“Fuga nella notte”. Come le orsoline milanesi aiutarono ebrei e perseguitati a sfuggire ai nazisti
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Da quest’oggi si pregano i gentili visitatori di queste pagine che desiderano continuare a leggere i contenuti nuovi e pregressi di questo Blog, a collegarsi alla nuova piattaforma attivata che è ormai entrata a pieno regime, sulla quale, d’ora in poi, verranno inseriti tutti i miei post, digitando questo indirizzo web:
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Su questo Blog, tra qualche giorno, saranno eliminati tutti i post e al loro posto saranno inserite nuove pagine per trasformare questo Blog in una sorta di approfondimento su tematiche specifiche che saranno scelte insieme a voi lettori, creando un vero e proprio FORUM DI DISCUSSIONE APERTO. Vorrei, infatti, mettere a disposizione queste pagine per il confronto e l’approfondimento storico, mediante la creazione di un NETWORK di studiosi che hanno a cuore l’analisi delle tematiche affrontate in questo Blog, per raccogliere quanti più documenti e testimonianze possibili, in modo da offrire un servizio sempre più efficiente e accattivante per i lettori che ci onorano della loro attenzione…
Chi fosse interessato a questo progetto si faccia avanti senza alcun problema, scrivetemi per comunicarmi tutte le vostre idee e suggerimenti al riguardo per costruire INSIEME queste nuove pagine.
Sarete certamente i BENVENUTI!
Grazie a tutti per l’interesse, sempre crescente, con il quale mi seguite e…
Adesso a voi la parola, ci conto!!!
E-Mail: dr.giovannipreziosi@libero.it
“Il gesuita e la Resistenza. Col nome di Asso di Picche padre Carlo Messori Roncaglia lottò contro il nazifascismo”
Cari amici,
vi propongo qui di seguito la lettura del mio nuovo articolo appena pubblicato nelle pagine culturali (pag. 4) de L’Osservatore Romano, dal titolo: “Il gesuita e la Resistenza. Col nome di Asso di Picche padre Carlo Messori Roncaglia lottò contro il nazifascismo”, che, prendendo spunto dall’imminente anniversario della Liberazione, cerca di dar conto dell’opera svolta all’epoca dal celebre padre gesuita Carlo Messori Roncaglia il quale, insieme ad altri suoi confratelli ed al vescovo di Padova mons. Carlo Agostini, si prodigò per aiutare e trarre in salvo molti antifascisti ed ebrei.
Col nome di Asso di Picche padre Carlo Messori Roncaglia lottò contro il nazifascismo
Il gesuita e la Resistenza
di Giovanni Preziosi
Fiumi d’inchiostro sono stati versati finora per cercare di raccontare le fasi cruciali che hanno segnato la lotta di Liberazione dal regime nazi-fascista. Tuttavia, in tempi recenti, dagli archivi compulsati meticolosamente dagli storici, stanno affiorando uno dopo l’altro nuovi documenti e testimonianze che evidenziano, se ancora ce ne fosse bisogno, il contributo determinante fornito, anche a rischio della propria vita, da tanti religiosi e religiose durante l’occupazione tedesca, Un ruolo davvero encomiabile in tal senso fu svolto dall’allora rettore dell’“Antonianum”, p. Carlo Messori Roncaglia che, in qualità di cappellano del Comando Militare Volontari della Libertà, con l’ausilio di Padre Achille Colombo, collaborò attivamente con la Resistenza col nome di battaglia Asso di Picche, partecipando a molte operazioni, come del resto si legge anche in un attestato di benemerenza rilasciato, in data 24 settembre 1945, dal Comandante inglese della Special Forces Career Management Field.
«Il Reverendo Padre Messori ha indefessamente prestato la sua intelligente, coraggiosa, validissima opera alla Causa della Libertà. (…) manteneva i collegamenti in perfetta efficienza dando asilo, consigli, permettendo ed organizzando fughe, tutto e sempre a sua completa responsabilità. Nascondeva inoltre nel suo istituto armi, esplosivi e documenti di altissima importanza, sfidando serenamente e con fulgido amor patrio tutti i pericoli del caso. Prendeva inoltre attiva parte al movimento insurrezionale, cessando la sua infaticabile attività soltanto a vittoria conseguita».
Difatti, il 22 settembre 1944, in seguito agli arresti indiscriminati compiuti dai nazi-fascisti per sgominare le varie formazioni partigiane operanti nella zona, il leader del C.L.N. veneto, prof. Egidio Meneghetti, era riuscito a sfuggire per un pelo all’imboscata trovando rifugio all’Antonianum, dove furono accolti, oltre ad alcuni ebrei perseguitati e spie filtrate dal Sud, anche diversi cospiratori antifascisti, tra cui spiccavano i professori universitari Norberto Bobbio, Giuseppe Bettiol, Ettore Bolisani, Dino Fiorot, Alberto Trabucchi, Lanfranco Zancan e il comandante della brigata “Silvio Trentin”, l’ing. Otello Pighin. Un altro episodio, finora inedito, che vide protagonista padre Messori, fu quello che riguardò la salvezza di una giovane protestante di origini berlinesi, tale Elena Niechiol che, come si evince dalle pagine del quaderno di memorie stilate, con dovizia di particolari, da una suora della comunità di Este delle Figlie del S. Cuoredi Gesù, «visse nascosta nella nostra casa dall’agosto al dicembre 1944». Ma chi era in realtà questa donna che, all’improvviso, si presentò dalle suore circonfusa da un’aureola di mistero? A svelarci l’arcano ci pensa la stessa cronista che, poco dopo aggiunge:
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Mostra in Vaticano nel 70° anniversario del salvataggio degli ebrei bulgari durante la Seconda guerra mondiale
In occasione del 70° anniversario del salvataggio degli ebrei bulgari durante la Seconda guerra mondiale, il Ministero degli Affari Esteri della Bulgaria ha organizzato una serie di iniziative, che hanno avuto inizio il 6 marzo al Parlamento europeo di Bruxelles.
Le celebrazioni continuano con una mostra documentaria dal titolo 1943. La sorte degli ebrei bulgari: una scelta di grande rilevanza.
I documenti della mostra sono stati raccolti in collaborazione con il Museo di Yad Vashem e la Holocaust Martyrs and Heroes Remembrance Authority.
Gabriele Nissim, presidente di Gariwo e autore del libro L’uomo che fermò Hitler (Mondadori), interverrà alla presentazione dell’esposizione con un intervento sul tema Dimitar Peshev e il significato morale del salvataggio degli ebrei bulgari.

La sorte degli ebrei bulgari
Mostra in Vaticano
Sala Apollo
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Accadde, oggi: Le prime elezioni per il Parlamento repubblicano del 18 aprile 1948
Il 18 aprile 1948 in Italia, circa tre mesi e mezzo dopo la promulgazione della nuova Carta Costituzionale approvata dall’Assemblea Costituente sulla base di due diverse leggi – per la Camera dei deputati, l. 20 gennaio 1948, n. 6 e T.U. 5 febbraio 1948, n. 26; e per il Senato, l. 6 febbraio 1948, n. 29 – si svolsero le prime elezioni politiche per il Parlamento repubblicano, che fece registrare una partecipazione popolare senza precedenti, un record almeno finora mai più eguagliato, con oltre il 92 per cento di affluenza alle urne degli aventi diritto al voto.
La competizione elettorale si svolse in un clima di dura contrapposizione tra le due principali fazioni che si contendevano la scena politica, la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi e il FronteDemocratico Popolare di estrazione social-comunista, anche in virtù della convulsa situazione geo-politica internazionale che si era profilata il 25 febbraio 1948, all’indomani del “colpo di Stato” di Praga, ad opera dei comunisti, che aveva contribuito a sedimentare nell’opinione pubblica la convinzione per una “scelta di campo” definitiva tra due modelli contrapposti: il “totalitarismo bolscevico” e la “democrazia”.
Era questo il preludio a quella che, negli anni successivi, passerà alla storia con un termine destinato a riempire i libri di storia: la “guerra fredda”, ovvero la dura contrapposizione Est-Ovest, fra tutti quei paesi che si riconosceranno, da un lato sotto l’ombrello della Nato nel Patto Atlantico e, dall’altro quelli che si riunivano attorno al Pattodi Varsavia di matrice sovietica.
Fu così che, alla fine di una estenuante campagna elettorale, la spuntò la Democrazia Cristiana, guidata da Alcide de Gasperi, si presentò come il reale baluardo contro il comunismo, aggiudicandosi la maggioranza assoluta dei seggi, anche grazie al sostegno determinante della Chiesa cattolica e della capillare rete delle organizzazioni dell’associazionismo cattolico, come l’Azione Cattolica e i Comitati civici di Luigi Gedda, che riuscirono a mobilitare circa 300.000 attivisti.
Il responso delle urne, infatti, sancì un clamoroso successo della Democrazia Cristiana, che si aggiudicò la maggioranza assoluta dei seggi, ottenendo il 48,5% dei voti alla Camera dei deputati (con 12.741.299 di consensi), che fece registrare un notevole incremento di consensi con 4.600.000 voti in più rispetto a quelli ricevuti per l’elezione dell’Assemblea Costituente, allorché si era attestata intorno al 25,2% con 8.101.000. risultato che non sarebbe stato più raggiunto. Il Fronte Popolare, invece, si fermò al 30,8%, facendo registrare una netta flessione rispetto ai consensi ricevuti in occasione delle elezioni del 2 giugno 1946, allorché la somma dei voti ottenuti da socialisti e comunisti i raggiunse il 40%.
Bisogna rilevare, tuttavia, che la Democrazia Cristiana non eguagliò la performance di consensi ricevuti alla Camera dei Deputati al Senato, dove non riuscì ad ottenere la maggioranza assoluta con i suoi 131 senatori, perché agli altri 237 senatori si aggiunsero, 107 senatori di diritto in virtù della III Disposizione transitoria della Costituzione, che recitava: “Per la prima composizione del Senato della Repubblica sono nominati senatori, con decreto del Presidente della Repubblica, i deputati dell’Assemblea Costituente che: sono stati presidenti del Consiglio dei Ministri o di Assemblee legislative; hanno fatto parte del disciolto Senato; hanno avuto almeno tre elezioni, compresa quella all’Assemblea Costituente; sono stati dichiarati decaduti nella seduta della Camera dei deputati del 9 novembre 1926; hanno scontato la pena della reclusione non inferiore a cinque anni in seguito a condanna del tribunale speciale fascista per la difesa dello Stato. Sono nominati altresì senatori, con decreto del Presidente della Repubblica, i membri del disciolto Senato che hanno fatto parte della Consulta Nazionale”. La vittoria del fronte moderato guidato da De Gasperi, in seguito aprirà la strada al boom economico che si registrerà negli anni Cinquanta.
© Giovanni Preziosi, 2013
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Il sacrificio di don Giuseppe Morosini. Il sangue dei sacerdoti per salvare la civiltà umana
Riporto qui di seguito l’articolo che ho scritto sul sacrificio di don Giuseppe Morosini, pubblicato lo scorso 4 aprile su L’Osservatore Romano, col titolo “Primula rossa in tonaca”, ripreso ieri anche dall’Agenzia di informazione internazionale “Zenit”.
Il sacrificio di don Giuseppe Morosini
Il sangue dei sacerdoti per salvare la civiltà umana
Roma, 14 Aprile 2013 (Zenit.org) di Giovanni Preziosi
Sulla scia delle Celebrazioni per il Centenario della nascita del giovane sacerdote vincenziano, don Giuseppe Morosini (19 marzo 1913 – 3 aprile 1944), che si concluderanno a Ferentino il prossimo ottobre sotto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica, per impedire che l’incedere del tempo possa sbiadire i ricordi e spazzare via la memoria del sacrificio di questo giovane sacerdote, appena trentunenne, chi scrive ha realizzato, con dovizia di particolari, un circostanziato articolo pubblicato, nell’edizione del 4 aprile 2013, sul quotidiano della Santa Sede “L’Osservatore Romano”, intitolato “Primula rossa in tonaca”, nel quale si dà conto della luminosa figura di Sacerdote e Partigiano di don Giuseppe Morosini, barbaramente trucidato dai nazi-fascisti presso il Forte Bravetta, proprio il 3 aprile di sessantanove anni fa, dopo l’ignominiosa condanna a morte spiccata ai suoi danni dal Tribunale di guerra tedesco, il 22 febbraio di quello stesso anno. Qui di seguito vi proponiamo un breve stralcio, rimandando alla versione integrale dell’articolo per poter meglio contestualizzare e approfondire questo episodio.

All’indomani dell’Armistizio, infatti, aveva aderito alla banda “Fulvio Mosconi” di Monte Mario alle dirette dipendenze del Fronte clandestino militare di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, incaricandosi di trasportare armi, viveri e consegnare messaggi nelle borgate delle vie Cassia, Appia e Casilina. Tuttavia, proprio per questa sua attività, il 4 gennaio del 1944, subito dopo che aveva celebrato la S. Messa presso il collegio Leoniano, era stato tratto in arresto dai nazisti. L’arresto fu reso possibile grazie ad una soffiata di un infiltrato della Gestapo tra i partigiani di Monte Mario, tale Dante Bruna, un giovane commerciante che, aveva ritenuto più redditizio in quei tempi di crisi, intraprendere il “mestiere” di delatore, insieme al S. Ten. della P.A.I. Domenico Campani. Di conseguenza, la mattina del 4 gennaio 1944, il perfido delatore, su imbeccata della Gestapo, eseguì dettagliatamente le direttive che aveva ricevuto dal capo dell’organizzazione spionistica, il giudice Alfredo Leboffe, allacciando i primi contatti con don Morosini e Bucchi col
pretesto di voler vendere loro un mitragliatore, in modo da trovare un valido capo d’accusa per poterli poi denunciare alle autorità tedesche. Appena eseguito l’ordine ricevuto, provvide ad avvertire telefonicamente le SS che alloggiavano presso l’albergo Plaza, dove, tra l’altro, aveva stabilito la sua dimora anche Alfredo Leboffe, che poi sarà il magistrato che condannerà alla pena capitale il giovane prete vincenziano. A quel punto il piano, ordito fin nei minimi particolari da Kappler già dal mese di settembre del 1943, poteva finalmente scattare. Di conseguenza, verso le ore 11.45, mentre don Giuseppe e il sottotenente d’artiglieria Marcello Bucchi, al ritorno dall’abitazione di Dante Bruna situata in via Pompeo Magno a poca distanza dal Collegio Leoniano, si accingevano a varcare la soglia dell’istituto religioso, furono circondati e fermati da un drappello armato di tutto punto delle S.S. al comando del tenente Haut, che intimò loro di fermarsi per accertarsi delle loro generalità. Senza battere ciglio trascinarono il malcapitato sacerdote a bordo di una vettura Lancia-Aprilia, sotto lo sguardo esterrefatto del superiore del collegio don Giuseppe Zeppieri, mentre il sottotenente Bucchi fu fatto salire su di una camionetta militare che si dileguò rapidamente verso via Lucullo.
Nel frattempo, il pomeriggio del 5 gennaio, mentre don Giuseppe Morosini si accingeva ad affrontare il suo lungo calvario, il Collegio Leoniano fu messo completamente a soqquadro dalle perquisizioni delle spie e della polizia tedesca – al cospetto della Guardia Nobile di Sua Santità, D. Enzo di Napoli Rampolla – che si protrasse fino al 7 gennaio quando, finalmente, trovarono, meticolosamente occultate nella biblioteca, ben 17 mitragliatrici, tre valige contenenti pistole e bombe a mano, le copie dei messaggi trasmessi e ricevuti agli alleati e al governo Badoglio a Brindisi, nonché il cifrario adoperato da don Giuseppe Morosini. Per questo motivo il giovane sacerdote vincenziano fu accusato di aver “esercitato traffico d’armi e spionaggio” a beneficio degli Alleati e recluso nella cella numero 382 del terzo braccio di Regina Coeli.
In virtù di questa deprecabile delazione, Dante Bruna ricevette dai nazisti una lauta ricompensa che, come si è scritto da più parti ammontava a ben 70 mila, tanto che il giorno dopo l’ignobile misfatto, senza alcun ritegno, pensò bene di festeggiare l’avvenimento con un luculliano pranzo in una nota trattoria romana in compagnia della “pantera nera” – così com’era nota in quegli ambienti la principessa siriana Hamada Ikbar, segretaria e amante di Alfredo Leboffe – e un agente della P.A.I. dopodiché, un mese prima della fucilazione di don Morosini, si affrettò a far perdere le proprie tracce abbandonando precipitosamente la capitale per raggiungere il nord Italia.
In quel periodo, in realtà, prosperavano all’ombra del nazismo vari gruppi che, come Dante Bruna, erano al servizio dell’ufficio di controspionaggio hitleriano, con sede operativa in via Flavia, che era alle dirette dipendenze del maggiore della riserva della Wehrmarcht, Ferdinand Thun Von Hofenstein. Proprio grazie alle informazioni carpite abilmente da questo ufficiale tedesco, il Superiore Generale dei Salvatoriani, P. Pancrazio Pfeiffer, teneva costantemente aggiornato don Giuseppe Zeppieri sull’evolversi degli estenuanti interrogatori a cui veniva sottoposto don Morosini.
Tuttavia, ogni tentativo di salvargli la vita si rivelò vano anche dopo l’intervento di Pio XII, che e incaricò padre Pancrazio Pfeiffer di intercedere presso il feldmaresciallo Kesselring per evitare un inutile spargimento di sangue. Difatti, alle 8 in punto, dopo essere stato accuratamente bendato e legato ad una sedia, presso il Forte Bravetta, i militi della P.A.I. aprirono il fuoco contro di lui che in un istante si accasciò al suolo esanime. Questo gesto eroico suscitò un unanime consenso al punto che, a distanza di appena un anno, questo triste episodio fu rievocato perfino nel celebre capolavoro neorealista di Roberto Rossellini Roma città aperta, a cui prestò il volto l’indimenticabile Aldo Fabrizi in una delle sue magistrali interpretazioni.
© Giovanni Preziosi, 2013
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Quando la Storia diventa “debole”: il pamphlet di Arcadi Espada sul “caso Perlasca”
All’indomani della pubblicazione in Spagna di un pamphlet intitolato En nombre de Franco («In nome di Franco»), scritto dal giornalista di “El Mundo” Arcadi Espada (Barcellona, 1957) che mirava a scalfire e ridimensionare drasticamente il pregevole ruolo svolto dal “Giusto” Giorgio Perlasca” a beneficio di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista e ad un destino cinico e baro che li attendeva, si è assistito – direi giustamente -come ha sottolineato nell’edizione odierna il “Corriere della Sera” in un articolo di rettifica ad uno precedente di qualche giorno fa, che vi riportiamo qui di seguito dal titolo: “Gli indignati del caso Perlasca”, ad un profluvio di lettere di protesta per stigmatizzare, con sdegno, la manipolazione della storia che taluni sedicenti storici fanno a detrimento della ragione e dell’incontrovertibile verità dei fatti.
Ci sentiamo, pertanto, di esprimere la nostra personale solidarietà con il figlio di Perlasca, Franco, condividendo in pieno le riflessioni espresse al riguardo dal professore di Storia dell’ebraismo moderno e contemporaneo, Gadi Luzzatto Voghera, sulle colonne del giornale on line dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Moked/מוקד:
«Da diversi anni il giornalista spagnolo del “Mundo” Arcadi Espada si dedica a ricerche archivistiche sulla vicenda del salvataggio di migliaia di ebrei a Budapest nell’inverno 1944 da parte dei funzionari dell’ambasciata spagnola. E’ noto a tutti che il padovano Giorgio Perlasca ebbe in quell’occasione un ruolo decisivo e da molti anni ormai la fondazione Giorgio Perlasca è impegnata nella valorizzazione della sua esperienza. Si tratta di un esempio importante sotto vari aspetti (è noto il valore decisivo dei Giusti nella tragedia della Shoah), ma nel caso particolare di Perlasca c’è qualcosa in più. Dopo aver scritto immediatamente dopo la fine della guerra una relazione sugli avvenimenti cui aveva assistito e sul suo ruolo attivo nelle operazioni di salvataggio, non cercò di ottenere particolari riconoscimenti e tornò a lavorare in Italia. Quando, ormai pensionato, alcune persone da lui salvate lo cercarono e lo ritrovarono a Padova, iniziò a raccontare una storia che – oltre ad essere sconvolgente e rivelatrice – ha il grande pregio di essere onesta. Perlasca sottolineò sempre di essere stato fascista, volontario nella guerra civile spagnola nelle file franchiste, e nel racconto su Budapest sottolineò a più riprese il ruolo fondamentale ricoperto dai funzionari dell’ambasciata spagnola. E’ noto che sulla sua vicenda sono stati poi scritti numerosi libri: gli sono state intitolate piazze e strade e il suo esempio è richiamato spessissimo nelle attività didattiche che centinaia di scuole organizzano in suo nome in Europa. Ora però Arcadi Espada pubblica un libro – En nombre de Franco. Los héroes de la embajada de España en el Budapest nazi – che oltre a presentare numerosi documenti inediti sembra avere un solo obiettivo programmatico: sminuire il ruolo di Perlasca e conferire il “merito” dell’impresa all’ambasciatore Sanz Briz. Questo strano modo di fare storiografia “concorrenziale” a me sembra ingiusto e insensato. Certo, per ottenere visibilità sulla stampa internazionale non c’è nulla di meglio per uno scrittore che creare un caso, ma la realtà dei fatti in una situazione così minutamente documentata e corroborata da centinaia di testimonianze come questa non dovrebbe lasciare spazio a operazioni di business culturale. Quando si studia e si pubblica su certi argomenti, bisognerebbe avere l’accortezza di mettere in primo piano il valore e la sostanza morale delle azioni che si vanno a studiare, senza scambiare il ruolo dello storico con quello del giudice, incarico peraltro che nessuno ha conferito al signor Espada»
Quella tela silenziosa tessuta per salvare vite umane. L’attività diplomatica di Roncalli e Montini
In occasione del Cinquantesimo anniversario della promulgazione della celebre Enciclica di Giovanni XXIII “Pacem in Terris”, vi presentiamo un interessante articolo appena pubblicato nelle pagine culturali de “l’Osservatore Romano”, che dà conto della pregevole attività diplomatica svolta dall’allora Nunzio Apostolico Roncalli ed il Sostituto della Segreteria di Stato mons. Giovan Battista Montini durante la seconda guerra mondiale.
Quella tela silenziosa
tessuta per salvare vite umane
L’attività diplomatica di Roncalli e Montini durante la seconda guerra mondiale
Negli anni successivi al Vaticano II non era raro vedere Giovanni XXIII e Paolo VI contrapposti, quasi l’uno fosse Papa profetico e l’altro Papa che disciplinava e frenava il rinnovamento conciliare. Proiezioni ideologiche, certo. Molte consimili grida del dissenso cattolico, rilette con distacco storico, oggi fanno sorridere. A spiegare questa divaricazione di giudizi, allora prodottasi, soccorre il ricordo della temperie storica, così diversa tra inizio e fine degli anni Sessanta, quasi passassero non sei anni ma un secolo tra il 1962, quando iniziò il concilio, e il 1968, quando l’Occidente, inconsapevolmente, scambiandola per una rivoluzione politica, imboccò la svolta antropologica della modernità secolare liberale. Mi è stato chiesto di guardare alle loro sintonie e differenze in un periodo cruciale, la seconda guerra mondiale. Vi troviamo almeno parzialmente una risposta all’interrogativo posto. Inizio dalle sintonie, che sono innanzitutto di ambiente. Sia Roncalli sia Montini lavorano nella diplomazia vaticana. Ed entrambi stanno nel mainstream novecentesco di questa diplomazia che giustamente è stata definita diplomazia pastorale. Lo studio delle relazioni fra Roncalli e Montini negli anni della seconda guerra mondiale, nel quadro di una comune diplomazia pastorale, smentisce poi un altro luogo comune della storiografia roncalliana. E cioè che il delegato apostolico a Istanbul fosse un outsider del mondo vaticano, un incompreso da parte dei superiori.
Interpretazione fondata su qualche espressione di disagio appuntata da Roncalli negli anni d’Oriente rispetto agli organi centrali della Chiesa; ma chi non si lamenta ogni tanto delle persone con cui lavora, magari a ragione? Sul tema della pace, un’analogia di lavoro e di preoccupazioni tra Montini e Roncalli riguarda i tentativi di entrambi di aprire spiragli di cambiamento, mediazione o pacificazione per giungere alla fine del conflitto. Tuttavia sono contatti molto diversi: Roncalli lavora con von Papen e von Lersner, Montini con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede, o con personaggi non a lui abituali, come la principessa Maria José. Più simili appaiono Montini e Roncalli nell’impegno umanitario. Montini trascorre la guerra impegnato, oltre che nel lavoro diplomatico in senso stretto, nel coordinare l’Ufficio informazioni della Santa Sede, che ricerca notizie soprattutto sui prigionieri di guerra. Inoltre, tra il 1943 e il 1944, durante l’occupazione tedesca di Roma, Montini è l’anima dell’ospitalità ecclesiastica nei conventi e nelle case religiose romane, dove trovano asilo migliaia di ebrei, ricercati politici, renitenti alla leva repubblichina, badogliani. La vicenda è nota. Dopo gli ultimi studi di Enzo Forcella e Andrea Riccardi si può ben dire che fu Pio XII, sebbene mai rilasciasse ordini scritti, a volere questa rischiosa ospitalità. Montini ebbe un ruolo decisivo nel trasmettere la volontà del Papa, con le sue frequenti visite nei luoghi d’asilo. Continuamente Montini riceveva da Pio XII, e gli sottoponeva a sua volta, nomi di persone cui trovare protezione.
Il Sostituto è attivissimo su questo delicato fronte, così come in generale nell’assistenza alla popolazione romana. È lui ad accompagnare a San Lorenzo il Papa che esce dal Vaticano dopo i bombardamenti. Una nota speciale mi pare quella dell’attenzione di Montini ai rifugiati per motivi politici: in Laterano, oltre a ebrei, renitenti, militari badogliani, si nasconde in questi mesi quasi l’intero Comitato di liberazione nazionale. Montini, che già progetta quella che sarà la Democrazia Cristiana, cura i rapporti con le personalità politiche. Parimenti Roncalli si impegna sul piano umanitario. Da una parte cerca di aiutare gli ebrei che passano per la Turchia in cerca di salvezza. Utilizza per questo i suoi numerosi contatti, e si vede dalle sue agende la fitta rete di incontri e relazioni con esponenti di organizzazioni ebraiche di soccorso. Nel raggio d’azione di Roncalli entrano volta a volta ebrei di Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania e di altri Paesi balcanici, mentre il quadro della Shoah gli si fa gradualmente chiaro, accrescendo il suo orrore. «Poveri figli di Israele. Io sento quotidianamente il loro gemito attorno a me. Li compiango e faccio il mio meglio per aiutarli». D’altro verso Roncalli si occupa attivamente del soccorso alla popolazione della Grecia. Qui nel 1941 e 1942 imperversa la fame, con migliaia di vittime soprattutto fra i bambini.Il delegato apostolico trascorre soggiorni di parecchi mesi sul suolo greco e organizza distribuzioni di cibo e mense popolari. Anche a Istanbul organizza collette fra i cattolici per l’infanzia greca. Intensa è la sua attività diplomatica, ancorché informale, per consentire i rifornimenti via mare della Grecia, sottoposta a blocco navale dagli Alleati. La sua capacità di relazioni e di persuasione ragionevole produce un successo (i britannici sospendono il blocco) che gli procura grande soddisfazione sebbene altri ne prendano il merito. Sia Montini che Roncalli s’improvvisano agenti umanitari: anche questo li accomuna.
Occasionalmente hanno pure contatti operativi, ma l’affinità intrinseca, in questi anni, sta nel dedicarsi a compiti simili con le stesse modalità. Ossia, con l’idea che discrezione, riserbo e silenzio consentano di lavorare più fruttuosamente e di salvare più vite. Un’ultima analogia fra Roncalli e Montini. Entrambi lavorano tantissimo. Di Montini è ben noto. Per dirla con il trasteverino cardinale Ottaviani: «Montini ci fregava tutti. Era una macchina da lavoro. Era in ufficio prima di noi e se ne andava dopo». Il sostituto iniziava a leggere i documenti al mattino presto, preparandosi alla quotidiana udienza del Papa che neppure il segretario di Stato vedeva così spesso e lungamente. Poi iniziava a ricevere, per almeno tre ore. Nel primo pomeriggio si dedicava al ministero sacerdotale, a Sant’Anna oppure alla Chiesa Nuova dagli oratoriani. A metà pomeriggio tornava in ufficio e lo lasciava a notte inoltrata dopo aver parlato con i collaboratori e lavorato sulla documentazione nella solitudine notturna. Roncalli aveva un altro approccio al lavoro ma era ugualmente attivissimo. La sua calma e serenità non confliggevano con una grande capacità di lavoro, svolto con una certa inclinazione per gli affari e gli incontri che più gli piacevano. Le agende di Roncalli a Istanbul e Atene attestano un grande impegno di relazioni pubbliche e amicali, con uno scrupolo a far bene evidentemente dettato dalla coscienza e non da interessi politici personali. Senza essere irrequieto, Roncalli amava conoscere volti e situazioni nuove come un pellegrino. Montini era romano solo d’adozione, e la Curia gli costava adattamento forzoso. Sentiva «il bisogno crescente di studio, di regolarità, di solitudine, di libertà». Il lavoro esigeva da lui una pazienza che non gli veniva naturale. Molto diverse le inclinazioni di Roncalli, che non provava nessun martirio della pazienza nell’incontro umano e anche con interlocutori difficili era abile a orientare i discorsi verso lidi positivi. Certo anche Roncalli si costringeva allo studio e alla riflessione dinanzi a persone e dossier. La sua spontaneità stava in un’attitudine di fiducia confidente nel bene e nella Provvidenza, non in un laisser aller degli affari e dei rapporti umani.
Molto diversi erano Montini e Roncalli nella maniera di lavorare e può forse dirsi che ciascuno era adatto al ruolo che in quegli anni ricopriva. Paradossalmente, a me pare che Roncalli, con il suo rispetto per Roma, con le sue relazioni deferenti e riguardose con tutti in Curia, dai vertici a quelli che chiama «astri minori», fosse più romano e più curiale di Montini. Quest’ultimo doveva conciliare la sua alta collocazione nel governo della Chiesa, essendo il primo interlocutore operativo di Pio XII, con una sensibilità anticuriale che gli veniva da un’insopprimibile indipendenza di pensiero. Montini aveva poi tanti legami con il mondo cattolico italiano extra curiale: il suo orizzonte non era esclusivamente romano, aveva una vasta riserva di relazioni fuori dalla Curia, fino alla Francia. Il Sostituto riteneva «l’accettazione della modernità e della democrazia come una condizione positiva ed ottimale perla Chiesa» in Italia e nel mondo. Antifascista in una Curia dove molti erano al più afascisti o, del tutto legittimamente peraltro, non volevano avere a che fare con la politica, Montini durante gli anni della guerra non perdeva di vista l’obiettivo di una ricostruzione democratica dell’Italia e di un progetto sociale cristiano che fosse terza via tra socialismo e capitalismo. In questo senso era un punto di riferimento per la classe dirigente democristiana in gestazione, da quella sua parte proveniente dal partito Popolare, tra cui si stagliava De Gasperi, a quella più giovane, con Moro e molti ex fucini. La fede di Montini era intrisa di umanesimo, di confronto con la storia, di tensione affinché l’unum necessarium, il Vangelo, grazie alle dovute mediazioni, penetrasse in ogni realtà umana. Era una fede protesa alla lucidità. Montini avrebbe ben potuto far suo il motto di Benedetto XV, «in te Signore ho sperato, non sarò confuso in eterno». Molto diverso il plafond culturale di Roncalli. Assai meno vibrante di fronte alla politica, alieno da riformismi ecclesiastici, cercatore di tradizioni, sentimenti, antichità e bellezza, più che di culture e modernità, Roncalli assegna a ciascuno un posto nella storia, cui guarda con minore attivismo e inquietudine. Siamo ormai al cuore del capitolo delle differenze. E allora va detto che Roncalli vive in Oriente un’esperienza particolare, molto lontana dagli abituali orizzonti italiani.
La sua visione diventa ecumenica, e lo si può dire al di là delle minuziose verifiche che in ogni sua parola e discorso hanno cercato di stabilire se erano più vicine all’unionismo o all’ecumenismo. Roncalli non rigetta la missione cattolica fra chi cattolico non è, ma in Oriente conosce e accetta il pluralismo delle culture e delle fedi. Spesso li ritiene misteri, ma li accoglie come volontà di Dio. La coabitazione tra genti diverse per etnia, cultura e religione gli appare una realtà positiva, altrimenti sarebbero conflitti permanenti. Vale a questo proposito la famosa omelia della Pentecoste del 1944, quasi a suggello della sua esperienza d’Oriente: «Noi cattolici Latini di Istanbul, e cattolici di altro rito Armeno, Greco, Siriano, ecc., siamo qui una modesta minoranza che vive alla superficie di un vasto mondo con cui abbiamo solo contatti di carattere esteriore. Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni (…) Nella luce del Vangelo e del principio cattolico questa è una logica falsa. Gesù è venuto per abbattere queste barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità, cioè l’amore che lega tutti gli uomini a lui come primo dei fratelli, e che lega lui con noi al Padre». Per concludere. Fra Montini e Roncalli tra il 1939 e il 1945 c’è molta comunanza di storia e di lavoro. Ci sono anche evidenti differenze di cultura, di temperamento, di sensibilità. Ritornando alle considerazioni iniziali, alla divaricazione tra i due denunciata nel post-concilio, gli anni della guerra non danno affatto l’impressione di una qualche contrapposizione, né di visione e d’idee né di carattere personale. C’è stima reciproca, c’è collaborazione. E ciascuno dei due matura, nella fatica d’un intenso lavoro e nella vista di un mondo in guerra, una pietà e una fortezza d’animo che ispireranno i passi successivi, per entrambi indirizzati al pontificato.
di ROBERTO MOROZZO DELLA ROCCA
(©L’Osservatore Romano – 11 aprile 2013)





