa famigerata cassetta con le fotocopie delle 62 lettere [2] scambiate tra Mussolini e  il premier britannico Churchill. A ben vedere Mussolini si mostrò lungimirante allorchè, il 25 marzo 1945, rivolgendosi telefonicamente al ministro Paolo Zerbino, riferendosi alle carte appena fatte duplicare, affermò lapidariamente:

…bisogna in ogni modo impedire che anche una piccola parte possa  cadere in mano a gente che abbia grande interesse a distruggerle o a nasconderle.

La gente a cui alludo sono i molti italiani che non hanno esitato ad allearsi ai veri nemici dellItalia, per poter avere buon gioco ventanni dopo. Figuratevi se questi pensano di fare qualcosa per lonore delle armi italiane o di muovere un dito per il prestigio nazionale, questi straccioni non hanno fatto altro che tradire nel nostro Paese e allestero!>>.

In effetti, come scrive lucidamente Fabio Andriola nella prima edizione del suo libro, con la comune denominazione di Archivio della Segreteria particolare del Duce, si raggruppavano una immensa mole di documenti che poi si dividevano in tre sezioni ognuna con una organizzazione a sè stante. Due archivi affatto diversi costituivano larchivio ordinarioe quello riservato. A questi, dal 1934, si era aggiunto larchivio militare segreto.

Insomma si trattava di numerosi e svariati documenti, appunti, lettere, rapporti, informative, ricevute, dossier, ecc., di diversa natura: pubblici, privati, personali, politici, economici, militari, in parte ereditati, ma soprattutto raccolti o conservati nel corso degli anni da Mussolini. Fino al 1941 tutti i dossier della Segreteria del Capo del Governo si trovavano al Viminale, ma durante i mesi estivi venne fatta una divisione: lordinariorestò al Viminale (requisito in seguito dagli Alleati dopo la presa di Roma nel giugno del 44), mentre la parte riservata e soprattutto quella militare fu trasferita a Palazzo Venezia.

Assunto il potere, dopo il 25 luglio del 1943, il governo Badoglio incaricò il Comando Supremo, con un ordine del generale Giuseppe Castellano, di requisire alcune casse dellarchivio segreto e le trasferì a Palazzo Vidoni.

In seguito il ministro della Real Casa duca Pietro Acquarone fece prelevare i fascicoli riservati e personali di  Casa Savoia. Dopo l8 settembre, in ogni caso, anche i tedeschi ebbero modo di entrare in possesso di parecchi documenti di questo archivio. Durante la RSI fu invece rintracciato, chiuso in casse, alla stazione Centrale di Milano dove è chiaro che si cercava di portarlo allestero, parte dellarchivio militare segreto.

Infine larchivio in qualche modo raggruppato fu fatto trasferire al seguito di Mussolini a Villa Feltrinelli a Gargnano sul Garda dove rimase sotto il suo controllo fino alla fine della R.S.I. Quando il duce lasciò Gargnano, la sera del 18 aprile, molti documenti furono portati via, in quelloccasione e nei giorni successivi, ma altri restarono sul posto e finirono successivamente nelle mani degli Alleati. Tuttavia, la sera del 25 aprile 1945, durante il trasferimento a Como, una parte importante di questo archivio si perse su di un camioncino al seguito della colonna di Mussolini. Un altra parte, altrettanto importante, venne requisita a Dongo. Era portata in almeno 4 borse, ovvero in quella trovata sul camion tedesco con il duce e in una custodita da Vito Casalinuovo, colonnello della GNR addetto alla persona del Duce. Un altra era nella macchina dei Petacci.

Tutti questi documenti passarono al vaglio del Comando generale del CVL, ed in seguito furono spartiti tra i componenti del CLNAI che poi provvidero a farli pervenire nelle mani dei diretti interessati: gli Alleati, specialmente quelli di ordine militare o riguardanti nazioni in guerra; casa Savoia, personalità varie, strutture istituzionali interessate, ecc. Anche il PCI, non è ben chiaro come e quando, ma entrò in possesso di una cospicua parte di cui poi fece alcune fotocopie.[3]

Ma, oltre a queste tre borse, quasi sicuramente la parte più piccola, ma più importante del carteggio, forse quella con la corrispondenza segreta con Churchill, era gelosamente custodita dallo stesso Mussolini in una piccola borsa di pelle marrone allincirca di 25 cm.

In ogni caso, parte di queste documentazioni furono portate a Domaso nella cassaforte della locale filiale della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, ma altre probabilmente sparirono immediatamente e viene naturale additare come responsabili di queste sottrazioni il comandante della 52a Brigata Garibaldi Luigi Clerici Pier Bellini delle Stelle Pedro,[4] e il vice commissario Urbano Lazzaro Bill [5] ed in un momento immediatamente successivo il PCI.

Precedentemente alcuni dossier, non è ben chiaro di quale natura, ma certamente inerenti anche i rapporti con lo statista britannico, erano stati fatti appositamente fotografare e duplicare dal Duce, al fine di utilizzarli, al momento opportuno, per le ragioni del nostro paese e a difesa del suo operato. In parte erano anche stati portati allestero (come i suoi diari?), più che altro in Svizzera, ed altri erano stati affidati in varie mani con lintento di metterli al sicuro  e di renderli pubblici al momento opportuno: cosa che non avvenne, così come sparirono anche i depositi esteri. [6]

Mussolini proprio nellintento di salvaguardarne lintegrità di questa copiosa documentazione, provvide a farne realizzare alcune copie di cui una di queste fu affidata al ministro Carlo Alberto Biggini, rinomato professore di diritto costituzionale, originario di Sarzana un paese in provincia di La Spezia dove nacque il 9 dicembre 1902, da Maria Accorsi e da Ugo, un avvocato di estrazione socialista. A suggellare la sua affermazione giunse, il 6 febbraio del 1943, la nomina a ministro dellEducazione Nazionale in sostituzione di Giuseppe Bottai, che gli fu conferita dal duce in persona[7]. Nel corso della famigerata riunione del Gran Consiglio che si svolse nella notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943, votò contro lordine del giorno di sfiducia a Mussolini presentato da Dino Grandi, tentando finanche di ricucire lo strappo che si era prodotto, redigendo un pro-memoria per il duce che avrebbe dovuto consegnare al sovrano allo scopo di far rilevare che il voto espresso dal Gran Consiglio era da considerarsi a tutti gli effetti nullo perché viziato da alcune infrazioni regolamentari.

La fiducia incondizionata che Mussolini nutriva nei suoi confronti non si affievolì neanche allindomani della costituzione della Repubblica Sociale Italiana allorquando, varando il governo, lo riconfermò alla guida del dicastero dellEducazione Nazionale, che Biggini decise di collocare nel palazzo Papafava dei Carraresi a Padova fin dallottobre successivo, dove si trasferì insieme alla propria famiglia.

Tuttavia, considerata la piega decisamente negativa che stavano prendendo gli eventi bellici, a partire dal luglio del 1944, il ministro Biggini, per motivi di sicurezza, ritenne più opportuno trasferire la propria famiglia nella Villa Gemma nei pressi di Maderno, dove, suo malgrado, restò soltanto per poco tempo, fino allottobre successivo poiché, come tutti i gerarchi, ob torto collo fu costretto a portare i suoi familiari nella località di Zurs, da dove andò a prelevarli nel marzo dellanno successivo. A quel punto, considerato che a partire dal febbraio del 1945 era stato sottoposto finanche ad una rigida sorveglianza da parte della banda Carità[8], per sfuggire ai suoi aguzzini, il 23 aprile successivo, alle 5 del mattino, abbandonò precipitosamente la residenza di villa Gemma a Maderno sul Garda, dopodiché, sul far della sera del 25 aprile, decise di rifugiarsi nella Basilica del Santo a Padova, contando sul fatto che questa struttura ecclesiastica godeva del diritto di extraterritorialità. Difatti, avendo mantenuto in passato i collegamenti tra Stato e Chiesa e, conoscendo il ministro provinciale dei francescani patavini, padre Andrea Eccher[9], nonché il rettore della Basilica, padre Lino Brentari, riuscì ad ottenere agevolmente lautorizzazione dal vescovo diocesano, mons. Carlo Agostini, per rifugiarsi nel convento attiguo, dove restò nascosto senza adoperare alcun nome fittizio e tanto meno indossare labito talare. Appena giunto sul luogo, immediatamente, fu preso sotto la custodia di padre Eccher, il quale subito si preoccupò di mettere il suo nuovo ospite a suo agio.

Tuttavia, nella concitazione della fuga, poiché era braccato e minacciato dai partigiani, Biggini aveva ritenuto opportuno non portare con sé la copia del carteggio tra il primo ministro inglese Winston Churchill e il duce del fascismo italiano, lasciandola sulla scrivania del suo studio a Maderno in una cartella di marocchino rosso. Evidentemente Biggini aveva ricevuto da Mussolini questi importanti documenti proprio in virtù della fiducia smisurata che riponeva nei suoi confronti, e poi perché era persuaso che sarebbe stato risparmiato dalla vendetta partigiana, in virtù dei suoi legami che aveva allacciato in tempi non sospetti con alcuni antifascisti come Corrado Bonfanti.

Difatti, i partigiani avevano ricevuto lordine di non aprire il fuoco sulla sua Aprilia che quotidianamente percorreva la strada che da Padova lo conduceva alla residenza di Mussolini sul Lago di Garda, ben sapendo che spesso e volentieri il ministro si recava dal duce con una lista di persone da salvare che erano finite nel mirino dei nazi-fascisti. Senza contare, poi, i numerosi rapporti che aveva intrecciato anche con altri esponenti della Resistenza, i quali avevano con lui un debito di riconoscenza per essere riusciti a sfuggire allarresto grazie proprio ad un suo provvidenziale intervento. Difatti, come sostiene giustamente lo storico Roberto Festorazzi nella sua relazione che ha svolto in occasione del recente convegno di studi sulla figura di Carlo Alberto Biggini tenutosi a Sarzana:

Mussolini aveva scelto bene, affidandogli le carte che avrebbero dovuto scrivere la storia di domani. Biggini rappresentava, ai suoi occhi, una risorsa ideale da spendere quando tutto era ormai perduto. Lex ministro dellEducazione Nazionale, con ogni probabilità, sarebbe sopravvissuto al bagno di sangue del passaggio storico che Mussolini stesso immaginava cruento, dominato da furore collerico e da unesplosione di isteria collettiva contro i vinti. Biggini era un galantuomo, un pacificatore, un intellettuale illuminato. [] Le sue benemerenze presso gli antifascisti gli sarebbero valse a guadagnarsi la salvezza. Se dunque il candidato prescelto per lOperazione Verità aveva grandi possibilità di portare a termine la sua missione, qualche cosa tuttavia intervenne a sconvolgere i piani. E quel qualche cosa era un fattore imponderabile, non controllabile da nessuno[10].

Del resto, proprio per questi motivi, Mussolini non aveva esitato ad affidargli persino la copia di tutti gli atti dei rapporti che aveva con gli inglesi. Si spiegherebbe così il motivo per cui il ministro Biggini sarebbe venuto in possesso anche dei famigerati carteggi tra Mussolini e Churchill[11].

Risale pressappoco alla metà degli anni 90 la clamorosa testimonianza fornita da Luigi Carissimi Priori di Gonzaga, [12] il quale subito dopo la liberazione fu posto a capo dellUfficio Politico della questura di Como. Carissimi-Priori affermò con estrema fermezza di aver avuto la possibilità perfino di leggere tutta questa documentazione, fornendo finanche spiegazioni molto circostanziate in merito alla sua scomparsa e ad una presunta conservazione a tuttoggi di una copia fotografica.

Come raccontò successivamente Carissimi-Priori: [13]

I documenti del carteggio Churchill-Mussolini esistevano ed esistono…. Se mi si chiede come siano arrivati a Como, io non lo so, ma ci sono arrivati, e pochi giorni dopo sono state fatte le famose copie fotografiche allo studio Ballarate….

Ho poi letto che una copia di questi documenti è arrivata fin quasi a Milano, portata da Michele Moretti, ma poi tornò indietro quando sorse qualche dubbio e tutte le autorità ufficiali qui a Como han voluto lavarsene le mani.

Atteggiamento che hanno avuto anche gli stessi americani forse per non sentirsi, in un certo qual modo, responsabili di qualcosa che noceva ai loro alleati inglesi.

Nessuno ha voluto saperne di quei documenti, quando avrebbero avuto la possibilità di mettervi le mani sopra, perchè si sapeva chi li aveva, accidenti se lo si sapeva! Specie il questore di Como (Luigi Davide Grassi, n.d.r.). …. Grassi sapeva tutto! E con lui il suo segretario particolare, Antonio Botta. Ma dietro di lui cerano anche quelli che da Roma premevano per occupare il suo posto. Grassi doveva andarsene e non voleva grane.

Poco dopo il mio arrivo a Como, sono stati assassinati da una certa parte politica il capitano Luigi Canali, Neri,[14] e Giuseppina Tuissi, Gianna, (7 maggio e 23 giugno 1945, ai quali seguirono altri delitti particolarmente efferati, maturati nel torbido entourage del partito comunista del luogo, ma attinenti alle vicende della morte di Mussolini e forse alla sparizione del famoso oro di Dongo n.d.r.).

Tutti coloro che sapevano qualcosa, erano in pericolo a causa del segretario provinciale del partito Comunista, il famigerato Dante Gorreri.

Io non credo però che sia stata una sua iniziativa personale, ma che abbia agito daccordo con il partito….   

Così mi sono avvicinato al Partito comunista costretto dalle circostanze. Ma i  motivi veri li conoscevano i più fidati, il questore David Luigi Grassi, poi gli altri collaboratori del CLN di Como e gli Alleati. Perché quando io avevo qualcosa di delicato tra le mani, oltre a dirlo al CLNAI, che per questo e per altro mi aveva mandato a Como, io riferivo allamministrazione alleata o AMG dalla quale avevo avuto credenziali.

Io sono rimasto per tutto il 1945 con lincarico che avevo. Le elezioni amministrative avvennero nel 1946, quindi lispezione avvenne quando io avevo già un incarico al comune di Como, altrimenti non avrei potuto avvicinarmi al PCI: se ne va il Gorreri ed arriva il Mazza, tipo ieratico.  Lispettrice, venuta da Roma, Maria Azzale, di Mantova, non venne con credenziali per poter prendere visione di documenti o di quanto combinato alla federazione del partito o di chiarire dei sospetti. Venne in veste di sostegno, vale a dire nella versione ufficiale sarebbe mancato qualcuno che potesse riordinare documenti o altro. Ma in realtà lei cercava testimonianze e prove contro Gorreri. Le prove, secondo voci, dovevano stare nella cassaforte del partito: vi sarebbero stati nascosti gioielli e altro di provenienza illecita. LAprimmo con difficoltà e dentro cerano le prove di quanto supponevamo, cioè dei loschi affari del Gorreri. Per cui la Azzale avrà fatto poi un esposto a Roma.: il fatto è che il Gorreri è stato rimosso.

Della cassaforte venne fotografo il contenuto, tranne le carte perché non cera la possibilità di farlo sul posto; le abbiamo passate al setaccio e da li è nata una polemica durissima, arrivata anche sui giornali, tra me e la federazione del partito con delle minacce chiare.

Come detto, questi documenti è certo che erano  a Dongo, ma non si sa come arrivarono a Como. La borsa ad un certo punto sparisce e, secondo una mia ricostruzione, il Gorreri che è in possesso dei documenti ne fa eseguire allo studio Ballarate copia fotografia e rompe i negativi. Lui ne ha una copia ed a questo punto informa ufficialmente il partito di avere i documenti. Il partito manda allora a Como il giornalista comunista Ugo Arcuno il quale ritorna con il Gorreri da Ballarate, che sta zitto, perché deve stare zitto!, e fa eseguire una copia dei documenti come fosse la prima copia. Questa copia parte con Arcuno e va a Milano e forse a Roma.

Dopo poco tempo, naturalmente su decisione del partito, quando si presenta loccasione vengono venduti gli originali dei documenti. Non so come sia capitato, ma secondo la mia opinione è intervenuta una persona di un certo peso che ha fatto da intermediario tra gli inglesi ed il partito comunista, e una persona importante.

Non credo che fosse possibile al Gorreri prendere contatto con gli inglesi o che gli inglesi andassero a cercare il Gorreri. Il Partito lha si autorizzato, ma il contatto deve averlo stabilito una persona di gran peso che ha fatto da intermediario. Quindi il PCI, a Milano o a Roma ha una copia del carteggio, il Gorreri ne ha un’altra e il partito vende gli originali del cosiddetto carteggio Mussolini / Churchill. Lo scambio deve essere avvenuto, forse a villa Passalacqua di Moltrasio, non al Premier in persona, ma attraverso degli emissari, credo non inglesi, ma polacchi, perché per una faccenda del genere Churchill non si sarebbe fidato di inglesi.. .

Ed ancora confermerà il Carissimi: La copia fotografica del carteggio Mussolini / Churchill esiste, sono le 62 lettere con firma autografa, recuperate e messe al sicuro in una cassetta chiusa e mai più riaperta

I documenti originali del carteggio Mussolini/Churchill, come detto, sono stati restituiti a Churchill: non sono del tutto certo in quale occasione, ma il partito comunista li ha consegnati. Quello che ha fatto Gorreri è di farsene una copia, di tenersene una copia.

E questa copia cè. Esiste ancora, sono appunto le 62 lettere di una corrispondenza intercorsa tra Mussolini e Churchill solo prima, e sottolineo prima, che lItalia entrasse in guerra il 10 giugno 1940. Non vi sono lettere del periodo successivo. Io so, ho avuto fra le mani quei documenti, li ho letti e dunque so cosa cera scritto

Credo che potessero essere importanti in quel momento, quando lItalia ha trattato la pace. Perché prima dellentrata in guerra Churchill, affinché Mussolini non entrasse nel conflitto al fianco della Germania, gli garantiva che poteva avere anche la Corsica, anche Nizza, anche la Tunisia. Questo è certo[15]

Alla villa Passalacqua di Moltrasio, della baronessa Nalder, emissari inglesi che erano ufficiali polacchi, hanno trattato la cessione dei documenti. Questi documenti, di sicuro in Inghilterra non esistono, perché Churchill si sarà ben guardato dal lasciarli in giro. Comunque una copia del carteggio però rimase al Gorreri,almeno fino a che non gliela ho sottratta. Non possono ancora essere tirati fuori per una questione di tranquillità (sic.! N.d.A.).

A sostegno di questa tesi si può citare anche la testimonianza di Nino DAroma,[16] allepoca dei fatti direttore dellIstituto Luce, al quale, verso la metà di febbraio del 1945, Mussolini chiese se fosse possibile eseguire un certo lavoro:

Tra quattro giorni ho più di 200 documenti, riservati, personali, da confidarvi. Bisognerà farli fotografare da gente di sicura discrezione. Sia pure genericamente il Duce ebbe a specificare: Trattasi di un grosso carteggio con capi di governo e di delicati ed esplosivi documenti che in prossimo avvenire potrebbero essere carte risolutive per il gioco politico internazionale del nostro paese.[17]

Successivamente DAroma ebbe a rivedere Mussolini che gli disse:

Ho affidato tutto e porterò ogni cosa in Svizzera, a una persona che voi stimate altamente come gentiluomo, come amico nostro e dellItalia () In questi mesi ho studiato molto lanimo di Hidaka, lambasciatore del Giappone () Ebbene egli è un vero gentiluomo. Mi pare di aver scelto benissimo. Il suo passaggio per la frontiera non desta allarme a nessuno, quale che sia il bagaglio che lui accompagna. A tempo opportuno, superato il periodo di lotta e di persecuzione, queste carte devono assolutamente vedere la luce. Ieri ho comunicato a Biggini le stesse cose che voi sapete. Ancora una terza persona, che è un mio famigliare [18] è al corrente di questo espatrio importantissimo di documenti da me predisposti. Ora mettiamoci una pietra sopra e auguriamo una buona sorte a questa cautela che vuole essere la difesa nostra e dellItalia, domani.

Ed infatti DAroma ricorda che, successivamente, incontratosi con lambasciatore giapponese, questi gli confidò: Sono stato in Svizzera e sono lieto di dire a voi che siete un suo fido, che egli è stato contento di me. Mi capite?

Sempre a DAroma, ai primi di marzo del 45, riferendosi alla missione affidata ad Hidaka, Mussolini ebbe a dirgli con tono solenne:

Ricordatevi, qualunque cosa avvenga, segreto assoluto fino a quando durerà la tempesta. Poi memoria e decisione

La degenza, sotto mentite spoglie, di Biggini presso la clinica San Camillo di Milano, fu immediatamente circonfusa da un alone di mistero, tantè che fu tenuto scrupolosamente lontano da occhi indiscreti, non consentendo a nessuno, neanche alla moglie, di fargli visita. Soltanto il suo fidato segretario, Dino Campini, riuscì ad avvicinarlo. Pertanto, proprio a questultimo, lex ministro dellEducazione Nazionale confidò la grande preoccupazione che nutriva per la documentazione contenuta nella cartella di marocchino rosso, quella definita della linea dombra, che aveva lasciato nella sua villa a Maderno prima di trasferirsi nella Basilica di Sant’Antonio di Padova la sera del 25 aprile 1945. Fino allultimo Biggini sperò che la moglie e la cognata fossero riuscite a portarla con loro nel momento in cui, in preda al panico, decisero di abbandonare rapidamente villa Gemma per rifugiarsi presso il vescovo di Brescia, mons. Giacinto Tredici. Fino a quel momento, infatti, nessuno era al corrente dellenorme importanza che avevano quei documenti affidati a Biggini dal duce in persona con la promessa solenne di rivelarne il contenuto soltanto nel caso in cui fosse finito nelle mani dei suoi aguzzini e non fosse stato in grado di potersi difendere adeguatamente. Difatti, a quanto pare Biggini non ne aveva accennato neanche ai suoi familiari, mentre sicuramente ne parlò ai suoi collaboratori più stretti, come si evince ad esempio dalle dichiarazioni del suo segretario particolare, Dino Campini, riportate nel libro scritto da questultimo agli inizi degli anni settanta dal titolo Piazzale Loreto, nel quale si fa esplicito riferimento al famoso carteggio ed al fatto che una copia dello stesso era in possesso proprio di Biggini[19].

Dino Campini, inoltre, riferì che una lettera del carteggio poteva interpretarsi come un invito allItalia a scendere in guerra a lato della Germania prima che iniziassero le trattative di pace per le quali lInghilterra avrebbe gradito lappoggio di Mussolini filo inglese più che filo tedesco. [20]

Lo stesso Campini in altra occasione ebbe argutamente ad osservare:

Se i fatti consentono interpretazioni, se è valida la catena delle cause e degli effetti, si deve ammettere che lItalia cominciò la guerra non per farla, ma soltanto per inserirsi in un gioco politico[21].

Ad ogni modo, sta di fatto che la sua morte, sopraggiunta improvvisamente a distanza di pochi mesi, il 19 novembre del 1945, apparentemente a causa di un misterioso cancro, resta ancora avvolta nel più fitto mistero, considerato che da più parti è stata avanzata unipotesi suggestiva, tuttaltro che peregrina, secondo la quale avrebbero giocato un ruolo determinante in tal senso i fantomatici carteggi ricevuti da Mussolini che questi aveva avuto con il primo ministro inglese Winston Churchill, meticolosamente raccolti in una cartella di marocchino rosso e depositati con cura in una delle due valigie sequestrate al duce dalla 52ª Brigata Garibaldi proprio perché, evidentemente, costituiva un vero e proprio tesoro politico[22].

Comunque, poiché quando morì Biggini era in incognito, da Padova fu condotto nel capoluogo lombardo il prof. Anti per effettuare il riconoscimento ufficiale della salma. Inoltre bisogna rilevare che, proprio prima di essere trasferito a Milano, il ministro Biggini, a quanto pare, si era premurato di affidare ai Padri francescani del Santo di Padova tutto il materiale che aveva trovato nelle casse da lui depositate presso il collegio Gonzaga di Milano[23]. Erano i documenti della Repubblica di Salò che egli voleva fossero conservati nella biblioteca del Santo. Tuttavia, come sottolinea anche Luciano Garibaldi, i bagagli di Biggini inviati al Gonzaga sempre per intercessione di padre Gemelli, poco dopo furono ampiamente saccheggiati da un esponente partigiano che si era installato in questura con il grado di vicequestore. Difatti, dopo la sua morte i padri del Santo di Padova trovarono le casse già manomesse e i documenti ivi contenuti erano spariti, né si sa ancora oggi che fine abbiano fatto, lasciando dietro di sé un inquietante alone di mistero[24].

Lelemento imponderabile che impedì a Biggini di adempiere al compito storico assegnatogli sostiene al riguardo Roberto Festorazzi fu unoscura forza del destino. Il caso volle che, nella concitazione che contrassegnò i giorni dellepilogo dellaprile 1945, il carteggio Churchill-Mussolini, ricevuto in copia fotografica, restasse a Villa Gemma, la residenza di Biggini a Toscolano Maderno. La precipitosa fuga dal Garda dei famigliari di Biggini determinò da sé il fatto che, per una fatale noncuranza, quelle carte rimanessero incustodite nello studio del ministro dellEducazione Nazionale.

Non fu più possibile recuperarle in seguito. Con ogni probabilità, quel ghiotto dossier conservato in una cartella di cuoio marocchino rosso , rimasto nella disponibilità del proprietario della Villa, lantiquario Triboldi, finì preda degli uomini dei servizi inglesi. Biggini, nel frattempo ammalatosi, non si capacitava di quel grave infortunio. Il segretario del ministro, Dino Campini, fu testimone dellinquietudine di Biggini, che ripetutamente, in ogni occasione, tornava sullargomento chiedendo notizie sulla sorte delle carte ormai sparite. Campini dovette probabilmente nascondere la sua pena, trovandosi nellimpossibilità di fornire la risposta che Biggini attendeva[25].

Viceversa, nel recente libro scritto da Baima Bollone, viene avanzata unaltra ipotesi secondo la quale

[Biggini si rifugiò] nella basilica di SantAntonio a Padova portando i diari con sé e fu nascosto dai monaci compiacenti. Presto si ammalò seriamente e fu costretto a lasciare tutto il materiale al convento per essere trasportato sotto falso nome in una clinica privata di Milano.

Tuttavia, il biografo di Biggini, Luciano Garibaldi, si mostra alquanto scettico e tende a smentire questa ipotesi formulata da Baima Bollone, sostenendo che

Biggini purtroppo non poté portare con sé lincartamento nella Basilica di Sant’Antonio di Padova, dove trovò rifugio la sera del 25 aprile 1945. Lo custodiva nella sua abitazione privata, Villa Gemma, sul Garda []. L’ipotesi più verosimile è che la preziosa «cartella di marocchino rosso» di cui parla Campini sia finita nelle mani della prima persona che mise piede nella villa. E questa persona fu il pedagogo Michele Tumminelli, vicino di casa e amico del ministro, che, nell’immediato dopoguerra, divenne senatore democristiano, strettamente legato a De Gasperi. Non è azzardato ipotizzare conclude, dunque, Garibaldi che, per quella via, cioé De Gasperi, anche la copia in possesso di Biggini sia tornata nelle mani di Churchill[26].

In effetti tutti gli indizi portano a concludere che, probabilmente, una copia del famigerato carteggio fu consegnata anche a Carlo Alberto Biggini, ma scomparve misteriosamente subito dopo insieme al personaggio in questione. In seguito furono avanzate due ipotesi suggestive secondo le quali questi preziosi documenti sarebbero finiti in Vaticano, oppure affidati al conte Vittorio Cini, che era un grande benefattore della basilica di SantAntonio di Padova[27]. Da allora in poi, comunque, vennero sguinzagliati numerosi agenti segreti ai quali fu affidato loneroso incarico di rinvenire questo carteggio segreto tra Churchill e Mussolini.

Tra questi spiccano due figure interessanti, alludiamo allagente segreto della Regia Marina italiana, Aristide Tabasso che, con lavvento della RSI passa da un carcere allaltro finendo anche in quello di Verona, praticamente in mani tedesche. Viene comunque rilasciato il 20 luglio del 1944 ed è veramente difficile stabilire che ruolo o che incarichi andò a giocare e per conto di chi, nellultimo periodo della repubblica.

Certo è che poi passerà nel campo della polizia partigiana fino a ritrovarsi, al 1 agosto 1945 come capitano ausiliario della pubblica sicurezza di Verona. A partire dal 1945, in qualità di capo della Polizia partigiana di Verona, aveva iniziato a collaborare con il controspionaggio americano insieme allagente speciale del Counter Intelligence Corps Sam Forman, con il quale provvide a setacciare in lungo e in largo il lago di Garda e lintero Veneto. Alla fine, nel marzo del 1946, riuscì a rinvenire unaltra copia di questo epistolario che immediatamente fu portato presso la sede del C.I.C. di Verona in via Bezzecca 3, dove lagente Forman procedette a fotografarlo e ad inviarlo negli Stati Uniti.

Tra il 1945 ed il 1946 si impegna per gli Alleati a trovare i ricercatissimi dossier segreti di Mussolini.  Riceverà, per lettera, riconoscimenti per la sua intelligenza e proficua collaborazione, da parte del Counter Intelligence Corps (C.I.C.) Alleato di Verona.

A quanto pare Tabasso riuscì a rintracciare importanti documentazioni proprio nei primi mesi del 1946 quando era capitano di pubblica sicurezza e comandante del Battaglione mobile di Polizia di Verona, visto che molte carte, di circa una quarantina di chili, da lui recuperate sarebbero state consegnate personalmente da Tabasso a Umberto II, in quel momento Luogotenente del regno e precedendo gli inglesi nel requisirli. Come è facile immaginare in seguito vennero fatte immediatamente sparire dalla circolazione e, da allora, se ne sono perse le tracce.

Tuttavia, alcuni anni dopo per la precisione nel gennaio del 1951 Aristide Tabasso scrisse unaccorata lettera al Re, che allepoca era ormai esule in Portogallo a Cascais, col preciso intento di persuaderlo a rendere pubblici i documenti. Per tutta risposta ottenne solo una foto autografa di Umberto. In seguito ambienti della corona fecero trapelare che quei documenti non si trovavano più (sic!).

Non è dato sapere quali e che genere di documenti riuscì a trovare il Tabasso, ma evidentemente contenevano informazioni di estrema importanza.

Il figlio, Franco Tabasso, nel 1957 scrisse un libro (Su Onda 31 Roma non risponde) con lintento di spiegare in parte le ragioni e le vicende del padre, ma questo libro ebbe strane vicissitudini editoriali per cui non venne adeguatamente diffuso. Comunque sia è interessante leggere quanto venne riportato nel libro, dove si trova anche una sufficiente descrizione di quelle carte:

«Non è un carteggio ma quasi un archivio di Stato. Si tratta di una raccolta di documenti che si aggira sui 40 kg. e Aristide Tabasso dovette trasportare per parecchio tempo quel peso per essere certo di quello che egli assicurava di aver salvato. Qualche cartella interessa molto da vicino il grande statista inglese (…) Il contenuto di quelle carte è sicuramente in contrasto con quanto l’opinione internazionale ha sempre creduto e crede ancora».

Il figlio di Tabasso ha recentemente anche espresso un’altra importante dichiarazione, quando ebbe a dire: Cè stato un carteggio Mussolini / Churchill, ma limitato a prima della guerra. Me lo disse mio padre.[28]

Tabasso morì a Verona in ospedale ad agosto del 1951 e qualcuno volle insinuare  che il decesso fu dovuto ad un avvelenamento, ma la cosa non trovò assolutamente riscontri e venne smentita anche dal figlio.

Inoltre, bisogna anche rilevare che, perfino il primo ministro britannico Winston Churchill, nei primi anni del dopoguerra, compì vari viaggi sul lago di Como diciamo così di piacere, tanto per usare un eufemismo col pretesto di dipingere qualche paesaggio lacustre, mentre in realtà il suo obiettivo era ben altro: quello cioè di recuperare il compromettente carteggio segreto con Mussolini. Difatti, in una di queste numerose visite, il 25 luglio del 1949, soggiornò sul lago di Garda, al Grand Hotel di Gardone Riviera, dopodichè, con lausilio di alcuni agenti dei servizi segreti di sua Maestà britannica, perlustrò meticolosamente anche la residenza del ministro Carlo Alberto Biggini a Maderno. Proprio in questa circostanza sembra che abbia incontrato anche la vedova del ministro, la signora Maria Bianca Mariotti che, tuttavia, per lungo tempo preferì mantenere il più stretto riserbo su tale vicenda e non rivelare le motivazioni di questa improvvisa visita, lasciando aperto un inquietante interrogativo a cui la comunità scientifica non è ancora riuscita a dare una risposta esauriente e definitiva.

© Giovanni Preziosi, 2010

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[1] Dante GorreriGuglielmo, nato a Parma nel maggio 1900 da famiglia proletaria ed ex idraulico lattoniere. Dal 1920 partecipa a Parma alla Guardia Rossa e poi diviene capo settore degli Arditi del popolo. Dopo la scissione di Livorno entra nel PCdI. Durante il ventennio fascista finisce in galera ed al confino. Nellaprile del 1944 è inviato a Como dove diviene segretario della locale federazione del partito comunista. Arrestato dai militi fascisti nel gennaio del 1945 viene incarcerato e sembra che abbia fatto delle delazioni. Fatto sta che il 1 febbraio viene prelevato per essere fucilato, ma stranamente è fatto fuggire in Svizzera, dicesi dopo un patteggiamento con il tenente Giovanni Tucci, alias Emilio Poggi, uomo di fiducia dellambiguo prefetto della RSI Renato Celio, nel quadro di future protezioni e di losche attività trasversali che, a quel tempo, erano frequenti tra ambienti partigiani e pseudo fascisti (il Poggi sarà successivamente esecutato dagli stessi fascisti). In un primo momento è accomunato con il capitano Neri Luigi Canali, nella stessa accusa di tradimento e quindi condannato a morte, ma questa condanna, si vanificherà ben presto. Trascorre tre mesi in Svizzera come rifugiato politico dove sembra si specializzi nelle operazioni di traffico di capitali, attività che poi tornerà utile al partito per la gestione delloro di Dongo, e rientrerà in Italia il 27 aprile 1945.

Poco dopo i fatti di Dongo, sembra che ebbe una violenta lite con il capitano Neri, sembra per via della gestione del tesoro di Dongo e venne da questi accusato apertamente di essere stato un delatore. Nel dopoguerra, coinvolto anche nelle vicende della sparizione dei valori ministeriali e personali della colonna Mussolini verrà anche arrestato sotto le imputazioni di peculato ed omicidio, ma coperto dal partito fu fatto eleggere deputato in varie tornate elettorali e quindi scarcerato dopo qualche anno di detenzione. Lultima volta fu rieletto nel 1968 a dimostrazione dei forti appoggi che godeva allinterno del partito, nonostante le accuse che pendevano su di lui. Morì a Parma a giugno del 1987.

[2] Molto più probabilmente dovrebbe trattarsi 62 fogli costituenti un certo numero imprecisato  di lettere.

[3] Che il PCI ricevette una importante parte del carteggio Mussolini/Churchill non è oramai messo dubbio ed anche qui ne diamo ampie indicazioni. E interessante però sapere che lex deputato del PCI Massimo Caprara, già segretario di Palmiro Togliatti, ha rivelato che una copia del carteggio tra Benito Mussolini e Winston Churchill, per il periodo 1936-40, andò nelle mani di Togliatti, nellestate del 1945. Lo disse Togliatti stesso a Churchill, in quel momento ex premier britannico, nel 1946 nel corso di un incontro segreto in Italia. Togliatti, si dice, utilizzò quel carteggio per fare non specificate pressioni di natura politica internazionale. E bene ricordare che un’altra versione asserisce che nel settembre del 1945 il PCI aveva già venduto agli inglesi quel gruppo di lettere che passò anche tra le mani di Carissimi-Priori a Como. Se queste testimonianze sono vere, non è chiaro lesatto svolgersi di quegli avvenimenti, a meno che non siamo in presenza di eventuali ulteriori copie litografiche o di ulteriori  e diversi documenti.

[4] Pier Bellini delle Stelle, Pedro, comandante sui generis della 52a Brigata Garibaldi, nobile senese, nato nel 1920 e morto nel 1984. Rimase orfano ad otto anni della madre Elena Fiumi. Secondo lui fu spinto ad entrare nella resistenza alla vista di soldati ed ebrei deportati in Germania. Venne presentato dalla sorella Eleonora al tenente Allemagna di Dongo.  Figura al tempo coreografica (amava farsi fotografare in pose ed abbigliamenti guerriglieri), ha poi riferito in modo romanzato e spesso  non veritiero le ultime vicende che lo videro protagonista. Voci lo danno colluso con lIntelligence Service, e sembra anche che vanti parentele con anglosassoni. Gli si imputa di avere avuto un certo ruolo nella sparizione di alcuni dossier requisiti a Mussolini a Dongo, in particolare quelli di interesse sabaudo, ma altri aggiungono che operò in questo senso anche con altri e ben importanti documenti. Come già Walter Audisio (Valerio) finì nel dopoguerra a lavorare allEni.

[5] Bill, alias Urbano Lazzaro, alias Karol Urbaniec, classe 1924, entra nel gennaio 1943 nella Guardia di Finanza, Decimo battaglione mobilitato in Jugoslavia. L’8 settembre ’43, nei pressi di Trieste viene preso dai tedeschi, ma riesce a fuggire. Nell’aprile 44 per non aderire alla RSI fugge in Svizzera, ma rientra in Italia nel settembre 1944 aggregandosi alla 52ª Brigata Garibaldi operante sul lago di Como. Nel marzo 1945 ne diviene vicecommissario politico. A Dongo, assieme al comandante della brigata, il mezzo badogliano Pier Bellini delle Stelle “Pedro“, recita un ruolo determinante, ma ancora non ben chiarito nell’arresto di Mussolini (secondo una testimonianza di Michele Moretti, se fosse stato per lui, probabilmente Mussolini non sarebbe neppure stato preso). Fu tra i primi ad avere in mano le borse appartenute a Mussolini ed anche di lui si dice che ebbe una sua parte nella sparizione dei documenti rimpallandosi poi le responsabilità con altri partigiani. Nel dopoguerra si trasferisce per molti anni in Brasile e viene il sospetto che lo abbia fatto per una sua sicurezza personale. Comunque non disdegnerà mai una certa popolarità e negli anni 80, sulla scia delle ipotesi di Franco Bandini, circa una doppia fucilazione del Duce e la presenza in loco di Luigi Longo, Bill contribuirà ad ampliare e diffondere questa versione che però, su leccessivo ruolo attribuito a L. Longo, non convince per niente, come non hanno mai convinto molte sue testimonianze. Morirà nel gennaio del 2006.

[6] Questa dei diari di Mussolini, numerosi e spariti nel nulla, è una vicenda veramente emblematica sulla volontà di non far conoscere agli italiani la verità sul quel periodo storico. Essa fa il paio con la cartellina riguardante il dossier ricostruito da Mussolini sullassassinio Matteotti. E certo che se in questi documenti ci fosse stata, una sia pur minima prova delloperato insensato e criminale che gli si addossa, riguardo alla guerra o sue responsabilità sul delitto del parlamentare socialista, ne avremmo avuto la denuncia pubblica con stampa e ristampa in tutte le possibili vesti editoriali. Viceversa sono letteralmente scomparsi! Non è un caso che lo storico Renzo De Felice accusò direttamente Palmiro Togliatti, segretario del PCI, supponendo che questi fece distruggere i documenti su Matteotti.

[7] Per un maggior approfondimento sulla figura di Carlo Alberto Biggini si rimanda al saggio di L. Garibaldi, Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, Mursia, Milano 1983.

[8] Il maggiore Mario Carità nacque a Milano il 3 maggio 1904. Allo scoppio della seconda guerra mondiale partecipò attivamente, anche se soltanto per breve lasso di tempo, alla campagna di Grecia venendo arruolato, come volontario, nella 92ª legione Camicie Nere, con il grado di centurione (cfr. M. Griner, La pupilla del duce. La Legione autonoma mobile Ettore Muti, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, p. 129). Poi, il 17 settembre 1943, a Firenze, fu messo a capo dellUfficio politico investigativo di Polizia denominato in seguito Reparto servizi speciali (R.S.S.), alle dirette dipendenze della 92ª legione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, che in seguito passerà tristemente alla storia col nome di banda Carità. Nel gennaio del 1944, infatti, questaformazione fu incorporata nella neonata Guardia Nazionale Repubblicana, di cui Carità divenne uno dei massimi dirigenti nel capoluogo fiorentino. Era una di quelle unità speciali autonome di Polizia più malvagie dello stato fantoccio della R.S.I., al punto che giunse a reclutare al suo interno finanche delinquenti comuni già condannati per furti, rapine, scassi e altri delitti, intraprendendo una spietata campagna di repressione contro ebrei ed oppositori del regime fascista. Naturalmente anche questo reparto si avvalse del contributo di alcuni collaborazionisti italiani fra i quali spiccano, in qualità di ufficiali di collegamento, il capitano Remo Del Sole e il tenente Giovanni Castaldelli, un ex sacerdote affiancato da due monaci benedettini: Padre Ildefonso, al secolo Alfredo Epaminonda Troya e don Gregorio Baccolini, cappellano della 29ª Waffen-Grenadier-Division der SS Italienische Nr.1 e fanatico propagandista del Partito fascista repubblicano. A Padova, invece, il quartier generale fu allestito soltanto ai primi di novembre del 1944 allinterno del magnifico Palazzo Giusti. Il trasferimento nel capoluogo patavino, in realtà, si deve alle pressantirichieste del Capo della provincia Federico Menna (3 agosto 1944 – 27 aprile 1945), il quale intendeva avvalersi dei servigi del Reparto servizi speciali per sdradicare il nucleo politico della Resistenza veneta (cfr. in merito Archivio di Stato Padova, Fondo Questura, b. 235, fasc. A, sottofasc. Allegro A., Benetollo D., Prisco D., Allegro V., interrogatorio per istruttoria CAS di Alfredo Allegro, 28 giugno 1945). Al termine del conflitto il maggiore Carità, insieme alle sue due figlie, riuscì a trovare un provvidenziale rifugio presso labitazione di alcuni contadini di Siusi, una frazione del comune di Castelrotto in provincia di Bolzano. Tuttavia, proprio mentre pensava di essere al sicuro, nella notte del 19 maggio 1945, lui e la sua convivente Emilia Chiani furono sorpresi da una pattuglia della Polizia militare alleata, e rimasero uccisi nello scontro a fuoco che ne scaturì. Per un ulteriore approfondimento sulle vicende relative al maggiore Mario Carità ed alla banda dai lui comandata, si rimanda alle seguenti opere: A. Mugnai, La banda Carità. Ora che linnocenza reclama almeno uneco, Becocci, Firenze, 1995; P. De Lazzari, Le SS italiane, introduzione di Arrigo Boldrini, 2ª ed., Teti editore, Milano 2002;Istituto Storico per la Resistenza e l’età contemporanea di Lucca, Processo Carità ed altri, fald. 2, fasc. Imputati da Accomanni a De Santis, memoriale difensivo di Castaldelli Giovanni del 28 giugno 1950; M. Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Editori Riuniti, Roma, 1999; R. Caporale, La Banda Carita: storia del Reparto servizi speciali, 1943-45, prefazione di Dianella Gagliani, S. Marco litotipo, Lucca 2005.

[9] P. Andrea Eccher ricoprì la carica di ministro provinciale dal 1940 al 1952.

[10]Cfr. la relazione Biggini e il mistero del carteggio Churchill-Mussolini, svolta da Roberto Festorazzi nel corso del recente convegno di studi organizzato dallIstituto Carlo Alberto Biggini, dal titolo Carlo Alberto Biggini nel 60° anniversario. Luomo, il professore, il politico, che si è tenuto a Sarzana dal 19 al 20 novembre 2005.

[11] Cfr. in merito L. Garibaldi, Mussolini e il professore, cit.. Garibaldi in questo volume descrive appunto quelle che, a suo parere, sarebbero state le vicende del presunto carteggio Mussolini-Churchill, di cui Biggini fu per un breve periodo depositario. Ad ogni modo per approfondire questa controversa vicenda del carteggio tra il duce del fascismo italiano ed il primo ministro britannico, si rimanda alle seguenti opere: M. Viganò, Il carteggio Mussolini-Churchill: una precisazione e una testimonianza, in Nuova Storia Contemporanea, Anno VIII, n. 5, Settembre-ottobre 2004; N. DAroma, Vite parallele: Churchill e Mussolini, Roma, 1962; A. Petacco, Dear Benito, caro Winston, Mondadori, 1985; G. Cavalleri, Dal carteggio Churchill-Mussolini alloro del P.C.I., Piemme, Casale Monferrato, 1995; R. Festorazzi, I veleni di Dongo, Il minotauro, Roma 2004; Id., Mussolini-Churchill: le carte segrete: la straordinaria vicenda delluomo che ha salvato lepistolario piu scottante del ventesimo secolo, Datanews, Roma 1998; Id., Tutti i segreti del carteggio fantasma. Con una testimonianza di Luigi Carissimi-Priori sul carteggio Churchill-Mussolini, in Nuova Storia Contemporanea, n. 1, gennaio-febbraio 2000, pp. 115-124; P. Carradori, Vita con il Duce, Milano, 2001.

[12] Luigi Carissimi-Priori è nato a Milano nel 1914 e morto a Como nell’agosto del 2002.

Detto Cappuccetto Rosso, già basista nel 1944 di una radio dell’Organizzazione della Resistenza Italiana (la Ori, interfaccia dell’OSS americano) in stretto contatto con i comandi Alleati in Svizzera, fu un uomo vicino al Partito d’Azione e quindi, a nostro avviso, almeno in prossimità con tutto l’ambiente massonico che influenzava quel partito.

Era oltretutto un esponente del ramo cadetto della famiglia Gonzaga e divenne membro del Sovrano ordine dei Cavalieri di Malta.

Arrestato nell’agosto del ‘44 assieme alla moglie finì prima nelle carceri comasche ed infine a San Vittore.  Nelle carceri comasche fu compagno di cella di Pier Maria Annoni da Gussola, dirigente della DC dell’alta Italia e futuro elemento istituzionalmente preposto al recupero di materiali e documenti delicati in qualità di vicecommissario conservatore dei beni e dei documenti della RSI.

Giunse a Como cinque giorni dopo la liberazione, inviato dai vertici non comunisti del CLN (in particolare Parri) su richiesta del nuovo questore di Como Davide Grassi.

Come copertura gli venne ufficialmente affidato il ruolo di capo dell’ufficio politico della questura.

In questa veste condusse una pseudo inchiesta, o meglio una raccolta di informazioni e confidenze, sulle modalità della morte del Duce e della Petacci, ma soprattutto riuscì ad entrare in possesso, sottraendola a Dante Gorreri, federale comunista di Como, di una riproduzione fotografica del carteggio Mussolini/Churchill (la vicenda però non è chiara e restano i dubbi sulle effettive modalità di come il Carissimi entrò in possesso di queste copie fotografiche).

Anche dai suoi racconti si evince che il Carissimi era un uomo estremamente prudente tanto che, al tempo del suo mandato alla questura di Como e sotto evidenti minacce, entrò come indipendente nelle liste del partito comunista pur non essendo affatto comunista (continuando a riferire ed a appoggiarsi alla amministrazione Alleata o AMG) e venne eletto nel consiglio comunale di Como. In qualità di giudice istruttore nei processi contro alcuni fascisti di Como, sembra che contribuì pure alla comminazione di alcune condanne a morte.

Ha vissuto molto tempo in Spagna, dove negli anni ’50 venne raccomandato direttamente al generale Franco dal Vaticano e per lui si mossero anche le autorità governative italiane, onde aiutarlo ad impiantare lucrose attività di ingegneristica imprenditoriale (si dice a compenso dei servigi resi per il famoso carteggio Mussolini/Churchill, consegnato tramite Pier Maria Annoni, a De Gasperi).

Anche qui però ci sono diverse incongruenze per il fatto che il Carissimi ha poi mantenuto, fino all’ultimo, un certo astio contro il nostro paese da lui accusato di averlo trattato a pesci in faccia.

Circa il famoso Carteggio di cui lui, a nostro avviso, ebbe modo di leggere solo le lettere sequestrate nelle borse di Dongo, ma non quelle veramente decisive contenute nella piccola borsa indosso al Duce al momento dell’arresto, ha fornito, o sono state riportate dai giornalisti, versioni contraddittorie facendo capire che una cassettina è ancora nascosta da qualche parte. Avrebbe anche detto che un giorno dovrebbe essere restituita (come se già non l’avessero) ai legittimi proprietari: secondo lui gli inglesi (sic!).

[13] Per le vicende e le testimonianze di Carissimi-Priori si veda: Nuova Storia Contemporanea N. 1 Gennaio/Febbraio 2000, e soprattutto il N. 5 del 2004, ed anche R. Festorazzi Mussolini Churchill Le carte segrete Datanews 1998.

[14] Luigi Canali, nome di battaglia Capitano Neri,  proveniva da una famiglia comunista di Como; ufficiale del Genio, già combattente in Africa e reduce dal fronte russo. Poco dopo l’armistizio dell’8 settembre entra nella resistenza ed è tra i fondatori della 52a Brigata Garibaldi. E’ un comandante idealista, intelligente e con alte doti di coraggio e prestanza fisica, ma non molto in sintonia con la prassi stalinista del partito. Nel settembre del ‘44 viene affiancato da Giuseppina Tuissi, Gianna staffetta partigiana, operaia di ventun’anni, milanese. Ne nasce una appassionata relazione con il Neri che tra l’altro è sposato ed ha una figlia. Nel gennaio del ‘45 “Neri” e “Gianna” vengono arrestati e torturati. Nel carcere fascista si trova anche il segretario comunista di Como Dante Gorreri.  Tuttavia il Neri riuscì ad evadere ed il Gorreri fu poi rilasciato. A seguito di successivi arresti nelle file della resistenza, da Milano parte una strana voce: hanno tradito. Viene emessa una sentenza di morte, ma a Como e dintorni nessuno crede al tradimento, tanto che Canali gira indisturbato. Appare stranamente a Dongo il pomeriggio del 27 aprile (gireranno voci di contatti degli ultimissimi tempi, tra il Neri e i servizi inglesi). I primi di maggio ha un violento scontro con il Gorreri che ha ripreso il suo posto di segretario alla Federazione comunista di Como. Il 7 maggio scompare ed il corpo resterà  introvabile. Si suppone che venne eliminato per le vicende del famoso Oro di Dongo, ma forse più probabilmente per la misteriosa morte di Mussolini in cui ebbe sicuramente una parte rilevante. Aveva 33 anni.

[15] Qui il Carissimi, a nostro avviso, o è reticente oppure come è più probabile egli ebbe modo di visionare una parte del carteggio incompleta, quella presente nelle borse sequestrate a Dongo, ma non le lettere decisive scambiate negli ultimissimi giorni a cavallo del nosro intervento in guerra e contenute nella piccola borsa che il Duce aveva con sè e di cui non si seppe più nulla.

Se, infatti, veramente ha letto queste lettere e come anche dimostreremo più avanti, il loro contenuto non poteva, nella sua parte più importante, essere solo quello delle offerte inglesi all’Italia per star fuori dalla guerra. Questo tipo di offerte, non erano infatti incassabili per l’Italia restando fuori dal conflitto (anzi poi è entrata in guerra) ed oltretutto, per quanto delicate e pesanti nei confronti dei francesi, non potevano certamente costituire per Churchill un problema così grave da impegnare tempo, denaro, servizi segreti e quant’altro per recuperarle. Anzi si noti che nel suo racconto il Carissimi ebbe anche modo di sottolineare che “la rilevanza della partita a spese della Francia, dimostra che Churchill garantiva personalmente per l’atteggiamento favorevole di Parigi”.

Ma soprattutto il Carissimi avrebbe dovuto spiegare e giustificare perché, a tutt’oggi (fine anni ’90), anche dopo 50 anni, il contenuto di queste lettere, dal contenuto non certo devastante, è stato pervicacemente tenuto nascosto agli storici.

[16] D’Aroma, già fascista delle prime ore, aveva precedentemente fotografato i documenti relativi al processo di Verona.

[17] Vedere anche: Nino D’Aroma, Churchill e Mussolini C.E.N. 1962.

[18] Il famigliare è sicuramente Vittorio Mussolini, il figlio del Duce, che sembra portò o invio, forse anche tramite l’ambasciatore giapponese Hidaka i diari del padre in Svizzera (pare che furono appoggiati anche presso un sacerdote). La famiglia di Mussolini, nel dopoguerra, cercò inutilmente di rientrarne in possesso: erano spariti.

[19] Per un maggior approfondimento su questa vicenda si rimanda ai seguenti volumi: D. Campini, Piazzale Loreto, Edizioni del Conciliatore, Milano 1972; Id., Strano gioco di Mussolini, PG, Milano 1952; Id., Mussolini, Churchill: i carteggi, Italpress, Milano 1952.

[20] In merito a questa ennesima e misteriosa sparizione, quel che si è ipotizzato è che probabilmente le carte di Biggini finirono in Vaticano, attraverso padre Agostino Gemelli, oppure consegnate al conte Vittorio Cini, grande benefattore veneziano della basilica. Sopratutto la famiglia Cini è molto sospetta essendo legata ad alte cointeressenze finanziarie e massoniche d’oltreoceano. Il conte Cini, uno dei finanzieri più ricchi per l’epoca, fu ritenuto un massone ministro dei trasporti di Mussolini nel febbraio del 1943.

[21] Crf. D. Campini, Piazzale Loreto, Il Conciliatore, ’72.

[22] Per una comprensione più esaustiva di questo argomento si rimanda ai seguenti saggi: G. Cavalleri, Ombre sul lago. Dal carteggio Churchill-Mussolini alloro del P.C.I., cit.; L. Garibaldi, La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?, Ares, Milano 2002; F. Andriola, Mussolini-Churchill. Carteggio segreto, Piemme, Casale Monferrato, 1996; Id., Appuntamento sul lago, Sugarco, 1990; R. Mussolini, Ultimo atto. Le verità nascoste sulla fine, Rizzoli, Milano 2005; P. Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Mondadori, Milano 2005; A. Ercolani, Gli ultimi giorni di Mussolini nei documenti inglesi e francesi, prefazione di Francesco Leoni, Editrice Apes, Roma, 1989.

[23]Tuttavia, dopo aver effettuato accurate ricerche nellarchivio della Provincia dItalia dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fratel Gabriele Pomatto, ha riferito a chi scrive che, purtroppo, «non [è stato rinvenuto] alcuno scritto riguardante i documenti in oggetto [e] documentazione di tale passaggio» (Corrispondenza con lautore dellarchivista della Provincia dItalia dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fratel Gabriele Pomatto, in data 4 ottobre 2005).

[24] Archivio della Curia Provinciale OFMConv Provincia Patavina – Sez. Vice postulazione, Testimonianza-intervista rilasciata nel 1964 dal Ministro Provinciale dellOrdine dei Francescani Minori Conventuali della Provincia Patavina, P. Andrea Eccher al Prof. Giorgio Erminio Fantelli (1911-1975, a suo tempo partigiano nella brigata Guido Negri, nonché membro del direttivo della Federazione volontari della Libertà). Nel 1997 lo storico Giorgio Cavalleri ha svelato il nome del prete che, stando alle sue ricerche, avrebbe nascosto il carteggio Mussolini-Churchill, si tratterebbe dellallora parroco di Gera Lario, un paesino alle porte di Como, don Carlo Gusmeroli (cfr. G. Cavalleri, Il custode del carteggio, Casale Monferrato, 1997). Secondo quanto riferì, infatti, nellimmediato dopoguerra la staffetta partigiana Gianna (Giuseppina Tuissi), il suo compagno, il capitano Neri (Luigi Canali), capo di stato maggiore della 52ª Brigata Garibaldi, subito dopo aver confiscato la borsa con i preziosi documenti a Mussolini, con la complicità del parroco don Carlo Gusmeroli, provvide ad occultarla sotto laltare della chiesa di Gera Lario. Viceversa, stando alla testimonianza fornita dal partigiano Bill (Urbano Lazzaro), la famigerata borsa di Mussolini contenente, tra le altre cose, anche il carteggio con il primo ministro britannico, fu affidata dal partigiano Pedro (Pier Bellini delle Stelle), comandante della 52ª brigata partigiana, alla guardia di finanza Antonio Scappin nome in codice Carlo con lordine perentorio di nascondere tutti quei documenti in luogo sicuro. Pertanto, il 3 o 4 maggio 1945, furono portati presso labitazione del parroco di Gera Lario, don Carlo Gusmeroli, dove Pedro, Bill e Scappin andarono ad esaminarli una decina di giorni dopo. La testimonianza rilasciata dal sacerdote risulta di un certo interesse, in quanto dichiarò che questi tre personaggi, appena si resero conto del contenuto di questi documenti, subito provvidero ad avvolgerli in un unico pacco portandolo via con loro. A quanto pare sembra che Pedro abbia affidato queste misteriose borse a Scappin con lordine di consegnarle al quartier generale del Comando generale del Corpo volontari della Libertà di Milano (cfr. L. Regolo, Il Re Signore: tutto il racconto della vita di Umberto di Savoia, terza e ultima parte, Simonelli Editore, Milano 1998). Tuttavia, mentre Scappin si stava accingendo ad eseguire lincarico che gli era stato affidato, fu tempestivamente bloccato dal partigiano comunista Pietro Gatti (alias Michele Moretti) che, con unarma spianata, gli ordinò limmediata consegna di tutta la documentazione. Ad ogni modo è bene precisare che, almeno allo stato attuale delle ricerche, la vexata quaestio relativa a questo fantomatico carteggio tra il lider maximo del fascismo ed il primo ministro inglese Winston Churchill, si riducono soltanto a vaghi si dice, considerato che non cè ancora un pronunciamento ufficiale da parte della comunità scientifica, in quanto non è stata prodotta ancora alcuna prova concreta a sostegno di questa tesi. Tuttavia, le allusioni di Mussolini nella sua ultima intervista che rilasciò a Cabella, farebbero propendere per questa ipotesi soprattutto allorché, indicando una grande borsa di cuoio, sostenne con una certa convinzione: «Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia. [...] Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno» (G.G. Cabella, Lultima intervista a Benito Mussolini, in Popolo di Alessandria, 22 aprile 1945). Inoltre, per un maggior approfondimento in merito al contributo fornito dal clero patavino durante la resistenza, si rimanda ai seguenti saggi: G.E. Fantelli, La resistenza dei Cattolici nel Padovano, Federazione italiana volontari della liberta, Padova 1965; P. Gios, Resistenza, parrocchia e società nella diocesi di Padova (26 luglio 1943 – 2 maggio 1945), Venezia, 1981, pp. 232-285; Id., Un vescovo tra nazifascisti e partigiani. Mons. Carlo Agostini vescovo di Padova (25 luglio 1943-2 maggio 1945), Padova, 1986; Id., Il clero padovano durante la guerra e la lotta di liberazione, in I cattolici e la resistenza nelle Venezie, a cura di G. De Rosa, Bologna, 1997, pp. 17-123; S. Tramontin, La lotta partigiana nel Veneto e il contributo dei cattolici, Giunta regionale del Veneto, Venezia 1995, pp. 19-25 e V. Marangon, Il movimento cattolico padovano. Parte I (1875-1945), Centro Studi Ettore Luccini, Padova 1997, pp. 99-114; G. Lenci e G. Segato (a cura di), Padova nel 1943. Dalla crisi del regime fascista alla Resistenza, Il poligrafo, Padova 1996.

[25] Cfr. la citata relazione Biggini e il mistero del carteggio Churchill-Mussolini, tenuta da Roberto Festorazzi nel corso del recente convegno di studi organizzato dallIstituto Carlo Alberto Biggini, dal titolo Carlo Alberto Biggini nel 60° anniversario. Luomo, il professore, il politico, che si è svolto a Sarzana dal 19 al 20 novembre 2005.

[26] Cfr. la relazione su Carlo Alberto Biggini, svolta da Luciano Garibaldi nel corso del recente convegno di studi organizzato dallIstituto Carlo Alberto Biggini, dal titolo Carlo Alberto Biggini nel 60° anniversario. Luomo, il professore, il politico, che si è tenuto a Sarzana dal 19 al 20 novembre 2005.

[27] P. Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Mondadori, cit.

[28] Dichiarazione di Franco Tabasso alla trasmissione Voyager di Rai 2 del 7 ottobre 2003.

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